I nostri amici protestanti non approvano il culto dei Santi. Perché, invece, noi cattolici ci facciamo un principio di celebrarli lungo l'anno liturgico, in occasione delle loro feste?
I Santi sono il vangelo vivente lungo la storia dell'umanità. Se guardiamo alla figura del Signore Gesù, ci accorgiamo che Egli è così perfetto in ogni aspetto della sua umanità che subito ci appare impossibile imitarlo totalmente. Ci sono così tante sfumature nella sua personalità e santità che un solo uomo non potrebbe mai sognarsi di riprodurle nella sua vita: la sua mitezza, la sua umiltà, il servizio dato fino alla morte, la sua sapienza, la sua fedeltà, la povertà... Se abbiamo letto la vita di qualcuno dei santi, avremo certamente notato che ognuno di essi ha messo in luce in modo prevalente, come una sua personale caratteristica, una prerogativa della figura di Cristo: chi la carità estrema, chi il servizio al popolo di Dio, chi l'arte di educare, chi la povertà, chi la mansuetudine, chi il profondo legame con Dio nella preghiera... Ognuno dei santi ha una sottolineatura spirituale specifica con la quale ha cercato di dare unità all'intera sua vita. In questo i santi sono come una traduzione attualizzata lungo i secoli di come si debba vivere almeno un aspetto del vangelo, sono un vangelo vissuto e testimoniato per noi. Ognuno di noi dovrebbe indagare quale virtù del Cristo più lo affascina per farne il centro propulsore della propria crescita spirituale, così come hanno fatto i santi. E non sarebbe errato scegliere quel santo che meglio l'ha attuato e farlo diventare nostro modello da imitare.
I santi: amici di Dio e degli uomini. Essi ora dimorano presso il Signore, nella gloria del cielo, ma sono consapevoli delle loro radici avute qui sulla terra. Hanno praticato lo sforzo ascetico per emendarsi dai loro difetti, hanno meditato a lungo sulla Parola di Dio, hanno chiesto perdono per le loro colpe, hanno pregato per ottenere la forza di vincere il maligno, hanno sofferto con gli uomini del loro tempo e alcuni di essi sono morti per testimoniare il Signore Gesù e la nostra fede. Sanno bene la fatica del divenire cristiani, giorno dopo giorno. Per questo, ora che sono presso Dio, come suoi amici, intercedono per noi e lo pregano ancora per i fedeli del suo Figlio. Noi sappiamo che possiamo ricorrere a loro e contare sulla loro intercessione, in forza della comunione dei santi che non si estende solo tra i membri della Chiesa terrena, ma si allunga anche fino alle soglie del cielo. Correggendo l'errore di molti che ai santi si rivolgono solo per chiedere grazie materiali, impariamo a domandare il progresso nelle virtù cristiane come essi hanno praticato: non sono dei mediatori del nostro benessere sulla terra (anche se a volte ci ascoltano perfino in questo) ma esempi che possiamo seguire da vicino, proprio perché compagni di vita e di fede. E per questo è cosa bella e giusta saperli pregare.
Ma la santità è ristretta solo ai cittadini del cielo? Non dimentichiamo che San Paolo chiamava "santi" i fedeli cui indirizzava le sue lettere perché resi santi dal Battesimo, dalla grazia dello Spirito e dalla Parola di Dio. Tutti noi, dunque, siamo santi e perciò chiamati a manifestare tale condizione con tutta la nostra vita.
E questo mi richiama ad un altro pensiero del quale spesso ci dimentichiamo: la santità "feriale" che molto spesso abbiamo visto (e dovremmo imitare) nei nostri "vecchi"; tanti papà e mamme, tanti nonni e nonne che ci hanno insegnato la via della fede, prima ancora che con le parole, con la loro vita di sacrifici e la testimonianza di fiducia nella provvidenza di Dio. C'é una "saggezza teologica" e una profondità di fede da fare invidia anche al più istruito dei dottori della dottrina cristiana: Una "sapienza cristiana" che è entrata nella loro carne anche se molte volte non la sanno esprimere con concetti elaborati come quelli dei teologi. Proprio in questo mese, il 16 ottobre, ricorreva la memoria del Beato Contardo Ferrini il quale ci propone questa sua riflessione: "Ah! quante volte la povera vecchierella della mia montagna che apprese a creder nel Figliuolo del fabbro ed ha conforto e lume in quella fede, potrebbe insegnare a voi e dire meravigliata le parole evangeliche: «Come! tu sei maestro in Israele e ignori queste cose?» (Gv.3,10). Donde tanto lume di Dio nelle anime sante, umili e semplici e senza farina di mondo, senza ingombro di libri? Donde tanto alto sentimento di lui? Quante volte, stanco d'una lunga giornata di cammino sui monti, assiso all'ombra d'un abete che mi difendeva dal sole cadente, ho ragionato col pastore dell'Alpi, colla povera donna, figlia della montagna! E ogni volta fui meravigliato e confuso: tanta era la sapienza della vita, tanto il senso della Provvidenza divina, tanto bassa la stima delle cose terrene, tanta la pace intima e il gaudio d'una vita intemerata! (...) Quanto infinito in quella madre solerte, che educa le generazioni venture e perpetua l'opera di Dio, onoranda per un sacerdozio nobile ed efficace; in quella venerabile canizie che narra ai nipoti le uniformi vicende di una vita lunga e povera, ma degna e intemerata".
C'è molta santità anche qui sulla terra. Tocca a noi saperla scoprire.
Don Felice