9Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. 10E subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. 11E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento». 12E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto 13e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. (Mc 1,9-13) Venerdì 22 ottobre con i giovani della nostra comunità e della città abbiamo sostato su questa pagina di Vangelo. In questo tempo che ci siamo donati mi ha colpito una cosa: quanto lo Spirito continua ad agire nelle nostre vite, nei nostri cammini e noi non ce ne accorgiamo, perché presi a cercare di sopravvivere dalla nostra vita frenetica. Interessante è invece l’agire di Gesù: si lascia spingere, Lui, il Figlio di Dio, si lascia accompagnare dallo Spirito, si fida e affida ai passi di crescita che prepara per lui! Affidarsi allo Spirito per cogliere la bellezza della nostra vita, ciò che ci rende vivi e su cui molte volte non sostiamo: questa è stata la scintilla che mi ha riscaldato nella fredda cripta della Brunella. E da qui mi ha pervaso un sentimento di gratitudine. Gratitudine per tutto quello che stiamo vivendo in questo tempo. Ci accorgiamo sempre delle cose che non vanno, delle fatiche,... e invece il primo atteggiamento che lo Spirito ci invita a vivere è il rendere grazie, eucarestein, per quello che di bello viviamo nella nostra comunità. I tanti incontri delle feste, i momenti di preparazione della cresima, l’avvio dei doposcuola con i momenti di mensa e di gioco dove si spezza la gioia del vangelo tra un sorriso e un capriccio, una correzione e un gioco inventato, l’avvio di un nuovo cammino per tanti ragazzi come educatori e quindi l’accompagnarli in questa avventura, l’inizio dei cammini di Pastorale Giovanile, la ripartenza del consiglio dell’oratorio come un organo di scelte pastorali riflettute e condivise, il sognare nuovi progetti per la nostra comunità... quanti rendimenti di grazie! E poi rendere grazie per i giovani che continuano con il loro vissuto a provocarmi, anche con scelte autentiche: il matrimonio di qualche nostro educatore, l’essere genitori e sposi delle giovani coppie, la regola di vita consegnata da Giulia sabato scorso nelle mani dell’Arcivescovo, il ripensare i propri passi da parte di altri con il desiderio di nuove mete nella conoscenza teologica e nel percorso di fede. Lo Spirito sospinge una comunità se una comunità si affida al suo soffio e alle direzioni che lui indica: questo è l’augurio che faccio a ciascuno dei nostri ragazzi della cresima, ma soprattutto alle loro famiglie e a chi sta leggendo queste righe. Non chiudiamo le nostre orecchie al messaggio di amore che il Padre continua a donarci ogni giorno "Tu sei il Figlio mio l'amato, in te ho posto il mio compiacimento", ma continuiamo insieme ad ascoltarlo e a saper condividere le gioie e le fatiche dei nostri cammini, a saper condividere la bellezza di accompagnare verso nuove mete. Sì questa è la grazia bella che ho ricevuto, anzi che abbiamo ricevuto, ognuno nella sua vocazione, il mandato che abbiamo rinnovato domenica scorsa di fronte alla domanda dell'Eunuco a Filippo: Come posso capire se nessuno mi aiuta? Una domanda che è nostra, che è dei nostri ragazzi, che è di tutti... una domanda a cui lo Spirito non rimane sordo, e la cui risposta sta proprio nella gioia del camminare con stima sincera e attenzione reciproca insieme! Don Matteo
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I defunti Vi siete mai domandati come si passa il tempo in paradiso? Dovremmo, innanzitutto, dire che in paradiso non c'è più il tempo ma l'eternità, il non-tempo, perché partecipi della vita di Dio. Ma tutto questo che cosa ci rivela? Alla curiosità circa questa verità della fede, a volte rispondono le nostre preghiere; per esempio, nell' "eterno riposo" noi parliamo di una condizione di quiete per i nostri defunti, come se essi stessero in una condizione di assoluta immobilità, a riposarsi su una nuvoletta delle fatiche e delle durezze avute in questa vita. Ma se ascoltiamo il libro della Sapienza ci viene incontro l'immagine di "scintille che scorrono qua e là" nel fuoco delle stoppie ad indicare una vivacità e una effervescenza di vita che contrastano con il riposo eterno. Quale attività, dunque, per i nostri morti? La fede ci dice che essi sono ben vivi in Dio, perché il Signore ha scritto il loro nome nel libro della vita. "Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta ma trasformata". E anche le nostre attenzioni al luogo del loro riposo testimonia la stessa cosa, altrimenti sarebbe inutile la cura che abbiamo delle loro tombe e la visita che facciamo ai cimiteri. Pregando per loro e visitando le loro sepolture noi affermiamo la fede nella loro esistenza che continua dopo la morte. Siamo certi che possiamo raggiungerli ancora con le nostre intercessioni e che anche essi possono fare qualche cosa per noi. Non sono assenti dalla nostra vita e non solo per il ricordo che ne abbiamo, ma perché sappiamo che possono intercedere per noi presso Dio. Non pensiamoli perciò distesi su una nuvoletta loro assegnata dal Signore ad oziare e riposarsi nella inattività, ma in continua connessione con noi, testimoni di una vita che deve essere vissuta nella comunione di fede, sulla scorta dell'esempio che ci hanno lasciato nel perseguire il bene e nella obbedienza alla legge del Signore. E smettiamo di essere inconsolabili per la loro dipartita da noi, come certe vedove che continuamente piangono la loro perdita; forse piangono per se stesse, dimenticando che i nostri cari li abbiamo "depositati" fra le braccia amorevoli di Dio: "Nelle tue mani depongo il mio spirito" diceva il Signore Gesù nel momento della sua morte. I santi Anch'essi sono attivi nella eternità del cielo, non come spesso li immaginiamo: non sono là con la mano a padiglione dietro l'orecchio come se fosse solo per ascoltare le nostre suppliche al fine di ottenere una grazia che ci sta a cuore. Anche questo è loro compito e facciamo bene a chiedere quanto ci sembra utile per la nostra vita; ma dovremmo chiedere la loro intercessione per comprendere la volontà di Dio su di noi. Dovremmo guardare a loro come l'esempio di come si possa incarnare il Vangelo dentro ai nostri giorni e alle nostre scelte. Se conoscessimo un po' delle loro vite ci accorgeremmo che ognuno di essi ha messo in luce una particolare caratteristica di Gesù: chi la mitezza, chi la mansuetudine, la capacità di perdono, la tolleranza, la carità, la devozione al compito che il Padre gli ha affidato, la determinazione nell'annunciare il Regno di Dio anche a costo delle propria vita. Questo dobbiamo chiedere: essere una nuova riproposizione dello splendore di Cristo e della sua umanità. Pregare i Santi non deve essere il lavoro di chi cerca di "scroccare" qualche cosa da loro ma di chi chiede loro di essere un vero discepolo di Cristo. Essi sono come un nuovo Vangelo scritto lungo la storia della Chiesa, lungo i secoli, perché la figura e il messaggio lasciatoci da Cristo sia sempre attuale per noi. Così sono vivi in noi i nostri defunti e i santi che veneriamo! Don Felice
