"Sii presente al tuo presente": intuizioni filosofiche e psicologiche sulla morte

"Sii presente al tuo presente": intuizioni filosofiche e psicologiche sulla morte

Siamo giunti al terzo passo del nostro percorso circa il morire alla luce della speranza cristiana.

Dopo aver analizzato il tema della morte nei passi biblici dei libri sapienziali, e aver chiesto alla riflessione teologica di guidarci in una risposta alla luce della fede, ora è il momento di farci aiutare dalla visione filosofica della morte e dalle scienze umane della psicologia. Ci aiuterà in questo passo il prof. Marco Agostani.

Lui parte da quanto la scrittura ci consegna nel libro di Ester dove si evidenzia che il male sembra insormontabile, e l’autore lo ingigantisce… finché lo stesso male resta vittima di se stesso e viene spazzato via come un castello di sabbia. L’ironia permette di vedere il male nella sua fragilità: rileggo la storia e me stesso, affinché io possa vedere il mio presente e viverlo, anche quando si presenta come impresentabile.

Anche san Francesco usa l’ironia: chiama “sorella” la morte.

Ogni persona – giovani compresi – sono unici e irripetibili e quindi ciascuno reagisce in modo diverso.

Dalla psicologia del profondo (vedi Freud) sappiamo che la coscienza è episodica: la parte di noi di cui non siamo coscienti ci determina. Noi assorbiamo dal mondo circostante tanto: valori, colori, odori, rumori, sensazioni, gestualità, leggi scritte e non scritte. Anche degli “archetipi” (l’archetipo di padre, o di madre…) o “l’inconscio collettivo”. Il tutto vissuto in storie personali, uniche, che rielaboriamo e riconsegniamo alle generazioni seguenti.

Che esperienza si fa oggi della morte? Cosa vediamo oggi dei morti? La morte non è più vista da vicino, non è più parte integrante della vita. Ma – benché occultata – ci determina. E viene spettacolarizzata. Non la conosciamo realmente, e così la immaginazione la ingigantisce. Si moltiplicano gli omicidi visti sullo schermo.

Ma non riusciamo a scegliere di vivere il presente. Perché la morte darebbe senso al tempo, dandole un confine, e indurrebbe a scegliere cosa fare del tempo. Nascono così alcune considerazioni:

  • Chi vive il senso del lutto? Come può viverlo? Essere presenti al proprio presente, cogliere la propria situazione.
  • Per essere, l’essere ha bisogno di tempo, di cura di me, di conoscenza di me, del mio tempo.
  • Non serve, invece, l’eccesso di cura, nel vano tentativo di rimanere giovani.
  • Oggi manca la ironia, che ci sosterrebbe nel dare realtà al nostro incontro con la morte.
  • Il profondo dell’uomo resta sconosciuto, ma è certo che noi impariamo tanto da ciò che vediamo da altri, dal nostro ambiente.

Morte è tutto ciò che ci divide: dagli affetti, dal corpo, da noi stessi, dagli altri. In noi ci sono anche pulsioni di morte (vedi i primi capitoli di Genesi). E siamo divisi.

In principio la morte non c’era e alla fine non ci sarà; la morte è solo una parentesi nella storia.

I giovani si sentono imprigionati nella loro storia, in questa storia.

L’essere umano è fuori dalla sfera dell’utile: ciò che ci determina non è ciò che acquisiamo (l’avere, il mangiare, il bere… la sola sopravvivenza), bensì gli eventi (oltre la sfera del razionale).

Cosa rende leggero il mio cuore? Essere protagonista del mio istante.

Ciascuno è chiamato ad essere presente al mio presente. A questo mi conduce sorella morte: sii presente al tuo presente.

… l’argomento si fa sempre più intrigante ed appassionante …

Don Giampietro