La Speranza oltre la Sofferenza e la Morte

La Speranza oltre la Sofferenza e la Morte

Don Francesco Scanziani, teologo della Facoltà di Milano e docente nel Seminario Arcivescovile di Venegono Inferiore – lo ascolteremo in un video che sarà trasmesso a Masnago nella serata di venerdì 7 maggio – aggiunge all’argomento principale un sottotitolo: “Appunti teologici per un silenzio credente.” Suggerisce un atteggiamento importante: occorre far crescere in noi una profondità di pensiero che riesca a fare luce alle domande che istintivamente ci nascono dal cuore nei momenti della sofferenza, nei momenti di lutto.

“Signore, perché?”, “Perché proprio a lui, a lei?”, “Perché proprio a noi?”.

Occorre scegliere di soffermarsi dentro ogni situazione, con profondità, di non sottrarsi alle domande. La risposta che viene sintetizzata e offerta alla comunità cristiana, dopo il Concilio di Trento, poggia su due indicazioni molto chiare: la morte è la separazione, spesso dolorosa, quasi sempre traumatica dell’anima, del nostro spirito dal corpo; è una conseguenza del peccato dell’umanità, rappresentata, nel libro della Genesi, da Adamo.

È una indicazione che non sembra però farsi carico del dramma che la morte evidenzia nel cuore di donne e uomini di ogni tempo, nella riflessione di ogni credente. Quando si parla dei Dieci Comandamenti, delle Dieci Parole che Dio ha lasciato a Mosè, noi percepiamo di non riuscire a capirli se non attraverso le modalità con cui Gesù le ha incarnate; così avviene anche per la questione della sofferenza e della morte. È necessario guardare a Lui. Occorre comprendere quale “buona notizia”, quale pezzo di Vangelo il Signore vuole donarci attraverso la sua morte sulla croce.

Guardando a Lui si imparano parole importanti sulla morte e, così facendo, ci si educa a vivere con saggezza. Occorre tornare ad ascoltare con profondità la Sacra Scrittura. C’è una domanda che si concretizza a volte nel nostro cuore: ma perché Dio ci fa dono della vita per poi permettere che questa vita si consumi arrivando alla morte?

La risposta può nascere alla luce della morte di Gesù. La lettera agli Ebrei ci conferma:

Gesù muore per ridurre all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita.” (Eb 2,14-15).   Gesù, nel Getsemani, sceglie di vivere fino in fondo la dolorosa volontà del Padre. Anche Lui fatica a entrare nella logica di chi l’ha inviato sulla terra e sussurra, in preda a sofferenza e paura: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”.

Soffre tremendamente il disagio di una morte così violenta; riesce però a porsi nelle braccia del Padre. Parte da una certezza: “Io e il Padre siamo una cosa sola”.

È molto esplicita al riguardo la parabola dei vignaioli omicidi:

«Ma quei contadini dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra!”. Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna. Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. Non avete letto questa Scrittura: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi?» (Mc 12, 7-11).

Il Padre manda il figlio per rinnovare l’alleanza con i vignaioli, ma essi lo uccidono; non lo manda per farlo morire, ma perché anche i vignaioli si aprano alla loro salvezza. Gesù assume l’atteggiamento che, nella Scrittura, già Giobbe aveva assunto, quello del silenzio credente, quello di affidarsi comunque al Signore che afferma, con la risurrezione, che la morte non ha l’ultima parola. L’ultima parola è l’amore che sulla terra ci pone in comunione e diventerà un profondo abbraccio, per sempre, per coloro che abbiamo amato; e questo avverrà nella pace alla presenza del Signore.

L’amore donato, nel nome di quel Gesù che, per primo, ha donato sé stesso, non scomparirà e sarà vissuto con l’intensità propria di Chi ha donato tutto sé stesso per noi. Senza lo sguardo di Gesù, la sofferenza e il lutto rimangono inconsolabili. Anche un cristiano non conosce alcuna strada che aggiri il dolore, ma piuttosto una strada, insieme con Dio, che lo attraversi. Le tenebre, provocate dal dolore, non sono l’assenza di Dio, ma il suo nascondimento; e noi continuiamo a ricercarlo e lo troviamo nuovamente.

Don Peppino