BARNABA E PAOLO AD ANTIOCHIA (Atti 11,19-26; 13,2-3)
“Intanto quelli che erano stati dispersi dopo la persecuzione scoppiata al tempo di Stefano, erano arrivati fin nella Fenicia, a Cipro e ad Antiochia e non predicavano la parola a nessuno fuorché ai Giudei. Ma alcuni fra loro, cittadini di Cipro e di Cirène, giunti ad Antiochia, cominciarono a parlare anche ai Greci, predicando la buona novella del Signore Gesù. E la mano del Signore era con loro e così un gran numero credette e si convertì al Signore. La notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, la quale mandò Barnaba ad Antiochia. Quando questi giunse e vide la grazia del Signore, si rallegrò e, da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede, esortava tutti a perseverare con cuore risoluto nel Signore. E una folla considerevole fu condotta al Signore. Barnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Saulo e trovatolo lo condusse ad Antiochia. Rimasero insieme un anno intero in quella comunità e istruirono molta gente; ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati Cristiani”. (Atti 11, 19-26)
“Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Barnaba e Saulo per l'opera alla quale li ho chiamati». Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li accomiatarono” (Atti 13,2-3).
Antiochia era una città grande (circa 300.000 abitanti); era anche ricca, crocevia per il commercio; la popolazione diventava sempre più numerosa. Era anche una città molto vivace dal punto di vista delle scuole e della riflessione.
Nel periodo della presenza, in città, di Barnaba e Paolo, risiedeva ad Antiochia una numerosa comunità giudaica.
Dopo la lapidazione di Stefano, gli apostoli invitano i componenti della comunità a lasciare Gerusalemme. I cristiani avrebbero corso il rischio di essere portati in prigione e, magari, di essere anche uccisi. Lasciano allora la città e diventano missionari. “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15): così Gesù aveva salutato gli apostoli prima di salire in cielo. Coloro che lasciano Gerusalemme avvertono che questo è il loro compito.
Predicano in Samaria (8,25); si spingono lungo la costa della Fenicia; vanno a Cipro e Cirene; tanti di loro raggiungono Antiochia (11,19-25).
Tre sono i momenti in cui, negli Atti degli Apostoli, la predicazione raggiunge la caratteristica dell’universalità: il racconto di 8, 26-40 (Filippo e l’etiope), la narrazione di tutto il cap. 10 (Pietro e Cornelio) e soprattutto la predicazione ad Antiochia. Si afferma che alcuni provenienti da Cipro e da Cirene, “cominciarono a parlare anche ai Greci, predicando la buona notizia del Signore Gesù” (11,20); viene pertanto superato il rapporto di esclusione che era in atto tra giudaismo e paganesimo.
Proprio ad Antiochia si evidenzia una metodologia missionaria precisa. Quando i cristiani arrivano in una città le prime persone a cui si rivolgono sono i giudei; normalmente infatti si recano alla sinagoga e parlano del Messia ai loro fratelli ebrei. Anche Paolo, più tardi, si rivolgerà prima ai Giudei e poi ai Greci (13,5.14.46). Nel testo di Gal 2,11-13 si percepisce che, nella comunità di Antiochia, era maggioritaria la presenza di coloro che provenivano dal paganesimo.
“La mano del Signore era con loro”, è un’espressione che indica l’approvazione del Signore anche per questa missione, non ufficiale; era nata infatti da un’iniziativa spontanea di cristiani anonimi, in fuga da Gerusalemme. Luca annota come, per la prima volta, i credenti ricevettero il nome di “cristiani” (11,26); erano pertanto riconosciuti in città come un gruppo autonomo, distinto sia dai pagani che dai giudei; li qualificava la loro fede in Gesù.
A motivo del grande favore che la comunità cristiana trovava ad Antiochia, viene chiesto a Barnaba, da parte dei responsabili della Chiesa di Gerusalemme, di recarsi in quella città per accompagnare la sua crescita.
Barnaba è persona di fiducia.
