Riprendiamo dopo la pausa forzata dovuta alla pandemia, le nostre convocazioni comunitarie per continuare a crescere nella dimensione di fede attraverso la riflessione e il confronto tra noi.
L’argomento scelto per questa prima giornata della Comunità segue le indicazioni dell’Arcivescovo che ha espresso il suo desiderio di veder camminare quest’anno la Diocesi confrontandosi sul tema della preghiera.
Circa questo momento essenziale della vita di ogni cristiano si potrebbe partire da tantissimi punti di vista; noi come diaconia allargata vi proponiamo un punto prospettico molto mirato: non stiamo dando troppo per scontato che per la vita di noi cristiani del 2022 la preghiera sia ancora quell’elemento così fondamentale per la propria fede? Se dovessimo chiedere a ciascuno di voi: “a cosa serve la preghiera? Perché preghi” ... troveremmo risposte adeguate?
Terremo sullo sfondo il brano di Gv 21,1-19 dove ci lasciamo trasportare per ritornare anche noi a proclamare con gioia: “È il Signore!”.
Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: "Io vado a pescare". Gli dissero: "Veniamo anche noi con te". Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: "Figlioli, non avete nulla da mangiare?". Gli risposero: "No". Allora egli disse loro: "Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete". La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: "È il Signore!". Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: "Portate un po' del pesce che avete preso ora". Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: "Venite a mangiare". E nessuno dei discepoli osava domandargli: "Chi sei?", perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.
Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: "Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?". Gli rispose: "Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene". Gli disse: "Pasci i miei agnelli". Gli disse di nuovo, per la seconda volta: "Simone, figlio di Giovanni, mi ami?". Gli rispose: "Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene". Gli disse: "Pascola le mie pecore". Gli disse per la terza volta: "Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?". Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: "Mi vuoi bene?", e gli disse: "Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene". Gli rispose Gesù: "Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi". Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: "Seguimi".
Dio non si merita, si accoglie.
La nostra vita odierna, piena di paure e preoccupazioni, ha un cliché che ci accomuna: il ritorno di tutti al lavoro, alle nostre occupazioni quotidiane. E ciascuno lo fa normalmente pensando che è un nostro impegno, un nostro dovere per guadagnarci la vita ... come lo ha pensato anche Pietro quella mattina in cui credeva di riprendere la vita abitudinaria dopo la grande delusione della crocifissione del Maestro. Invece ecco la grande sorpresa: il ritorno alla nostra quotidianità è abitato anch’esso dal Signore!
Cosa allora lecitamente ci può portare a pregare? Da cosa può prendere avvio allora la preghiera?
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Dalla consapevolezza che non esiste soltanto il “già accaduto”, è il vivere che è chiamato a diventare “ordinaria risurrezione” mentre faccio il genitore, il professionista, il laico corresponsabile impegnato.
Dall’evidenza che in ogni momento Gesù “ci precede”. Lui di ciascuno di noi sa qual è “l’orario giusto”. Il riconoscimento avviene con un po’ di fatica, perché quelli in cui Gesù mi incontra non sono momenti “straordinari”, ma quelli di sempre. La preghiera ci aiuta ad entrare con fiducia nella quotidianità consapevoli che nelle stesse cose di prima, in cui non si ripone più grande speranza, si possa sempre rivelare del nuovo. Gesù sta esattamente “nelle cose scontate”.
3. Dall’ammettere che la vita cristiana non posso costruirla su quello che io sono capace di fare per Dio, ma su quello che Lui fa per me. L’essenza della vita di fede non sono le mie opere, ma Dio e la sua opera... La mia storia è salva perché Dio ama!
Ritrovo in queste affermazioni un motivo per iniziare a pregare?
La forza della debolezza
Gesù chiede con disarmante chiarezza una parola di tenerezza, quasi volesse sentirsi dire: “Ti voglio bene”. Pietro si aspettava forse qualche “rimprovero”, invece neppure l’ombra della sfiducia. La delicatezza di Gesù sgretola Pietro.
La possibilità quotidiana di rimettersi in piedi sta nella capacità di non perdere mai la possibilità di ricevere amore. Ogni storia, anche quella di Dio, finisce sempre con una richiesta d’amore... questo è sorprendente.