Un atteggiamento da testimoniare, celebrare, condividere e declinare nella vita sociale, sulla scia della «profezia» rappresentata dalla Chiesa dalle genti. di Pino NARDI «Gesù indica nella gioia lo scopo della sua rivelazione». Monsignor Delpini scrive chiaramente quale stile di comunità ecclesiale propone: una Chiesa lieta. La gioia cristiana «La gioia cristiana, per quello che se ne può dire, coinvolge tutta la persona e tutte le esperienze. La sua espressione è la festa che ne fa esperienza comunitaria». Ma precisa anche cosa intende: «È riduttivo, infatti, descrivere la gioia come un sentimento che nasce da una situazione favorevole, come un’esperienza piacevole, come soddisfazione di un desiderio, come realizzazione di un’aspettativa, per quanto tutto possa essere compreso in quella gioia che viene dalla vita di Dio, creatore di ogni cosa buona». Una gioia che va condivisa. «È riduttivo definire la gioia come esperienza individuale. Pertanto la festa è l’espressione comunitaria della gioia condivisa tra le persone. L’arte di fare festa richiede un’esperienza spirituale intensa, un’appartenenza culturale per animare linguaggi, musiche, segni che esprimano la gioia e la rendano evento del villaggio, fecondità nella trasmissione del patrimonio alle giovani generazioni e insieme protagonismo dei bambini nel contagiare adulti e anziani». Anche da questo punto di vista è profetica la prospettiva della Chiesa dalle genti. Scrive infatti l’Arcivescovo: «Nella Chiesa dalle genti le tradizioni culturali diverse sono chiamate a contribuire alla festa di tutti non solo con rappresentazioni folkloristiche, ma con la sinfonia dei linguaggi e la sincerità della reciproca fraterna accoglienza». No a celebrazioni tristi «La festa cristiana – continua monsignor Delpini – ha il suo fondamento nella celebrazione. È quindi necessario che, attraverso la cura delle celebrazioni, si creino le condizioni perché si esprima la gioia frutto dello Spirito. Le celebrazioni tristi, grigie, noiose sono forse il segno di comunità tristi, grigie, noiose: è come se lo Spirito fosse trattenuto, come se il “roveto ardente” fosse solo una fotografia». La gioia e il travaglio Come rapportarsi alla sofferenza degli uomini? C’è contraddizione con la gioia cristiana? «I discepoli di Gesù, destinatari della rivelazione che genera la gioia piena, partecipano delle vicende talora serene, spesso drammatiche e tragiche della storia umana, piangono con chi piange, soffrono con chi soffre. Che sarà della loro gioia? Sarà messa da parte in attesa del paradiso? Il soffrire genera tristezza e smentisce la dichiarazione di Gesù? C’è qualche cosa di misterioso nella paradossale gioia dei martiri e dei santi che sanno sorridere e cantare anche quando sono perseguitati e maltrattati, disprezzati e insultati, provati in mille modi dalle fatiche e dalle ostilità che incontrano nella loro stessa casa e comunità». Declinazione sociale della gioia cristiana Riferendosi ai 50 anni della Caritas, l’Arcivescovo non manca di sottolineare le modalità di una “traduzione” sociale della gioia cristiana. «Essere all’altezza dell’intuizione di san Paolo VI non significa aumentare la quantità delle azioni e delle opere che le nostre Caritas fanno (e di cui siamo riconoscenti, come abbiamo potuto constatare durante la pandemia), quanto piuttosto intensificare il loro compito pedagogico e culturale, perché possano proprio con il loro genuino e specifico tratto cristiano contribuire in modo attivo a quella transizione ecologica che il mondo invoca senza riuscire ad accendere. Si tratta in altre parole di vivere una declinazione sociale della gioia cristiana che permetta a tutti, cristiani e non, di riconoscere come la fede nel Dio di Gesù Cristo è capace di generare forme di trasfigurazione del mondo, dei suoi legami, delle sue attività, dei suoi modi di produzione, dei suoi riti e dei suoi ritmi di lavoro e di festa». «La gioia cristiana – conclude l’Arcivescovo – non è un’emozione ma più profondamente un habitus che dona energie spendibili nella vita di ogni giorno, a livello individuale, familiare e sociale, e che trascina tutti noi nel processo di rigenerazione della storia e del cosmo (vero motore di ecologia integrale) che è la risurrezione di Gesù Cristo. La gioia cristiana è strumento per la trasformazione del mondo e la conversione dei cuori».
Hai presente quella sensazione che provi quando entrando in un luogo ti senti accolto, indipendentemente da chi sei e da cosa hai fatto? Non importa la tua provenienza e in cosa credi, non importa se ti droghi o sei il primo della classe, se vuoi spaccare tutto o sei la persona più pacata al mondo. Vieni accolto per il semplice fatto di aver suonato il campanello giusto. Questo è lo spirito di Happiness, un progetto dedicato agli adolescenti della città, nato dalla collaborazione tra il Decanato di Varese, l’Istituto Maria Ausiliatrice e Casa Matteo, con il contributo della Fondazione Comunitaria del Varesotto. Tra maggio e luglio oltre 150 adolescenti hanno varcato la soglia dell’Oratorio di San Vittore, sede del progetto, in cerca di un luogo dove potersi sentire a casa e di adulti capaci di ascoltare le loro storie di vita senza giudicarle. Ma cosa si fa ad Happiness? Innanzitutto si sta. Dal lunedì al venerdì, dalle 14.00 alle 19.00, puoi semplicemente stare, senza l’obbligo di svolgere alcuna attività. Puoi entrare ed uscire liberamente, portare chi vuoi e fare ciò che ti pare. Questa per noi adulti è la vera sfida del progetto: saper stare tra i ragazzi e coltivare le relazioni senza una rigida struttura, senza obblighi e imposizioni. Il punto di partenza è l’ascolto del singolo ragazzo, dei suoi bisogni e desideri, delle sue paure e dei suoi sogni. Da questo lavoro individuale ha inizio la costruzione di proposte, attività e laboratori, ai quali i ragazzi possono scegliere liberamente di partecipare: teatro, canto, parkour, football americano, hip hop, tutto ciò che possa fargli intravedere un raggio di bellezza e aprire nuove possibilità per il loro futuro. Ad Happiness cerchiamo di promuovere la condivisione delle idee e discutiamo insieme tutte le scelte: dai colori dei muri ai prodotti da vendere al bar, dalla gestione delle pagine social ai luoghi delle gite. I ragazzi possono trasformare, arredare e abbellire gli spazi a loro piacimento, proponendo un disegno da realizzare su una parete, la creazione di una sala dedicata alla musica o portando una vecchia poltrona trovata nella soffitta di casa. Accogliere, stare, condividere. Tre verbi che riassumono lo spirito di questo progetto. Niente di nuovo per noi Cristiani. Eppure alla fine di ogni giornata, quando chiudiamo la porta di Happiness e ci guardiamo negli occhi, il pensiero è sempre quello: c’era proprio bisogno di un posto così. Filippo Maroni
