In occasione della festa di S. Cecilia Andrea Motta, organista e direttore del coro “Good Company” ci dona una riflessione sul valore del silenzio nella liturgia.
Affrontare il servizio musicale nelle celebrazioni può sembrare quasi un’attività semplice, destinata a creare un susseguirsi di canti o musiche.
In realtà una delle necessità del buon liturgista è quella di riuscire a incastonare ogni intervento, scegliendo i tempi giusti, in modo da creare una fluidità che permetta alla celebrazione sacra di essere un “rito ben costruito”.
Eppure anche se scegliessimo i tempi “perfetti” non riusciremmo nella nostra impresa se non ci ricordassimo dell’unico elemento veramente necessario: la pausa.
I musicisti lo sanno bene: la pausa non è una assenza di suono. La pausa è un suono, anzi l’insieme dei suoni più riusciti e più belli che un musicista possa aver mai scritto.
La pausa è l’istante, più o meno lungo, in cui il musicista “parla” finalmente con chi ascolta la sua creazione. É l’attimo che, dopo un susseguirsi di suoni organizzati nell’incontro tra melodie e armonie, permette all’ascoltatore di interiorizzare, quasi di “fare proprio”, il materiale sonoro, in un dialogo con l’autore stesso in cui “anche l’ascoltatore può dire finalmente la sua”.
Allora anche i silenzi nella liturgia forse hanno non solo una utilità organizzativa dell’evento, ma sono attimi in cui permettiamo a Dio, che ci ha ascoltato sino a quel momento, di “comporre la Sua musica”, sentendola poi risuonare nella nostra Anima.
E il compito di chi anima musicalmente la liturgia non è solo quello di scegliere il brano adatto, quello che più si avvicina alle letture del giorno o alla festività in corso. Il compito del bravo animatore liturgico diventa il saper scegliere i silenzi, per permettere a ciascuno di “entrare in dialogo intimo con Dio”.
Perché è in quell’attimo di silenzio che si apre uno spiraglio di Eternità.
(“Nel Tuo silenzio accolgo il Mistero, venuto a vivere dentro di me”)
Andrea Motta