La situazione pandemica con cui da due anni conviviamo ha costretto tutti a porci seriamente in questione sulla verità e profondità del nostro vissuto relazionale.
Come Chiesa cittadina stiamo provando ad entrare nel cuore di questo vissuto per cogliere le insite profondità e la sua originaria bellezza. Lo faremo nella modalità del confronto così come eravamo abituati prima che scoppiasse la pandemia, in quelle che per noi erano le “giornate della Comunità”.
Le abbiamo un po’ rivisitate nella loro modalità, snellendole, per facilitarne la presenza e il confronto tra noi. Saranno due i momenti che vi proponiamo in questo mese di febbraio, per ognuno dei quali offriremo la possibilità di una duplice occasione: il venerdì sera alle 20:45 a Bobbiate e la domenica pomeriggio alle 15:30 a Masnago.
In questa prima scheda vogliamo porci dal punto di vista di Dio per cogliere in profondità qual è il suo disegno originario circa la relazione tra noi e con Lui.
1. Il sogno originario di Dio
Nella creazione abbiamo la consapevolezza che Dio stesso ha nutrito fin dall’inizio: quella che Lui e noi uomini abbiamo bisogno di relazioni. Non sono sufficienti le creature, pur buone e belle... occorre un essere umano da poter guardare negli occhi! Da qui ricaviamo due imperativi:
a. Il bisogno di umanizzare la nostra vita, perché nessuno può credere in maniera teorica! Anche Dio per essere Padre, ha bisogno di avere dei figli!
b. L’esigenza di rispettare l’alterità e la diversità dell’altro, perché se non permettessimo all’altro di essere se stesso, neppure noi saremmo noi stessi.
Da qui la domanda che nel corso dell’esistenza noi uomini ci siamo sempre sentiti rivolgere da Dio: “ci stai a costruire con me la tua umanità? Cosa significa per te uomo crescere a mia immagine?”.
Da qui la domanda per il nostro confronto:
in quali tratti del nostro modo di vivere in famiglia e di essere presente nella Chiesa, siamo riusciti ad esprimere maggiormente le caratteristiche di Dio?
2. Una “falsa partenza”
L’uomo però, nel corso della sua vita di relazione, sperimenta la fatica di sapersi relazionare sia con Dio che con il suo simile, perché noi uomini scopriamo di “avere una fame” di indipendenza, di onnipotenza, di libertà, che non ci aiuta a vivere la diversità dell’altro, perché non è mai come io lo vorrei. E questo vale sia nei confronti di Dio Padre, sia in quelli del coniuge/figli. Ecco allora le due reazioni distorte:
a. La riduzione di Dio ad un idolo, così è più facile ricondurlo ad una sorta di soprammobile che non mi crea fastidio perché nella mia vita diventa il “grande assente”.
b. L’altro, che minaccia la mia libertà e diventa il confine/limite della mia felicità, lo trasformo in nemico da ignorare o da domare.
Soluzioni queste, entrambe fallimentari.
Ancora una volta però ci viene indicata la strada da Gesù stesso: nel momento della passione, nel cenacolo durante l’ultima cena, tiene insieme se stesso e i suoi anche davanti alla prospettiva della separazione e del tradimento. Quasi una provocazione da parte sua per domandarci: “Sei capace di trasformare in relazione arricchente anche la diversità di relazioni, quand’anche portassero al tradimento dell’amore che io invece ho investito nei tuoi confronti?”.
Da qui la domanda per noi:
Come ho sanato i conflitti relazionali nati in questi anni con Dio e con il familiare con cui vivo? Si è rafforzata o attenuata la relazione di fede con Dio? Si è rafforzata o attenuata la relazione con chi mi vive accanto?
3. Alla scuola di Dio nella Trinità
Dio però, come sempre, non si limita a rimproverarci o a rinfacciarci i nostri insuccessi, ma si propone come modello ed esempio di relazioni, vivendole in se stesso con le altre persone della Trinità. Questo perché, nonostante i nostri tradimenti, continua a desiderare la nostra compagnia, e continua ad aspettarci. L’unità delle tre persone della Trinità è frutto di un dono reciproco. E questo ci apre alla considerazione che c’è unità nel vissuto relazionale là dove due persone hanno delle ragioni per donarsi l’uno all’altro in maniera incondizionata... come dovrebbe essere anche la nostra relazione genitori-figli! L’amore perfetto è quello che si estende all’altro diventando generativo... ecco la Trinità!
Questa relazione che si vive all’interno della Trinità su quali caratteristiche è imperniata? Cosa ha da offrire al nostro modo di relazionarci così che possiamo imparare anche noi?
a. Questa relazione conserva una distanza, perché nessuno possiede l’altro, ma tutte le tre persone sono invitate al dono di sé: il Padre si fida del Figlio, aspettando che si doni; il Figlio, nella sua donazione offre qualcosa che va oltre se stesso: lo Spirito santo; il quale, a sua volta, ci offre il dono di una paternità che non sarà più limitata da nessun confine, nemmeno da quello di un cuore che lo rifiuta.
b. Questa relazione ha un’attesa: non dà nulla per scontato. In loro c’è sempre lo spazio per lo stupore.
c. Questa relazione porta ad innamorarsi della bellezza che è l’altro!
Da qui la domanda/provocazione per noi:
Distanza, attesa, innamoramento della bellezza che è l’altro... anche le nostre relazioni familiari si appoggiano su queste caratteristiche?
Don Giampietro