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Happiness: niente di nuovo per noi cristiani

Hai presente quella sensazione che provi quando entrando in un luogo ti senti accolto, indipendentemente da chi sei e da cosa hai fatto? Non importa la tua provenienza e in cosa credi, non importa se ti droghi o sei il primo della classe, se vuoi spaccare tutto o sei la persona più pacata al mondo.  Vieni accolto per il semplice fatto di aver suonato il campanello giusto. Questo è lo spirito di Happiness, un progetto dedicato agli adolescenti della città, nato dalla collaborazione tra il Decanato di Varese, l’Istituto Maria Ausiliatrice e Casa Matteo, con il contributo della Fondazione Comunitaria del Varesotto. Tra maggio e luglio oltre 150 adolescenti hanno varcato la soglia dell’Oratorio di San Vittore, sede del progetto, in cerca di un luogo dove potersi sentire a casa e di adulti capaci di ascoltare le loro storie di vita senza giudicarle.  Ma cosa si fa ad Happiness? Innanzitutto si sta. Dal lunedì al venerdì, dalle 14.00 alle 19.00, puoi semplicemente stare, senza l’obbligo di svolgere alcuna attività. Puoi entrare ed uscire liberamente, portare chi vuoi e fare ciò che ti pare. Questa per noi adulti è la vera sfida del progetto: saper stare tra i ragazzi e coltivare le relazioni senza una rigida struttura, senza obblighi e imposizioni. Il punto di partenza è l’ascolto del singolo ragazzo, dei suoi bisogni e desideri, delle sue paure e dei suoi sogni. Da questo lavoro individuale ha inizio la costruzione di proposte, attività e laboratori, ai quali i ragazzi possono scegliere liberamente di partecipare: teatro, canto, parkour, football americano, hip hop, tutto ciò che possa fargli intravedere un raggio di bellezza e aprire nuove possibilità per il loro futuro.  Ad Happiness cerchiamo di promuovere la condivisione delle idee e discutiamo insieme tutte le scelte: dai colori dei muri ai prodotti da vendere al bar, dalla gestione delle pagine social ai luoghi delle gite. I ragazzi possono trasformare, arredare e abbellire gli spazi a loro piacimento, proponendo un disegno da realizzare su una parete, la creazione di una sala dedicata alla musica o portando una vecchia poltrona trovata nella soffitta di casa. Accogliere, stare, condividere. Tre verbi che riassumono lo spirito di questo progetto. Niente di nuovo per noi Cristiani. Eppure alla fine di ogni giornata, quando chiudiamo la porta di Happiness e ci guardiamo negli occhi, il pensiero è sempre quello: c’era proprio bisogno di un posto così. Filippo Maroni

