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#PieniDiStupore 11: La Chiesa continua a dimorare nello Spirito di Dio

 

«La comunità dei credenti continua a vivere dello Spirito di Dio, continua a partecipare dell’evento di Pentecoste. Perciò la Chiesa continua a dimorare nello stupore. Come sarà la gente che “dimora nello stupore”? Tutti i fedeli della diocesi ambrosiana, come tutti i credenti in Cristo, si sentono convocati a sperimentare quell’essere «stupiti e fuori di sé per la meraviglia» (At 2,7) che la folla dalle molte provenienze e dalle molte lingue ha vissuto a Gerusalemme. Dimorare nello stupore è una condizione spirituale che rende leggeri, lieti, contenti: suggerisce che l’esperienza cristiana è una grazia sorprendente. Prima dei doveri da adempiere, prima delle verità da imparare, prima dei problemi da affrontare, prima delle procedure da osservare, la convocazione di tutti i popoli sul monte del Signore è una festa da celebrare, una sorpresa che commuove e trafigge il cuore». Sono parole del nostro Arcivescovo dalla Lettera introduttiva al documento finale del Sinodo Minore Chiesa Chiesa dalle genti. Lo sguardo ai nostri patroni, la bellezza delle loro vite che possiamo intuire e contemplare nelle immagini sacre che custodiamo nelle nostre chiese, è la bellezza dei credenti stessi. Vogliamo guardare anche a nostri volti e alle nostre vite, alle nostre comunità, ritrovando questo stupore; come dice il nostro Arcivescovo:  l’esperienza cristiana è una grazia sorprendente!  Lo racconterà bene il video che stiamo preparando e di cui avrete già certamente visto il breve trailer; ma vogliamo raccontarcelo anche attraverso queste pagine di In Cammino da ora e fino alla celebrazione del decennio della nascita della nostra comunità pastorale (febbraio 2021). Lo faremo proponendovi alcuni testi, alcune domande, alcune provocazioni a cui potrete anche rispondere. Vogliamo cominciare lanciando per il prossimo mese il tema della PREGHIERA: la relazione con Dio che è anima della nostra fede e della vita di una comunità. Con voi condividiamo queste tre citazioni che ci paiono provocanti rispetto alle nostre esperienze di preghiera. «Non sono un uomo di lettere o di scienza, ma pretendo umilmente di essere un uomo di preghiera. È la preghiera che ha salvato la mia vita. Senza preghiera sarei impazzito da molto tempo. Se non ho perso la pace dell’anima, nonostante tutte le prove, è perché questa pace viene dalla preghiera. Si può vivere alcuni giorni senza mangiare, ma non si può vivere nemmeno un giorno senza pregare. La preghiera è la chiave del mattino e il chiavistello della sera». Mahatma Gandhi, politico e filoso indiano «È la voce della Chiesa che si fa sentire nel canto comune. Non sono io a cantare, ma è la Chiesa, e a me è consentito di partecipare a questo canto come suo membro». Dietrich Bonhoeffer, pastore protestante in Vita comune «...non è un'evasione fuori dalla storia o un'abitudine alienante che deresponsabilizza l'uomo. La preghiera, infatti, ti spinge a collocarti nella compagnia degli altri uomini e con loro davanti a Dio, per impegnarti in una relazione viva e operativa. […] La tua preghiera responsabile potrà rendere la vita bella a chi ti circonda!» Enzo Bianchi, monaco in Lettere a un amico sulla vita spirituale

#PieniDiStupore 11: La Chiesa continua a dimorare nello Spirito di Dio

#PieniDiStupore 10: vivere la Comunione, il congedo di Don Nicola

 