Viene descritto come “un uomo virtuoso, pieno di Spirito Santo e di fede”. Compie due scelte importanti che denotano una grande sapienza: loda e valorizza la “grazia di Dio” che verifica presente nella comunità; gioisce con loro e insieme lodano il Signore. Percependo poi, con chiarezza, che l’annuncio della Parola ed il consolidamento del percorso attuato avevano bisogno di nuovi annunciatori del Vangelo, “partì alla volta di Tarso per cercare Saulo; lo trovò e lo condusse ad Antiochia; rimasero insieme per un anno intero”; poi chiamerà anche Marco (12,25): andrà a Gerusalemme e chiederà al giovane, conosciuto in quella prima comunità cristiana, di seguirlo ad Antiochia.
Nella comunità di Antiochia l’apertura missionaria alle genti sembra essere stata particolarmente vivace; da lì parte infatti la prima missione; è affidata a Barnaba e Paolo ed è diretta alle regioni meridionali dell’Anatolia; sempre da Antiochia Paolo partirà anche per il secondo viaggio missionario. Questo slancio missionario non è un fatto privato, dovuto alla particolare sensibilità e disponibilità di alcuni annunciatori del Vangelo; essi partono su incarico dello Spirito e della loro comunità.
Da subito diventa evidente un aspetto caratteristico della prassi missionaria della prima comunità cristiana: tutti si sentono impegnati e coinvolti nel dinamismo della missione. In un sommario degli Atti (8,4) si afferma: “Quelli che si erano dispersi andarono di luogo in luogo annunciando la Parola”. Si tratta di persone anonime, semplici fedeli, che trasformano la persecuzione e la fuga in opportunità di missione.
Mons. Delpini, Arcivescovo di Milano, ha intitolato la lettera pastorale di qualche anno fa: “Ogni situazione è occasione”. Si sofferma, commentando la lettera ai Filippesi, sul fatto che proprio Paolo, pur essendo in carcere, racconti il Vangelo a chi vive accanto a lui.
Non c’è soluzione di continuità tra l’evangelizzazione promossa da Gesù che parla del Regno di Dio e chiede di conoscere il Regno e di entrare in esso (v. colloquio di Gesù con Nicodemo in Gv 3,1-23) e l’evangelizzazione degli Apostoli e dei missionari. Parlano di Gesù; si soffermano sulla Parola che Egli offre e sulla pace che Lui stesso dona.
Desideriamo soffermarci ancora su Barnaba. La comunione tra la Chiesa di Gerusalemme e quella di Antiochia è garantita da lui. É giudeo, di origine cipriota; si merita la stima della prima Chiesa di Gerusalemme per la sua generosità (4,37) e la sua sapienza (9, 27). Nel capitolo 13(2-3) , dopo un anno intero di permanenza ad Antiochia, Paolo e Barnaba vengono inviati, pur con nostalgia e sofferenza, ad annunciare il Vangelo in tanti altri luoghi: Salamina, Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra, Derbe, Perge, Attalia, Efeso…
Barnaba sarà saggio e umile quando Paolo non vorrà portare con sé anche Marco, per una missione in tutte le città nelle quali era già stato annunciato il Vangelo: “Barnaba voleva prendere insieme anche Giovanni, detto Marco, ma Paolo riteneva che non si dovesse prendere uno che si era allontanato da loro nella Panfilia e non aveva voluto partecipare alla loro opera” (15, 37-38).
Barnaba fa un passo indietro; lascia che Paolo con Sila proseguano per il viaggio di rivisitazione che era stato pensato; lui, con Marco, s’imbarca per Cipro. Non vuole rompere la comunione; l’importante resta solamente l’annunciare il Vangelo.
Negli Atti non si parlerà più di Barnaba. Solo Col 4, 10 riparlerà di lui; si ricordano i saluti di Paolo: “Vi salutano Aristarco, mio compagno di carcere e Marco cugino di Barnaba, riguardo al quale avete ricevuto istruzioni; se verrà da voi fategli buona accoglienza”.
La difficoltà che si era evidenziata tra Paolo e Barnaba si è ricomposta. Dopo il dissidio del cap. 15 Paolo ha parole di attenzione e di fraternità anche per Marco: “Solo Luca è con me. Prendi con te Marco e portalo, perché sarà utile per il ministero” (2 Tim 4,11). La comunione e la stima reciproca si ricompongono sempre quando il riferimento fondamentale è la percezione del grande amore che Gesù dona ad ogni creatura.
