Il 4 novembre è la festa di San Carlo Borromeo (1538-1584), figura di spessore, che ha lasciato una traccia notevole nella Chiesa del dopo Concilio di Trento e nella Diocesi di Milano, che ha servito da arcivescovo con grande forza e amore. Non intendo qui riassumere la sua vita, ma spiegare con semplicità le opere artistiche in cui è raffigurato San Carlo nella chiesa di Lissago e in quella di Velate. Alcuni particolari simbolici ci aiutano forse a conoscere meglio San Carlo e a vivere la nostra fede con più convinzione.
LA PARROCCHIA DI LISSAGO ha come patrono San Carlo. Il Patrono è una figura di protezione e di riferimento per i fedeli e anche di esempio cristiano da imitare. Nella chiesa di Lissago, edificata nel 1647, troviamo tre opere significative sul Santo.
Sul mosaico esterno (Longaretti, 1961), a sinistra del portone d’ingresso, e sulla statua interna (Speluzzi, 1902), realizzata in gesso e collocata sull’altare di sinistra, si osservano degli elementi iconografici tradizionali. San Carlo indossa l’abito cardinalizio rosso porpora con la mantellina sulle spalle da cui spunta la cotta bianca e la talare con i bottoni e le scarpe ai piedi. Questa “divisa”, con minime varianti, è indossata anche ai nostri giorni dagli attuali cardinali! Vediamo ora gli elementi comuni del mosaico e della statua.
Il tricorno é un particolare cappello con tre “creste”, che richiama la presenza del Dio trinitario, che è Padre, Figlio e Spirito Santo e che il pastore deve servire e annunciare. Il cappello ci ricorda che il vescovo è un missionario di Dio e l’originale copricapo lo richiama simbolicamente ai fedeli. L’aureola è come un cerchio dorato di “luce” che circonda la testa del Santo, ci segnala la sua esemplare santità di amico di Dio. L’abito rosso porpora rimanda alla testimonianza d’amore che il cardinale deve dare al Signore, pronto anche a spendere la vita nel martirio con l’effusione del sangue. La cotta bianca ricorda al vescovo l’impegno della castità con la scelta vocazionale di consacrare totalmente al Signore tutta la vita nel corpo e nell’anima! Il libro del Concilio tenuto nella mano sinistra, mentre con la destra benedice, richiama i documenti del Concilio di Trento, che San Carlo ha messo in ordine nella delicata fase finale (1562-1563) e promosso con vigore in Diocesi stimolando molti altri vescovi a metterli in pratica. Ricordo solo qualche esempio: l’apertura dei Seminari, l’obbligatorietà della residenza per il vescovo, l’impegno di annuncio del Vangelo e di carità con la gente, l’organizzazione della dottrina cristiana per il popolo, il catechismo a uso dei parroci, il rigore con cui combatteva le infedeltà dentro la Chiesa!
Sulla statua interna si vedono anche altri particolari differenti: sulla mantellina pende la croce pettorale piccola, che richiama il cuore della nostra fede, che il vescovo annuncia nel Signore morto e risorto. Infatti il vescovo è uno che porta Cristo non solo sull’abito, ma anche nella sua vita. L’anello episcopale è infilato sull’anulare di destra del nostro Santo patrono (e non a sinistra come nel matrimonio) per indicare una sorta di matrimonio mistico: un segno spirituale e profondo di fedeltà che lega nella carne e nello spirito il vescovo al Signore e alla Chiesa. L’ultimo elemento é la sofferenza ascetica e penitenziale di San Carlo, che incontriamo nello sguardo intenso, nel volto segnato dalle privazioni e nella precaria postura fisica come protesa verso l’alto, verso il Signore
Nell’area del presbiterio, a destra dell’altare, troviamo un affresco a muro (G. Calcaterra, 1923) su cui è dipinto San Carlo in Gloria mentre viene portato in cielo su una nuvola da diversi angioletti uno dei quali ha in mano il pastorale che mostra a chi lo osserva e sembra dire: E’ del vescovo! Il pastorale é un segno episcopale, un “bastone” per guidare i fedeli alla meta della comunione con Dio. Ma ormai a San Carlo non serve più perché in cielo lo attende con gioia il Pastore Grande, Gesù. Il nostro San Carlo porta in testa la mitria che è il copricapo solenne a “doppia punta” che manifesta l’autorità e la dignità del vescovo; inoltre veste i paramenti della festa: il pallio, che rappresenta una pecorella stilizzata posta sulle spalle del buon pastore che imita Gesù, e la casula dorata per la celebrazione, che in cielo avrà la sua piena realizzazione. Si nota anche lo sguardo verso l’alto del Santo e le mani aperte per ricevere i doni di Dio mentre sale in cielo.