Dieci domeniche fa, con il gruppo per la comunicazione, abbiamo iniziato a raccontarvi la fede delle nostre parrocchie a partire dalle storie dei santi patroni che le proteggono (iniziammo con san Giovanni Battista di cui celebriamo la festa liturgica proprio nei prossimi giorni e, quindi, oggi la festa patronale di Avigno).  In questo numero mi permetto qualche prima riga di congedo mentre ne approfittiamo per rilanciare il prossimo decennale della comunità pastorale.  È la comunione che fa da denominatore comune. Quella delle nostre collaborazioni in parrocchia, quella della sinergia tra le otto parrocchie della nostra comunità pastorale; con il gruppo per la comunicazione lo abbiamo voluto esprimere anche nel logo di Pieni di stupore: otto cerchi diversi per colore e dimensione che tratteggiano un unico cerchio. Ma questo logo non è che una semplice copertina, una bella carta esterna che prelude a qualcosa di più. Vogliamo introdurvi man mano a questo di più. E oggi lo facciamo presentando il trailer di un documentario che uscirà il prossimo autunno (visibile sui social e sul sito della comunità pastorale da oggi) e che fa parte delle diverse iniziative con cui vogliamo sottolineare il prossimo nostro decennale. Esso racconterà e testimonierà che solo quando un Amore più grande ci coglie di sorpresa e ci stupisce, allora gli uomini e le donne credenti rinsaldano la comunione, diventano comunità. E’ la nostra storia, simbolicamente raccontata nella sua interezza da testimonianze di alcuni di noi che la scorsa estate hanno accolto l'invito di questa iniziativa.  Storia di luci e di ombre, di consolazioni e desolazioni, di corse e rallentamenti. Come ognuno di noi sa ed ha sperimentato in questi dieci anni. Questo è il Vangelo. Non la perfezione innata. Ma la costante fiducia dei miseri (che siamo noi e le nostre povere comunità) in Colui che tutti fa perfetti. Attraverso la comunione.  Avviando il congedo da questa comunità pastorale, mi permetto di iniziare ad esprimere riconoscenza a questa esperienza comunitaria per aver educato il mio cuore e il mio ministero di prete a questa importante verità. Annunciare il Vangelo è vivere la comunione.  Innanzitutto sono profondamente persuaso (so che qualcuno sorriderà all’udire questa espressione che sa mi piace particolarmente usare!) che le comunità pastorali il Signore le abbia volute, e la Chiesa umilmente si lasci anche ferire da chi nei confronti di esse si mostra recalcitrante, perché le singole parrocchie avrebbero potuto essere un ostacolo alla comunione tra credenti, fonte di divisioni e rivalità, che talvolta abbiamo ben conosciuto.  In secondo luogo annunciare il Vangelo è vivere la comunione tra singoli credenti. Ringrazio l’esperienza di diaconia condivisa prima con don Mauro e ora con don Giampietro e gli altri sacerdoti e suore. L’esperienza di fraternità con alcuni sacerdoti del decanato. Le diverse iniziative pastorali con i giovani, i gruppi famiglia, gli adulti con cui ho condiviso le vacanze estive del cosiddetto “Turno zero”, l’avanguardia del Team di raccolta fondi per gli oratori che abbiamo chiamato Insieme Ingioco e i diversi servizi in parrocchia a Bobbiate (per citare solo alcune delle più belle occasioni di stretta condivisione). Occasioni in cui ho goduto della bellezza di relazioni che mi hanno concesso di andare ben oltre il ruolo e hanno toccato livelli di profondità che non cessano con un trasferimento di luogo. E, vedete, pieni di stupore si è non perché è stato bello, appagante e duraturo (anche!); ma perché mettendo in gioco il poco che hai, quello che ne viene fuori è sorprendentemente molto di più della somma delle singole parti! Vi auguro di poterlo vedere anche voi. Il trailer e il prossimo documentario ve ne daranno occasione. Guardateli con libertà: dai preconcetti, dai pregiudizi, dai facili entusiasmi. Fatene occasione per dialogare nelle singole parrocchie e tra comunità. Dopo questi mesi di forzato distanziamento sociale ne abbiamo ancor più bisogno. Anche per curare le ferite degli avvicendamenti di preti e suore. Concedete al Signore la possibilità che sia solo Lui, attraverso (ma non esclusivamente) le altre persone della comunità, ad appagare la vostra vita, proprio per mezzo della comunione tra donne e uomini credenti. Buon cammino!                                                                                                    don Nicola

#PieniDiStupore 10: vivere la Comunione, il congedo di Don Nicola

#PieniDiStupore 5: San Silvestro

Dopo la morte di papa Milziade, viene consacrato vescovo di Roma Silvestro e quindi papa. Il suo pontificato coincide con il lungo impero di Costantino I, il primo imperatore romano che accettò il cristianesimo. La posizione pubblica della Chiesa affrontò un cambiamento epocale: il passaggio dalla Roma pagana alla Roma cristiana. Il pontificato di Silvestro inizia il 31 gennaio del 314, e termina il 31 dicembre del 335. Ben ventuno anni, alla guida della Chiesa. L’evento più importante sotto il pontificato di Silvestro fu, senza dubbio, il primo concilio ecumenico della storia, il cosiddetto “Concilio di Nicea” del 325, convocato dall'imperatore Costantino, per arrivare a una risposta dogmatica unitaria su alcune controversie dottrinali: in primis, l’eresia ariana, negatrice della divinità di Cristo. I Padri conciliari condannarono l’arianesimo e scrissero il “Simbolo niceno”. Questo fu la prima formulazione del “Credo”, poi integrata dai successivi concili. Proprio per questo suo legame con il Concilio di Nicea, Silvestro è rappresentato nella vetrata della Chiesa di Cartabbia recante in mano un volume che simboleggia i testi ratificati nel suddetto Concilio. Un grande merito va attribuito a Silvestro. Quello di aver promosso la costruzione di alcune importanti basiliche cristiane, suggerendole all’imperatore Costantino. Se la fondazione della Basilica Lateranense va ascritta al suo predecessore, San Milziade, fu invece Silvestro a dedicarla al “Santissimo Salvatore”. Ma due fondamentali basiliche vanno ascritte al nostro santo: la Basilica di San Pietro e la Basilica di San Paolo fuori le Mura (non con le architetture che conosciamo oggi, di altri periodi storici, ma per la scelta dell'ubicazione), edificate sui rispettivi sepolcri dei due Santi Apostoli e martiri. Sulle tombe di altri martiri, fece fondare chiese cimiteriali. Una di queste, fu eretta presso le Catacombe di Priscilla, dove venne poi sepolto, nel 335. Proprio per questo suo legame con la fondazione delle basiliche papali, la vetrata di Cartabbia ripropone le architetture delle stesse raffigurate ai piedi del santo. San Silvestro è qui inoltre rappresentato con la tiara (o triregno), simboli papali, ed il pallio (una striscia di tessuno di lana d'agnello molto stretta che cinge il petto e veniva lasciata cadere lungo il corpo) simbolo episcopale. San Silvestro è conosciuto come primo tra i confessori della fede. È questo un appellativo con cui vengono identificati i pastori della chiesa nell'epoca immediatamente successiva a quelle delle persecuzioni. Questi uomini sono santi non per il martirio, a cui ha posto fine la cristianizzazione della società, ma per la loro testimonianza di fede nella vita e nel ministero che il Signore ha affidato a questi suoi servi. Anche questi hanno attraversato fatiche e sofferenze in nome di Cristo e l'hanno testimoniato con la loro perseveranza e amore per gli uomini e la chiesa. Sono testimoni di quel martirio della quotidianità e del servizio ai fretalli a cui anche noi siamo chiamati. O santo Silvestro, che hai guidato la chiesa in un momento delicato e importante di transizione religiosa e sociale, assisti anche noi perchè, con amore per gli uomini e la Chiesa, offrendo la nostra vita in sacrificio spirituale, sappiamo tracciare sentieri di umanità e santità per la delicata epoca di transizione che anche noi viviamo. Amen!

