Nel 1864, in appendice all’enciclica di Pio IX “Quanta cura”, si fece l’elenco dei “principali errori della nostra epoca”. In maniera decisa si condannò la tesi: “Il Romano Pontefice può e deve col progresso, col liberalismo e con la moderna città venire a patti e conciliazioni”. Era una scelta che tendeva ad escludere un’eventuale apertura a tutte le forme della modernità; andava sviluppato un discernimento; era opportuno non assumere acriticamente le tesi più fragili e meno in linea con il pensiero della Chiesa. Certo al di là delle intenzioni, spesso questa dichiarazione diventò il riferimento per la bocciatura di tutto ciò che era innovativo.
Nel 1965, passati più di cento anni, la Costituzione pastorale “Gaudium et spes” del Concilio Vaticano II mutava chiaramente l’approccio alla modernità. La Chiesa dichiarava la sua scelta di voler partecipare pienamente alla vita e alla storia degli uomini, alle loro gioie, alle loro attese, alle loro intuizioni; e questo senza rinunciare a dichiarare la propria estraneità e la propria diffida rispetto ai movimenti di pensiero e a scelte conseguenti che non mettevano l’uomo e il rispetto di Dio come riferimento alto del proprio agire. L’intenzione, però, era molto chiara: era decisivo cercare di comprendere sempre tutto ciò che innovava usi e costumi, avendo l’intenzione di apprezzare e di valorizzare quanto di buono si proponeva; le eventuali prese di distanza dovevano sempre essere percepite all’interno di un sincero amore per l’umanità e per la storia degli uomini.
Eventi drammatici hanno attraversato anche questi ultimi anni: la guerra in Ucraina, ad esempio, ha evidenziato grandissime differenze di pensiero, anche tra Chiese che si riferiscono allo stesso Signore Gesù. Rischiamo di sentirci impotenti rispetto alla complessità dei processi in atto. Tutto questo ci può indurre a un senso di sgomento di fronte alla difficoltà a reggere le sfide poste dalla modernità. La nostra vita sociale però è luogo di una possibile convivenza virtuosa che si costruisce continuamente, anche a partire dal nuovo e dal diverso; la vita sociale, che accompagna i nostri giorni, ci propone il coordinamento di due tensioni che arricchiscono e rallegrano la vita dell’uomo: la fatica all’apertura e la serenità data dal riconoscerci capaci di un identico cammino.
S. Ambrogio le caratterizzava così: “è fondamentale cercare sempre il nuovo e custodire sapientemente ciò che si è conseguito” (“De Paradiso” 4, 25). Certo noi percepiamo chiaramente la fatica di costruire positivamente una cultura nuova di fraternità. Ci sono comunque esperienze molto positive e intense a questo riguardo. Personalmente conosco bene e apprezzo l’esperienza di fraternità ecumenica proposta e vissuta nel Monastero di Bose.
L’apertura al nuovo, l’apertura all’altro non è solo questione di un buon cuore, di buoni sentimenti; è la promozione di una capacità di integrazione, che rifugge dai soli principi; è imprescindibile per una comunità cristiana. Va coniugato con profonda libertà interiore e la determinazione che non ci rende spettatori passivi di una società che muta e che, a volte, sembra allontanarsi dai principi che sorreggono la nostra vita.
Noi scegliamo di promuovere spazi ed esperienze di confronto e di dialogo.
Don Peppino