Carissimi,vi ricordate lo scorso Natale? Tutti chiusi in casa (o quasi), a difendersi dalla seconda ondata della pandemia, coprifuoco alle ore 22.00... niente benedizione alle famiglie in casa vostra! Quest’anno invece, pur con tutte le dovute precauzioni e in obbedienza alle normative vigenti, in occasione del Natale noi sacerdoti e le due suore della nostra Comunità pastorale veniamo a bussare alla vostra porta per donare a tutti quelli che lo desiderano, nelle vostre case, la benedizione di Dio. Non solo, sarà con noi anche un volto nuovo che verrà a visitarvi: don Feniasse, sacerdote mozambicano che sta aiutando la nostra Comunità Pastorale e che in queste settimane stiamo imparando a conoscere. Per noi Sacerdoti e suore è certamente un momento di grazia per il “bagno di umanità” di cui questo gesto molto semplice ci rende partecipi. Entriamo in tutte le vostre case per condividere quello che abbiamo di più caro: l’amicizia nel nome di Gesù. Siamo consapevoli che parecchi di voi portano nel cuore tante domande, dovute alle ferite che hanno accompagnato la loro vita in questo periodo e siamo altrettanto consapevoli di non avere risposte per tutte le domande. Non sappiamo cosa dire di fronte a tanti drammi e a tante sofferenze, ma proveremo a condividere le vostre gioie e sofferenze, le vostre fatiche e speranze. Veniamo per pregare un po’ con voi. Per pregare con chi è vicino nella fede, così che possa rafforzarsi la fede di entrambi e possiate continuare a servire meglio la Chiesa, senza stancarsi ma con un entusiasmo sempre rinnovato. Per pregare con chi non condivide le ragioni della fede, perché comprenda che la preoccupazione per i figli, per le cose vere della vita, per l'amicizia autentica..., offrono una ragione per vivere, amare e sperare e sono l’inizio per ricominciare a credere veramente, a riprendere o a intraprendere con persuasione il cammino della fede, oppure, più semplicemente, ad accettare la sfida del dialogo. Per pregare con chi soffre o si sente privo di speranza, perché sperimenti la consolazione di un Padre che non abbandona mai e che sulle vostre pene segrete, sulle sventure che visitano le vostre case, fa scendere il suo Spirito, il Consolatore che rinnova e dà vita. Veniamo infine ad invitarvi anche ad un gesto di corresponsabilità. La busta che avete ricevuto o che riceverete ricorda anche i tanti bisogni a cui le nostre 8 Parrocchie devono far fronte. Quello che potrete offrire sarà per il bene di tutti... anche vostro! Ci affidiamo alla vostra generosità, che il Signore saprà ricompensare. Ci fa un immenso piacere essere ospiti nelle vostre case, sederci idealmente alla vostra mensa perché un sacerdote e una religiosa hanno molto da imparare dalle finezze con cui si esprime l’amore e dalla fede con cui vivete le fatiche e le prove che segnano il correre dei giorni.Ma l’ampiezza della missione a noi affidata e le recenti normative per la prevenzione del contagio non ci permettono di compiere una visita così distesa nel tempo e dunque il nostro passaggio sarà un piccolo segno di vicinanza e affetto verso tutti anche se contenuto in un breve lasso di tempo. Nel rispetto della sensibilità e delle paure di ciascuno, nella busta, oltre al calendario allegato nel quale specifichiamo il giorno in cui uno di noi passerà a trovarvi, trovate anche un’immagine da appendere fuori sulle vostre porte o sul cancello di casa, con la quale esprimete il desiderio di ricevere la benedizione. Suoneremo ed entreremo solo dove troviamo tale immagine, questo per rispettare coloro che, per motivi vari - di credo religioso, di disaccordo con la chiesa, o di salute - decidessero di non ricevere la benedizione. Nella sua vita pubblica il Signore Gesù passava di casa in casa portandovi la novità di Dio... quella novità che, nel nostro piccolo, desideriamo portarvi anche noi! Nell’attesa di incontrarci Don Giampietro
L’enciclica «Fratelli tutti» è il punto di partenza dell’Arcivescovo nel delineare il secondo tratto distintivo indicato per la comunità ambrosiana. La Chiesa libera è il secondo aggettivo indicato dall’Arcivescovo nella Proposta pastorale, partendo dal magistero di papa Francesco dell’enciclica Fratelli tutti. La fraternità universale «I discepoli danno testimonianza di questa vocazione alla fraternità universale in modo inadeguato, perché sono divisi tra loro, e tuttavia non possono tacere il Vangelo e sono nel mondo per seminarvi speranza di salvezza, nella concordia e nella pace». I principi che diventano vita quotidiana. «I principi generali e gli appelli universali chiedono di tradursi nello stile quotidiano del buon vicinato e dell’alleanza costruttiva con tutte le confessioni, con tutte le religioni, con tutte le istituzioni. Sono benedetti da Dio i suoi figli e le sue figlie che in ogni parte del globo sono operatori di pace. Molti, originari della nostra terra, di ogni età e condizione, compiono gesti ammirevoli in ogni parte del mondo dove sono in missione come consacrati, come cristiani impegnati, come volontari di ogni credo: beati gli operatori di pace». Guerra e sofferenza sono purtroppo negli occhi di tutti in queste settimane. Ma l’Arcivescovo guarda al futuro con speranza: «I signori della guerra, le persone e le organizzazioni avide di guadagni a prezzo della schiavitù e dello sfruttamento della terra non vinceranno. Certo, però, faranno molti danni. Noi tutti, insieme, uomini e donne di buona volontà, ci ostiniamo a seminare pace, a edificare fraternità, a praticare una prossimità rispettosa e generosa verso tutti, specie coloro che sono considerati insignificanti, gli scarti del sistema». Una Chiesa «antipatica»? «Tutti gli interrogativi, tutte le paure, tutti i sensi di colpa per le zone d’ombra del passato, tragiche e vergognose, non possono però convincerci a tacere la Parola di Dio e a darne testimonianza, con vera libertà», scrive Delpini.«La Chiesa è libera quando accoglie il dono del Figlio di Dio; è lui che ci fa liberi davvero; liberi dalla compiacenza verso il mondo, liberi dalla ricerca di un consenso che ci rende inautentici; liberi di vivere il Vangelo in ogni circostanza della vita, anche avversa o difficile; capaci di parresìa di fronte a tutti; Chiesa libera di proporre il Vangelo della grazia, di promuovere la fraternità universale, Chiesa libera di vivere e annunciare il Vangelo della famiglia; Chiesa libera di vivere la vita come vocazione perché ogni persona non è un caso ma è voluta dal Padre dentro il suo disegno buono per la vita del mondo». La presenza della Chiesa nel dibattito pubblico provoca spesso reazioni contrapposte. «Il messaggio di Gesù e la testimonianza della Chiesa suscitano una reazione che può essere di accoglienza grata, di esultanza per la liberazione attesa e sperata. Ma può esservi anche una reazione di antipatia, di ostilità e indifferenza. Talora i discepoli possono rendersi antipatici e suscitare atteggiamenti ostili per un comportamento che non è conforme allo stile di Gesù. Ma l’indifferenza e l’antipatia molto diffuse verso la Chiesa hanno la loro radice nella profezia che il Vangelo di Gesù ci chiede di testimoniare. Il Vangelo è infatti invito a conversione, è parola di promessa per chi ascolta, è contestazione di quanto tiene uomini e donne in schiavitù. Molti, a quanto pare, chiamano bene il male e male il bene e sono infastiditi dalla contestazione e dall’invito a trasgredire “i decreti del faraone”. Come Mosè fu contestato dai suoi fratelli, così i discepoli di Gesù sono contestati da coloro che chiamano intelligenza il conformismo, libertà il capriccio, benessere la sazietà, tranquillità l’asservimento». Vangelo della famiglia e individualismo esasperato L’Arcivescovo mette in guardia da un individualismo imperante della mentalità comune e nelle scelte politiche e istituzionali. «L’annuncio del Vangelo della famiglia suona antipatico in una cultura che diffida dei legami indissolubili e delle responsabilità verso le persone amate», afferma monsignor Delpini. «L’individualismo rischia di essere il principio indiscutibile dei comportamenti e quindi anche il criterio per organizzare la vita sociale e le sue leggi. Si ha infatti l’impressione che in ambito politico e nell’elaborazione delle leggi non sia determinante la cura per il bene comune della società nel suo presente e nel suo futuro. Piuttosto sembra che prevalga una logica individualistica che intende assicurare a ciascuno il diritto di fare quello che vuole. Può essere che questo orientamento incida nel costume e nella mentalità e che la