#PieniDiStupore 5: San Silvestro

Color Vibrante | Piero Cicoli al Battistero di Velate

Si inaugura nel secondo finesettimana di ottobre a Varese al Battistero di Velate e in contemporanea a Como presso The Art Company, una mostra “diffusa” di Piero Cicoli (Urbania 1939 – Varese 2016) intitolata Color Vibrante a cura di Carla Tocchetti e con la collaborazione della Famiglia che ne cura l’archivio.  Autore eclettico e sensibile, Piero Cicoli ha lasciato una eredità importante in termini di sperimentazione, produzione e didattica, a testimonianza delle tensioni del mondo dell’Arte alle soglie del nuovo Millennio. La scelta di introdurre l’Artista con una doppia esposizione permette di coinvolgere le due città Lombarde dove Cicoli è stato Docente, Varese e Como, ampliando la presentazione degli eccellenti risultati raggiunti negli anni della maturità con i medium materici prediletti: ceramica e maiolica, oli e acrilici su tela. “Artista di solide basi, ascrivibile tra gli ultimi Maestri del Colore italiani, Cicoli ha consacrato il suo impegno al raggiungimento dell’equilibrio perfetto e alla fedeltà al cromatismo come valore assoluto, indagato felicemente in una varietà di supporti espressivi dalla tela allo smalto. Nel percorso mostra raccontiamo il rapido e progressivo svuotamento del significato figurativo, legato alla realtà e al momento, che cede via via il passo agli esemplari astratti della maturità. Sono queste opere, dove non comandano più illusione e precarietà, bensì silenzio e essenzialità, ad aprire secondo Cicoli una possibilità nuova, dove l’intervento dell’Uomo Creatore trova ancora spazio” afferma la curatrice Carla Tocchetti.  Il progetto è promosso da Il Battistero di Velate, Comunità MAMI, e The Art Company Como, con il patrocinio di Comune di Varese e dell’associazione culturale Segreta Isola. Biografia dell'Artista Piero Cicoli, pittore, incisore e ceramista, nasce a Urbania, nelle Marche, il 09 novembre 1939. Inizia la sua attività giovanissimo, guidato da Federico Melis, grande ceramista, docente alla Scuola di ceramica annessa all'Istituto di belle arti di Urbino. Proprio qui Cicoli, nel 1961, consegue il diploma di Maestro d’arte in litografia, avendo per maestro l'incisore Carlo Ceci. Dal 1968 al 1971, compie esperienze in Sardegna, insegnando materie artistiche nelle scuole statali e dedicandosi a una continua ricerca pittorica. Alla fine del 1971, Cicoli si trasferisce a Varese dove insegna, fino al 1994, Discipline pittoriche presso il Liceo artistico statale “A. Frattini” e dove, assieme ad alcuni amici artisti conterranei, fonda il Gruppo Montefeltro, un collettivo di autori uniti da una comune origine e da una condivisa riflessione sul linguaggio stesso della pittura. Nel 1985 l'opera di Piero Cicoli viene raccolta in un importante volume monografico, a cura di Egidio Fiorin, con la prefazione di Roberto Sanesi e un'antologia critica che contempla testi di Corrado Leonardi, Carlo Munari, Giorgio Segato e Domenico Cara. Il libro è pubblicato dalle Edizioni d’arte Antico Torchio di Genova. Nel 1989 è invitato dal Comune di Varese, in occasione di uno scambio culturale con l'Unione Sovietica, a partecipare a una mostra di artisti varesini allestita ai Musei civici di Varese e, successivamente, itinerante in diverse città dell'URSS. Dal 1995, Cicoli è titolare di una cattedra di Pittura presso l’Accademia di belle arti “Aldo Galli” di Como, che conserva fino al termine dell’anno accademico 1999. Dal 1965 Piero Cicoli espone in numerose rassegne personali e collettive nelle maggiori città italiane e su invito a Mosca, Casa Centrale dell’Arte; Museo di Baku ( Azerbaigian); Museo di Tblisi (Georgia). Ha inoltre esposto a Tokyo, Osaka, Ginevra, Detroit, Los Angeles, Miami. Tra i tanti critici che si sono occupati del suo lavoro: Silvio Zanella, Chiara Gatti, Raffaele De Grada, Roberto Sanesi, Silvia Cuppini, Giorgio Seveso, Marco Rosci, Renè Terrier, Giuseppe Rosato, Domenico Cara, Ettore Ceriani, Riccardo Prina, Stefania Barile. Piero Cicoli scompare l'11 aprile del 2016 a Varese. L'archivio, custodito dalla Famiglia, si occupa di conservare, valorizzare e promuovere la sua vastissima ricerca. Visita la mostra +

Color Vibrante | Piero Cicoli al Battistero di Velate

#PieniDiStupore 9: San Carlo Borromeo in Lissago

 

