Siamo al secondo momento della nostra riflessione e comunicazione circa le relazioni personali.
In questa seconda e ultima tappa vorremmo confrontarci circa i criteri morali su cui discernere per verificare la bontà delle relazioni tra noi. In base a che cosa possiamo concludere di aver sbagliato? Fin dove è giusto spingerci nei rapporti tra noi?
Non vogliamo presentare una scheda teologica, ma vi offriamo dei criteri spirituali, morali e pedagogici, partendo come griglia dalla notissima parabola del “Padre misericordioso” descritta in Lc 15. Da quel comportamento di Dio cosa possiamo imparare circa il relazionarci tra noi?
1. UNA PREMESSA: l’amore del Padre è per sempre. Si parte da un DONO: il primato della Sua fedeltà...
- credo che il primo aspetto da mettere in campo quando ci si relaziona sia sempre quello di domandarci: “con la presenza di questa persona quale dono ha intenzione di farmi il Signore?... cosa mi sta dicendo attraverso questa presenza, attraverso le sue critiche o le sue conferme?”
2. AMARE LA VITA CHE NASCE PICCOLA. Il Padre:
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All’inizio non fa ciò che spesso pensiamo sia meglio fare, e cioè, intervenire immediatamente a bloccare e rimediare, ma divide la sua vita. Lo strappo fa parte della sua vocazione alla paternità. Quest’uomo di fronte alla separazione resta fermo nella comunione: contiene, tiene dentro anche tutto ciò che comunione non è!
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Comunica nel silenzio la parola “figlio” a quell’identità che si è smarrita; non si chiede dove abbia sbagliato e neppure si chiude in un atteggiamento fiero di infallibilità. Questo dialogo, per certi versi, a senso unico, anticipa l’albeggiare del ritorno: quest’uomo resta dentro la frattura e da questa posizione sente che il figlio perde vita, perciò non smette di parlargli. Accoglie la povertà del legame spezzato e animato dal desiderio di rivederlo, innesta nel vuoto dello strappo: pazienza, attesa, fiducia e speranza, i nuovi nomi del suo essere padre. Dentro la separazione il padre resta solo, l’amore di questo padre resta solo, perché in fedele anticipo... incantevole: il tempo di Dio per salvare dalla morte ognuno di noi si ferma e inventa nuovi sentieri di comunione.
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Dividere la propria vita, restare fermi nella comunione, accogliere la povertà del legame spezzato... non sono forse i criteri che creano le condizioni per valutare la profondità del nostro operato?
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C’è un tempo in cui non si può fare altro che stare su una soglia e prendere sul serio l’idea che tutto finisca. Prendere sul serio le persone e il loro perdersi; niente rimane come prima: un senso di morte pervade ogni aspetto e sembra avere l’ultima parola.
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Rinunciare alla tentazione della delusione sterile, della mormorazione, del giudizio o delle colpevolizzazioni schierate. Sulla soglia si sta in silenzio e si prepara il terreno della comunione in anticipo. Nello strappo di questa relazione di famiglia, il padre vive il dolore e tesse un nuovo spazio per ricucire la relazione. Sulla soglia, quindi, si prende sul serio l’idea che un TUTTO NUOVO possa nascere! Ma come? Attraverso un sentiero antico e sempre nuovo “amatevi come io ho amato voi”. L’accompagnare interpella la vocazione alla comunione delle nostre comunità, le sollecita a mostrare l’amore fino in fondo, fedele per sempre e anche a “senso unico”.
