LECTIO DIVINA del Vangelo della III domenica di Avvento (Giovanni 5, 33-39)

LECTIO DIVINA del Vangelo della III domenica di Avvento (Giovanni 5, 33-39)

Il credente incredulo

 

Lo sfondo ideale di questa parte del confronto/scontro tra Gesù e i Giudei è un immaginario tribunale nel quale si svolge un dibattito tra il Signore e questi rappresentanti del popolo di Dio; in definitiva tra la fede e l’incredulità. Quando Giovanni scrive questa pagina, l’orizzonte che accoglie questo confronto non è più la Palestina, ma l’intero mondo allora conosciuto; ancora meglio è il cuore di ogni persona.

Nella figura dei Giudei forse Giovanni vede il credente incredulo di ogni periodo della storia e di ogni fede religiosa. Incredulo è infatti il credente che nasconde ipocritamente l’attaccamento a sé stesso e ai propri interessi, proclamandosi, nel frattempo, ricercatore della volontà di Dio. Nella prima parte del confronto Gesù è l’accusato; Egli presenta i suoi testimoni di difesa. Sono testimoni veritieri: il Padre che manifesta la sua grandezza e la sua verità nelle opere che il Figlio compie nelle parole che pronuncia. Suo testimone è Giovanni il Battista, che lo ha riconosciuto e proclamato la sua presenza di figlio di Dio: le Scritture parlano di Lui. Pertanto se i suoi avversari non accolgono queste testimonianze non è perché esse non sono veritiere, ma perché essi cercano la loro gloria, anziché il vero Dio. E così nel brano che seguirà questi versetti (Cfr. Gv 5, 41-47) la scena si capovolgerà; non è più Gesù l’accusato ma l’accusatore.

“Non ricevo testimonianza da un uomo”: da Giovanni. Egli è il profeta che non si accontenta di avere in onore la Parola; sceglie di viverla innanzitutto in sé stesso. Il vero culto della Parola è l’ascolto sapiente e l’esecuzione intelligente. Gesù richiama alla memoria Giovanni perché ne raccolgano l’eredità profetica, necessaria per essere “salvati”. Il precursore non è la luce; è invece la lampada alimentata dalla luce che diffonde. Il comando, che riassume la legge, è quella di amare Dio (Dt. 6, 3-9), che è vita per ogni persona (Dt. 30, 15-20). La legge non è infatti una serie di ordini impossibili o difficili. Essa non va interpretata come se fossimo dei sudditi; va accolta invece da figli amati e capaci di amare; da figli che sanno esercitare con sapienza la propria libertà. La Legge e i Profeti trovano infatti in Lui la loro pienezza. La persona, che non ha in sé l’amore del Padre, non lo conosce; invece dell’amore di Dio ha in sé la piaga dell’egoismo, che pone sé al centro e si chiude all’offerta dell’amore autentico. Solo chi ama conosce. Ogni nostro male viene dalla menzogna originaria che ci impedisce di accettare la nostra identità di figli. Rischiamo di voler essere padri di noi stessi, principio di riferimento della nostra esistenza; usurpiamo il posto del Padre e tagliamo la relazione con chi ci ha fatto nascere. Ma la vita è dono; non è soprattutto oggetto di conquista … o di rapina; è comunione d’amore con il Padre che ce la offre. Rischiamo di essere però sordi a questa verità, che ci viene richiamata anche dal creato. La comunione con il Padre apre ad orizzonti che donano respiro e speranza. Don Tonino Bello ci ricorda: “Concedimi la gioia di lavorare in comunione, e inondami di tristezza ogni volta che, isolandomi dagli altri, pretendo di fare la mia corsa da solo... salvami dalla presunzione di sapere tutto; dall’arroganza di chi non ammette dubbi; dalla durezza di chi non tollera ritardi; dalla rigidità di chi non perdona le debolezze; dall’ipocrisia di chi salva i principi e crea grosse difficoltà alle persone”.

Don Peppino