Happiness: niente di nuovo per noi cristiani

In memoria di Padre Adelio Lambertoni

Ho conosciuto P. Adelio nel 1989, quando – con altri due giovani confratelli - sono arrivato ad Hong Kong, la missione alla quale eravamo destinati. Ricordo che dall'aeroporto vi era un numeroso gruppo di missionari del PIME ad accoglierci. P. Adelio si è subito distinto per la cordialità e l’entusiasmo nel ricevere noi giovani confratelli che iniziavamo, devo dire un po’ intimoriti, il lungo iter di studio ed inserimento nella cultura cinese e nella società di Hong Kong. Conobbi quindi P. Adelio quando compiva 50 anni (nato il 20 settembre del 1939); ho avuto perciò la grazia di vivere accanto a lui negli anni della sua maturità umana e spirituale.  Mi sembra che si possano individuare tre tappe nella vita di P. Adelio in Hong Kong. Il primo periodo che va dal suo arrivo in Hong Kong nell’ottobre del 1965 fino al 74. E’ il periodo iniziale che lo vede impegnato nello studio e nell’apostolato tra i pescatori di Sai Kung.Sono gli anni giovanili e chi di noi ha conosciuto P. Adelio può immaginare quale forza ed energia ha profuso nel suo lavoro a favore dei più poveri - del popolo delle barche – per i quali ha costruito due villaggi di case sulla terra ferma, in collaborazione con tante persone di buona volontà. La missione di Sai Kung era molto vasta e comprendeva le numerose isole della baia con altrettanto numerose cappelle e comunità cristiane da curare. P. Adelio le visitò assiduamente; non si deve dimenticare che a poche braccia di mare da queste isole vi era la Cina di Mao, che proprio in quei anni era sconvolta dalla rivoluzione culturale. È in una di queste isole che incontra e si prende cura di tre sorelline rimaste sole, Margareth, Sally e Mary che formeranno il nucleo iniziale di quella che diventerà la sua grande famiglia.Questo primo periodo, segnato dall’entusiasmo degli inizi, finirà tragicamente il 27 settembre del 1974, quando il parroco di Sai Kung, P. Valeriano Fraccaro, suo confratello del PIME, viene brutalmente ucciso una sera, in casa parrocchiale. I responsabili e le motivazioni di questo brutale assassinio sono ancora sconosciuti; è verosimile che P. Adelio fosse il vero bersaglio. Il suo impegno per i poveri e diseredati, pare abbia suscitato delle gelosie incontrollate o aspettative nascoste che sono state deluse e che avrebbero armato la mano omicida. Un secondo periodo, dal 78 all’89. P. Adelio, dopo un’assenza di tre anni, rientra in Hong Kong nel 78 ed è parroco a Wong Tai Sin. Sono questi anni di lavoro intensissimo. In parrocchia e nel lavoro di prima evangelizzazione P. Adelio è alla continua ricerca di nuovi metodi e nuove proposte perché l’annuncio del Vangelo raggiunga tutta la vasta popolazione di baraccati e lavoratori che compongono il tessuto sociale in cui opera. Iniziazione cristiana degli adulti, formazione di laici e delle piccole comunità cristiane nei palazzi dormitorio dove si accalcano migliaia di persone sono alcune delle attività che appassionano P. Adelio. Sono questi anche gli anni di un particolare impegno di denuncia delle ingiuste politiche coloniali, in particolare nei confronti dei baraccati, dei lavoratori. […] Quando scoppiò l’emergenza dei boat people – i rifugiati vietnamiti - P. Adelio fu in prima fila a protestare contro l’amministrazione inglese per il trattamento riservato a questi profughi. Con pastori e ministri di altre chiese, con uomini e donne di buona volontà organizza gruppi di sensibilizzazione sui temi scottanti della Hong Kong anni 80. Sono davvero molti gli impegni sociali che lo hanno visto protagonista, così da renderlo uno dei missionari più incisivi e conosciuti, non solo all’interno della Chiesa, ma anche nella più vasta società di Hong Kong. Intanto la Cina, dopo la morte di Mao nel 76, con Deng Xiaoping si stava aprendo sempre più al resto del mondo. P. Adelio ebbe occasione di fare dei viaggi nella Cina continentale e sempre si preoccupava di incontrare uomini di chiesa e comunità cristiane del continente.Anche questo secondo periodo di P. Adelio in Hong Kong si conclude con una tragedia. È il 4 giugno del 1989; a Pechino nella piazza Tienanmen, viene repressa nel sangue la primavera degli studenti cinesi che chiedevano al governo delle riforme e delle aperture. P. Adelio era stato direttamente coinvolto nel sostenere gli studenti di Pechino. Il massacro del 4 giugno fu, come per molta gente in Hong Kong, un evento di violenza estrema che segnò la sua vita di prete e di uomo. Infine - dal 1990 fino alla sua morte – un terzo periodo, che ho avuto la fortuna di condividere con lui da vicino (io arrivai a Hong Kong, due mesi dopo il massacro di Tienanmen). Adelio è ora parroco a Seuhng Kwai Chung, St.John the Apostles Parish. Sono questi gli anni della prova; infatti gli anni novanta sono per la popolazione di Hong Kong gli anni della preparazione al passaggio di sovranità della colonia inglese alla Cina popolare, che avverrà la notte del 1° luglio del 97. Dopo il massacro di Tienanmen la gente di Hong Kong ha paura del ritorno alla Cina e molti emigrano all’estero. […]. La chiesa di Hong Kong è impegnata nel restare e nel dare speranza a coloro che rimangono. Per P. Adelio poi, a metà degli anni novanta – ricordo ancora quei giorni – vi è la scoperta della malattia. Per P. Adelio inizia un nuovo modo di essere missionario. Vive con fede e con generosità anche questo momento. Rimane attivo e impegnato nel ministero; i 10 anni di malattia saranno la più bella testimonianza di fedeltà alla vocazione missionaria e di amore alla sua gente. […] P. Adelio ha sempre saputo superare questi momenti con fede, cosciente che la storia dei singoli e dei popoli è saldamente nelle mani di Dio. E’ questo che gli ha dato coraggio e forza nel vivere fino in fondo la sua vocazione. Vi è un aspetto del profilo spirituale di P. Adelio che è rimasto nell’ombra per molti di noi, ma che emerge chiaramente, sopra gli altri, dai documenti conservati a Roma. P. Adelio è stato un uomo… obbediente. Prima di tutto obbediente a Dio; non è stato facile per lui lasciare il seminario di Venegono per passare alle missioni. P. Adelio era sempre rimasto attaccatissimo alla sua famiglia, alla sua città di Varese e alla sua diocesi. Alla vigilia dell’ingresso nel seminario del PIME, il 20 agosto del 58, scrive al Superiore del PIME di Milano: “Ho lasciato con gioia e con rammarico insieme il mio seminario, accompagnato dalla benedizione dei miei superiori e dalla preghiera dei miei compagni e sono sicuro di trovare un ambiente accogliente e tanto affetto anche da voi”.  Nella presentazione al suddiaconato, nel ’62, il rettore scrive di lui: “Gli costa lasciare la famiglia a cui è molto attaccato, ma lo fa volentieri perché convinto della chiamata alle missioni”. Obbediente quindi alla vocazione e alla chiamata missionaria, anche se non fu semplice né spontaneo per lui il partire. E poi, obbediente ai superiori; sempre P. Lino Bianchi, rettore del seminario, nella presentazione al presbiterato scrive di lui: “Dote sua particolare è l’obbedienza che pure gli costa molto. Il suo carattere esuberante lo fa apparire qualche volta piuttosto indisciplinato, e di fatto un po’ lo è, ma , richiamato, si mette in regola e si sforza di starci”. Quando riceve la destinazione per Hong Kong, il 26 luglio del 65, telegrafa a Milano al Superiore: “Obbedisco, è magnifico”.  Hong Kong non era la missione stata scelta da lui; infatti nel ‘72 confidava a un superiore: “sono andato a Hong Kong con esitazione e forse anche senza entusiasmo…, ma ora non lascerei quel posto per nessun motivo”.  P. Adelio a Hong Kong ci è rimasto fino alla fine, lasciando di sé un ricordo vivo e profondo. Concludo con un proverbio cinese: il profumo dei fiori ha bisogno del vento per diffondersi, una buona notizia ha bisogno di uomini per essere comunicata. P. Adelio ha comunicato con la sua vita di uomo e di cristiano “il buon profumo di Cristo”, la buona novella del vangelo tra il popolo cinese in Hong Kong. Lo ha fatto con la ricchezza umana di cui era dotato, costruendo rapporti profondi di amicizia, battendosi con coraggio per la giustizia, prendendosi cura in prima persona dei più deboli e soli, infondendo speranza e ottimismo a tutti. Nella vita e nelle opere di questo missionario, il PIME vi riconosce la continuità con la più viva e bella tradizione dell’Istituto, che P. Adelio ha certamente contribuito ad arricchire. Padre Luigi Bonalumi

In memoria di Padre Adelio Lambertoni

Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta ma trasformata

 

