Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta ma trasformata

Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta ma trasformata

Purtroppo la nostra società non vuole sentire parlare della morte: la si tiene nascosta ai bambini, parlando del defunto come di uno che se ne è andato e non torna più, parcheggiato in un luogo lontano che qualcuno chiama cielo, dando adito a tutte le affermazioni di incomunicabilità con chi ci ha lasciato. Per gli adulti, spesso, la si trasforma in uno spettacolo tipo "american funeral", con tutta la coreografia che lo accompagna.

Tutto  questo perché c'è chi non crede più alla risurrezione ed è la credenza di molti che pure si dicono cristiani. Ma in questo sta la grandezza della nostra fede, come afferma S. Paolo: (1Cor 15, 12 -18) "Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti?  Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato!  Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede.  Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono.  Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto;  ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati.  E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti.  Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini". 
La nostra fede si fonda su un fatto solido, testimoniato da persone che non avevano se non la prospettiva di perdere la loro vita nel dire che Cristo è risorto, come a loro (gli Apostoli) è capitato. Paolo parla di una fede "vana", cioè vuota e del fatto che noi siamo da compiangere più di tutti gli uomini se non teniamo certa questa verità: saremmo, infatti, gente che segue Uno che ha promesso cose mirabolanti (la vita eterna e il Regno dei cieli) e nemmeno per sé le avrebbe ottenute!

Il Triduo Pasquale che abbiamo celebrato è normativo per noi: ci parla della necessità del nostro corpo, del nostro vivere, come per Gesù che soffre nell'Orto degli Ulivi, della nostra morte come per lui sulla croce, del riposo nel sepolcro, come le nostre tombe, della gloriosa risurrezione, quella che ci attende nella patria del cielo. Per questo, la nostra fede dà onore anche alle spoglie del defunto. È il "transito" da una vita all'altra: una vita non tolta ma trasformata. Anche in questo S. Paolo è preciso: (1 Cor 15, 35-44) "Ma qualcuno dirà: «Come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?».  Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore;  e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco, di grano per esempio, o di altro genere.  E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo.  Non ogni carne è la medesima carne; altra è la carne di uomini e altra quella di animali; altra quella di uccelli e altra quella di pesci.  Vi sono corpi celesti e corpi terrestri, ma altro è lo splendore dei corpi celesti, e altro quello dei corpi terrestri.  Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle: ogni stella infatti differisce da un'altra nello splendore.  Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile;  si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza;  si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale". È evidente, per noi, la difficoltà a credere tutto questo, perché siamo legati alla nostra sensorialità: noi non abbiamo esperienza diretta di quanto afferma la nostra fede ma soltanto la promessa data dal Signore Gesù: (Giov. 14, 2-4)  "Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l'avrei detto. Io vado a prepararvi un posto;  quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io". Così il credente sa che il nostro povero corpo mortale sarà reso glorioso come il corpo del Signore Gesù, simile a quello che ha mostrato agli Apostoli la sera di Pasqua. Il legame tra morte e risurrezione viene reso ancora più evidente dal fatto che Cristo porta su di sé i segni della sua passione: è la prima cosa che fa quando appare agli Apostoli, dopo aver augurato la pace: mostra loro le mani e i piedi e la ferita del costato. Noi, come diceva già S. Tommaso d'Aquino, portiamo nell'altra vita  la concretezza di questa, vissuta sulla terra: nulla viene cancellato se non il peccato e la nostra finitezza.

Qui prende valore anche la cura del corpo del defunto, cura che la Chiesa ha sempre dimostrato, attraverso la celebrazione delle esequie nei suoi riti elaborati lungo i secoli: sepoltura e cremazione non sono un nascondere alla vista umana la povera salma del defunto o il gesto di un addio ineluttabile, ma un atto di fede perché il credente  viene accompagnato alla sua nuova dimora: "In paradisum  deducant te angeli" cioè: gli angeli ti accompagnino in paradiso, come se fosse un corteo trionfale nel quale il fedele di Cristo prende posto nella sua nuova ed eterna dimora. È un cammino iniziato nel giorno del nostro Battesimo; ed è per questo motivo che all'inizio del rito viene aspersa la salma con l'acqua santa; ed è un cammino glorioso, nonostante la nostra debolezza che si è mostrata nei nostri peccati, che dà diritto a ricevere l'incenso, onore riservato a Dio e ai suoi fedeli. Mai separare corpo ed anima!

Occorre che i credenti rielaborino la memoria della vita eterna che non è solo "dopo" ma è già presente "adesso" a santificare giorni ed atti della nostra esistenza terrena. Occorre tornare a credere che la scomparsa di una persona non è soltanto fatto privato dei suoi famigliari ma un avvenimento che l'intera comunità vive con la condoglianza del dolore, la partecipazione nella preghiera, la vicinanza ai dolenti, con il "perdere" tempo nel commiato, non dire parole di pura circostanza e spesso insulse: questo è "dare corpo" alla nostra fede. I riti delle esequie son strumento di relazione e di vicinanza, come deve avvenire in una comunità di credenti. Tutto questo, poi, viene confermato dalla nostra fede che dice la possibilità di comunicare con i nostri defunti: noi preghiamo per loro ed essi intercedono per noi presso il Padre. Noi non facciamo solo memoria degli esempi che ci hanno lasciato ma abbiamo la certezza della loro viva presenza presso il nostro Dio che permette ai nostri cari di  ispirarci sentimenti di fede e di condurci sulla via della perfetta obbedienza ai comandi di Dio: essi intercedono per noi.

Per continuare la nostra meditazione sottopongo alla vostra riflessione queste parole di S. Massimo, Vescovo di Torino: "La risurrezione di Cristo apre l'inferno. I neofiti della Chiesa rinnovano la terra. Lo Spirito Santo dischiude i cieli. L'inferno, ormai spalancato, restituisce i morti. La terra rinnovata rifiorisce dei suoi risorti. Il cielo dischiuso accoglie quanti vi salgono. Anche il ladrone entra in paradiso, mentre i corpi dei santi fanno il loro ingresso nella santa città. I morti ritornano tra i vivi; tutti gli elementi, in virtù della risurrezione di Cristo, si elevano a maggiore dignità. L'inferno restituisce al paradiso quanti teneva prigionieri. La terra invia al cielo quanti nascondeva nelle sue viscere. Il cielo presenta al Signore tutti quelli che ospita. In virtù dell'unica ed identica passione del Signore l'anima risale dagli abissi, viene liberata dalla terra e collocata nei cieli.  La risurrezione di Cristo infatti è vita per i defunti, perdono per i peccatori, gloria per i santi".

A questo punto possiamo farci alcune domande:

  • La storia della tua vicinanza ai defunti: come l'hai vissuta? Come sei stato educato? Come stai educando?
  • La cura del corpo dei tuoi cari defunti: delicatezza, indifferenza, oblio?
  • La comunità civile e cristianastanno vicine a chi soffre per un lutto? Sono forme adeguate?
  • "Pastorale della vicinanza": Pastorale delle distanze che si accorciano. Come ci prepariamo come singoli e come comunità?
  • I nostri linguaggi - personali e liturgici -si stanno svecchiando?
  • Condividiamo sul serio il dolore altrui con tempo adeguato? O seguiamo solo formalità e pratiche?

don Felice