LA PARROCCHIA DI VELATE ha come patrono Santo Stefano martire, ma in questa chiesa, edificata nel 1190, nella seconda cappella laterale di destra troviamo un affresco a muro (anno 1755) di un San Carlo giovane e solare: nel suo ingresso in paradiso non può che ringiovanire per la vita di comunione con Dio. Le fatiche della vita pastorale e le scelte dei grandi digiuni, ormai superati dalla gioia di vedere il Signore, offrono una giovinezza nel corpo e nello spirito che non ha più tempo. Le mani giunte del Santo indicano l’uomo di preghiera che si mette a disposizione del Signore e pone le sue mani nelle mani di Dio in segno di grande dedizione. Le lunghe notti oscure di preghiera ora diventano giorni luminosi e intensi per la presenza viva del Risorto. Si nota l’aureola (vedi sopra) e lo zucchetto rosso in testa, che indica lo stare e il vivere alla presenza di Dio del vescovo che è stato consacrato per il servizio alla Chiesa e all’umanità. E’ un modo per ricordare a lui e a noi che siamo chiamati a vivere con amore nel nome del Signore tutta la nostra vita. La conchiglia, dipinta in alto vicino al suo capo, esprime simbolicamente il suo ingresso nella luce senza tramonto del Regno di Dio. Questi elementi ce lo presentano nella Gloria dei cieli come un Santo soddisfatto e gioioso anche nel suo aspetto esteriore.
IL MIO SEMPLICE AUGURIO lo offro soprattutto ai Lissaghesi, che festeggiano il loro Santo patrono, ma l’augurio lo estendo anche ai Velatesi e alla Comunità pastorale.
San Carlo era un uomo di preghiera. Spesso passava notti intere in orazione in quella piccolissima cappella che si trova ancora sopra l’appartamento dell’arcivescovo attuale. Non poche volte lo sentivano pregare e gridare in una specie di lotta spirituale con se stesso e con Dio. Viveva con Gesù una comunione così profonda che in una fortissima preghiera diceva: “Anche se tu per caso non esistessi, Signore, io continuerei ad amarti, perché ho sperimentato il tuo amore e la tua vicinanza”. In questo anno pastorale l’unico nostro grido interiore ed esteriore sia per la Preghiera, non per altro!
San Carlo da ricco si è fatto povero per servire i poveri e la Chiesa. Si è privato di tutto il suo patrimonio per la liturgia divina in Duomo e per sostenere i poveri di ogni tipo sulla strada, appestati compresi, che numerosi abitavano la città. La prossima Giornata Mondiale dei poveri sia motivo di riflessione e di dono gratuito per chi vive difficoltà di ogni tipo. San Carlo aveva capito che il Signore ama chi dona con gioia. Pertanto la nostra carità si manifesti nel dono gioioso e gratuito agli altri fratelli e sorelle, non in altro!
San Carlo ha amato molto il Vangelo e lo ha fatto diventare suo nutrimento spirituale: aveva capito che “l’uomo non vive di solo pane ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio”. Per questo ha messo in atto una pastorale che comunicasse i contenuti della fede e della dottrina al popolo e al clero. La nostra comunicazione della fede, in famiglia e in Comunità, si nutra di Parola di Dio, di umanità e di amore alla Chiesa, non di altro!