Ringrazio cordialmente Don Marco Paleari, parroco alla San Massimiliano Kolbe, per i testi che ci ha inviato per questo Quaresimale.
Ci poniamo una prima domanda: perché ci è chiesto di confessarci? È opportuno riflettere innanzitutto sul senso e poi sulla modalità per vivere proficuamente il quarto Sacramento.
Non può essere frutto di una imposizione; non può essere lasciato al flusso delle nostre emozioni. Non “vai a confessarti”; e neppure “vado quando me la sento”.
Normalmente si afferma che nel Sacramento della Riconciliazione noi andiamo a chiedere la misericordia del Signore sul nostro peccato. Non è un'indicazione sbagliata.
Occorre però compiere un passo che ci aiuti ad approfondire maggiormente la possibile qualità dell'esperienza di questo momento. E questo passo potrebbe essere descritto così: “È fondamentale trovare il desiderio di promuovere con maggiore intensità la relazione con il Signore, con le altre persone; in definitiva, con noi stessi”.
L’introduzione al libro liturgico che racchiude il rito della Penitenza non mette l'accento sul fatto che noi ci presentiamo al Confessore per essere perdonati, bensì afferma che sarà resa più viva in noi l'identità di figli di Dio, anche attraverso il rinnovamento della nostra fraternità con chi ci cammina accanto.
Il Signore ci conferma che desidererebbe che ci accorgessimo che è Lui, vivo è risorto, che si accompagna a noi, ci è vicino, ci accoglie e ci comprende nell'affannosa e non sempre illuminata ricerca di donare qualità alla nostra esistenza.
Con il peccato, a volte inconsapevolmente, noi roviniamo relazioni belle, spontanee, libere con le persone vicine; la mediocrità e la superficialità possono disturbare la nostra crescita; la sofferenza ci può allontanare dall’avvertire la necessità di una presenza del Signore nella nostra vita.
Occorre invece riconoscerci debitori della sua misericordia; occorre arrendersi al suo perdono e mutuare dalla sua Parola le modalità delle nostre relazioni.
Significativa è, ad esempio, la scelta del padre misericordioso di attendere sulla soglia di casa, con un cuore pacificato e con uno sguardo limpido il possibile ritorno del “figlio prodigo”. Proprio perché ha un cuore pacificato da sempre il padre può corrergli incontro, non pretendere le sue scuse, abbracciarlo e fare festa.
Dobbiamo restituire il primato alla grazia: il Signore ci faccia sempre più comprendere che la Riconciliazione non è innanzitutto un nostro passo verso Dio, ma è lui che ci chiama, ci stupisce con la sua misericordia e gioisce pienamente per il cammino che promuoviamo verso di Lui.
Non trascuriamo la Riconciliazione. Il Signore ci conferma che la sua tenerezza materna è più importante delle nostre fragilità.
Diventa opportuno cambiare atteggiamento; occorre rivivere il desiderio di convertirci, di mutare rotta, di determinarci per un incontro sistematico con la misericordia del Signore.
Un cristiano che non vive la Sua benevolenza nei nostri confronti, che vive senza sperimentare il suo amore - è un'immagine di Papa Francesco -, è come un ago che punge, ferisce ma non cuce, non unisce. Senza un amore rivisitato sistematicamente dal Signore, che cosa offriremo al mondo?
E Gesù ci conferma che la paura, forse più dell’egoismo, può toglierci energie e speranze; e ci conferma: “Non sia turbato il vostro cuore”. (Gv 14,1)
Don Peppino