Purtroppo la nostra società non vuole sentire parlare della morte: la si tiene nascosta ai bambini, parlando del defunto come di uno che se ne è andato e non torna più, parcheggiato in un luogo lontano che qualcuno chiama cielo, dando adito a tutte le affermazioni di incomunicabilità con chi ci ha lasciato. Per gli adulti, spesso, la si trasforma in uno spettacolo tipo "american funeral", con tutta la coreografia che lo accompagna. Tutto  questo perché c'è chi non crede più alla risurrezione ed è la credenza di molti che pure si dicono cristiani. Ma in questo sta la grandezza della nostra fede, come afferma S. Paolo: (1Cor 15, 12 -18) " Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti?  Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato!  Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede.  Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono.  Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto;  ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati.  E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti.  Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini ". La nostra fede si fonda su un fatto solido, testimoniato da persone che non avevano se non la prospettiva di perdere la loro vita nel dire che Cristo è risorto, come a loro (gli Apostoli) è capitato. Paolo parla di una fede "vana", cioè vuota e del fatto che noi siamo da compiangere più di tutti gli uomini se non teniamo certa questa verità: saremmo, infatti, gente che segue Uno che ha promesso cose mirabolanti (la vita eterna e il Regno dei cieli) e nemmeno per sé le avrebbe ottenute! Il Triduo Pasquale che abbiamo celebrato è normativo per noi: ci parla della necessità del nostro corpo, del nostro vivere, come per Gesù che soffre nell'Orto degli Ulivi, della nostra morte come per lui sulla croce, del riposo nel sepolcro, come le nostre tombe, della gloriosa risurrezione, quella che ci attende nella patria del cielo. Per questo, la nostra fede dà onore anche alle spoglie del defunto. È il "transito" da una vita all'altra: una vita non tolta ma trasformata. Anche in questo S. Paolo è preciso: (1 Cor 15, 35-44) " Ma qualcuno dirà: «Come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?».  Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore;  e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco, di grano per esempio, o di altro genere.  E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo.  Non ogni carne è la medesima carne; altra è la carne di uomini e altra quella di animali; altra quella di uccelli e altra quella di pesci.  Vi sono corpi celesti e corpi terrestri, ma altro è lo splendore dei corpi celesti, e altro quello dei corpi terrestri.  Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle: ogni stella infatti differisce da un'altra nello splendore.  Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile;  si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza;  si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale ". È evidente, per noi, la difficoltà a credere tutto questo, perché siamo legati alla nostra sensorialità: noi non abbiamo esperienza diretta di quanto afferma la nostra fede ma soltanto la promessa data dal Signore Gesù: (Giov. 14, 2-4)  " Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l'avrei detto. Io vado a prepararvi un posto;  quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io ". Così il credente sa che il nostro povero corpo mortale sarà reso glorioso come il corpo del Signore Gesù, simile a quello che ha mostrato agli Apostoli la sera di Pasqua. Il legame tra morte e risurrezione viene reso ancora più evidente dal fatto che Cristo porta su di sé i segni della sua passione: è la prima cosa che fa quando appare agli Apostoli, dopo aver augurato la pace: mostra loro le mani e i piedi e la ferita del costato. Noi, come diceva già S. Tommaso d'Aquino, portiamo nell'altra vita  la concretezza di questa, vissuta sulla terra: nulla viene cancellato se non il peccato e la nostra finitezza. Qui prende valore anche la cura del corpo del defunto, cura che la Chiesa ha sempre dimostrato, attraverso la celebrazione delle esequie nei suoi riti elaborati lungo i secoli: sepoltura e cremazione non sono un nascondere alla vista umana la povera salma del defunto o il gesto di un addio ineluttabile, ma un atto di fede perché il credente  viene accompagnato alla sua nuova dimora: " In paradisum  deducant te angeli " cioè: gli angeli ti accompagnino in paradiso, come se fosse un corteo trionfale nel quale il fedele di Cristo prende posto nella sua nuova ed eterna dimora. È un cammino iniziato nel giorno del nostro Battesimo; ed è per questo motivo che all'inizio del rito viene aspersa la salma con l'acqua santa; ed è un cammino glorioso, nonostante la nostra debolezza che si è mostrata nei nostri peccati, che dà diritto a ricevere l'incenso, onore riservato a Dio e ai suoi fedeli. Mai separare corpo ed anima! Occorre che i credenti rielaborino la memoria della vita eterna che non è solo "dopo" ma è già presente "adesso" a santificare giorni ed atti della nostra esistenza terrena. Occorre tornare a credere che la scomparsa di una persona non è soltanto fatto privato dei suoi famigliari ma un avvenimento che l'intera comunità vive con la condoglianza del dolore, la partecipazione nella preghiera, la vicinanza ai dolenti, con il "perdere" tempo nel commiato, non dire parole di pura circostanza e spesso insulse: questo è "dare corpo" alla nostra fede. I riti delle esequie son strumento di relazione e di vicinanza, come deve avvenire in una comunità di credenti. Tutto questo, poi, viene confermato dalla nostra fede che dice la possibilità di comunicare con i nostri defunti: noi preghiamo per loro ed essi intercedono per noi presso il Padre. Noi non facciamo solo memoria degli esempi che ci hanno lasciato ma abbiamo la certezza della loro viva presenza presso il nostro Dio che permette ai nostri cari di  ispirarci sentimenti di fede e di condurci sulla via della perfetta obbedienza ai comandi di Dio: essi intercedono per noi. Per continuare la nostra meditazione sottopongo alla vostra riflessione queste parole di S. Massimo, Vescovo di Torino: "La risurrezione di Cristo apre l'inferno. I neofiti della Chiesa rinnovano la terra. Lo Spirito Santo dischiude i cieli. L'inferno, ormai spalancato, restituisce i morti. La terra rinnovata rifiorisce dei suoi risorti. Il cielo dischiuso accoglie quanti vi salgono. Anche il ladrone entra in paradiso, mentre i corpi dei santi fanno il loro ingresso nella santa città. I morti ritornano tra i vivi; tutti gli elementi, in virtù della risurrezione di Cristo, si elevano a maggiore dignità. L'inferno restituisce al paradiso quanti teneva prigionieri. La terra invia al cielo quanti nascondeva nelle sue viscere. Il cielo presenta al Signore tutti quelli che ospita. In virtù dell'unica ed identica passione del Signore l'anima risale dagli abissi, viene liberata dalla terra e collocata nei cieli.  La risurrezione di Cristo infatti è vita per i defunti, perdono per i peccatori, gloria per i santi". A questo punto possiamo farci alcune domande: La storia della tua vicinanza ai defunti: come l'hai vissuta? Come sei stato educato? Come stai educando? La cura del corpo dei tuoi cari defunti: delicatezza, indifferenza, oblio? La comunità civile e cristianastanno vicine a chi soffre per un lutto? Sono forme adeguate? "Pastorale della vicinanza": Pastorale delle distanze che si accorciano. Come ci prepariamo come singoli e come comunità? I nostri linguaggi - personali e liturgici -si stanno svecchiando? Condividiamo sul serio il dolore altrui con tempo adeguato? O seguiamo solo formalità e pratiche? don Felice

Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta ma trasformata

“La santificazione è un cammino comunitario da fare a due a due” (Gaudete et exsultate, 141)

 

La tematica proposta dall’Ufficio Nazionale per la pastorale delle vocazioni per tutto l’anno pastorale e in particolare per la Giornata Mondiale delle Vocazioni del prossimo 25 aprile, si ispira ad una espressione di papa Francesco, contenuta nella Esortazione Apostolica Gaudete et exsultate, 141 nella quale viene evidenziata l’importanza della comunità: “la santificazione è un cammino comunitario, da fare a due a due”. Il motto di quest’anno vuole sottolineare quella dimensione forse ancora troppo poco evidenziata ed approfondita che riconosce alla vocazione una dimensione personale e, proprio per questo, comunitaria. La vocazione non è mai soltanto mia ma è sempre anche nostra: la santità, la vita è sempre spesa insieme a qualcuno e per qualcuno. E questo è un elemento essenziale di ogni vocazione nella Chiesa.  Anche Papa Francesco, nel messaggio scritto per questa giornata, presentando la figura di San Giuseppe come custode delle vocazioni, ci ricorda proprio questo: “Ogni vera vocazione nasce dal dono di sé, che è la maturazione del semplice sacrificio. Anche nel sacerdozio e nella vita consacrata viene chiesto questo tipo di maturità. Lì dove una vocazione, matrimoniale, celibataria o verginale, non giunge alla maturazione del dono di sé fermandosi solo alla logica del sacrificio, allora invece di farsi segno della bellezza e della gioia dell’amore rischia di esprimere infelicità, tristezza e frustrazione” (Francesco, Messaggio per la 58a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni). L’epidemia di covid-19, nel picco raggiunto nella scorsa primavera, ha fatto emergere una consapevolezza sottolineata anche da papa Francesco in quell’iconico momento di preghiera del 27 marzo 2020: “Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca” (Francesco, Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia, 27 marzo 2020).  Siamo tutti sulla stessa barca e nel tempo della tempesta possiamo diventare solidali, perché riconosciamo il legame che tutti ci unisce e che solo dà vita oppure possiamo lasciar emergere i pensieri peggiori, iniziando ad odiarci gli uni gli altri, a guardarci come avversari, nemici, come incursori o come minacce.  In questo tempo diventa urgente riflettere, pensare, contemplare il legame come elemento essenziale della nostra persona. Che la vita e la storia sono intessute in un intreccio di legami che soli offrono la possibilità di lasciar scorrere la vita dello Spirito, cioè la vita stessa. Senza, la vita, non è possibile. La vocazione è così: “Se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea. [Il patriarca Bartolomeo] ci ha proposto di passare dal consumo al sacrificio, dall’avidità alla generosità, dallo spreco alla capacità di condividere, in un’ascesi che significa imparare a dare e non semplicemente a rinunciare. È un modo di amare, di passare gradualmente da ciò che voglio io a ciò di cui ha bisogno il mondo di Dio. È la liberazione dalla paura, dall’avidità, dalla dipendenza” (Francesco, Laudato si’, 11).  La vocazione è la mia parte, quella che posso fare e che posso fare io soltanto, sempre insieme agli altri. Tutto questo è accompagnato dalla nostra fedeltà al Signore come ricorda sempre Papa Francesco: “Giuseppe è l’«uomo giusto» (Mt 1,19), che nel silenzio operoso di ogni giorno persevera nell’adesione a Dio e ai suoi piani. In un momento particolarmente difficile si mette a “considerare tutte le cose” (cfr v. 20). Medita, pondera: non si lascia dominare dalla fretta, non cede alla tentazione di prendere decisioni avventate, non asseconda l’istinto e non vive all’istante. Tutto coltiva nella pazienza. Sa che l’esistenza si edifica solo su una continua adesione alle grandi scelte. Ciò corrisponde alla laboriosità mansueta e costante con cui svolse l’umile mestiere di falegname (cfr Mt 13,55), per il quale non ispirò le cronache del tempo, ma la quotidianità di ogni padre, di ogni lavoratore, di ogni cristiano nei secoli.  Perché la vocazione, come la vita, matura solo attraverso la fedeltà di ogni giorno” (Francesco, Messaggio per la 58a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni). Don Michele Galli,  Vice Rettore del Biennio Teologico del Seminario Arcivescovile di Milano