E’ una delle figure più significative della riforma conciliare post-tridentina. Nasce ad Arona il 2 ottobre 1538 dall’illustre famiglia dei Borromeo, secondogenito e perciò destinato, secondo il costume del tempo, a intraprendere la carriera ecclesiastica. A 21 anni si laurea a Pavia “in utroque iure” ed è chiamato a Roma dallo zio, fratello della madre Margherita Medici, papa Pio IV, che lo associò a sé nel governo della Chiesa, nominandolo – come oggi si direbbe – segretario di Stato. Inizia così la sua vertiginosa ascesa alle più alte cariche ecclesiastiche; nominato cardinale a 22 anni, diventa poi nel 1560 amministratore della vasta e ricchissima diocesi di Milano. Accanto allo zio, ebbe un’influenza determinante nella riapertura del Concilio di Trento e poi nella sua conclusione (1562-1563); sotto la sua spinta i decreti conciliari furono subito approvati dal papa e fu creata la Congregazione del Concilio per la loro applicazione nelle diocesi. Alla morte del fratello, divenendo, a 24 anni, erede legittimo del casato, si pensò, nella curia romana, che avrebbe abbandonato lo stato ecclesiastico. La sua decisione di farsi ordinare sacerdote colse tutti di sorpresa. Carlo imboccò decisamente questa strada dopo un corso di esercizi spirituali fatti sotto la guida di un santo gesuita, il padre Ribera, durante i quali si convinse che Dio lo aveva portato a Roma proprio per condurlo alla scelta radicale di totale rinuncia al mondo, perché potesse servirlo con tutta la vita nei fratelli, secondo il modello di uomini esemplari del suo tempo, quali Gaetano da Thiene, Ignazio di Loyola e Filippo Neri. Il 7 dicembre 1564 fu consacrato vescovo e si preparò, secondo i dettami del Concilio, ad assumere direttamente il governo della sua vasta archidiocesi, dove si insediò nel 1565. A Milano si consacrò totalmente alla sua missione pastorale e attese con straordinaria energia all’opera della riforma, celebrando diversi concili provinciali e numerosi sinodi, visitando assiduamente la sua vasta diocesi, istituendo seminari per la formazione del clero, ripristinando la disciplina nelle famiglie religiose. Si oppose all’introduzione dell’inquisizione spagnola nella sua diocesi, patrocinata dal potente Filippo II, difendendo con fermezza i diritti e la libertà della Chiesa, e si rivelò, oltre che pastore infaticabile, anche un grande riformatore e organizzatore sia della vita ecclesiale che della vita civica. Così nella peste del 1576 organizzò l’assistenza nel lazzaretto pubblico e negli ospedali di emergenza, impegnando tutte le risorse della diocesi e vendendo il suo principato napoletano di Oria per soccorrere la miseria del momento. In quest’ora di prova per i milanesi, l’arcivescovo fu l’unico punto di riferimento e di conforto. La peste fu superata e Milano riprese la sua vita normale; ma la vita del Borromeo era ormai minata dalle fatiche sopportate senza risparmio. Stava facendo gli esercizi spirituali nel suo santuario preferito, sul Sacro Monte di Varallo, quando fu colto da una febbre insistente; stremato di forze fu trasportato a Milano, dove morì il 3 novembre 1584. Aveva solo 46 anni.Il 1° novembre 1610 Paolo V lo proclamava santo, additandolo come modello a tutti i pastori della Chiesa.  Nella chiesa di Lissago lo veneriamo contemplandone la statua (del 1902) opera della bottega di Giuseppe Speluzzi da Milano. Sostituì una vecchia opera di cartone posizionata sin da quando, nel 1821 il parroco don Giuseppe Fontana fece costruire la nicchia stessa proprio in onore di san Carlo. Tale nicchia sovrasta l'altare laterale in fondo alla navata di sinistra. Nell'attuale opera san Carlo è vestito con l'abito corale: veste talare rosso ponsò (termine con cui si identifica il rosso scarlatto delle vesti proprie cardinalizie), rocchetto (la cotta in pizzo), mozzetta e tricorno sempre rosso ponsò. La scelta di raffigurarlo in tale abito (piuttosto che con i paramenti sacri e le insegne solenni) è probabilmente dovuta al fatto che così la gente era abituata a vederlo nelle frequenti visite pastorali di cui era stato ripristinatore dopo il Concilio di Trento. A ricordo del suo contributo dato al Concilio, l'effigie lo raffigura anche con i decreti promulgati in quella sede sotto il suo braccio.  San Carlo, patrono di Lissago e della nostra diocesi, proteggi la nostra comunità e guida il nostro arcivescovo perché, come un solo gregge, possiamo amare e servire l'unico buon Pastore, il Signore Gesù!

#PieniDiStupore 9: San Carlo Borromeo in Lissago

#PieniDiStupore 4: I santi Nazaro e Celso

 

