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Il messaggio del nostro patrono Sant’Ambrogio può essere educativo anche per noi cristiani attuali. Qui mi limito a presentare tre “segni”, che l’iconografia su Ambrogio ha sviluppato nei secoli: “la frusta” per scacciare il male, “il pastorale” per sostenere la fede, “la Scrittura” per illuminare la vita. LA FRUSTA. Ambrogio, vissuto nel IV secolo, ha dovuto lottare molto nella sua vita di vescovo di Milano: ha lottato contro gli eretici per difendere la fede in Gesù Cristo vero Dio e vero uomo, mentre gli Ariani negavano la divinità del Figlio di Dio e lo consideravano una semplice creatura. Anche oggi Ambrogio, difensore della fede, ci ricorda che essa non è un’opinione personale. La fede ci è stata consegnata dalla tradizione della Chiesa, e ognuno di noi la deve proteggere, soprattutto, dall’attacco interno dei nostri modi di vedere e giudicare le cose, che ci fanno vivere non secondo Dio ma secondo il mondo. Ambrogio ha lottato contro la corte imperiale, che a quel tempo aveva la sua sede in Milano, per difendere la libertà della Chiesa, mentre gli imperatori volevano piegarla ai loro interessi. Il nostro patrono ha avuto il coraggio di rompere la comunione con l’imperatore Teodosio, perché si era reso colpevole per pura ripicca di un gravissimo peccato pubblico, la strage di numerosi cittadini innocenti a Tessalonica in Grecia. Ambrogio ci insegna a rispettare il primato di Dio su ogni autorità terrena: per questo ha lottato contro il potere imperiale quando voleva intromettersi nei problemi ecclesiali e ha obbligato Teodosio a fare pubblica penitenza per i suoi peccati, perché anche un imperatore deve rispondere a Dio delle sue azioni. Il cristiano da buon cittadino deve obbedire alle leggi dello Stato, ma se le leggi degli uomini entrano in contrasto con la legge di Dio, il cristiano deve scegliere di rispettare la legge di Dio, come ha fatto Ambrogio. IL PASTORALE. Ambrogio si presenta come un uomo battagliero in tempi difficili, ma dalla lettura della sua vita sappiamo che è stato anche un grande pastore del gregge affidato alle sue cure. Innanzitutto ha voluto essere in molti modi, attraverso il suo episcopato, educatore alla fede adulta del suo popolo. Lo dimostrano i numerosi scritti, raccolti in ventidue volumi. Ma la cosa da notare è che le opere di Ambrogio derivano quasi tutte dal rifacimento delle sue omelie. Quindi Ambrogio non è stato semplicemente uno scrittore e studioso, ma prima di tutto un predicatore appassionato della Parola di Dio, che incoraggia anche noi oggi a “comunicare” la Parola. LA SCRITTURA. Agostino racconta nelle Confessioni, che Ambrogio leggeva le Scritture a bocca chiusa, solo con gli occhi. Infatti nei primi secoli cristiani la lettura della Parola di Dio era concepita ai fini della sola proclamazione ad alta voce. Pertanto Agostino è ammirato dalla capacità singolare di lettura e familiarità con le Scritture di Ambrogio. E il Concilio cita Sant’Agostino nella “Dei Verbum”: «E’ necessario che tutti i chierici, e quanti attendono al ministero della Parola, conservino un continuo contatto con le Scritture, mediante una sacra lettura assidua e lo studio accurato, “affinché non diventi vano predicatore della Parola all’esterno colui che non l’ascolta di dentro” ». Agostino aveva imparato dal vescovo Ambrogio questo “ascoltare dentro”, che è l’ascolto orante della Parola nella lectio divina, che Ambrogio aveva appreso dalle opere di Origene. Fu così che introdusse la lectio in Occidente consegnandola ad Agostino e alla tradizione monastica successiva, poi rilanciata a Milano da Martini. Sant’Ambrogio ci aiuti a camminare con fede, carità e speranza verso l’unità in Dio, nell’Ottavo Giorno. Don Francesco
