Festa della Comunità Pastorale... non per conservare, ma per rendere più bello!

Festa della Comunità Pastorale... non per conservare, ma per rendere più bello!
8 dicembre, certamente una data significativa per le nostre otto parrocchie: è la festa della nostra Comunità Pastorale.
Dopo due anni in cui è stata un po’ sacrificata dalle restrizioni dovute alla pandemia, quest’anno possiamo finalmente ritornare a viverla nella sua pienezza.

Colgo l’occasione allora per rilanciare il senso della nostra comunione di Chiesa e di parrocchiani provenienti da realtà parrocchiali diverse e provo a farlo coniando cinque verbi che possono indirizzarci e aiutarci a ripartire con maggior slancio.

1. Uscire
«Voi uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso (cfr Mt 22,9). Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada, “zoppi, storpi, ciechi, sordi” (Mt 15,30). Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo». In queste parole che papa Francesco aveva rivolto in occasione del convegno ecclesiale di Firenze del 2015 troviamo l'indicazione a tutti noi circa lo stile con il quale calarci nella logica delle Comunità Pastorale: quando si presentano nuove sfide, alla reazione istintiva di chiudersi, difendersi, alzare muri e stabilire confini invalicabili, rispondiamo con una prospettiva nuova: si può uscire con fiducia, trovando l’audacia di percorrere le strade di tutti, sprigionando la forza per costruire piazze di incontro e offrendo la compagnia della cura e della misericordia a chi è rimasto ai bordi. Vorrei che il vostro cuore battesse all’unisono con il mio nel prenderci a carico i fratelli che si sentono o si sono esclusi dalla comunità... andiamo a recuperarli!

2. Annunciare
«Rallegrati», dice l’angelo a Maria. L’annuncio ha da subito il sapore della “gioia”. Come la Vergine, sperimentiamo davvero la gioia del Vangelo. Annunciare è gioire, è aumentare la propria vita, è osare, è condividere, perché non esiste gioia che non senta il bisogno di essere condivisa.
Annunciare la gioia, non la paura: la gioia non è allegrezza da esibire, né superficialità, né senso di superiorità, né sarcasmo, né cinismo, ma profondità, leggerezza e umiltà. Sono veramente convinto che noi, che crediamo nel valore della Comunità, abbiamo qualcosa da dire a tutti; non lasciamo la parola solo a chi urla (spesso a sproposito) e a chi ha sempre da lamentarsi.

3. Abitare
È un verbo che, come viene mostrato anche nella Evangelii Gaudium, non indica semplicemente qualcosa che si realizza in uno spazio. Non si abitano solo luoghi: si abitano anzitutto relazioni. Non si tratta di qualcosa di statico, che indica uno “star dentro” fisso e definito, ma l’abitare implica una dinamica.
In tutto questo però, non si parte da zero. Un po’ di strada è stata percorsa in questi anni. Il cammino ulteriore che ci attende è un cammino che, come comunità, stiamo facendo da tempo, andando incontro alle singole esigenze di vita. Lo facciamo, consapevoli che l’abitare è anzitutto un “farsi abitare da Cristo”, perché solo a partire da qui può essere fatto spazio all’altro. Riprendiamo credendo fortemente alla forza delle relazioni.

4. Educare
Per educare occorre avere il cuore aperto. L’educazione è una scommessa laboriosa, fatta di rinunce, ascolto e apprendimento, i cui frutti si raccolgono nel tempo, regalandoci una gioia incomparabile.
Si realizza quando l’educazione cristiana, rischiando modi e forme sempre nuove, si conforma all’educare di Cristo. Tutti noi dobbiamo avvertire l’esigenza di promuovere cammini in cui educare, compiendo “esercizi” di umiltà, per accompagnare e non forzare i percorsi di crescita; “esercizi” di disinteresse e gratuità, per non legare a sé le persone ma orientare e proporre rispettando la libertà; “esercizi” di beatitudine evangelica davanti alla richiesta delle persone di non ricevere formule ma compagnia, senza “accademie della fede” ma con la forza di una testimonianza che trasmette la fede per attrazione.
Se la fatica di educare è evidente, tuttavia è sempre un compito bello e appassionante. Le sfide e le difficoltà infatti non mancano, anzi sono molte. Tali sfide dobbiamo percepirle come risorsa più che come problema, come opportunità per ripensare e rivedere alcune prassi, come sollecitazione al cambiamento.

5. Trasfigurare
Gesù nei suoi incontri quotidiani, nel suo sguardo sul mondo e l’umanità, non ha mai lasciato cose e persone come le aveva trovate, ma ha trasfigurato tutto e tutti. Ha fatto nuove tutte le cose. È il Signore che trasfigura, non siamo noi! Bisogna allora lasciarsi trasfigurare e non ostacolare l’opera di Dio in noi e intorno a noi, ma saperla piuttosto riconoscere e aderirvi. Percepire lo sguardo trasfigurante del Signore su di noi ci conduce a cogliere il valore dello sguardo sull’altro, come riconoscimento della sua storia di vita.
Trasfigurare è allora sguardo che cerca l’uomo, facendo emergere che non c’è umanità là dove si vive senza speranza e senza gratuità. In sintesi, trasfigurare è far emergere la bellezza che c'è, e che il Signore non si stanca di suscitare nella concretezza dei giorni, delle persone che incontriamo e delle situazioni che viviamo.

Ho iniziato a settembre il 4° anno in mezzo a voi... e ho dentro tanta voglia di una Chiesa nuova... perché Gesù non è venuto a conservare l’esistente, ma a renderlo più bello... Ci state?

Don Giampietro