tradizione di solidarietà tra le persone, l’impegno delle istituzioni per il bene comune, l’apprezzamento per la famiglia, per i bambini e per tutte le attenzioni educative siano considerati temi lasciati al volontariato e privati di adeguata attenzione e sostegno istituzionale». Necessario perciò continuare a riproporre la visione cristiana. «La visione cristiana della vita, dell’uomo e della donna, della vicenda personale e della storia del popolo considera invece centrale la famiglia, i legami affidabili, la riconoscenza come principio intergenerazionale, la fecondità come bene comune e promessa di futuro, l’educazione delle giovani generazioni come responsabilità ineludibile della famiglia e, in supporto alla famiglia, delle istituzioni e di tutti i “corpi intermedi”». «La visione cristiana della vita, come vocazione, suona antipatica o incomprensibile alla mentalità del nostro tempo. Una vita senza domande non si interroga sulla sua origine e non sa ringraziare. Una vita senza domande non si interroga sulla sua destinazione e non sa sperare. Una vita senza domande non ha criteri per valutare le sue scelte e non sa decidersi per una scelta duratura e irrevocabile, anzi la teme». di Pino Nardi
Ho conosciuto P. Adelio nel 1989, quando – con altri due giovani confratelli - sono arrivato ad Hong Kong, la missione alla quale eravamo destinati. Ricordo che dall'aeroporto vi era un numeroso gruppo di missionari del PIME ad accoglierci. P. Adelio si è subito distinto per la cordialità e l’entusiasmo nel ricevere noi giovani confratelli che iniziavamo, devo dire un po’ intimoriti, il lungo iter di studio ed inserimento nella cultura cinese e nella società di Hong Kong. Conobbi quindi P. Adelio quando compiva 50 anni (nato il 20 settembre del 1939); ho avuto perciò la grazia di vivere accanto a lui negli anni della sua maturità umana e spirituale. Mi sembra che si possano individuare tre tappe nella vita di P. Adelio in Hong Kong. Il primo periodo che va dal suo arrivo in Hong Kong nell’ottobre del 1965 fino al 74. E’ il periodo iniziale che lo vede impegnato nello studio e nell’apostolato tra i pescatori di Sai Kung.Sono gli anni giovanili e chi di noi ha conosciuto P. Adelio può immaginare quale forza ed energia ha profuso nel suo lavoro a favore dei più poveri - del popolo delle barche – per i quali ha costruito due villaggi di case sulla terra ferma, in collaborazione con tante persone di buona volontà. La missione di Sai Kung era molto vasta e comprendeva le numerose isole della baia con altrettanto numerose cappelle e comunità cristiane da curare. P. Adelio le visitò assiduamente; non si deve dimenticare che a poche braccia di mare da queste isole vi era la Cina di Mao, che proprio in quei anni era sconvolta dalla rivoluzione culturale. È in una di queste isole che incontra e si prende cura di tre sorelline rimaste sole, Margareth, Sally e Mary che formeranno il nucleo iniziale di quella che diventerà la sua grande famiglia.Questo primo periodo, segnato dall’entusiasmo degli inizi, finirà tragicamente il 27 settembre del 1974, quando il parroco di Sai Kung, P. Valeriano Fraccaro, suo confratello del PIME, viene brutalmente ucciso una sera, in casa parrocchiale. I responsabili e le motivazioni di questo brutale assassinio sono ancora sconosciuti; è verosimile che P. Adelio fosse il vero bersaglio. Il suo impegno per i poveri e diseredati, pare abbia suscitato delle gelosie incontrollate o aspettative nascoste che sono state deluse e che avrebbero armato la mano omicida. Un secondo periodo, dal 78 all’89. P. Adelio, dopo un’assenza di tre anni, rientra in Hong Kong nel 78 ed è parroco a Wong Tai Sin. Sono questi anni di lavoro intensissimo. In parrocchia e nel lavoro di prima evangelizzazione P. Adelio è alla continua ricerca di nuovi metodi e nuove proposte perché l’annuncio del Vangelo raggiunga tutta la vasta popolazione di baraccati e lavoratori che compongono il tessuto sociale in cui opera. Iniziazione cristiana degli adulti, formazione di laici e delle piccole comunità cristiane nei palazzi dormitorio dove si accalcano migliaia di persone sono alcune delle attività che appassionano P. Adelio. Sono questi anche gli anni di un particolare impegno di denuncia delle ingiuste politiche coloniali, in particolare nei confronti dei baraccati, dei lavoratori. […] Quando scoppiò l’emergenza dei boat people – i rifugiati vietnamiti - P. Adelio fu in prima fila a protestare contro l’amministrazione inglese per il trattamento riservato a questi profughi. Con pastori e ministri di altre chiese, con uomini e donne di buona volontà organizza gruppi di sensibilizzazione sui temi scottanti della Hong Kong anni 80. Sono davvero molti gli impegni sociali che lo hanno visto protagonista, così da renderlo uno dei missionari più incisivi e conosciuti, non solo all’interno della Chiesa, ma anche nella più vasta società di Hong Kong. Intanto la Cina, dopo la morte di Mao nel 76, con Deng Xiaoping si stava aprendo sempre più al resto del mondo. P. Adelio ebbe occasione di fare dei viaggi nella Cina continentale e sempre si preoccupava di incontrare uomini di chiesa e comunità cristiane del continente.Anche questo secondo periodo di P. Adelio in Hong Kong si conclude con una tragedia. È il 4 giugno del 1989; a Pechino nella piazza Tienanmen, viene repressa nel sangue la primavera degli studenti cinesi che chiedevano al governo delle riforme e delle aperture. P. Adelio era stato direttamente coinvolto nel sostenere gli studenti di Pechino. Il massacro del 4 giugno fu, come per molta gente in Hong Kong, un evento di violenza estrema che segnò la sua vita di prete e di uomo. Infine - dal 1990 fino alla sua morte – un terzo periodo, che ho avuto la fortuna di condividere con lui da vicino (io arrivai a Hong Kong, due mesi dopo il massacro di Tienanmen). Adelio è ora parroco a Seuhng Kwai Chung, St.John the Apostles Parish. Sono questi gli anni della prova; infatti gli anni novanta sono per la popolazione di Hong Kong gli anni della preparazione al passaggio di sovranità della colonia inglese alla Cina popolare, che avverrà la notte del 1° luglio del 97. Dopo il massacro di Tienanmen la gente di Hong Kong ha paura del ritorno alla Cina e molti emigrano all’estero. […]. La chiesa di Hong Kong è impegnata nel restare e nel dare speranza a coloro che rimangono. Per P. Adelio poi, a metà degli anni novanta – ricordo ancora quei giorni – vi è la scoperta della malattia. Per P. Adelio inizia un nuovo modo di essere missionario. Vive con fede e con generosità anche questo momento. Rimane attivo e impegnato nel ministero; i 10 anni di malattia saranno la più bella testimonianza di fedeltà alla vocazione missionaria e di amore alla sua gente. […] P. Adelio ha sempre saputo superare questi momenti con fede, cosciente che la storia dei singoli e dei popoli è saldamente nelle mani di Dio. E’ questo che gli ha dato coraggio e forza nel vivere fino in fondo la sua vocazione. Vi è un aspetto del profilo spirituale di P. Adelio che è rimasto nell’ombra per molti di noi, ma che emerge chiaramente, sopra gli altri, dai documenti conservati a Roma. P. Adelio è stato un uomo… obbediente. Prima di tutto obbediente a Dio; non è stato facile per lui lasciare il seminario di Venegono per passare alle missioni. P. Adelio era sempre rimasto attaccatissimo alla sua famiglia, alla sua città di Varese e alla sua diocesi. Alla vigilia dell’ingresso nel seminario del PIME, il 20 agosto del 58, scrive al Superiore del PIME