I santi Nazaro e Celso nella chiesa di Calcinate del Pesce Paolino, biografo di sant’Ambrogio riferisce che il vescovo di Milano ebbe un’ispirazione che lo guidò sulla tomba sconosciuta di due martiri negli orti fuori città. Erano Nazario (o Nazaro) e Celso. Il corpo del primo era intatto e fu trasportato in una chiesa davanti a Porta Romana, dove sorse una basilica a suo nome. Sulle reliquie di Celso, le ossa, sorse invece una nuova basilica.  La tradizione vuole che Nazaro abbia predicato in Italia, a Treviri e in Gallia. Qui battezzò Celso che aveva nove anni. Furono martirizzati a Milano nel 304, durante la persecuzione di Diocleziano. Da allora diverse furono le chiese che nella nostra diocesi vennero dedicate ai due martiri uniti fraternamente nella gloria da questo miracoloso rinvenimento e forse, chissà, anche per aver condiviso la gioia dell'annuncio del Vangelo e i patimenti del martirio. Sulla loro vita non c'è alcuna notizia certa. Mezzo secolo dopo la scoperta dei loro corpi, un anonimo d'origine africana, ma che doveva appartenere al clero milanese, compose gli Atti dei due martiri dai quali ne è seguito il racconto agiografico secondo il quale Nazaro, discepolo dell'apostolo Pietro e di origine ebraica, avesse annunciato il Vangelo prima nel nord d'Italia (dovre sembra abbia incoraggiato al martirio i Ss. Protaso e Gervaso) e poi nelle Gallie. Qui gli fu affidato il giovane Celso, un ragazzo di appena nove anni che gli fu discepolo sia nell'educazione alla vita che alla fede. Ricevuto il battesimo, Celso parti nella predicazione con Nazaro e attraversarono la Francia per tornare verso l'Italia, sostarono in Liguria per poi viaggiare verso Roma. Tornarono poi a Milano e qui vennero arrestati e condannati a morte dal prefetto Antolino. La sentenza fu eseguita per decapitazione nell'anno 76.  Nella chiesa parrocchiale di Calcinate del Pesce li veneriamo contemplandone le due statue che si trovano sui pilastri che introducono al presbiterio: san Nazaro a sinistra e san Celso a destra, guardando verso l'altare. Li riconosciamo innanzitutto perchè Nazaro, il maestro e quindi più anziano, è raffigurato con la barba, mentre il volto giovanile dell'altra statua ci raffigura il giovane discepolo san Celso. Sono vestiti con gli abiti del loro tempo, primo secolo dopo Cristo, e portano in mano ciascuno una palma segno del loro martirio.  La palma della vittoria della morte sulla vita. È un simbolo che nasce in oriente dove si pensava che la pianta nel fiorire e generare i frutti (e quindi i semi) morisse: il legame con il martirio è quindi dovuto a una simbologia di sacrificio. In onore del loro martirio è anche di colore rosso il manto di entrambi: sono stati rivestiti del sangue di Cristo e anche per il loro sangue Cristo ci ha redenti; il sacrificio del martire lo unisce infatti al sacrificio di Cristo per la salvezza di tutta l'umanità. Pregando questi santi evangelizzatori e martiri rendiamo grazie a Dio per la testimonianza di tanti che danno la vita per Lui e per noi e chiediamo il dono di poter anche noi conoscere quell'amore di Dio che li ha spinti a così profonda offerta di sé. Santi Nazaro e Celso vegliate sulla nostra comunità e fortificate la nostra fede!

#PieniDiStupore 4: I santi Nazaro e Celso

#PieniDiStupore 8: Santissima Trinità di Capolago in occasione della festa Patronale

 

Oggi celebriamo la festa liturgica della SS. Trinità. E celebriamo la festa patronale della parrocchia di Capolago.  Nell'Antico Testamento il mistero della Trinità è soltanto prefigurato e non ancora rivelato apertamente. Tutto l'Antico Testamento testimonia la vitalità e la pienezza della vita in Dio. Perciò esso parla già dello spirito di Dio per indicare l'interiorità divina e la sua manifestazione quale dono per gli uomini (cfr. Ez 36,27). La luce della rivelazione del Nuovo Testamento aiuta a intravedere nell'Antico tracce di una distinzione di termini in Dio, specialmente nei Libri Sapienziali: nella figura della Sapienza, (cfr. Pr 8,22-31) che prepara la rivelazione della persona del Figlio (Sap 9,1). Altri testi sono interpretati nel Nuovo Testamento in relazione al Messia-Figlio di Dio (Sal 2,7; Sal 110; Dn 7,13). Il Nuovo Testamento mette in chiaro l'unità e la contemporanea distinzione fra Gesù e suo Padre (Gv 10,30; 14,9): Gesù non è il Padre, ma ha ricevuto completamente se stesso, ivi inclusa la propria figliolanza, da lui. Centro e motore propulsore dell'annuncio di Gesù e della sua prassi è il suo rapporto con Dio come Padre con il quale vive un'intimità di auto comunicazione piena e permanente. Il passo di  Mt 11,25-27 fa vedere che il cuore dell'esperienza di Gesù è il suo rapporto col Padre. È fondamentale poi il dato della forma aramaica con cui Gesù si rivolge al Padre, con la parola che i bambini usavano per rivolgersi al loro padre, Abbà (Mc 14,36). Tale termine dice gratitudine assoluta verso di lui, totale e fiducioso abbandono al suo volere e, insieme, libertà di un rapporto fatto di intima comunione. La relazione di Gesù con il Padre è poi illuminata dai racconti del suo Battesimo (Mc 1,9-11), dai quali traspare che l'opera che egli inizierà da lì a poco con l'inizio della sua predicazione ha la sua radice nell'adesione profonda al volere del Padre, nella linea del Servo del Signore di Isaia (42,1-9); da parte sua il Padre lo proclama suo figlio amato , nel quale ha posto la sua compiacenza (cfr. Is 42,1); lo Spirito di Dio, che già      aveva consacrato i profeti (cfr. Is 61,1) e che era stato promesso in sovrabbondante pienezza per i tempi messianici (Gl 3,1-2) lo spinge e lo consacra. Nella sua trasfigurazione (17,1-9; Mc 9,2-10; Lc 9,28-36), Gesù cambia d'aspetto mentre prega, ed è trasfigurato in gloria; nell'orientamento verso la sua passione (cfr. l'esodo di cui parla con Mosè ed Elia in Lc 9,31), una voce, dalla nube, proclama la figliolanza di Gesù. Mediante la glorificazione pasquale di Gesù i suoi discepoli sono inseriti nella relazione tra Gesù e il Padre attraverso il dono dello Spirito Santo, che è annunciato come portatore misterioso dell'amore tra Padre e Figlio giunto al suo compimento (Gv 14,1-16,15). La Persona dello Spirito Santo è meno definita di quella di Gesù, ma non mancano testi che ne asseriscono la condizione divina: Rm 8,11; 1Cor 3,16. In Tt 3,5 si dice che lo Spirito è mandato a noi dal Padre per mezzo del Figlio. La mutua relazione delle tre Persone divine è espressa in Gal 4,4-6. La dottrina della Trinità si è poi precisata nell'ambito del Cristianesimo antico: prima nel credo del primo concilio di Nicea (325), poi nel Simbolo niceno-costantinopolitano (381), dove venne affermato come primo articolo di fede l'unicità di Dio e, come secondo, la divinità di Gesù Cristo figlio di Dio e Signore, a seguito, tra le altre, della controversia suscitata dal teologo Ario, che negava quest'ultima. Il dogma della "trinità" è in relazione alla natura divina: esso afferma che Dio è uno solo, unica e assolutamente semplice è la sua "sostanza", ma comune a tre "persone" (o "ipòstasi") della stessa numerica sostanza (consustanziali) e distinte. L'iconografia ci propone molte raffigurazioni della Trinità. Dalle famose icone (nota è quella dell'ospitalità offerta da Abramo a Dio presentatosi nei tre viandanti in Gn 18, 1ss) ai dipinti del medioevo e rinascimento che privilegiano il soggetto del cosiddetto Trono di Grazia: il Padre in trono sostiene e presenta il Figlio crocifisso mentre sono sormontati dalla colomba e circonfusi dalla luce dello Spirito Santo.  La statua composta nella nicchia sopra il tabernacolo dell'altare maggiore presso la Chiesa parrocchiale di Capolago presenta una variante a questo soggetto. Il Padre è assiso in trono ma non regge la croce da cui pende il Figlio, bensì sostiene, adagiato sul suo grembo, il corpo morto del Figlio stesso. È un'immagine non più di offerta ma di profonda compassione, di sacrificio consumato e raccolto dal Padre come profumo soave (Nm 28,8). Contempliamo questa immagine di amore offerto, consumato e accolto e chiediamo, attraverso l'offerta della nostra vita di partecipare a questo mistero.