“La santificazione è un cammino comunitario da fare a due a due”  (Gaudete et exsultate, 141)

Accompagnati da un buon libro

Leggere è allargare le nostre conoscenze; ci aiuta a dare consistenza e vivacità alle nostre relazioni; a sostare maggiormente su ciò che è essenziale, a riposare meglio nella verità che ci viene offerta.  Il periodo estivo è, in genere, opportunità di qualche lettura sapiente. Vi offro, con discrezione, qualche suggerimento. Un primo testo potrebbe essere il “Diario” di Etty Hillesum (editore Adelphi). Una vita assai breve quella di Etty; termina i suoi giorni il 30 novembre 1943, nel campo di concentramento di Auschwitz. Per circa 40 anni, fino al 1981, non si parlò di lei, del suo pensiero; la sua esperienza e i suoi scritti erano praticamente sconosciuti. In seguito, dopo la loro pubblicazione, i suoi moltissimi lettori/lettrici scoprirono una esperienza di vita decisamente intensa e una ricerca caratterizzata da una grande tensione spirituale. Hanno incrociato una umanità ricchissima e complessa, scelte a volte discutibili; e comunque, una passione grande per la propria esistenza. Etty afferma: “A volte siamo noi stessi a derubarci la vita da soli. Trovo invece bella l’esistenza che sto conducendo; mi sento una persona decisamente libera. Credo in Dio e negli uomini. A volte la vita è difficile ma è sempre possibile alzare lo sguardo, guardare lontano e trovare pace in noi stessi” . La giovane vita di Etty fa i conti non solo con il suo ricchissimo mondo interiore ma anche con le sottolineature e le riflessioni di tanti pensatori, da Michelangelo a Leonardo, da Dostoevskij a Rilke, da Sant’Agostino agli evangelisti; definisce il suo luogo di lettura e di dialogo con i testi di questi autori come la sua “ottima società”. Leggendo questi autori impara a guardare fuori di sé stessa. Mentre si avvicina il momento finale della sua esistenza, trova parole di attenzione anche per coloro che decreteranno la sua morte: ha il coraggio di affermare “vorrei essere balsamo per mille ferite” e “andrò dappertutto e cercherò di irraggiare un po’ di quell’amore che ho dentro, per gli uomini che incontrerò fino all’ultimo momento della mia vita”. Un testo di grande profondità. Vorrei suggerire un secondo testo, più semplice, scorrevole, ma di grande capacità introspettiva: “L’ombra del Padre” di Jean Dobraczynski (Ed. Marcelliana). È un libro datato ma decisamente piacevole da leggere. Il Card. Stefan Wiszynski, primate di Polonia, nella presentazione del testo affermava: ”Mi sento profondamente edificato dal grande tatto e dalla finezza con la  quale Lei ha affrontato la figura di Giuseppe, argomento difficile e, però, appassionante”. L’autore si è impegnato a ricostruire la storia di Giuseppe, in forma romanzata, attingendo profondamente dai testi delle Scritture e avvalendosi del vasto materiale che proveniva dagli scritti apocrifi e dalla tradizione. La figura di Giuseppe emerge in maniera discreta ma estremamente chiara. In lui si identificano tutte le persone credenti, che sono poste, in maniera inaspettata, di fronte ad una chiamata di Dio. Per tutta la vita è combattuto tra le sue giuste attese umane e le richieste difficili ed esigenti da parte del Signore Dio. In questo continuo e non facile confronto, Giuseppe matura il proprio percorso di fede; accompagnando con sapienza e dedizione Maria e Gesù. La sua umanità acquisisce capacità di discernimento; la sua obbedienza matura è il tratto attraverso cui può maggiormente parlare alla nostra vita.  Del tutto diverso l’impatto con il terzo testo che suggerisco: “Osa sapere” di Ivano Dionigi (Ed.  I Solferini). La nostra società è di fronte ad una presenza sempre più numerosa di persone che vengono da nazioni diverse, con una cultura differente dalla nostra, con riferimenti religiosi non uguali ai nostri. Alcuni si ostinano a costruire muri fisici e mentali, nel tentativo di stringersi attorno ai propri valori etici, politici, religiosi, per conservare una propria identità. Non è una scelta lungimirante. Nello stesso tempo sta crescendo grandemente la presenza della tecnologia e della digitalizzazione. Nel desiderio che questo presente promuove un futuro abitabile, un futuro amico, carico senz’altro di complessità, ma anche di conoscenza e di condivisione, è necessario riflettere; da qui il titolo: “Osa sapere”. Occorre che questo percorso irrefrenabile verso la modernità sia umanizzato; bisogna veicolarlo verso una sempre maggiore consapevolezza di ciò che è essenziale per dare qualità alla nostra esistenza. Occorre un “sapere” che porti verso un dialogo tra conoscenze diverse, nel tentativo di promuovere ciò che realmente fa crescere la nostra umanità. Buona lettura. Don Peppino

Accompagnati da un buon libro

La peste del 252 D.C. e la reazione di San Cipriano

 

