Nella prima lettera ai Corinti (9,16), Paolo afferma: “Guai a me se non predicassi il Vangelo!”. E’ il riferimento per la nostra vita di credenti. Diversi Giudei si erano avvicinati alla comunità cristiana di Gerusalemme, subito dopo la Pentecoste. Presto però devono lasciare la Città Santa; la lapidazione di Stefano aveva dato inizio a una persecuzione capillare; i cristiani dovevano essere scovati e condotti in tribunale. Tante persone della comunità cristiana lasciano i loro fratelli di fede, in particolare gli apostoli. Loro stessi li invitano a rifugiarsi lontano dalla Giudea.
Diversi di essi arrivano ad Antiochia, città molto conosciuta dell’Anatolia del sud, dedita al commercio; città molto ricca e vivace intellettualmente. Lì si recano dapprima nella sinagoga a raccontare di Gesù ai fratelli ebrei; poi si recano in piazza e dialogano con i greci, abitanti della città; erano tutti pagani. “E la mano del Signore era con loro e così un grande numero credette e si convertì al Signore” (Atti 11,21). Anche a noi il Signore chiede di annunciare e di testimoniare. Si diventa determinati a vivere secondo il Vangelo e a testimoniarlo agli altri quando ci si sente accompagnati quotidianamente dal Signore Gesù e dal suo Spirito. L’amore, gratuito e abbondante, che ci viene offerto chiede di essere messo a disposizione di coloro che incrociamo nella nostra esistenza quotidiana. Occorre oggi ridire il Vangelo con forza e convinzione. Occorre promuoverlo per amore del Signore e per amore di questo mondo in cui il Signore ci ha posto. Il nostro Arcivescovo Tettamanzi ci ricorda: “Una semplice pastorale di conservazione, oltre che ad essere sterile, si dimostra irresponsabile e oggettivamente peccaminosa, perché sorda alla voce di Dio e alla sua chiamata”. La formazione ad una fede adulta esige l’educazione a “pensare” la fede, a rafforzare, pertanto, con una consapevolezza che ci aiuta a “rendere ragione della speranza che è in noi”. Non esiste una fede vera che non sia una fede pensata, che evidenzi l’adesione d’amore al Signore Gesù. La missione ha essenziale e irrinunciabile bisogno di comunione; essa costituisce il fine e, in un certo senso, la sostanza stessa della missione. Ci conferma chi è il Signore Gesù e di quale qualità è la sequela del discepolo. Occorre promuovere e conservare la dolce e confortante gioia dell’evangelizzare, anche quando si semina, nonostante la sofferenza e le lacrime. Tante persone, spesso un po' smarrite, ricercano, a volte nell’angoscia, a volte nella speranza, di dare risposte alle domande che attraversano la loro esistenza. E’ necessario che abbiano a ricevere la Buona Notizia, non da evangelizzatori tristi e ansiosi ma da ministri del Vangelo, la cui vita dona speranza a motivo della gioia che, per primi, hanno ricevuto dal Signore Gesù. Forse diventa realmente necessario convertire il nostro cuore.
Don Peppino