#PieniDiStupore 8: Santissima Trinità di Capolago in occasione della festa Patronale

Riuso Solidale

“Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” - Mt 25,40    CHI SIAMO? Siamo volontari della Caritas e di “Farsi prossimo”, l’associazione per la pastorale caritativa delle parrocchie di Varese che sostiene la Casa della Carità e, nell’ottica di una esperienza collaborativa, sosteniamo un fecondo interscambio fra chi ha e chi ha bisogno. Crediamo nella pedagogia della condivisione, non ci piacciono gli sprechi, ci piace riutilizzare gli oggetti dando loro una seconda vita, abbiamo grande attenzione per l’ambiente in cui viviamo, ma soprattutto amiamo prenderci cura di chi è in difficoltà. “Contro la cultura dell’indifferenza e dello scarto, prendi una posizione e non restare neutrale: L’indifferenza è complice delle ingiustizie. Siamo tutti fratelli” - Papa Francesco Avete degli oggetti che non usate, desiderate donarli, ma non sapete come fare? Proceduta da seguire Entrate nel sito www.riusosolidale.com Cliccate su DONA Compilate il format Inviate una foto e la descrizione dell’oggetto che desiderate donare Un volontario inserirà la foto nella sezione OFFRO appena possibile Le persone che sono seguite dai nostri centri di ascolto vedranno l’oggetto e lo richiederanno a noi, dopodiché noi vi contatteremo e insieme stabiliremo le modalità dello scambio Che cosa si può donare? “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” - Mt 10,8 Piccoli oggetti per la casa e per la persona. Puliti e perfettamente funzionanti.  Elettrodomestici, piccoli mobili, oggetti e biancheria per la casa, stoviglie, casalinghi, libri, cancelleria, attrezzature sportive, accessori per l’abbigliamento... In caso di proposte relative ad altri oggetti, li proporremo alle associazioni della zona che già si occupano di ricevere questo materiale.  Gli oggetti devono essere puliti, in ordine e perfettamente funzionanti, cosi come ognuno di noi vorrebbe ricevere un dono; Si gradisce una descrizione accurata dell’oggetto donato; L’incontro con chi riceve il vostro dono valorizza il gesto di condivisione: quando possibile vivetelo; I volontari non possono ricevere né doni né ricompense; Gli annunci verranno inseriti sul sito a discrezione dei volontari.   Per informazioni contattare: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Riuso Solidale

#PieniDiStupore 6: San Grato in Bobbiate

 

