Che cosa attendo?

Che cosa attendo?

Quando Giovanni Battista, dal carcere, «avendo sentito parlare delle opere del Cristo», mandò i discepoli ad interrogarlo, per cercare conferma. Addirittura espresse un dubbio:

«Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?»

Il contrasto è forte, è sorprendente ed insieme allarmante. Il profeta severo del deserto, che non si piega da ogni parte secondo come spira il vento delle umane opinioni, che al contrario si oppone come muro di bronzo alle vie percorse dal suo popolo, colui che non chiede autorizzazione ai comuni modi di sentire e di dire, ma proclama con fermezza la nuova via aperta dal cielo, quest’uomo ora sembra dipendere da ciò che sente dire di Gesù. È ridotto ad invocare una parola di rassicurazione.

Se l'unica immagine di Giovanni a noi offerta fosse quella della «Voce che grida nel deserto», ne avremmo forse ammirato la straordinaria libertà e sicurezza, ma avremmo insieme concluso che non ci è possibile il confronto tra la sua condizione e la nostra. Noi non ci sentiamo innanzitutto «voce», ci avvertiamo soprattutto “carne e sangue”. La fermezza del nostro essere «voce» è infatti continuamente incrinata, come una canna appunto, dall'opacità e dalla vulnerabilità della “carne e del sangue”.

Non occorre neppure una grave malattia, basta un piccolo malumore, basta la ferita arrecata da un’offesa, basta anche un banale malessere, perché quella «voce», quel testimone, che dovrebbe gridare la parola di Dio e aprire una strada pur in mezzo ad una terra deserta, diventi in noi incerta.

Ma questo Giovanni che, chiuso in carcere, deve nutrirsi di vaghe voci riportate di seconda mano e deve egli stesso interrogare per ritrovare certezza, ci appare all'improvviso molto vicino, molto umano. Anche in questo assomiglia al suo Maestro: egli insegna non soltanto mediante le parole proclamate, ma anche e non marginalmente attraverso le cose patite.

Possiamo immaginare molto facilmente come, alla coscienza di Giovanni, il fatto di dipendere dalle voci ascoltate e di dover chiedere conferma per un dubbio, dovesse apparire quasi una smentita di tutto il suo cammino precedente: “Era vera la mia sicurezza di un tempo?”. Era davvero opera dello Spirito di Dio quell'impeto con cui investivo le folle e scuotevo gli incerti? Non è stata tutta un'illusione? Com’è possibile che, avendo cominciato con tanta forza, ora mi riduca a mendicare conforto da quelli che ho intorno?

Tutti però abbiamo conosciuto poi anche momenti (e forse più diffusi) in cui la certezza di un tempo sembrava svanita nel nulla, e tutti intorno a noi ci parevano più attendibili e sicuri di quanto non fossimo noi stessi ai nostri propri occhi. La mutazione dello spirito appare tanto più sorprendente ed allarmante, quando a confinarci in un “carcere” sembra essere proprio l'incauta certezza di pensieri ed atti precedenti.

È questa la prova della speranza: la prova cioè attraverso la quale soltanto la speranza può davvero confermarsi quale virtù teologale, virtù che poggia esclusivamente sulla grazia di Dio accolta nella fede, e non invece sulle fortunate circostanze della vita e sul fortunato carattere della nostra persona. La prova, però, è aperta anche all'altro esito: quello cioè di sancire la qualità scadente della speranza, e di convertire dunque allo scetticismo, alla paura, al triste proposito di non esporsi più di tanto.

Di fatto, sembra che proprio questa sia la lezione che troppo spesso noi apprendiamo dalle prove a cui è sottoposta la nostra speranza. Un'altra volta (così concludiamo) starò più attento. Più attento, s’intende, a parlare, ad esprimermi, a compromettermi; ma soprattutto più cauto nell’affidarmi a quella «voce», sovrana e insieme sfuggente, che parla in nome della giustizia, della verità, e alla fine di Dio stesso.

Giovanni in carcere è certamente insidiato dal dubbio di aver corso invano. Ma non si abbandona però a questo dubbio, non cerca di tacitarlo con solitari propositi circa il suo futuro; non cerca in alcun modo di inventarsi un futuro più modesto, ma insieme più sicuro e più suo. Giovanni accetta la prova, accetta di tornare ad essere discepolo, dopo aver tanto insegnato e manda ad interrogare il Maestro.

Gesù loda il profeta, anzi dice che è «più che un profeta». Così accade sempre, anche per chi non è profeta: «Il più piccolo nel regno dei cieli (infatti) è più grande di lui». Dunque anche «il più piccolo», tra quelli che accolgono il regno dei cieli, dovrà ricordare che la stima del Maestro a suo riguardo non sarà fatta conoscere a lui, ma ad altri. Egli dovrà accontentarsi di quest'altra beatitudine: «Beato colui che non si scandalizza di me».

Don Luigi