Se Gesù mi vuole bene, perché non dargli la vita?

Se Gesù mi vuole bene, perché non dargli la vita?

Nella testimonianza riportata nel periodico della Fraternità San Carlo Borromeo, don Tommaso Benzoni, nativo di Bobbiate e ordinato sacerdote lo scorso 21 giugno a Roma in San Paolo fuori le mura, scrive:

“Se Gesù mi vuole bene, perché non dargli la vita?”.

Incuriositi da questa “provocazione” e desiderosi di scoprire e comprendere meglio la Speranza Cristiana tema del Giubileo 2025, abbiamo incontrato lo scorso 27 giugno il novello prete nella serata organizzata nell’ambito del Palio di Masnago dal titolo:

 “Qual è la speranza che ci fa dire di sì a Cristo?”  

Ho chiesto a don Peppino di preparare qualche domanda a cui don Tommaso potesse rispondere per entrare nel tema proposto a partire dalla testimonianza della sua chiamata vocazionale.

Vi riporto una sintesi della testimonianza (testi non rivisti dagli autori)

Premessa.

Che cos’è la Fraternità san Carlo. La Fraternità sacerdotale dei missionari di san Carlo Borromeo è una Società di vita apostolica di diritto pontificio. La Fraternità trae origine dal carisma di don Luigi Giussani, fondatore del movimento di Comunione e liberazione. I giovani che chiedono di entrare nella Fraternità per diventare sacerdoti hanno incontrato in essa la forma definitiva della propria appartenenza alla Chiesa. Attraverso l’opera missionaria intendono diffondere tale carisma, attingendo da esso il metodo del proprio apostolato. I sacerdoti della Fraternità vivono insieme in case di tre o più persone. La comunione fra loro vuole essere sostegno nel lavoro quotidiano della missione, cammino di conversione e via maestra attraverso cui essi vivono il sacerdozio. Vivono una disponibilità ad essere mandati dove la Chiesa ha bisogno. In accordo con il vescovo della diocesi in cui operano, prestano il loro servizio nelle parrocchie, nelle scuole, nelle carceri e negli ospedali.

Don Tommaso Benzoni è stato destinato alla casa di Nairobi in Kenya.

 

D.P. La tua famiglia, i tuoi amici, l’esperienza negli scouts, il movimento di Comunione e Liberazione, questa città dove hai perfezionato i primi tuoi studi… e poi un sì al Signore, per orizzonti grandi; … e adesso una scelta di consacrazione a Lui per sempre, per annunciare e testimoniare il Vangelo. Quali sono le origini, le radici di questa tua scelta?

D.T. Sono nato in una famiglia dove mi è stata trasmessa la fede con semplicità. Sono cresciuto in una parrocchia dove ho trovato buoni educatori. Quando avevo dieci anni mi è cominciata a sorgere questa domanda: “Se Dio mi vuole bene, perché non dargli la vita?”.  Avevo un desiderio grande di essere felice e di non essere da solo.

L’incontro con la Fraternità san Carlo è stato per me il punto di svolta: il volto felice dei sacerdoti e dei seminaristi, che incontrai casualmente per la prima volta a 14 anni, mi fecero intuire la possibilità che quella fosse la compagnia, la strada per il cammino verso il mio compimento.

Quasi alla fine del liceo parlai di tutto questo con un sacerdote che mi mise in contatto con Antonio Anastasio (un prete della fraternità San Carlo) che mi ha accompagnato in tutto il percorso di verifica. Verifica che ha voluto dire non seguire i miei progetti: mi fu proposto di iscrivermi all’università (Design) e in questo periodo ho compreso quello che mi diceva Antonio: “La tua vocazione la vivi solo nel presente, la tua missione [ora] è qua in università”. Quel periodo è stato per me fondamentale affinché si approfondisse la mia vocazione.

Al termine dell’università feci domanda di entrare in seminario e venni accolto.

Quelli del seminario sono stati anni essenziali per rispondere ancora più consapevolmente alla chiamata del Signore. E’ stato l’inizio di un cammino alla scoperta di me stesso, mettendo in crisi le mie immagini e le mie idee, per aprirmi alla verità. E ho scoperto il valore di essere disposto a vivere ciò anche se lontano da casa. 

I due anni trascorsi in missione a Bogotà a metà della formazione mi hanno consentito di mettere “le mani in pasta” scoprendo la bellezza del donarsi con radicalità.

 

D. P. “Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio, per mezzo di Gesù Cristo…; mediante la fede, accediamo alla grazia, … saldi nella speranza, che non delude…” (Rom 5, 1).

L’amore di Dio viene riversato quotidianamente nei nostri cuori, mediante lo Spirito. L’Arcivescovo Martini, parlando ai giovani presbiteri, sottolineava la certezza che gli nasceva dentro, incontrandoli nel loro cammino: solo una presenza percepita dello Spirito può dare certezza per il futuro che vi attende. È questa la consapevolezza che ti accompagna?