di Milano: “Ho lasciato con gioia e con rammarico insieme il mio seminario, accompagnato dalla benedizione dei miei superiori e dalla preghiera dei miei compagni e sono sicuro di trovare un ambiente accogliente e tanto affetto anche da voi”. Nella presentazione al suddiaconato, nel ’62, il rettore scrive di lui: “Gli costa lasciare la famiglia a cui è molto attaccato, ma lo fa volentieri perché convinto della chiamata alle missioni”. Obbediente quindi alla vocazione e alla chiamata missionaria, anche se non fu semplice né spontaneo per lui il partire. E poi, obbediente ai superiori; sempre P. Lino Bianchi, rettore del seminario, nella presentazione al presbiterato scrive di lui: “Dote sua particolare è l’obbedienza che pure gli costa molto. Il suo carattere esuberante lo fa apparire qualche volta piuttosto indisciplinato, e di fatto un po’ lo è, ma , richiamato, si mette in regola e si sforza di starci”. Quando riceve la destinazione per Hong Kong, il 26 luglio del 65, telegrafa a Milano al Superiore: “Obbedisco, è magnifico”. Hong Kong non era la missione stata scelta da lui; infatti nel ‘72 confidava a un superiore: “sono andato a Hong Kong con esitazione e forse anche senza entusiasmo…, ma ora non lascerei quel posto per nessun motivo”. P. Adelio a Hong Kong ci è rimasto fino alla fine, lasciando di sé un ricordo vivo e profondo. Concludo con un proverbio cinese: il profumo dei fiori ha bisogno del vento per diffondersi, una buona notizia ha bisogno di uomini per essere comunicata. P. Adelio ha comunicato con la sua vita di uomo e di cristiano “il buon profumo di Cristo”, la buona novella del vangelo tra il popolo cinese in Hong Kong. Lo ha fatto con la ricchezza umana di cui era dotato, costruendo rapporti profondi di amicizia, battendosi con coraggio per la giustizia, prendendosi cura in prima persona dei più deboli e soli, infondendo speranza e ottimismo a tutti. Nella vita e nelle opere di questo missionario, il PIME vi riconosce la continuità con la più viva e bella tradizione dell’Istituto, che P. Adelio ha certamente contribuito ad arricchire. Padre Luigi Bonalumi
Questo è il primo articolo che scrivo sul foglio “In Cammino: tante chiese... una sola comunità”. Quando mi hanno chiesto di scrivere un articolo parlando del mese missionario che finirà con la giornata mondiale delle missioni, mi sono venute in mente tante domande: perché hanno scelto me? Che cosa posso dire di nuovo se tante persone bravissime hanno già parlato dello stesso argomento? Come parlare delle missioni in questo anno atipico in cui dobbiamo stare tutti distanti? Erano tanti perché. Nel fondo del mio cuore si sono accumulati alcuni dubbi, quasi ad arrivare a dire: non voglio scrivere niente.Dopo alcuni giorni, però, ho pensato che la Chiesa in cammino ha bisogno anche di me; ha bisogno della mia testimonianza della fede in Gesù Cristo, che era sempre in cammino e percorreva i villaggi insegnando (Mc 6,6). È impossibile riconoscere il suo volto, cogliere realmente i suoi gesti, lasciarsi raggiungere dalle sue parole senza essere per strada con Lui. Lui sempre ci dà spazio e tempo per essere annunciatori. Quindi, tutti dobbiamo trovare spazio per l’evangelizzazione ovunque ci troviamo. La nostra fede ci spinge a muoverci verso gli altri, verso i fratelli e le sorelle, con tutto il cuore, portando la gioia nel Signore. Con questo il missionario diventa uno che “rompe le scatole”, come diceva S. Francesco d’Assisi nella sua preghiera. Nell’essere missionario ognuno diventa uno strumento di pace; porta l’amore dove c’è odio, porta il perdono dove c’è offesa, porta unione dove c’è discordia, porta fede dove c’è dubbio, porta verità dove c’è errore, porta speranza dove c’è disperazione, porta gioia dove c’è tristezza, porta luce dove c’è tenebre, cerca tanto di consolare quanto di essere consolato. Non è per caso che la nostra fede è frutto di una evangelizzazione degli altri che viene dal comando del Signore Gesù (Mt 28,19a). A questo proposito, vi racconto la storia di come ho ricevuto la fede: i Francescani Minori sono stati i primi che mi hanno avvicinato alla fede, quando ero ancora adolescente; parlavano della bellezza e della gioia di stare con Gesù. Poi sono stato battezzato dai missionari dell’Africa più conosciuti come i Padri Bianchi (il padre era scozzese) e ho vissuto nella parrocchia di origine con i padri di Belem più conosciuti come i padri della Svizzera. Ho studiato nel seminario propedeutico con i padri Belgi, ho studiato filosofia con i padri Comboniani, ho studiato la teologia con i padri diocesani, mi sono laureato con i padri gesuiti e nello stesso tempo ho vissuto con i padri Verbiti. Quindi tante congregazioni, ma una sola fede in Gesù Cristo. Perché raccontare la storia della mia della fede in questo articolo? Tutto questo è per mostrare la universalità della missione e la necessità dell’annuncio di Cristo. Tutti noi siamo chiamati ad annunciare Cristo ovunque siamo. Ognuno a modo suo, usando i doni e i talenti che abbiamo ricevuto da Dio. La Chiesa ci invita in questo mese di ottobre, mese missionario, a vivere in modo più intenso il comando del Signore Gesù: «Andate dunque, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho ordinato» (Mt 28, 19a). Anche Papa Francesco ci propone quest’anno un tempo di riflessione nella giornata mondiale delle missioni: «Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20). Questo comando è universale, nessuno è escluso. Per finire con un “piccolo” pensiero, faccio mie le parole di S. Paolo quando disse: «Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; la necessità mi spinge, e guai a me se non predico il vangelo!» (1Cor 9,16).A partire da questa necessità dell’annuncio del Vangelo da cui nessuno può scappare, concludo con questa canzone*: Quello che abbiamo udito, quello che abbiam veduto, quello che abbiam toccato dell’amore infinito l’annunciamo a voi Grandi cose ha fatto il Signore! Del suo amore vogliamo parlare: Dio Padre suo Figlio ha donato, sulla croce l’abbiamo veduto. ... Viene il regno di Dio nel mondoe l’amore rivela il suo avvento; come un seme germoglia nell’uomoche risponde all’invito divino. Che bello! Una canzone con un messaggio profondo che tocca e spacca il cuore.Allora che cosa abbiamo udito, abbiamo veduto, abbiamo toccato e che cosa dobbiamo annunciare agli altri? La Chiesa in cammino ha bisogno di te, mio fratello o mia sorella che hai letto questo piccolo articolo. Non avere paura. Gesù ha vinto la morte e ci annuncia la pace e il coraggio.Tutti insieme ce la faremo. Mese missionario ottobre 2021 Don Feniasse Maneira * testo di Maurizio Lazzarin dell'A.C. di Annone Veneto
