L’arcivescovo Mario Delpini invita a non fermarsi alla condanna, ma a riscoprire il valore delle relazioni e la responsabilità educativa della comunità.
Una città smarrita, sorpresa da episodi di violenza che hanno suscitato paura e preoccupazione. Da qui prende avvio la riflessione dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, nell’intervista pubblicata da Avvenire, dedicata alle devastazioni che hanno coinvolto anche giovanissimi e alle domande che questi fatti pongono all’intera società.
Di fronte a tanta rabbia, Delpini non propone spiegazioni semplicistiche né cerca colpevoli da indicare frettolosamente. «Io non so spiegarmi questa esplosione di rabbia», afferma, invitando a interrogarsi sulle radici di comportamenti che sembrano ignorare la sofferenza altrui e le conseguenze delle proprie azioni.
La giovane età di molti protagonisti rende ancora più urgente una riflessione educativa. Ragazzi che talvolta dichiarano di non sentirsi visti dagli adulti, famiglie in difficoltà, una società nella quale sembrano indebolirsi i riferimenti condivisi: sono questioni che interpellano tutti. L’arcivescovo mette in guardia dalle generalizzazioni sulle responsabilità dei genitori, ricordando che educare non è un processo automatico e che non esiste un manuale valido per ogni famiglia.
Un elemento decisivo è anche l’esempio degli adulti. Se i giovani incontrano persone che sembrano aver smarrito il senso della propria vita, possono convincersi che diventare grandi non sia un traguardo desiderabile. Occorre allora riscoprire le ragioni del bene, il valore della responsabilità e il significato profondo dell’esistenza.
In questo cammino, la comunità cristiana e gli oratori possono offrire un contributo prezioso. Non bastano, però, gli spazi e le attività rivolti a chi già li frequenta: è importante raggiungere anche chi resta ai margini. Delpini immagina occasioni semplici, ma significative, per costruire legami: «condividere ore di scuola, partite di calcio, passeggiate in montagna».
L’arcivescovo propone inoltre un’immagine efficace: non considerare i ragazzi in difficoltà come mele marce da allontanare, ma pensare a lampade capaci di diffondere luce. Chi incontra il Vangelo è chiamato a condividere questa luce con gli altri, senza chiudersi nel proprio gruppo.
La violenza va condannata e la sicurezza dei cittadini tutelata, ma la sola condanna non basta. Servono presenza, ascolto e relazioni capaci di offrire ai giovani nuove possibilità e motivi per guardare al futuro.
La Chiesa, ricorda Delpini, non possiede ricette infallibili, ma può mettere a disposizione la propria esperienza educativa e la speranza che nasce dalla fede. È un impegno che riguarda tutti: famiglie, scuole, parrocchie, associazioni e istituzioni.
L’invito finale è a non arrendersi alla paura e all’indifferenza, ma a partecipare concretamente alla costruzione di una società più umana. Come afferma l’arcivescovo, occorre farsi avanti «per mettere mano all’impresa di aggiustare il mondo».
Un compito che può cominciare anche nelle nostre parrocchie, attraverso piccoli gesti di vicinanza, ascolto e attenzione verso chi ha più bisogno.
(testo rielaborato dall’intervista di Davide Parozzi a Monsignor Mario Delpini e pubblicata online su Avvenire il 20.10.2026)