 

D.T Sì, la vocazione nasce da uno sguardo d’amore ricevuto ed il sì che uno dice a Cristo ha nascosto dentro una speranza, cioè che quel sì non è detto invano, non è detto al nulla. Quindi lo scoprirsi voluti ed amati dal Signore fa nascere la speranza.

Mi sono accorto di ciò durante gli anni di seminario. Involontariamente uno pone la propria speranza su delle immagini che si costruisce o sul proprio sforzo (se sono all’altezza, allora mi merito di essere amato), ma ciò fallisce facilmente. 

Il lavoro degli anni del seminario mi hanno aiutato a scoprire su cosa poggia veramente la mia speranza di compimento e di felicità e, sebbene un po’ dolorosamente, sono stato aiutato a “ricentrarmi”, a scoprire che è nel rapporto con Cristo che la mia speranza ha buone fondamenta.

Una cosa che mi spaventava era il fatto che non potevo avere sotto controllo il mio futuro e, quindi, mi domandavo cosa mi avrebbe dato la certezza di mantenere il mio sì anche nel futuro.

Prima di tutto sono stato aiutato a scoprire che un sì definitivo è segno di amore, prendendo su di sé una responsabilità ed un rischio. Il mio rettore dei tempi mi diceva: “non sarebbe amore se un fidanzato dicesse alla sua fidanzata che vuole stare con lei, perché ha capito che le altre non gli interessano, perché è lei l’unica alternativa. In un sì definitivo c’è la libertà che prende un impegno di amore”.

Questo è possibile solo dentro un rapporto di amore, solo affidandosi ad un Altro che è più grande di noi, perché è evidente che con le proprie forze non sarebbe possibile darsi questa garanzia. Questo è qualcosa di molto concreto perché ogni giorno devo riaffidarmi a Lui, devo alimentare nella preghiera e nel silenzio il mio rapporto con Lui; diversamente, senza accorgermene, ritornerei a seguire le mie immagini.

 

D.P. Hai scelto di vivere in una fraternità che ha come riferimento una chiarezza: solo l’amicizia con Cristo può donare, in un servizio come quello che hai scelto, pace interiore e uno sguardo fiducioso verso il futuro. Le esperienze di fraternità che hai vissuto in questi anni consolidano questa tua intuizione profonda?

D.T. Iniziando il cammino in seminario mi sono trovato con degli sconosciuti che avrebbero dovuto essere i miei fratelli. È qualcosa che fa impressione all’inizio, perché sono delle persone che uno non si sceglie. Già forse per questo sono segno di Cristo perché ti ricordano che sei lì con loro non perché ti stanno simpatiche, ma perché sia te che loro stanno seguendo Cristo. La ragione dell’essere insieme è più di qualcosa di puramente umano.

Poi le amicizie nascono come dei doni, ma c’è comunque un cammino di scoperta del valore della vita comune, dentro la concretezza di essa: dalla correzione al perdono, dal sopportare con pazienza dei difetti, al gioire per scoprire un fratello che è più avanti di me. 

Il valore dell’amicizia o della fraternità è una delle forme più concrete e carnali tramite le quali il Signore si fa presente a dentro i capillari della vita quotidiana. 

Questa è stata la mia esperienza in Colombia, in una missione nata da soli cinque anni: ci si guardava e ci si confrontava nel vedere come andavano i primi tentativi di missione, sia i fallimenti che i piccoli successi.

 

D.P Puoi raccontarci l’esperienza di questo primo anno nella missione di Nairobi e in Tanzania?

D.T Sono andato lì perché mandato e quindi ho cercato di vivere con la domanda: cosa mi chiedi il Signore? Non avendo un incarico specifico, il lungo lavoro di quest’anno è stato quello di conoscere una realtà differente, con la sua lingua e la sua cultura. Ci sono molte cose affascinanti, ma anche contraddizioni che ti provocano molto.  Comunque non è possibile non stupirsi della freschezza e della vitalità delle persone, dei moltissimi bambini, della bellezza di una fede semplice, della gratitudine di pregare Dio (le messe sono un momento molto particolare e pieno di gioia), del non lamentarsi.  

Ci sono anche molte differenze e a volte uno si domanda se quello che sta portando loro sia un oggetto estraneo alla loro cultura o invece sia realmente quello che ogni uomo attende. 

Ci sono stati dei momenti nei quali ho intravisto la sete di Dio che questa gente ha e di come Cristo sia venuto al mondo anche per loro: in particolare ricordo l’adorazione del Gesù bambino a Natale, l’incontro con gli universitari e giovani lavoratori, la veglia di Pasqua e la visita nelle case per la benedizione.

 

D.P. La comunione con il proprio Vescovo e i propri superiori, la comunione nella fraternità, la scelta di camminare insieme alla gente a cui sei inviato, portano ad affrontare la vita con gioia, nella consapevolezza di un Padre che ti ha preso per mano e sceglie di non deluderti. La pace del tuo cuore sarà il fondamento del tuo annuncio del Vangelo. Noi preghiamo perché questa sia la tua esperienza quotidiana.