Protettore delle coltivazioni e dei campi contro la grandine e gli altri elementi naturali che si scatenano a danno di ortaggi, raccolti e allevamenti...forse per questo, agli inizi del '900, è stato scelto come patrono della parrocchia che vanta un'antica tradizione di cura della terra (qualcosa indicherà il toponimo della via Campi d'oro...). San Grato, che visse nel IV secolo ed era contemporaneo di S. Ambrogio, era un sacerdote che collaborava con Eustasio, primo vescovo di Aosta, da taluni ritenuto santo; ambedue erano di origine greca come fa intendere il nome del vescovo, probabilmente il più anziano dei due, Eustasio, chiamò presso di sé il più giovane Grato. Si ritiene che ambedue abbiano ricevuto successivamente, educazione e formazione ecclesiastica, nel celebre cenobio fondato da s. Eusebio da Vercelli († 371), il grande vescovo che al ritorno dall’esilio in Oriente, impostagli dall’imperatore Costanzo, volle trapiantare nella sua diocesi il monachesimo.Sant’Ambrogio affermò, che in quel tempo tutti i vescovi dell’Italia Settentrionale provenivano dal cenobio eusebiano, quindi anche Eustasio e Grato, vissuti nella seconda metà del V secolo, provenivano da lì; tenendo conto anche che Aosta, la romana Augusta Pretoria, fondata intorno al 25-24 a.C., il cui nome fu posto in onore di Augusto e della sua Guardia Pretoriana, prima del tempo di Eustasio era compresa nel territorio della Chiesa vercellese. Si sa che quando Grato era ancora semplice sacerdote, rappresentò il vescovo di Aosta, Eustasio, al Concilio provinciale di Milano del 451, sottoscrivendo la lettera che quell’assemblea inviò al papa san Leone I Magno, per condannare l’eresia di Eutiche († 454 ca.), monaco greco che negava le due nature di Cristo, affermando l’assimilazione della natura umana in quella divina. E forse i testi che il santo tiene sotto braccio nella statua presso la chiesa di Bobbiate rappresentano proprio questa vicenda.In un anno imprecisato, ma certamente dopo il suddetto 451, Grato alla morte di Eustasio, gli successe alla guida della giovane diocesi valdostana, divenendone il secondo vescovo, ecco perché la statua lo raffigura con i simboli episcopali: mitria e pastorale. Non si conosce l’anno della sua morte, ma stranamente quello della sepoltura, 7 settembre, ricavato dalla breve iscrizione sepolcrale: “Hic requiescit in pace S. M. GRATUS EPS D P SUB D. VII ID. SEPTEMB.”; incisa sulla pietra tombale conservata nella chiesa parrocchiale di Saint-Christophe, in Aosta.  San Grato, nostro patrono, nelle tempeste della vita ci affidiamo a te. Confidando nell'amore di Cristo che nella sua umanità ci è donato, sii nostra guida perché anche noi possiamo camminare verso il cielo da dove ci viene ogni bene. Amen!

#PieniDiStupore 6: San Grato in Bobbiate

Fukushi Ito – Luce, Spazio, Tempo

Si inaugura il 20 novembre a Varese, Battistero di Velate, la mostra “LUCE, SPAZIO, TEMPO.” dell’Artista giapponese Fukushi Ito, a cura di Carla Tocchetti e Virginia Monteverde: una installazione di opere luminose, realizzate con computer drawing su film trasparente e sfere d’acciaio, che rappresenta il punto di arrivo di una lunga ricerca dell’Artista, dedicata allo scrittore Yukio Mishima (1925-1970). E’ infatti decennale il percorso, durante il quale Fukushi Ito ha sviluppato, attraverso la sperimentazione di linguaggi, materiali e nuove tecnologie, i temi del celebre scrittore militante, realizzando opere di grande impatto visivo ed emotivo. L’ installazione è stata esposta nel 2022 a Venezia nel periodo della Biennale.  Attraverso una sperimentazione sulla figurazione, sui materiali, sulla composizione e i linguaggi dei nuovi media, Fukushi Ito indaga il rapporto tra spazialità, temporalità e immaginario culturale, sintetizzando una estetica capace di integrare innovazione e tradizione. Nel suo lavoro i linguaggi del contemporaneo incontrano i materiali dando vita a una dimensione installativa, che attraverso il potere della luce restituisce in metafora l’emergere della realtà e dell’esistenza. L’installazione fa parte del ciclo “Mishima Code”, una narrazione per immagini tratte dal corpus letterario e biografico di Mishima, figura mitologica del Novecento, che ha incarnato senza risparmio le contraddizioni del proprio Paese, radicato nella tradizione eppure incline alla contaminazione.   “Concludiamo la programmazione 2022 al Battistero di Velate testimoniando ancora una volta il nostro impegno a creare eventi di interesse internazionale e aderire ai principi della sostenibilità ambientale. Il nostro infatti sarà un messaggio di rispetto per l’ambiente in un momento di crisi energetica: nelle aperture sarà azzerato l’utilizzo di luci ambientali, coinvolgendo il pubblico in una esperienza intensa e particolare, limitata sole a due ore al giorno al momento del tramonto” aggiunge la curatrice Carla Tocchetti. La mostra è realizzata al Battistero di Velate in collaborazione con Comunità MAMI, e con MAIIIM Centro internazionale d’Arte Contemporanea Multimediale di Genova (prossimo all’apertura) e Etherea Art Gallery di Genova, con l’Associazione Segreta Isola di Como, e con il patrocinio del Comune di Varese e dell’ Ordine degli Architetti e Paesaggisti della Provincia di Varese. La manifestazione sostiene la raccolta fondi per il futuro progetto di restauro del Battistero di Velate.   La mostra LUCE, SPAZIO, TEMPO. sarà inaugurata al Battistero di Velate in piazza Santo Stefano a Varese il giorno 20 novembre alle ore 16 alla presenza dell’Autrice e della curatrice genovese Virginia Monteverde. Sarà predisposto un servizio accoglienza dalle ore 15 presso il Teatro Oratorio di Velate, sempre in piazza Santo Stefano. All’inaugurazione consigliamo di prenotarsi tramite Eventbrite.   La mostra LUCE, SPAZIO, TEMPO. sarà visitabile fino al 5 dicembre 2022 nei seguenti  Orari: dal giovedì al venerdi dalle 16 alle 18, ingresso gratuito.  Per info, gruppi o visite personalizzate: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Fukushi Ito nata nel 1952 in Giappone, laureata alla Tokyo University of Art, dopo aver conseguito nel 1980 la laurea specialistica, si trasferisce in Italia, prima a Firenze e poi a Milano dove attualmente vive e lavora. Dal 1980 al 1982 ha viaggiato a lungo in tutta Europa per conoscere il patrimonio artistico e culturale occidentale, e successivamente ha iniziato la sua attività di Artista. Con la sua prima personale a Venezia nel 1983 ha inaugurato una prestigiosa carriera che conta ad oggi circa 50 personali e 250 collettive, realizzate in musei, location istituzionali, gallerie private e rassegne in diversi paesi tra i quali Italia, Regno Unito, Germania, Francia, Austria, Danimarca, Svizzera, Irlanda, Croazia, Slovenia, Ungheria; Stati Uniti, Russia, Cina, Israele, e naturalmente Giappone. Nel 2014 è stata insignita con la Medaglia d’onore con il Dark Blue Ribbon dall’Imperatore del Giappone. Biografia