Perché non posso fare a meno della preghiera?
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Perché facendo spazio a Gesù nella preghiera non viene meno l’intensità dell’amore, semplicemente aggiungo anche altri ... Non dovrebbe essere sempre così in ogni esperienza d’amore che vivo? Qui c’è la consapevolezza di essere sempre preceduti da Lui nell’amore e ti senti invitato a rinascere nei luoghi ordinari della vita, anche nei momenti più bui ...
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Perché accanto allo spazio dello smarrimento, del dolore, della paura, della vergogna, c’è anche lo spazio in cui siamo “faccia a faccia” io e Lui. In quel “seguimi” c’è l’augurio che tutte le circostanze della vita possono quotidianamente far partire i segni di quotidiane resurrezioni ... per rendere bella la storia del mondo anche se nessuno scriverà mai di noi.
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Perché alla nostra paura di pregare per non sentirci domandare da Gesù: “Pietro, mi posso fidare?”, Lui mi fa capire che gli importa soltanto sapere se lo amo. E alla nostra obiezione: “Ma chi sei, Signore?” Lui risponde donando la gioia d’amare.
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Perché a Gesù basta il “Mi ami tu?”.
Di conseguenza:
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Quando faccio l’esperienza di essere fragile e incoerente, incapace di mantenere le promesse..., Gesù ci chiede: “Mi ami tu?”
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Quando siamo a tu per tu con un fallimento, un insuccesso, una cocente delusione..., Gesù continua a chiederci: “Mi ami tu?”
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Perché a Gesù sembra che non interessi la nostra serie infinita di disastri... ogni volta torna a chiederci: “Mi ami tu?”.
È una domanda che ogni volta ci restituisce la dignità e la gioia di poter dire: “ti amo”.
Al termine di questo dialogo, Gesù ci conferisce un nuovo mandato: “Pasci le mie pecore”. Qui restiamo disarmati perché le nostre piccolezze diventano una risorsa, una nuova occasione che fa dire a Gesù: “Di te posso fidarmi, perché hai sbandato, ma ti sei ricentrato sull’amore”...
Se la preghiera è originata da queste motivazioni... cosa mi fa veramente paura del pregare?
Prego perché vivo, vivo perché prego (R. Guardini)
Ci è data la grazia di riprendere il tracciato del nostro cammino, dove le fragilità rimangono, così come le lacune, le lentezze, le paure della nostra chiesa. Ma avvertiamo che non può fermarsi qui il viaggio della nostra vita... “È il Signore!” ... quel Gesù lì non voglio farmelo scappare.
Quale vantaggio porta la preghiera nella mia vita?
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La preghiera non è il primo atto dell’uomo; prima di essa c’è un’esperienza, un grido, la pressione del dolore, la passione dell’amore, l’esplosione della gioia, lo sfregio della paura. La preghiera nasce dalla vita come supplica o come canto, come desiderio, perfino come lite con Dio. Quindi... bisogna essere molto vivi, amare molto la vita per pregare bene!
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La preghiera viene prima delle parole, prima di noi: nasce con il grido di chi entra nella vita, con la fame di vivere di tanti disperati, con la paura di morire di tanti sofferenti, con la richiesta di giustizia di tanti oppressi. Quindi ... bisogna far entrare nella nostra la vita del fratello che ci sta accanto per pregare bene! Con la preghiera accresco la famiglia che amo!
Pregando, capisco che cresco anche in umanità?
Conclusione: l’opera più difficile...
Quale pensate sia l’opera più difficile per un cristiano oggi?
Forse la vita comune in famiglia e in parrocchia? ... Prima o poi impareremo a volerci bene!
Forse la fedeltà negli affetti? ... Il cuore di ciascuno prima o poi avverte la necessità di “trovare una casa” stabile e definitiva.
Forse sapere tutto su Dio per poter parlare di Lui con correttezza? ... Ci sono tanti libri di teologia, tanti dibattiti su Dio, tanti convegni che spiegano il suo agire.
Io credo che l’opera più difficile sia invece quella di pregare dando del “tu” a Dio... il “perché” è semplice: è difficile accettare di passare tutta la vita con il Padre in casa!