Elia il Tisbita, uno di quelli che si erano stabiliti in Galaad, disse ad Acab: «Com'è vero che vive il Signore, Dio d'Israele, che io servo, non ci sarà né rugiada né pioggia in questi anni, se non alla mia parola».
La parola del Signore gli fu rivolta in questi termini: «Parti di qua, va' verso oriente, e nasconditi presso il torrente Cherit, che è di fronte al Giordano. Tu berrai al torrente, e io ho comandato ai corvi che là ti diano da mangiare». Egli dunque partì, e fece secondo la parola del Signore; andò e si stabilì presso il torrente Cherit, che è di fronte al Giordano. E i corvi gli portavano del pane e della carne la mattina, e del pane e della carne la sera; e beveva al torrente. Ma di lì a qualche tempo il torrente rimase asciutto, perché non pioveva sul paese. (1Re 17)
Anche noi siamo in un tempo di "carestia" come il profeta: la pandemia, la guerra, le difficoltà economiche, ci fanno sentire gente che non ha più molte sicurezze. Quale può essere il nostro torrente Cherit, come quello presso il quale Dio invia Elia?
Ecco quello che per noi possono significare questi giorni di adorazione eucaristica, quelli che stiamo per vivere nelle nostre comunità. Anche a noi vengono portati cibo e bevanda che salvano la nostra vita: il Corpo e il Sangue di Cristo.
Abbiamo, però, bisogno di comprendere qualche cosa in più di quanto solitamente abbiamo capito. Innanzitutto che lo scopo prevalente di questa attività di culto non è quella che nei secoli si è venuta affermando di sottolineare la reale presenza del Signore Gesù ma la sua volontà di incontro di dialogo con noi. Nella adorazione eucaristica devo essere convinto che vado a incontrare una persona viva e non solo un "segno" sacramentale della sua presenza. Se guardo l'Ostia consacrata io non devo vedere un feticcio ma il Cristo vivente che mi vuole incontrare, fare comunione di vita con me. Troppe volte noi vogliamo essere i primi attori della nostra fede: le nostre buone azioni, l'obbedienza ai comandamenti, le opere di carità ci rendono un po' Farisei, pretenziosi verso in Dio che deve riconoscere che siamo suoi bravi figli. Dimentichiamo che è stato Gesù che si è mosso per primo per venirci incontro "quando eravamo ancora peccatori" (S. Paolo): l'iniziativa è sua, è Lui che vuole fare comunione con noi anche se siamo indegni di Lui.
Ma allora, perché non parla? Il silenzio dell'Ostia consacrata ci chiede di comprendere che in Gesù tutto è già stato detto dal Padre: egli è l'Amen definitivo per la storia e la vita degli uomini, la parola esaustiva che è stata pronunciata da Dio per la nostra salvezza. È un po' come per la comunione eucaristica nella quale pensiamo di "possedere e catturare" il corpo di Cristo, invece che pensare ad un incontro di persone dove il Cristo non ha solo il compito di ascoltare quello che gli diciamo o chiediamo. Il silenzio dell'Eucaristia ci invita soprattutto ad indagare il mistero più che ascoltarne il messaggio per tradurlo a servizio della fede. Il Cristo eucaristico non è solo uno cui si può parlare ma prima di tutto uno che si può ascoltare. Dopo il Cristo "Amen del Padre" non è più possibile alcun discorso salvifico diverso da quello che è stato detto prima di Lui e in Lui e il suo silenzio è eloquente; Egli infatti è la parola definitiva che è pronunciata per provocare l'uomo ad una risposta di assenso o di rifiuto; ed è l'unico luogo entro il quale si può situare il dialogo con Dio.
Se il dialogo silenzioso tra il credente e il Cristo eucaristico sta ad indicare che l'uomo può incontrarsi veramente con il suo Salvatore solo con un atteggiamento di "gratuita" accettazione, (il Cristo deve essere accettato per quello che è, prima ancora che per quello che dice o fa) diventa per ciò stesso anche la norma ultima a cui i credenti devono attenersi nello svolgere la loro missione salvifica nel mondo.
È quanto il profeta Elia ha compiuto nel suo vivere sulla sponda del torrente Cherit, in silenzio, prima di andare a salvare la vita della vedova di Sarepta di Sidone e di suo figlio, e facesse tornare la pioggia per dare fine alla carestia.
Mettiamoci, dunque, davanti alle Sacre Specie consacrate e diciamo, come Samuele "parla, Signore che il tuo servo ti ascolta" e chiediamo che termini questa carestia di fede che affligge il nostro tempo e i nostri fratelli.
Don Felice