Fukushi Ito – Luce, Spazio, Tempo

I poveri non si contano: 7 novembre, giornata diocesana Caritas

Io non li ho mai contati i poveri, perché non si possono contare: i poveri si abbracciano, non si contano. Mi piace partire da questa provocazione di Don Primo Mazzolari che è riportata al termine del messaggio di Papa Francesco per la V giornata mondiale dei poveri, testo dal quale ho tratto a piene mani questa riflessione che condivido con voi. I poveri non si contano perché non sono numeri, persone astratte, “esterne” alla comunità quasi fossero una categoria a parte. Eppure ci viene spesso di fare dei discorsi su di loro, sulle nuove povertà amplificate dalla pandemia, sulle lunghe file ai centri di accoglienza e di distribuzione, sul fatto che sono aumentati a dismisura e che sono il segno tangibile del peggioramento della nostra qualità di vita. E più li contiamo e più ci spaventano e diventano un peso intollerabile per il nostro sistema economico, per la nostra stabilità. Ma i poveri non sono numeri: hanno un volto e un nome. Si chiamano Luigi, Annamaria, Amina, Amhed ..., non sono un numero di pratica nei nostri centri d’ascolto o negli uffici comunali. Quindi (sempre citando Don Primo) “vorrei pregarvi di non chiedermi se ci sono dei poveri, chi sono e quanti sono, perché temo che simili domande rappresentino una distrazione o il pretesto per scantonare da una precisa indicazione della coscienza e del cuore”. I poveri non si contano perché contano! Perché i poveri di ogni condizione e latitudine ci evangelizzano, ci rivelano il volto del Padre perché conoscono il Cristo sofferente che si è spogliato di tutto, si è fatto povero per la nostra salvezza. C’è un legame inscindibile tra Gesù, i poveri e l’annuncio del Vangelo: è in loro che lui rimane con noi, che lo possiamo riconoscere. Può essere che non ci piaccia il volto di un Dio così, che preferiamo pensare di incontrarlo nel nostro cuore, nelle nostre preghiere, nelle nostre devozioni condite con un po’ di elemosina. Ma non si scappa: Gesù è l’affamato, l’assetato, il nudo, il malato, il carcerato e i poveri come lui ce lo rappresentano al vivo ogni giorno senza contare che il Regno dei Cieli è per chi è come loro. I poveri ci insegnano ad essere discepoli di Gesù che non accumulano tesori sulla terra per essere liberi da ogni preoccupazione che impedisce di raggiungere la vera felicità e beatitudine e di riconoscere ciò che è duraturo e non può essere distrutto da niente e da nessuno. I poveri non si contano ma ci convertono, ci spingono ad aprire il nostro cuore a riconoscere le molteplici espressioni di povertà e nel manifestare il Regno di Dio mediante uno stile di vita coerente con la fede che professiamo. I poveri ci aiutano ad aprirci decisamente alla grazia di Cristo che può renderci testimoni della sua carità senza limiti e restituire credibilità alla nostra presenza nel mondo. I poveri non si contano ma si abbracciano e questo abbraccio possa radicarsi sempre di più nelle nostre chiese locali e aprirsi ad un movimento di evangelizzazione che incontri in prima istanza i poveri là dove si trovano. Non possiamo attendere che bussino alla nostra porta, è urgente che li raggiungiamo nelle loro case, negli ospedali e nelle residenze di assistenza, per le strade e negli angoli bui dove a volte si nascondono, nei centri di rifugio e di accoglienza... Dobbiamo imparare ad ascoltare seriamente il dolore e la fatica dei fratelli, capire come si sentono, cosa provano e quali desideri hanno nel cuore. Non deleghiamo ad altri quell’abbraccio che oggi possiamo dare noi. I poveri non si contano ma se proprio vogliamo farlo dobbiamo avere il coraggio di dire che i primi siamo noi perché è solo ammettendo la nostra radicale povertà che riusciremo a riconoscerli realmente e a farli diventare parte della nostra vita e strumenti di salvezza. Ci aiuti l’intercessione e l’esempio di Maria, donna di poco conto agli occhi del mondo: grande perché piccola, ricca perché povera, potente perché umile, bella perché risplendente di un Dio che non conta i suoi figli ma li chiama ciascuno per nome, forte di un amore che ha accompagnato il Figlio sotto la croce, ricolma della fecondità dello Spirito che ha reso madre una vergine: madre di Cristo e madre nostra. Stiamo volentieri alla sua scuola ad imparare da lei le ricette giuste, il modo migliore, LO STILE EVANGELICO PER AGGIUSTARE IL MONDO PRATICANDO L’AMORE, PER RIPARTIRE DAGLI ULTIMI SENZA CONTARLI. Suor Maura

I poveri non si contano: 7 novembre, giornata diocesana Caritas