CONTESTO.  L’imperatore Romano Decio nel 250 d.C. promulgò un editto in cui si ordinava ai cittadini di prendere parte a un sacrificio generale agli dei. Chi rifiutava di venerare le divinità dell’impero veniva imprigionato, e se si ostinava era ucciso. Moltissimi cristiani, tra cui Papa Liberio e il diacono Lorenzo, furono perseguitati e morirono. Non tutti i cristiani, però, ebbero il coraggio di affrontare la prigionia e la morte. Molti sacrificarono agli dei, ma per paura delle sofferenze e senza convinzione. Così in seguito alcuni si pentirono di non avere testimoniato la loro fede: chiesero perdono alla Chiesa e dopo aver fatto penitenza furono riaccolti dalla Comunità. In Africa, emerge Cipriano, un grande difensore della fede. È un uomo dotto e brillante e la sua conversione suscita scalpore. Dona tutti i suoi beni ai poveri e si fa sacerdote. Quando a Cartagine muore il vescovo, egli verrà eletto dalla voce del popolo. Cipriano è uno dei primi a parlare dell’unità della Chiesa garantita dal Papa, che è a Roma. Per risolvere i problemi più difficili egli scrive al Pontefice, al quale riconosce autorità su tutti i vescovi. CIPRIANO, già durante la persecuzione di Decio, dovette fuggire, perché la comunità di Cartagine aveva ancora bisogno di lui. Qualche anno dopo il suo ritorno, però, di nuovo si impone a tutti di sacrificare agli dei. Cipriano, questa volta rimane accanto al suo popolo: l’amore che lo spinge a restare è lo stesso amore con cui si dedica a curare gli appestati nel caso della tremenda epidemia, che era scoppiata a Cartagine. Dopo l’arresto Cipriano viene interrogato e si proclama capo della cristianità cartaginese. È condannato allora ad essere decapitato. È il 14 settembre 258. Il suo corpo viene recuperato, di notte, tra canti di gioia, perché un nuovo santo è entrato nel Regno! Cipriano nella sua Lettera pastorale per l’anno 252, vede la peste con lo sguardo della fede nel Cristo morto e risorto a cui bisogna sempre rivolgersi con riconoscenza. Affronta la peste con il coraggio della carità operosa, che non si sottrae all’impegno senza distinzione verso tutti: sia cristiani che pagani. Quando scoppiò la peste, tanti abbandonarono i propri cari per paura del contagio, ma egli con la carità dei cristiani organizzò a Cartagine un’assistenza esemplare senza fare distinzione tra le persone. E poi disse ai cristiani lamentosi, che non potevano pretendere di essere risparmiati dal dolore e dalla morte, per la loro fede. Nella fede i cristiani incontrano la Luce e la Via verso il Regno, ma non trovano privilegi e “sconti”, che sono per il “dopo”. CAMUS, nel romanzo “La peste” del 1947, descrive la città algerina di Orano invasa dal morbo. L’epidemia si estende senza freni, i morti si moltiplicano ogni giorno. La città è isolata dal resto del mondo in una condizione di assedio. C’è chi cerca di distrarsi e di stordirsi, chi è immobilizzato dalla paura, chi invece approfitta della tragica situazione per arricchirsi. Ma c’è anche chi lotta con coraggio. A poco a poco la morsa del morbo, che simboleggia la peste dell’occupazione nazista, si allenta: l’epidemia cessa e la città, dopo la lunga resistenza ritorna libera. Alcuni personaggi cercano di trovare, attraverso la solidarietà, una dimensione del mondo da opporre a una violenza e una ingiustizia troppo subite. Cito il dottor Rieux, un personaggio del romanzo, perché mentre stringe tra le braccia un bambino colpito dalla peste, non si trattiene: “Mi rifiuterò sino alla fine di amare questa creazione dove i bambini sono torturati”. In questa assenza indifferente del Creatore davanti al dolore innocente Albert Camus grida il suo ateismo: la non esistenza di Dio. Cipriano, invece, gridò con amore la sua fede in Dio. FEDE.  Ci aiutano tre uomini di fede a dare senso alla “croce”. Cipriano, prima del martirio, si inginocchiò e pregò il Signore che sperava di vedere presto e incoraggiò i suoi a cercare le realtà del cielo. Il Papa: “Non ho una risposta al dolore innocente! Ma di fronte alla sofferenza e alla morte sollevo lo sguardo verso il Crocifisso innocente e lo sento vicino e solidale come uomo e come Dio, che muore per amore nostro”. Il card. Martini: “Di fronte alla morte ci é chiesto l’atto di fede più impegnativo, senza possibili vie di fuga: o ti fidi di Dio e ti salvi, o non ti fidi e allora finisci nel nulla. Impariamo da Gesù, che si è sentito abbandonato sulla croce ma poi si è fidato consegnandosi al Padre”. Nella sua morte, Gesù ci insegna la fiducia nella via del cielo: amare e servire Dio e gli altri. SCHEDA. Venerdì 21 maggio alle 20.15 in Cripta a Masnago ascolteremo in video il prof. D’Incà e condivideremo i nostri pensieri, su dolore e morte, perché la peste, oggi, ha solo cambiato nome! La storia della chiesa è ricca di esempi: Quanto la conosci? Quanto sapresti attingere dalla sua ricchezza spirituale e culturale per vivere il nostro tempo? Nel clima pesante della pestilenza anche i cristiani vacillano: Dio è davvero buono? Perché non interviene? Noi cristiani condividiamo le condizioni di vita di tutti: Nel tuo modo di affrontare la pandemia si manifesta la tua fede? Dio ci parla anche attraverso tutti gli eventi: Ti senti in cammino verso la nostra Patria, la nuova terra?  don Francesco

La peste del 252 D.C. e la reazione di San Cipriano

«Il dono dello Spirito ci spinga a uscire dalle nostre paure»

 