Con riferimento ai tempi nuovi che stiamo attraversando, l’Arcivescovo auspica reciprocità e coralità nei comportamenti e nello stile, che dovranno caratterizzare anche le Assemblee sinodali decanali. di Pino NARDI Nella Proposta pastorale innanzitutto l’Arcivescovo indica una Chiesa unita. La vocazione alla comunione è riproposta durante i tempi dell’anno liturgico. «Coloro che prendono parte alle celebrazioni della comunità cristiana sono chiamati a verificare quali frutti ne vengano per la loro vita personale e comunitaria: possiamo celebrare il mistero che ci dona la grazia di partecipare alla comunione trinitaria ed essere divisi, scontenti gli uni degli altri, invidiosi, risentiti?», chiede monsignor Delpini. Sottolinea anche i tempi nuovi che interrogano la Chiesa indicando il cammino che la Diocesi ha condotto nel recente Sinodo minore, «La Chiesa dalle genti non è solo il mistero nascosto alle precedenti generazioni (cfr. Ef 3,5), ma è la grazia e l’impegno di questo nostro tempo, di questa nostra terra per offrire un aiuto a tutti gli uomini a credere e a sperare. La vocazione dell’umanità alla fraternità universale, come insegna l’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco, chiede la risposta illuminata e lungimirante di tutte le comunità della nostra diocesi». La reciprocità nella comunione «L’amore che si dona gratuitamente senza considerare risultati e risposte è una delle forme più alte di dedizione. Per certe sensibilità questo amore gratuito è la manifestazione dell’amore di Dio stesso, di cui la creatura è resa capace per grazia», scrive l’Arcivescovo. Parlando anche di reciprocità nel rapporto uomo-donna. «La reciprocità come forma matura dell’amore è la vocazione di ogni uomo e di ogni donna. La differenza di genere è la differenza originaria che permette di praticare nella forma più alta e promettente la relazione comandata dal comandamento nuovo: gli uni gli altri. Il tema della relazione tra uomo e donna, tra uomini e donne nella Chiesa, tra uomini e donne nella società è un tema di inesauribile profondità e di drammatica attualità. È doveroso che con il contributo di tutti, con la saggezza dell’esperienza, con la molteplicità delle competenze sia affrontato nelle nostre comunità, come proposta educativa, come dinamica familiare, come aiuto all’interpretazione dei ruoli degli uomini e delle donne nella Chiesa e nella società». La coralità della comunione «La reciprocità come forma matura dell’amore è l’esperienza di ogni vera amicizia – continua l’Arcivescovo -. I discepoli di Gesù, che hanno sperimentato l’amicizia con lui, sono chiamati a vivere e a testimoniare la grazia, la responsabilità, la coltivazione di rapporti come contesti propizi per portare a compimento la vocazione alla santità. Molti testi della Scrittura descrivono le virtù necessarie, lo stile che deve essere abituale tra le persone nella comunità cristiana. Il rimando all’“inno alla carità” di Paolo (cfr 1Cor 13,4-7) può essere molto significativo». Uno stile che va sempre più curato e affinato anche nella vita della Chiesa. «Tutti i talenti, tutte le qualità delle persone, tutte le esperienze di aggregazione di laici e di consacrati si possono chiamare carismi o vocazioni nella misura in cui edificano la comunione con il tratto della coralità, che comporta la stima vicendevole, la disponibilità a collaborare nel costruire percorsi e a dare vita a iniziative per il bene di tutti. In questa coralità di vocazioni il riferimento alla Diocesi, in comunione con tutta la Chiesa, è un criterio di autenticità». Tuttavia l’Arcivescovo è consapevole dei problemi ancora aperti. «Non siamo ingenui: le tentazioni di protagonismo, di rivalità, di invidia, di scarsa stima vicendevole sono sempre presenti e seducenti. Ci sono stati tempi di confronti aspri, di polemiche e divisioni anche nella nostra Chiesa. La preghiera di Gesù che chiede al Padre la grazia dell’unità sia la nostra preghiera e decida la disponibilità di tutti. In questo esercizio, per certi versi inedito di comunione, di “pluriformità nell’unità” possiamo essere aiutati da quella singolare forma di scuola cristiana che è l’ecumenismo di popolo a cui siamo chiamati in questi anni». L’Assemblea Sinodale Decanale Amicizia, carità, stima reciproca, comunione si traducono anche attraverso una articolazione della comunità cristiana. «L’organizzazione parrocchiale è provvidenziale e insuperabile (...) Non è però tutta la Chiesa, non è una struttura che rinchiude lo Spirito nei calendari, nell’esercizio del potere della comunità parrocchiale. La Diocesi non è un insieme di parrocchie, piuttosto l’unica Chiesa che si rende presente nel territorio nelle comunità pastorali e nelle parrocchie. Il presbiterio diocesano non è l’insieme dei parroci, ma la comunione con il Vescovo che la grazia del ministero ordinato raduna, insieme con i diaconi, per collaborare alla missione nel territorio e in ogni ambiente di vita». In questo contesto un’attenzione particolare viene destinata al ruolo nuovo che dovrà assumere il decanato, che «rappresenta uno strumento per la sussidiarietà dell’attività pastorale, secondo quelle intenzioni che sono state codificate nel Sinodo 47°». «Il decanato ha bisogno di uno strumento proporzionato alla sua finalità. Il percorso che ha portato agli orientamenti contenuti nel documento Chiesa dalle genti ha aperto una prospettiva per un nuovo volto della nostra Chiesa diocesana, che è chiamata a una forma di comunione più intensa e più diversificata per una missione più coraggiosa. Questa prospettiva si è rivelata affascinante e insieme incerta, fragile, attribuendo al Consiglio pastorale decanale un compito che non può essere eseguito da un organismo dalla vita stentata e dai frutti poco convincenti. La proposta di immaginare l’Assemblea Sinodale Decanale esprime l’intenzione di configurare un organismo più proporzionato al compito di interpretare il territorio e di descrivere e motivare forme di presenza dei cristiani nella vita quotidiana, familiare, professionale, sanitaria, culturale, amministrativa». Non si tratta di un organismo in più, quanto un cambio di mentalità. «C’è qualche cosa di inedito in questo processo, perché non intende sovraccaricare i ministri ordinati di ulteriori compiti, ma provocare tutte le vocazioni (laici, consacrati, diaconi e preti) ad assumere la responsabilità di dare volto a un organismo che non deve “guardare dentro” la comunità cristiana e la sua attività ordinaria; piuttosto deve guardare al mondo del vivere quotidiano dove i laici e i consacrati hanno la missione di vivere il Vangelo, di essere testimoni di speranza, di farsi prossimi di fratelli e sorelle con cui condividono la vita, con le sue fatiche, le sue prove e le sue sfide». La sinodalità sarà al centro del cammino ecclesiale di questi anni a livello mondiale, nazionale e diocesano. Per questo l’Arcivescovo precisa che «si deve intendere per Assemblea Sinodale Decanale lo strumento che la Diocesi di Milano si darà per lo stile di presenza della Chiesa nel nostro territorio. La composizione, le competenze e le procedure di questa assemblea prenderanno la forma adatta al territorio del decanato secondo il discernimento che il Gruppo Barnaba compirà con la collaborazione del vicario episcopale di zona e degli organismi diocesani». Amore fraterno e lamento «L’amore fraterno comporta una specie di gara nello stimarsi a vicenda, il riconoscimento del bene che l’altro rappresenta per me, la riconoscenza per essere un cuore solo e un’anima sola nella comunione dei santi. Come posso essere amareggiato e risentito verso il fratello?». L’amarezza dell’Arcivescovo per in grande dono ricevuto e per la difficoltà di viverlo. «Nella comunità cristiana gli argomenti per essere scontenti gli uni degli altri hanno una radice ambigua e invito tutti a decifrare questa sorgente inquinata delle parole, dei pensieri, dei giudizi. Per me è incomprensibile che il risentimento, l’amarezza, le ferite siano, per così dire, una buona ragione per lamentarsi dei fratelli e delle sorelle della propria comunità, dei preti, del Vescovo e del Papa. Piuttosto si dovrebbe riconoscere un desiderio ardente di correggere e di correggersi, di dedicarsi a un’intensa preghiera di intercessione, di praticare la correzione fraterna e il perdono benevolo».
