È arrivato finalmente anche il nostro momento di festa che dà l’avvio al nuovo anno pastorale. Rispetto allo scorso anno possiamo celebrarla più sereni anche se sempre in obbedienza alle molteplici prescrizioni ministeriali ed ecclesiali.
Avverto in giro una gran voglia di festa, di vivere qualche momento assieme ad altri, di ritrovare amici e provare a vivere con gioia qualche ora del nostro tempo. Auspico proprio che la nostra festa degli “Amìis di Àsan” possa assolvere a tutte queste attese.
Come parroco responsabile della Comunità Pastorale cosa chiedo a questa festa patronale 2021?
1. La gratuità nell’offrirsi alla Chiesa.
Mentre imparo a conoscervi sempre meglio riparto convinto che ogni persona sia insostituibile, colma uno spazio vuoto che nessun altro prenderà. Se decidiamo di restare in disparte nessuno ci sostituisce, mancherà sempre il dono che come persone siamo. Riscopriamo in questa considerazione la bellezza della nostra presenza gratuita nella comunità cristiana. Nella Chiesa si impara ad offrire anche quel che non si ha, a mettere a disposizione anche ciò che non basta neppure per noi. Questa gratuità non aspetta che tutto funzioni, ma ha gratitudine del poco che possiede; perché ciò che conta non è mai un segno straordinario, ma autentico e discreto.
2. Il quotidiano: il punto di partenza da riscoprire e con cui fare pace. Spesso viviamo tutti come ad una finestra, guardando passare le nostre giornate piene con una desolante sensazione di vuoto. Il quotidiano è fatto di imprevedibile e di salto nella sorpresa. La più grande delle grazie è riuscire a vedere le cose della quotidianità dalla parte di Dio e sentire che ogni giornata è preparata per noi, senza esserci nulla di troppo e nulla di non abbastanza, nulla di indifferente o di inutile. In questo nuovo anno chiederei a tutti noi di smettere di trattare la nostra giornata come un foglio di agenda, senza attenzione, senza vedere in ciò che succede un'occasione. Impariamo a trasformare ogni cosa, ogni vicino, ogni stagione in un’occasione. Spesso viviamo bene le piccole speranze senza collocarle in una speranza vera, non sappiamo mettere le piccole gioie in una più grande gioia.
3. La fraternità vera.
Fraternità è il porsi di fronte all'altro, alle sue fatiche, ai suoi problemi, ai suoi ideali e camminare un po' con lui verso un reciproco accrescimento di vita. Mi impressiona considerare come nella comunità di Gesù non ci sono gli undici più Giuda, ma i dodici con Giuda per ricordarci che siamo segnati ogni volta dal limite che siamo, siamo tutti un tentativo di ricreare, una trasformazione in atto e ciascuno si deve convincere che il suo compito non è quello di conquistare Dio, ma di lasciarsi trovare. Siamo diversi in temperamento e mentalità, non ci sono nè perfetti, nè eroi, nè puri. Una fraternità richiede modestia, discrezione, riconoscenza per il valore che ognuno ha dentro. Non ci devono essere possessori della verità ma cercatori. Richiede che i responsabili siano al servizio degli altri e che la grandezza di una persona non si misuri su ciò che è evidente, ma nascosto.
Ripartiamo allora ... Arriveremo a luglio alla meta diventati più Chiesa e anche più uomini, uomini convinti che il meglio non è alle nostre spalle, ma è ancora davanti a noi e che quella Chiesa in cui viviamo ha i lineamenti e l'espressione del nostro volto. "Entra, ti aspettavamo da tempo", questo vorrei sentisse ogni persona che passa da noi, offrendogli l'attenzione del cuore, come ad un figlio stanco a cui non cerchi tanto di fare il bene ma di volergli bene!
Con tanto desiderio di incontrarvi
Don Giampietro