Nella sua Lettera alla Diocesi l’Arcivescovo invita a guardare avanti con speranza, sollecita passi concreti e nuovi stili di vita a tutela del creato, esamina conseguenze e prospettive delle varie emergenze (sanitaria, spirituale, lavorativa, educativa) e precisa il senso cristiano della vocazione «Lo Spirito dono di Gesù, il Crocifisso risorto, coinvolge in un ardore che rinnova la vita, che risveglia energie, che dilata gli orizzonti. Sentiamo l’urgenza, il bisogno di celebrare la Pentecoste: invochiamo il dono dello Spirito perché ci spinga a uscire dalla chiusura delle nostre paure, delle nostre pigrizie, delle nostre incertezze». Inizia così la Lettera per il tempo dopo Pentecoste dell’Arcivescovo, monsignor Mario Delpini, che conclude il percorso pastorale di quest’anno dedicato alla sapienza, dal titolo Del tuo Spirito, Signore, è piena la terra. Il mistero della Pentecoste. Tradizione e futuro del rapporto con il creato Nella sua riflessione monsignor Delpini parte dal tema dell’ambiente, ormai al centro dell’attenzione di tutti anche grazie all’impulso dato da papa Francesco, superando visioni ideologiche e proponendo la corretta prospettiva. «La tradizione biblica, che i cristiani hanno fatto propria, dice creato per riconoscere l’opera di Dio che ha piantato il giardino come casa ospitale per l’uomo e la donna, perché sia custodito e coltivato e possa produrre frutti per i figli degli uomini. La relazione che le Scritture suggeriscono è quella della gratitudine operosa», scrive l’Arcivescovo. Laudato si’ e Querida Amazonia sono espressione del magistero della Chiesa e «chiedono un vero e proprio cambiamento di mentalità, un nuovo modo di vivere il rapporto tra ambiente, società, cultura e umanità». «I mesi del tempo dopo Pentecoste sono propizi alla riflessione e alla revisione critica del rapporto con l’ambiente di tutti noi – afferma l’Arcivescovo -. Propongo pertanto che questo tempo sia messo a frutto anche per la recezione dell’insegnamento sull’ecologia integrale. Si tratta di leggere e “fare” i testi di papa Francesco. Nei documenti del magistero del Papa, infatti, non sono presentati solo concetti, ma esperienze praticabili che dall’azione conducono anche alla riflessione sapienziale e costruiscono relazioni, progetti economici, riforme politiche». Un invito forte all’impegno concreto, scuotendosi dal torpore: «Con lo sguardo educato dal magistero di papa Francesco e della dottrina sociale della Chiesa dobbiamo prendere coscienza dell’intollerabile ingiustizia che crea una disuguaglianza iniqua tra chi consuma troppo, rapinando terre e ricchezze altrui, e chi soffre la miseria, le malattie, le prepotenze. L’ingiustizia non diventa giusta solo perché “legale”, secondo leggi e trattati insindacabili perché garantiti dalla potenza del denaro e delle armi». «Nella formazione e promozione di una sensibilità cristiana verso il creato la nostra terra ha molte potenzialità e le presenze attive sono esemplari per competenza, generosità e lungimiranza. Sono attitudini che hanno radici antiche», ricorda l’Arcivescovo pensando alla testimonianza nei secoli degli Ordini religiosi in Lombardia, un patrimonio da non disperdere; le realtà educative come lo scoutismo, ma anche associazioni professionali e di volontari «che vivono con una premura umanistica il rapporto con l’ambiente. Penso a coloro che lavorano la terra e in particolare alle aziende associate nella Coldiretti che onora la sua ispirazione cristiana». Ma anche le forze dell’ordine per la cura dell’ambiente (come i Forestali), la Protezione civile, l’Associazione nazionale Alpini, il Cai, le Pro Loco.   Stili di vita Tuttavia questo non basta, è necessario un ripensamento profondo degli stili di vita di ciascuno. «Papa Francesco ci invita a coltivare una spiritualità ecologica che cambi il nostro modo di vivere l’esistenza quotidiana per realizzare “nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita” (LS 202) ispirati alla sobrietà, alla solidarietà, alla condivisione e alla cura vicendevole. Promuoviamo una nuova alleanza tra l’umanità e l’ambiente!». Guardare con sapienza alle emergenze Di fronte alle emergenze la Chiesa sul territorio deve essere in prima linea: «La vita e le attività delle nostre comunità non possono sopravvivere senza lasciarsi provocare e senza tentare vie per dare risposte alla gente. Invito ogni comunità e ogni persona a cercare la sapienza che viene dall’alto per interpretare le emergenze, le esperienze e i percorsi che siamo chiamati ad avviare e a esplorare». Ma di quali emergenze parla l’Arcivescovo? Innanzitutto l’emergenza sanitaria, non dimenticando quello che è accaduto in questo ultimo anno. «Dobbiamo ribadire la gratitudine e l’ammirazione per tutto il personale sanitario e l’organizzazione della sanità per quanto hanno fatto, uomini e donne che si sono dedicati fino al sacrificio alla cura dei malati. Insieme è necessario porre domande e cercare risposte per quello che non ha funzionato, per il peso troppo insopportabile delle persone isolate». Da molto tempo monsignor Delpini ricorda a tutti anche l’emergenza spirituale. «Una riflessione sapienziale sul dramma che si vive permette di riconoscere l’aridità di animi occupati dall’ossessione degli aggiornamenti, dalla banalità delle parole, dal non saper pregare, da un pensiero troppo materialista e troppo funzionale. La meditazione delle Scritture, la lectio divina, la pratica del silenzio, la rivisitazione del patrimonio culturale, artistico, spirituale della tradizione cristiana e della cultura contemporanea sono percorsi che le nostre comunità devono suggerire per porre rimedio all’emergenza spirituale». Le ricadute della pandemia sono molto pesanti anche sul fronte lavorativo: si tratta dell’emergenza occupazionale. «Troppe persone hanno vissuto una drammatica precarietà nel loro lavoro e molte paure sulla possibilità di conservarlo. Il lavoro è necessario per guadagnarsi il pane e per la propria dignità. La sapienza di secoli e la ricchezza della dottrina sociale della Chiesa sono punti di riferimento importanti per non immaginare che “i soldi dell’Europa” siano una soluzione per tutto». Quest’anno ha colpito in maniera significativa anche i più giovani: è l’emergenza educativa. Ricorda l’Arcivescovo: «Le scelte compiute per la gestione della scuola, motivate dalla necessità di limitare la diffusione dei contagi, hanno avuto su molti ragazzi e adolescenti effetti devastanti, creando o aggravando disagi psicologici, problemi relazionali, abbandoni scolastici. La comunità cristiana si sente in dovere e si sente in grado di offrire una collaborazione significativa alle famiglie per affrontare segnali preoccupanti e disagi profondi». Monsignor Delpini confida nella collaborazione degli oratori e delle aggregazioni giovanili con la scuola, con le società sportive, valorizzando anche la «ricchezza delle scuole paritarie cattoliche e di ispirazione cristiana come risorsa creativa per tutta la società, per ripensare la didattica e nuovi percorsi formativi». L’interpretazione cristiana della vita come vocazione In conclusione della Lettera, l’Arcivescovo pone l’attenzione al tema della vocazione. «È necessario insistere per dissolvere i malintesi che si sono depositati nel linguaggio e nella mentalità diffusa. I cristiani, quando parlano di “vocazione”, intendono dire che la fede orienta le scelte della vita e non parlano di una predestinazione a fare una cosa o l’altra». Per aiutare soprattutto adolescenti e giovani a maturare la propria scelta di vita, non solo sacerdotale o religiosa, esistono da tempo realtà e iniziative da valorizzare come «oratorio estivo, settimane di formazione, esercizi spirituali, conclusione del Gruppo Samuele e altri appuntamenti che vorrebbero offrire un contributo a vivere la propria vita come vocazione». «Intendere la vita come vocazione – precisa monsignor Delpini – non significa aspettarsi una qualche telefonata di Dio per orientare la scelta, ma rileggere alla luce della Parola di Gesù le proprie aspirazioni e i propri desideri, le proprie capacità, le proprie condizioni. È vocazione quella scelta che purifica il cuore da presunzione o sottovalutazione di sé, da ambizioni e avidità, da pigrizie e paure, e si lascia orientare dalla chiamata a servire, a condividere, a mettere a frutto i propri talenti per un bene non solo egocentrico». (tratto dal sito chiesadimilano.it) Articolo di Pino Nardi