Leggere è allargare le nostre conoscenze; ci aiuta a dare consistenza e vivacità alle nostre relazioni; a sostare maggiormente su ciò che è essenziale, a riposare meglio nella verità che ci viene offerta. Il periodo estivo è, in genere, opportunità di qualche lettura sapiente. Vi offro, con discrezione, qualche suggerimento. Un primo testo potrebbe essere il “Diario” di Etty Hillesum (editore Adelphi). Una vita assai breve quella di Etty; termina i suoi giorni il 30 novembre 1943, nel campo di concentramento di Auschwitz. Per circa 40 anni, fino al 1981, non si parlò di lei, del suo pensiero; la sua esperienza e i suoi scritti erano praticamente sconosciuti. In seguito, dopo la loro pubblicazione, i suoi moltissimi lettori/lettrici scoprirono una esperienza di vita decisamente intensa e una ricerca caratterizzata da una grande tensione spirituale. Hanno incrociato una umanità ricchissima e complessa, scelte a volte discutibili; e comunque, una passione grande per la propria esistenza. Etty afferma: “A volte siamo noi stessi a derubarci la vita da soli. Trovo invece bella l’esistenza che sto conducendo; mi sento una persona decisamente libera. Credo in Dio e negli uomini. A volte la vita è difficile ma è sempre possibile alzare lo sguardo, guardare lontano e trovare pace in noi stessi” . La giovane vita di Etty fa i conti non solo con il suo ricchissimo mondo interiore ma anche con le sottolineature e le riflessioni di tanti pensatori, da Michelangelo a Leonardo, da Dostoevskij a Rilke, da Sant’Agostino agli evangelisti; definisce il suo luogo di lettura e di dialogo con i testi di questi autori come la sua “ottima società”. Leggendo questi autori impara a guardare fuori di sé stessa. Mentre si avvicina il momento finale della sua esistenza, trova parole di attenzione anche per coloro che decreteranno la sua morte: ha il coraggio di affermare “vorrei essere balsamo per mille ferite” e “andrò dappertutto e cercherò di irraggiare un po’ di quell’amore che ho dentro, per gli uomini che incontrerò fino all’ultimo momento della mia vita”. Un testo di grande profondità. Vorrei suggerire un secondo testo, più semplice, scorrevole, ma di grande capacità introspettiva: “L’ombra del Padre” di Jean Dobraczynski (Ed. Marcelliana). È un libro datato ma decisamente piacevole da leggere. Il Card. Stefan Wiszynski, primate di Polonia, nella presentazione del testo affermava: ”Mi sento profondamente edificato dal grande tatto e dalla finezza con la quale Lei ha affrontato la figura di Giuseppe, argomento difficile e, però, appassionante”. L’autore si è impegnato a ricostruire la storia di Giuseppe, in forma romanzata, attingendo profondamente dai testi delle Scritture e avvalendosi del vasto materiale che proveniva dagli scritti apocrifi e dalla tradizione. La figura di Giuseppe emerge in maniera discreta ma estremamente chiara. In lui si identificano tutte le persone credenti, che sono poste, in maniera inaspettata, di fronte ad una chiamata di Dio. Per tutta la vita è combattuto tra le sue giuste attese umane e le richieste difficili ed esigenti da parte del Signore Dio. In questo continuo e non facile confronto, Giuseppe matura il proprio percorso di fede; accompagnando con sapienza e dedizione Maria e Gesù. La sua umanità acquisisce capacità di discernimento; la sua obbedienza matura è il tratto attraverso cui può maggiormente parlare alla nostra vita. Del tutto diverso l’impatto con il terzo testo che suggerisco: “Osa sapere” di Ivano Dionigi (Ed. I Solferini). La nostra società è di fronte ad una presenza sempre più numerosa di persone che vengono da nazioni diverse, con una cultura differente dalla nostra, con riferimenti religiosi non uguali ai nostri. Alcuni si ostinano a costruire muri fisici e mentali, nel tentativo di stringersi attorno ai propri valori etici, politici, religiosi, per conservare una propria identità. Non è una scelta lungimirante. Nello stesso tempo sta crescendo grandemente la presenza della tecnologia e della digitalizzazione. Nel desiderio che questo presente promuove un futuro abitabile, un futuro amico, carico senz’altro di complessità, ma anche di conoscenza e di condivisione, è necessario riflettere; da qui il titolo: “Osa sapere”. Occorre che questo percorso irrefrenabile verso la modernità sia umanizzato; bisogna veicolarlo verso una sempre maggiore consapevolezza di ciò che è essenziale per dare qualità alla nostra esistenza. Occorre un “sapere” che porti verso un dialogo tra conoscenze diverse, nel tentativo di promuovere ciò che realmente fa crescere la nostra umanità. Buona lettura. Don Peppino
Cosa c’entriamo noi con il percorso sinodale che la Chiesa universale intraprende oggi? Domanda paradossale: perché sarebbe come dire cos’ha a che fare con noi credenti la Chiesa. Possiamo chiamarla in cento modi affettuosi, tutti belli e giusti: madre, casa, famiglia, maestra... Ma è anche e soprattutto «il popolo santo di Dio», come ama dire il Papa: siamo noi. Noi cattolici della domenica, noi impegnati nelle sue molteplici attività, noi che stiamo più fuori che dentro, noi che stiamo così dentro da far parte del consiglio pastorale, noi catechisti o educatori, noi distratti partecipanti a qualche liturgia ogni tanto, laici e consacrati, dediti o scettici, mistici o gente di poca preghiera, iper-responsabili o perennemente "sulla soglia". Noi così come siamo, imperfetti e sgualciti, senza pagelle né lista dei buoni e dei "rivedibili". E allora, tanto per cominciare il Sinodo aperto questa mattina dal Papa in San Pietro consiste nel tornare a vederci per quello che siamo semplicemente perché battezzati: popolo di Dio, Chiesa. Con tutto ciò che comporta in termini di partecipazione, corresponsabilità, impegno di condivisione, diritto di parola e dovere di ascolto. La Messa domenicale (o più frequente), la cattolicità poco più che anagrafica o lo stesso coinvolgimento in un’attività pastorale non esauriscono l’appartenenza al corpo vivo della Chiesa. Per quella è più che sufficiente essere ciò che siamo, sentendoci chiamati proprio per questo a esser parte di chi si alza in piedi. E se la Chiesa cui apparteniamo viene messa in cammino dal Papa per un viaggio alla riscoperta di se stessa dentro questa società così multiforme e disorientante la cosa ci riguarda direttamente. Non occorre essere specialisti, o affrontare chissà quale tirocinio, per contribuire a scrivere questa pagina nuova, ciascuno con la sua calligrafia. Si tratta di informarsi, capire e cercare il proprio posto in un viaggio che ha per orizzonte e obiettivo «collaborare meglio all’opera di Dio nella storia», secondo le parole del Papa, e come stile l’ascolto della voce dello Spirito: non poco, certo, ma è quello che dovremmo fare sempre. Non c’è tempo per restarsene in attesa di sviluppi e istruzioni, non sono previste le gradinate per gli spettatori, non c’è margine per lo scetticismo, che negli ambienti ecclesiali è tossico come erba infestante. Il "percorso sinodale" al quale papa Francesco chiama da oggi la Chiesa ci mette in moto tutti, dagli animatori di parrocchia a chi se la cava con quattro pratiche rituali. Perché la Chiesa – cioè tutti noi – è sinodale per natura, e nessuno può sentirsi escluso quando essa avvia un «processo in divenire» e si apre a una «partecipazione vera» per «prendere sul serio il tempo che abitiamo». È il passaggio dalla condizione adolescenziale del non sentirsi mai davvero chiamati in causa perché "non tocca a me" alla consapevolezza adulta di essere dentro una famiglia nella quale ognuno è insostituibile. Le forme di questo "percorso" verranno, un passo dopo l’altro: non facciamoci divorare dalla fretta di vedere, capire, giudicare. La Chiesa italiana si accinge a farci partecipi di una scansione di tempi e modi da qui al 2025. Ma l’essenziale oggi non è neppure questa mappa generale, pur decisiva per orientarci nel tempo lungo che ci attende. Oggi conta saperci Chiesa, sentircene sanamente orgogliosi e lieti, per il semplice fatto che siamo stati chiamati a farne parte attiva portandoci dentro tutto di noi stessi, limiti e incoerenze compresi. A mettersi in cammino oggi non è la "nazionale dei già santi", o un manipolo di professionisti della pastorale, ma tutto il popolo, uno per uno. Diversamente si rischia di mettere in scena una sacra rappresentazione poco credibile e ancor meno attrattiva, che deraglia dalla strada tracciata da «comunione, partecipazione e missione» – sono sempre le parole del Papa,meditando ieri sulla strada per la quale si inoltra lui davanti a tutti –, cedendo alle perenni lusinghe del «formalismo», dell’«intellettualismo» e dell’«immobilismo». Qui c’è ben più di un «evento», di un «gruppo di studio», del «si è sempre fatto così». Fermiamoci un attimo a considerare l’occasione, e a meditare la scena che si apre davanti ai nostri occhi. Perché torna a passare accanto alle nostre reti vuote il Signore che mi chiama per nome, come in un nuovo mattino sulla riva del mondo. Francesco Ognibene, da "Avvenire" del 9 ottobre 2021