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Il sostare creativo (creare spazi, momenti di ascolto non giudicante, di umanità e prossimità semplici ma sentite, conoscere e coinvolgere competenze specifiche, pregare insieme...) è possibile per quella comunità che ha compassione. È il verbo che smuove le viscere e ha a che fare con l’inizio della vita; l’avere compassione è la tensione del cuore che si fa spazio di attesa, di pazienza e di fiducia. È quel grembo in cui la vita nasce piccola, come un germoglio. È la parola stessa di Dio che lo rivela. Il padre rimasto sulla soglia animato dal desiderio viscerale di rivedere il figlio, lo vede da lontano, non sta più nella pelle e si mette a correre!!! Gli va incontro e compie atti eloquenti di perdono con una gioia incontenibile che contagia il figlio. Dio con me si compromette! Tocca la mia umanità nel fango, si prende ciò che sono e in cambio mi dona la Sua vita a suon di musica, rallegrandosene. Questo è il contatto che risveglia: la scoperta del volto di Dio così com’è, è la sorpresa che ci risuscita come figli. Il contatto umano e spirituale della comunità è un dono di vita che accompagna e sostiene processi di crescita, annunciando il Signore della vita. Solo la compassione fa crescere nell’amore.
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Un rapporto è fecondo se nasce, qualunque sia lo sviluppo, da un desiderio grande di volere il bene dell’altro... È sempre così nei nostri rapporti? Partono sempre da questo intento positivo?
4. L’INIZIO TRABALLANTE E PROMETTENTE. “Mi alzerò”, “Andrò da mio padre”, “Dirò”: sono le risposte in relazioni che avvertiamo stanno diventando complicate, fonti di rottura, incomprensibili. Questo figlio sta re-imparando a camminare, perché torna a dialogare con sé e con il padre, nel ricordo che ha di lui. Tornare a parlare e a raccontare significa recuperare il linguaggio della relazione con se stessi e con l’altro. L’incipit è l’istinto di sopravvivenza: questo figlio coscientemente rifiuta la morte! E non è poco!!! È l’essenziale! Vivere relazioni ferite vuol dire avere coscienza di quali siano le morti che vive chi si trova in rotta o in disaccordo.
- Il criterio per individuare se una relazione è “morta” o non rispecchia più la mia indole e personalità è allora quello di individuare se mi lascia dentro amarezza o voglia di ricominciare.
5. LO SCAMBIO DEI DONI. All’alzarsi interessato del figlio corrisponde l’accoglienza “disinteressata” del padre. La storia sino ad allora vissuta non era stata sufficiente per conoscerne pienamente l’amore. Relazionarsi vuol dire convertirsi al dono che il Signore opera nella vita delle persone, ringraziare e rallegrarsi perché se ne diventa partecipi GRATUITAMENTE. Di quali doni stiamo parlando? Il Padre non ridona la fiducia persa, ma ne offre una tutta nuova, segno visibile del perdono offerto; l’evangelista Luca con una descrizione minuziosa ci porta dentro casa per vedere (i sandali, il vestito, l’anello, il vitello grasso, la musica, la festa). Il padre vuole proprio assicurarsi che nessuno si sbagli: chi è tornato è suo figlio! Il figlio minore nel suo tornare ci regala i doni del padre: la confidenza e la sua benedizione, la mitezza (ciò che ha non è dovuto alla sua forza, potenza e al suo orgoglio, MA È DONATO!), la consolazione, un cuore indiviso, una parola vera (capace di riconoscere il peccato, di confessarlo) e affidabile (stipula i contratti e amministra i beni), l’umiltà di lasciarsi rivestire come fosse un bambino piccolo (si abbandona all’abbraccio)... Il tempo del “ritorno” è lo spazio dello scambio...
- Forse prima di relegare una relazione sotto l’etichetta “fallimento” occorre domandarsi quali doni ha portato in dote nella mia vita.
6. LA SORPRESA CHE NON TI ASPETTI. La parabola si complica proprio sul finale, perché la gioia così contagiosa, così convincente è bloccata dall’insospettabile figlio maggiore che vive da separato in casa, perdendosi la passione instancabile del padre di esserlo fino in fondo. Mentre il figlio minore, nel cammino fatto sin qui, arriva a sentirsi “indegno”, il maggiore “si indigna”: resta fuori. “Tu non hai mai fatto festa per me; questo tuo figlio...”. La rabbia si esprime con parole che lo separano e lo distinguono: non si sente figlio e tantomeno fratello.
- Il padre non si ferma mai dentro le nostre durezze e incredulità. E io? Sono capace di superare le mie durezze nei rapporti anche fallimentari... o diventano una “tomba” per ripartire?
Don Giampietro