«Il dono dello Spirito ci spinga a uscire dalle nostre paure»

"Sii presente al tuo presente": intuizioni filosofiche e psicologiche sulla morte

 

Siamo giunti al terzo passo del nostro percorso circa il morire alla luce della speranza cristiana. Dopo aver analizzato il tema della morte nei passi biblici dei libri sapienziali, e aver chiesto alla riflessione teologica di guidarci in una risposta alla luce della fede, ora è il momento di farci aiutare dalla visione filosofica della morte e dalle scienze umane della psicologia. Ci aiuterà in questo passo il prof. Marco Agostani. Lui parte da quanto la scrittura ci consegna nel libro di Ester dove si evidenzia che il male sembra insormontabile, e l’autore lo ingigantisce… finché lo stesso male resta vittima di se stesso e viene spazzato via come un castello di sabbia. L’ironia permette di vedere il male nella sua fragilità: rileggo la storia e me stesso, affinché io possa vedere il mio presente e viverlo, anche quando si presenta come impresentabile. Anche san Francesco usa l’ironia: chiama “sorella” la morte. Ogni persona – giovani compresi – sono unici e irripetibili e quindi ciascuno reagisce in modo diverso. Dalla psicologia del profondo (vedi Freud) sappiamo che la coscienza è episodica: la parte di noi di cui non siamo coscienti ci determina. Noi assorbiamo dal mondo circostante tanto: valori, colori, odori, rumori, sensazioni, gestualità, leggi scritte e non scritte. Anche degli “archetipi” (l’archetipo di padre, o di madre…) o “l’inconscio collettivo”. Il tutto vissuto in storie personali, uniche, che rielaboriamo e riconsegniamo alle generazioni seguenti. Che esperienza si fa oggi della morte? Cosa vediamo oggi dei morti? La morte non è più vista da vicino, non è più parte integrante della vita. Ma – benché occultata – ci determina. E viene spettacolarizzata. Non la conosciamo realmente, e così la immaginazione la ingigantisce. Si moltiplicano gli omicidi visti sullo schermo. Ma non riusciamo a scegliere di vivere il presente. Perché la morte darebbe senso al tempo, dandole un confine, e indurrebbe a scegliere cosa fare del tempo. Nascono così alcune considerazioni: Chi vive il senso del lutto? Come può viverlo? Essere presenti al proprio presente, cogliere la propria situazione. Per essere, l’essere ha bisogno di tempo, di cura di me, di conoscenza di me, del mio tempo. Non serve, invece, l’eccesso di cura, nel vano tentativo di rimanere giovani. Oggi manca la ironia, che ci sosterrebbe nel dare realtà al nostro incontro con la morte. Il profondo dell’uomo resta sconosciuto, ma è certo che noi impariamo tanto da ciò che vediamo da altri, dal nostro ambiente. Morte è tutto ciò che ci divide: dagli affetti, dal corpo, da noi stessi, dagli altri. In noi ci sono anche pulsioni di morte (vedi i primi capitoli di Genesi). E siamo divisi. In principio la morte non c’era e alla fine non ci sarà; la morte è solo una parentesi nella storia. I giovani si sentono imprigionati nella loro storia, in questa storia. L’essere umano è fuori dalla sfera dell’utile: ciò che ci determina non è ciò che acquisiamo (l’avere, il mangiare, il bere… la sola sopravvivenza), bensì gli eventi (oltre la sfera del razionale). Cosa rende leggero il mio cuore? Essere protagonista del mio istante. Ciascuno è chiamato ad essere presente al mio presente. A questo mi conduce sorella morte: sii presente al tuo presente. … l’argomento si fa sempre più intrigante ed appassionante … Don Giampietro

"Sii presente al tuo presente": intuizioni filosofiche e psicologiche sulla morte

Una sinodalità che trasforma il quotidiano della vita ecclesiale

 

«Il Sinodo minore ci ha insegnato che “Chiesa dalle genti” non coincide con e non può essere soltanto la “Chiesa dei migranti”: è invece la Chiesa che riconosce la ricchezza dei carismi che la abitano; che sa ascoltare quanto la fede individuale sa lasciarsi istruire dagli ambienti che abita e dalle sfide con cui è chiamata a misurarsi; è la Chiesa che finalmente riconosce che, pur abitando da generazioni questo territorio, è comunque chiamata a mettersi in movimento, perché è lo Spirito che ci raduna e non soltanto il legame di sangue o la radice territoriale». Queste lucide parole del nostro Arcivescovo, tratte dalla lettera di inizio anno pastorale, esprimono bene il cammino diocesano di questi ultimi anni. Un cammino che fa sue le indicazioni di papa Francesco al Convegno ecclesiale di Firenze: «Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà». Dentro la Chiesa italiana anche Milano vuole pensarsi più sinodale e partecipata, capace di abitare in modo consapevole le trasformazioni che sta vivendo. È questo il senso del sinodo minore “Chiesa dalle genti”, che ci ha permesso di riscoprire una dimensione essenziale dell’identità ecclesiale: l’essere “assemblea”, frutto della continua azione di raccolta dalle genti che lo Spirito non smette mai di operare. Il cammino sinodale ci ha insegnato che una Chiesa che si limitasse alla sola gestione del dimagrimento in atto del proprio corpo istituzionale diventerebbe una Chiesa ben presto incapace di dire parole significative agli occhi di una cultura in profonda trasformazione. Ci ritroveremmo – in parte lo siamo già – ridotti alla sola gestione del bisogno religioso, meri liturghi di un mondo che elabora altrove i significati fondamentali della vita. Ci scopriremmo ben presto incapaci di mostrare che la fede cristiana è in grado anche oggi di dare strumenti ed energie per la nascita di forme inedite di umanesimo, favorendo l’insorgere di nuove esperienze e di nuove pratiche di vita cristiana. Una Chiesa dalle genti è invece una Chiesa che non si preoccupa tanto della tenuta del suo tessuto organizzativo, ma si concentra nella ricerca e nella cura dei luoghi in cui oggi prende forma l’esperienza cristiana come esperienza in grado di dire il senso della vita, della solidarietà, della cura, dell’inclusione. Il momento sinodale è stato da questo punto di vista un vero kairos, un momento reale di presa d’atto che ciò che viene chiesto alla chiesa ambrosiana è un cambio di passo. Non si tratta di immaginare forme di presenza ancora più complesse e complicate dal punto di vista organizzativo, quanto piuttosto di cambiare lo stile e la forma del nostro esserci. La Diocesi ha cominciato a percepire l’esigenza di una nuova modalità di presenza dentro territori che sanno già organizzarsi autonomamente e già generano senso e forme di significato per la vita delle persone che li abitano.  Il percorso sinodale ci ha permesso di comprendere che in questi spazi occorre anzitutto esserci per ascoltare e riconoscere quanto lo Spirito già sta seminando, e come sempre lo stesso Spirito non smette di raccogliere il popolo di Dio, anche se attraverso forme e azioni differenti. Una Chiesa dalle genti, una Chiesa maggiormente consapevole della propria cattolicità grazie al processo sinodale vissuto, può tradurre questa consapevolezza in scelte pastorali condivise e capillari sul territorio diocesano. E con la propria vita quotidiana trasmettere serenità e capacità di futuro anche al resto del corpo sociale. Grazie al sinodo infatti abbiamo maturato strumenti per leggere e abitare con maggiore spessore e profondità quella situazione sociale e culturale molto complessa che spesso definiamo in modo già linguisticamente riduttivo come “fenomeno delle migrazioni”. Una Chiesa dalle genti: una Chiesa in sinodo che ha inteso vivere questo cammino proprio per restare fedele alla sua identità ambrosiana: come ai tempi di sant’Ambrogio, in continuità con il suo spirito. Mons. Luca Bressan Vicario episcopale per la cultura, la carità, la missione e l’azione sociale