Nella sua Lettera alla Diocesi l’Arcivescovo invita a guardare avanti con speranza, sollecita passi concreti e nuovi stili di vita a tutela del creato, esamina conseguenze e prospettive delle varie emergenze (sanitaria, spirituale, lavorativa, educativa) e precisa il senso cristiano della vocazione «Lo Spirito dono di Gesù, il Crocifisso risorto, coinvolge in un ardore che rinnova la vita, che risveglia energie, che dilata gli orizzonti. Sentiamo l’urgenza, il bisogno di celebrare la Pentecoste: invochiamo il dono dello Spirito perché ci spinga a uscire dalla chiusura delle nostre paure, delle nostre pigrizie, delle nostre incertezze». Inizia così la Lettera per il tempo dopo Pentecoste dell’Arcivescovo, monsignor Mario Delpini, che conclude il percorso pastorale di quest’anno dedicato alla sapienza, dal titolo Del tuo Spirito, Signore, è piena la terra. Il mistero della Pentecoste. Tradizione e futuro del rapporto con il creato Nella sua riflessione monsignor Delpini parte dal tema dell’ambiente, ormai al centro dell’attenzione di tutti anche grazie all’impulso dato da papa Francesco, superando visioni ideologiche e proponendo la corretta prospettiva. «La tradizione biblica, che i cristiani hanno fatto propria, dice creato per riconoscere l’opera di Dio che ha piantato il giardino come casa ospitale per l’uomo e la donna, perché sia custodito e coltivato e possa produrre frutti per i figli degli uomini. La relazione che le Scritture suggeriscono è quella della gratitudine operosa», scrive l’Arcivescovo. Laudato si’ e Querida Amazonia sono espressione del magistero della Chiesa e «chiedono un vero e proprio cambiamento di mentalità, un nuovo modo di vivere il rapporto tra ambiente, società, cultura e umanità». «I mesi del tempo dopo Pentecoste sono propizi alla riflessione e alla revisione critica del rapporto con l’ambiente di tutti noi – afferma l’Arcivescovo -. Propongo pertanto che questo tempo sia messo a frutto anche per la recezione dell’insegnamento sull’ecologia integrale. Si tratta di leggere e “fare” i testi di papa Francesco. Nei documenti del magistero del Papa, infatti, non sono presentati solo concetti, ma esperienze praticabili che dall’azione conducono anche alla riflessione sapienziale e costruiscono relazioni, progetti economici, riforme politiche». Un invito forte all’impegno concreto, scuotendosi dal torpore: «Con lo sguardo educato dal magistero di papa Francesco e della dottrina sociale della Chiesa dobbiamo prendere coscienza dell’intollerabile ingiustizia che crea una disuguaglianza iniqua tra chi consuma troppo, rapinando terre e ricchezze altrui, e chi soffre la miseria, le malattie, le prepotenze. L’ingiustizia non diventa giusta solo perché “legale”, secondo leggi e trattati insindacabili perché garantiti dalla potenza del denaro e delle armi». «Nella formazione e promozione di una sensibilità cristiana verso il creato la nostra terra ha molte potenzialità e le presenze attive sono esemplari per competenza, generosità e lungimiranza. Sono attitudini che hanno radici antiche», ricorda l’Arcivescovo pensando alla testimonianza nei secoli degli Ordini religiosi in Lombardia, un patrimonio da non disperdere; le realtà educative come lo scoutismo, ma anche associazioni professionali e di volontari «che vivono con una premura umanistica il rapporto con l’ambiente. Penso a coloro che lavorano la terra e in particolare alle aziende associate nella Coldiretti che onora la sua ispirazione cristiana». Ma anche le forze dell’ordine per la cura dell’ambiente (come i Forestali), la Protezione civile, l’Associazione nazionale Alpini, il Cai, le Pro Loco. Stili di vita Tuttavia questo non basta, è necessario un ripensamento profondo degli stili di vita di ciascuno. «Papa Francesco ci invita a coltivare una spiritualità ecologica che cambi il nostro modo di vivere l’esistenza quotidiana per realizzare “nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita” (LS 202) ispirati alla sobrietà, alla solidarietà, alla condivisione e alla cura vicendevole. Promuoviamo una nuova alleanza tra l’umanità e l’ambiente!». Guardare con sapienza alle emergenze Di fronte alle emergenze la Chiesa sul territorio deve essere in prima linea: «La vita e le attività delle nostre comunità non possono sopravvivere senza lasciarsi provocare e senza tentare vie per dare risposte alla gente. Invito ogni comunità e ogni persona a cercare la sapienza che viene dall’alto per interpretare le emergenze, le esperienze e i percorsi che siamo chiamati ad avviare e a esplorare». Ma di quali emergenze parla l’Arcivescovo? Innanzitutto l’emergenza sanitaria, non dimenticando quello che è accaduto in questo ultimo anno. «Dobbiamo ribadire la gratitudine e l’ammirazione per tutto il personale sanitario e l’organizzazione della sanità per quanto hanno fatto, uomini e donne che si sono dedicati fino al sacrificio alla cura dei malati. Insieme è necessario porre domande e cercare risposte per quello che non ha funzionato, per il peso troppo insopportabile delle persone isolate». Da molto tempo monsignor Delpini ricorda a tutti anche l’emergenza spirituale. «Una riflessione sapienziale sul dramma che si vive permette di riconoscere l’aridità di animi occupati dall’ossessione degli aggiornamenti, dalla banalità delle parole, dal non saper pregare, da un pensiero troppo materialista e troppo funzionale. La meditazione delle Scritture, la lectio divina, la pratica del silenzio, la rivisitazione del patrimonio culturale, artistico, spirituale della tradizione cristiana e della cultura contemporanea sono percorsi che le nostre comunità devono suggerire per porre rimedio all’emergenza spirituale». Le ricadute della pandemia sono molto pesanti anche sul fronte lavorativo: si tratta dell’emergenza occupazionale. «Troppe persone hanno vissuto una drammatica precarietà nel loro lavoro e molte paure sulla possibilità di conservarlo. Il lavoro è necessario per guadagnarsi il pane e per la propria dignità. La sapienza di secoli e la ricchezza della dottrina sociale della Chiesa sono punti di riferimento importanti per non immaginare che “i soldi dell’Europa” siano una soluzione per tutto». Quest’anno ha colpito in maniera significativa anche i più giovani: è l’emergenza educativa. Ricorda l’Arcivescovo: «Le scelte compiute per la gestione della scuola, motivate dalla necessità di limitare la diffusione dei contagi, hanno avuto su molti ragazzi e adolescenti effetti devastanti, creando o aggravando disagi psicologici, problemi relazionali, abbandoni scolastici. La comunità cristiana si sente in dovere e si sente in grado di offrire una collaborazione significativa alle famiglie per affrontare segnali preoccupanti e disagi profondi». Monsignor Delpini confida nella collaborazione degli oratori e delle aggregazioni giovanili con la scuola, con le società sportive, valorizzando anche la «ricchezza delle scuole paritarie cattoliche e di ispirazione cristiana come risorsa creativa per tutta la società, per ripensare la didattica e nuovi percorsi formativi». L’interpretazione cristiana della vita come vocazione In conclusione della Lettera, l’Arcivescovo pone l’attenzione al tema della vocazione. «È necessario insistere per dissolvere i malintesi che si sono depositati nel linguaggio e nella mentalità diffusa. I cristiani, quando parlano di “vocazione”, intendono dire che la fede orienta le scelte della vita e non parlano di una predestinazione a fare una cosa o l’altra». Per aiutare soprattutto adolescenti e giovani a maturare la propria scelta di vita, non solo sacerdotale o religiosa, esistono da tempo realtà e iniziative da valorizzare come «oratorio estivo, settimane di formazione, esercizi spirituali, conclusione del Gruppo Samuele e altri appuntamenti che vorrebbero offrire un contributo a vivere la propria vita come vocazione». «Intendere la vita come vocazione – precisa monsignor Delpini – non significa aspettarsi una qualche telefonata di Dio per orientare la scelta, ma rileggere alla luce della Parola di Gesù le proprie aspirazioni e i propri desideri, le proprie capacità, le proprie condizioni. È vocazione quella scelta che purifica il cuore da presunzione o sottovalutazione di sé, da ambizioni e avidità, da pigrizie e paure, e si lascia orientare dalla chiamata a servire, a condividere, a mettere a frutto i propri talenti per un bene non solo egocentrico». (tratto dal sito chiesadimilano.it) Articolo di Pino Nardi