La Logica dei Segni

La Logica dei Segni

In occasione della prossima solennità del “Corpus Domini”, abbiamo ritenuto opportuno richiamare l’attenzione ai “segni liturgici” per ritornare a vivere le nostre celebrazioni eucaristiche con la pregnanza di significato che recano in sé e per aiutare tutti a vivere questo rito non in maniera “personalizzata” ma con lo stile dei gesti “in famiglia”

 


 

Fin dagli albori della storia dell'umanità gli esseri umani hanno avuto bisogno di segni e di gesti, prima ancora che di parole.

Il nostro mondo continua a dare troppa importanza alla parola, dimenticando che tanta parte della nostra vita è regolata dai segni e dai gesti, molto spesso più significativi delle nostre espressioni di linguaggio: una stretta di mano, una carezza o uno schiaffo, i segnali stradali, l'indicare con un dito... sono modi con cui esprimiamo i nostri stati d'animo nei confronti degli altri, vogliamo segnalare qualcosa o sono indicativi della nostra personalità. Tanti gesti dichiarano, poi, la nostra appartenenza ad un popolo o ad una cultura: pensiamo al bagno rituale nel Gange, inodssare la Kippà (il copricapo usato dal popolo ebraico che indica la mano protettrice di Dio sul suo popolo), i colori di pace o di guerra usati dai pellerossa d'America, il velo islamico ...

Purtroppo, anche nelle nostre liturgie e nella vita della fede stiamo cadendo nello stesso errore: abbiamo riempito le nostre assemblee liturgiche di parole, dimenticando che UNA è la Parola che conta, abbiamo introdotto monizioni superflue, a volte siamo persino impertinenti, come quando nella preghiera dei fedeli diciamo a Dio che cosa deve fare.

Stiamo dimenticando che la nostra fede si fonda su SETTE SANTI SEGNI che sono i Sacramenti e, anche se "minori”, si esprime in tantissimi altri gesti che dicono meglio di molte parole chi siamo e in che cosa crediamo.

Nostro impegno sarà quello di ricuperare la loro significanza e ridare vita a questi gesti espressivi del nostro cristianesimo. In questo ci aiutano le parole del Concilio Vaticano II, nella Costituzione sulla Liturgia ai nn. 33 e 34: “I segni visibili, di cui la sacra Liturgia su serve per indicare le realtà invisibili, sono stati scelti da Cristo e dalla Chiesa. Perciò non solo quando si legge ciò che fu scritto a nostra istruzione, ma anche quando la Chiesa canta, prega o agisce, la fede dei partecipanti è alimentata, le menti sono sollevate verso Dio per rendergli un ossequio ragionevole e ricevere con più abbondanza la sua grazia”. 

Il segno in questo ci aiuta moltissimo ad:

  • AIUTARE NELLA COMPRENSIONE di essi così che non si ignori il significato che sottendono.
  • ESPRIMERE VISIBILMENTE che siamo un unico santo popolo del Signore che si muove e gestisce in modo sincrono, perché unica è la fede e la speranza che ci animano.
  • FORNIRE AI PIU' GIOVANI (tramite le loro catechiste) la comprensione di gesti che, ora, molto spesso non hanno per loro un significato palese.

 

ECCONE ALCUNI

Il segno della Croce: è l'espressione più sintetica della nostra fede. Dice che noi crediamo in un Dio Uno e Trino e che la salvezza ci è venuta dal sacrificio di sé che Cristo ha compiuto sulla croce. Non può essere un gesto utile a cacciare le mosche! Deve essere fatto con dignità, lentamente, con un movimento che abbraccia tutto il nostro corpo, dalla fronte al petto, da una spalla all'altra, proclamando con la voce, anche se sommessa, “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Volendo, si può aggiungere: “La Croce di Cristo è la nostra gloria”. Riconosciamo così che è in forza dell'amore di Dio Padre che è giunta a noi la redenzione e il dono dello Spirito che ci santifica.

L'acqua santa che assumiamo all'ingresso in chiesa, segno del ricordo del Battesimo, della richiesta di purificazione, e di fratellanza, quando la “passiamo” a qualcuno che è entrato con noi, dicendo “la pace sia con te” e sentendoci rispondere “e con il tuo spirito”. Il gesto non deve essere ripetuto all'uscita, perché già purificati dal perdono del Signore e arricchiti dal Pane eucaristico.

La genuflessione (se l'artrite o l'artrosi ce lo permettono) per salutare il Signore presente nel tabernacolo. Quanta gente entrando in chiesa si schiaffa subito a sedere su una panca! È come se io, entrando in casa di un amico, prima di salutarlo mi gettassi su una poltrona o su una sedia! Genuflettere (o inchinarsi) è riconoscere la Presenza e dichiarare la Signoria di Cristo.