Una sinodalità che trasforma il quotidiano della vita ecclesiale

La Speranza oltre la Sofferenza e la Morte

 

Don Francesco Scanziani, teologo della Facoltà di Milano e docente nel Seminario Arcivescovile di Venegono Inferiore – lo ascolteremo in un video che sarà trasmesso a Masnago nella serata di venerdì 7 maggio – aggiunge all’argomento principale un sottotitolo: “Appunti teologici per un silenzio credente.” Suggerisce un atteggiamento importante: occorre far crescere in noi una profondità di pensiero che riesca a fare luce alle domande che istintivamente ci nascono dal cuore nei momenti della sofferenza, nei momenti di lutto. “Signore, perché?”, “Perché proprio a lui, a lei?”, “Perché proprio a noi?”. Occorre scegliere di soffermarsi dentro ogni situazione, con profondità, di non sottrarsi alle domande. La risposta che viene sintetizzata e offerta alla comunità cristiana, dopo il Concilio di Trento, poggia su due indicazioni molto chiare: la morte è la separazione, spesso dolorosa, quasi sempre traumatica dell’anima, del nostro spirito dal corpo; è una conseguenza del peccato dell’umanità, rappresentata, nel libro della Genesi, da Adamo. È una indicazione che non sembra però farsi carico del dramma che la morte evidenzia nel cuore di donne e uomini di ogni tempo, nella riflessione di ogni credente. Quando si parla dei Dieci Comandamenti, delle Dieci Parole che Dio ha lasciato a Mosè, noi percepiamo di non riuscire a capirli se non attraverso le modalità con cui Gesù le ha incarnate; così avviene anche per la questione della sofferenza e della morte. È necessario guardare a Lui. Occorre comprendere quale “buona notizia”, quale pezzo di Vangelo il Signore vuole donarci attraverso la sua morte sulla croce. Guardando a Lui si imparano parole importanti sulla morte e, così facendo, ci si educa a vivere con saggezza. Occorre tornare ad ascoltare con profondità la Sacra Scrittura. C’è una domanda che si concretizza a volte nel nostro cuore: ma perché Dio ci fa dono della vita per poi permettere che questa vita si consumi arrivando alla morte? La risposta può nascere alla luce della morte di Gesù. La lettera agli Ebrei ci conferma: “Gesù muore per ridurre all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita.” (Eb 2,14-15).   Gesù, nel Getsemani, sceglie di vivere fino in fondo la dolorosa volontà del Padre. Anche Lui fatica a entrare nella logica di chi l’ha inviato sulla terra e sussurra, in preda a sofferenza e paura: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”. Soffre tremendamente il disagio di una morte così violenta; riesce però a porsi nelle braccia del Padre. Parte da una certezza: “Io e il Padre siamo una cosa sola”. È molto esplicita al riguardo la parabola dei vignaioli omicidi: «Ma quei contadini dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra!”. Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna. Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. Non avete letto questa Scrittura: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi?» (Mc 12, 7-11). Il Padre manda il figlio per rinnovare l’alleanza con i vignaioli, ma essi lo uccidono; non lo manda per farlo morire, ma perché anche i vignaioli si aprano alla loro salvezza. Gesù assume l’atteggiamento che, nella Scrittura, già Giobbe aveva assunto, quello del silenzio credente, quello di affidarsi comunque al Signore che afferma, con la risurrezione, che la morte non ha l’ultima parola. L’ultima parola è l’amore che sulla terra ci pone in comunione e diventerà un profondo abbraccio, per sempre, per coloro che abbiamo amato; e questo avverrà nella pace alla presenza del Signore. L’amore donato, nel nome di quel Gesù che, per primo, ha donato sé stesso, non scomparirà e sarà vissuto con l’intensità propria di Chi ha donato tutto sé stesso per noi. Senza lo sguardo di Gesù, la sofferenza e il lutto rimangono inconsolabili. Anche un cristiano non conosce alcuna strada che aggiri il dolore, ma piuttosto una strada, insieme con Dio, che lo attraversi. Le tenebre, provocate dal dolore, non sono l’assenza di Dio, ma il suo nascondimento; e noi continuiamo a ricercarlo e lo troviamo nuovamente. Don Peppino

La Speranza oltre la Sofferenza e la Morte

Proclamiamo la tua risurrezione!

Dalla lettera per il tempo di Quaresima e Pasqua "Celebriamo una Pasqua nuova" Il mistero pasquale risplende nel suo centro sorgivo dell’annuncio della risurrezione, impopolare, incomprensibile per la cultura del nostro tempo. Anche nei secoli passati, anche al principio della missione cristiana nel mondo, anche nella tradizione biblica il tema della speranza nella risurrezione è piuttosto straniero. La sapienza di Gesù Ben Sira (l’autore del libro del Siracide, ndr) offre molti spunti utili per la vita, ma non affronta i temi ultimi, come molta parte della tradizione biblica e della cultura antica. E il fallimento della predicazione di Paolo ad Atene attesta che la risurrezione della carne suonava fantasia ridicola alla sapienza della cultura ellenistica. Nel nostro tempo non siamo molto originali: anche la cultura contemporanea, almeno quella che si respira nel contesto europeo, mi sembra incline a escludere la risurrezione della carne dall’orizzonte del pensiero e dell’immaginazione. Mi sembra quindi che si possa dedurne che la speranza di vita eterna non trova casa in Europa: la risurrezione di Gesù e la promessa che ne viene suonano affermazioni incomprensibili e incredibili. Per conto mio, ne ricavo l’impressione che il ritorno di interesse per la spiritualità o addirittura la ricerca di Dio siano espressione di una ricerca di qualche forma di contributo per “stare bene con se stessi”. Talora si ha l’impressione che i cristiani siano smarriti e timidi nel custodire questa differenza decisiva rispetto a coloro «che non hanno speranza» (1Ts 4,13). I cristiani sembra che siano più riconoscibili per una specie di malumore nei confronti del tempo in cui vivono, per un richiamo a precetti morali, invece che, in primo luogo, per il fatto che confessano lieti la risurrezione di Gesù, credono la risurrezione della carne e la vita eterna, sperano nella risurrezione con lui, per sé e per tutti. Sento la responsabilità di fare quello che posso e invitare tutti a rinnovare l’annuncio della risurrezione e la testimonianza nella nostra fede nel Crocifisso risorto. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano

Proclamiamo la tua risurrezione!