Le processioni all’interno della celebrazione. Sono quattro e hanno tutte una valenza particolare. ALL'INIZIO, la processione di ingresso, segna l’inizio della celebrazione, con la venuta dei celebranti, dei lettori e dei ministranti: che introducono solennemente il Vangelo che viene deposto sull'altare, da cui sarà preso al momento della sua proclamazione. ALL’OFFERTORIO, con i doni da portare all'altare. Quando ciò non viene fatto, non si deve innalzare alcun canto. Nei paesi di missione, tutti escono portando un piccolo dono. Da noi questo è stato sostituito dalla raccolta delle offerte. Nelle liturgie orientali, il popolo porta il pane per la consacrazione e quello che è in più per i bisogni celebrativi viene dato alla fine della messa come “antìdoron” (dono di contraccambio). ALLA COMUNIONE, segno del nostro essere un popolo in cammino, come nel deserto, sostenuti dal pane donatoci dal cielo. Bisognerebbe scoraggiare coloro che si infiltrano dal fianco della fila (a meno che abbiano problemi di mobilità) per rendere più significativo questo gesto corale di popolo. ALLA FINE, con l'uscita del sacerdote (sarebbe bello poter accompagnare la gente fino alla porta della chiesa) si vuole indicare la missione: essere portatori a tutti coloro che incontriamo di quel Cristo che ci ha nutrito con il Pane e la Parola.

 

Nella tradizione liturgica, allorché viene proclamata la Parola di Gesù, si traccia un TRIPLICE SEGNO DELLA CROCE ALL'ANNUNCIO DEL VANGELO. Qual é il significato? È il porre il sigillo di Cristo alla nostra mente, alle nostre labbra e al nostro cuore.  È invocazione perché il Signore illumini sempre la nostra mente con la luce della sua Parola e ogni pensiero sia guidato dall'esempio ricevuto da Gesù; sia custode delle nostre labbra, cosicché da esse escano sempre parole di consolazione, di incoraggiamento e piene di dolcezza; parole che edifichino la Chiesa e incoraggino alla pratica della fede; sia un presidio ad ogni nostro affetto. in modo che ogni pulsione dell'essere umano concordi con la Legge del Signore.

 

GLI ATTEGGIAMENTI DEL CORPO

Anche il nostro corpo partecipa alla preghiera e dimostra la nostra devozione. Ci sono alcuni atteggiamenti che, posti in sintonia con tutta l'assemblea dei credenti, fanno comprendere a noi stessi che siamo l'unico santo popolo del Signore che vuole esprimergli venerazione, riconoscenza ed amore.

Il chinare il capo, ogni volta che viene nominato il nome di Gesù, al momento in cui proclamiamo il mistero dell'Incarnazione (“il quale fu concepito per opera dello Spirito Santo nacque da Maria Vergine e si è fatto uomo”), per la benedizione finale. È un segnale dato per indicare uno dei misteri principali della nostra fede, ed è un monito per chi bestemmia il nome del Signore o lo nomina in modo invano.

Seduti. È l'atteggiamento di chi si mette in profondo ascolto, come la Parola di Dio merita: Egli, infatti, molte volte e nei tempi antichi ha parlato ai nostri padri e, ultimamente ha parlato a noi nel Figlio.  Dio ci ripete: “Ascoltatelo!”.

In piediAtteggiamento di rispetto che proclama la prontezza ad eseguire un ordine o la volontà di Colui che ci parla: non per nulla alla lettura del Vangelo noi ci alziamo in piedi È anche il dichiarare che siamo uomini liberi perché Cristo ci ha liberati e non dobbiamo piegare le nostre ginocchia se non davanti a Lui. S. Ambrogio non voleva che i fedeli si mettessero in ginocchio, perché era un atteggiamento da schiavi e noi, invece siamo “liberti” del Signore.

In ginocchioProprio per quello che si diceva sopra, quando vogliamo dichiarare tutta la nostra obbedienza al Signore o la nostra adorazione, riconoscendo che in Lui abbiamo la nostra salvezza, o che siamo di fronte ad un grande mistero della fede (come l'Eucaristia) noi pieghiamo le ginocchia e testimoniamo la grandezza del nostro Dio.

L’accensione delle candele, non un semplice gesto funzionale alla liturgia, ma una proclamazione dell'attesa del ritorno del Signore, luce del mondo, quando non ci sarà più sera né notte. E l'accensione delle candele votive, non tanto per chiedere delle grazie ma per proclamare la nostra volontà di poter stare più a lungo che ci è possibile alla sua presenza e di voler consumare la nostra vita nel servizio dato a lui.

L’incenso, segno della preghiera che sale a Dio e dell'onore da rendere a lui.

Il silenzio, indice della volontà di ascolto di una Parola che ci è donata, del desiderio di colloquio solo con Dio, di rispetto della sua presenza, di prontezza nell'eseguire la sua volontà.

Il canto, espressione della gioia di essere salvati e di appartenere all'unico popolo di Dio, con il quale fondiamo la voce per significare che siamo un cuor solo e un'anima sola.

Le mani tese per accogliere la particola segno del nostro desiderio di avere il Signore con noi, ma anche segno dell’offerta della nostra vita a lui. 

 

SONO SEGNI AI QUALI DOBBIAMO RIEDUCARE IL POPOLO CRISTIANO.  Con la legge della gradualità e della discrezione che non impone ma propone; e con la legge della gerarchizzazione di essi perché non tutti sono ugualmente importanti e non tutti da usare sempre (per es. l'incenso solo nelle solennità; il canto del Gloria e del Padre Nostro non tutte le domeniche, altrimenti diventa solo una consuetudine e una formalità ...) Così si educa il popolo di Dio a distinguere feste, solennità e momenti diversi della liturgia.

don Felice