LA CULTURA DELLA CURA COME PERCORSO DI PACE: una riflessione di Avvenire sul messaggio di Papa Francesco per la 54a giornata mondiale della pace La cultura della cura, come “impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti”, e “disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca”, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace, per “debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro, oggi spesso prevalente”. Lo scrive Papa Francesco nel suo Messaggio, reso noto oggi, per la 54.ma Giornata mondiale della pace, che verrà celebrata il primo gennaio 2021, solennità di Maria Santissima, Madre di Dio. Il Papa “si rivolge ai capi di Stato e di Governo, ai responsabili delle Organizzazioni internazionali, ai leader spirituali e ai fedeli delle varie religioni, agli uomini e alle donne di buona volontà”. A loro ricorda quanto scritto nella sua ultima enciclica, Fratelli tutti: “In molte parti del mondo occorrono percorsi di pace che conducano a rimarginare le ferite, c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia”. Incoraggia tutti a diventare “profeti e testimoni della cultura della cura, per colmare le tante disuguaglianze sociali”. Perché la barca dell’umanità, dove “nessuno si salva da solo”, può “navigare con una rotta sicura e comune” solo col “timone della dignità della persona” e la “bussola dei principi sociali fondamentali”. Francesco guarda agli eventi del 2020, segnato “dalla grande crisi sanitaria del Covid-19”, che ha aggravato crisi molto legate tra loro, “come quelle climatica, alimentare, economica e migratoria, e provocando pesanti sofferenze e disagi”. Pensa anzitutto “a coloro che hanno perso un familiare o una persona cara, ma anche a quanti sono rimasti senza lavoro”. Ricorda in modo speciale medici, infermieri, farmacisti, ricercatori, volontari, cappellani e personale di ospedali e centri sanitari, “che si sono prodigati e continuano a farlo, con grandi fatiche e sacrifici, al punto che alcuni di loro sono morti nel tentativo di essere accanto ai malati, di alleviarne le sofferenze o salvarne la vita”. Pensando a loro, il Pontefice rinnova l’appello ai responsabili politici e al settore privato,“affinché adottino le misure adeguate a garantire l’accesso ai vaccini contro il Covid-19 e alle tecnologie essenziali necessarie per assistere i malati a tutti coloro che sono più poveri e più fragili”. Purtroppo, lamenta Papa Francesco, “accanto a numerose testimonianze di carità e solidarietà”, prendono nuovo slancio “diverse forme di nazionalismo, razzismo, xenofobia e anche guerre e conflitti che seminano morte e distruzione”. La pandemia, e gli altri eventi che hanno segnato il cammino dell’umanità nel 2020, sottolinea il Papa… «Ci insegnano l’importanza di prenderci cura gli uni degli altri e del creato, per costruire una società fondata su rapporti di fratellanza. Perciò ho scelto come tema di questo messaggio: La cultura della cura come percorso di pace». Il Papa fonda poi le basi della “cultura della cura” e della vocazione umana a curarsi di se stesso, dell’altro e del creato, in Dio Creatore, primo modello da seguire, insieme al figlio Gesù e ai suoi seguaci, e infine alla dottrina sociale della Chiesa. Già nel progetto di Dio per l’umanità, scrive Francesco, la cura e il custodire sono fondamentali. Il Libro della Genesi, nel racconto della creazione, descrive Dio che affida il giardino dell’Eden ad Adamo, con l’incarico di “coltivarlo e custodirlo”, quindi “rendere la terra produttiva” ma anche “proteggerla e farle conservare la sua capacità di sostenere la vita”. La Genesi narra poi di Caino, che dopo aver ucciso Abele, rifiuta davanti a Dio di essere “il custode" di suo fratello. E riprendendo un brano dell’enciclica Laudato si’, il Pontefice commenta che già in questi racconti antichi era presente la convinzione “che tutto è in relazione e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri”. Dio stesso, prosegue Papa Francesco, è modello della cura, quando “si prende cura delle sue creature, in particolare di Adamo, di Eva e dei loro figli”. Lo stesso Caino, pur maledetto per il crimine compiuto, riceve dal Creatore “un segno di protezione, affinché la sua vita sia salvaguardata”: come persona, creata ad immagine e somiglianza di Dio, ha una dignità inviolabile, e l’armonia della creazione vuole che “pace e violenza non abitino nella stessa dimora”. Celebrando il riposo di Dio nello Shabbat, il popolo ebraico dell’Antico Testamento ristabiliva “l’ordine sociale e l’attenzione per i poveri”, e con il Giubileo, nella ricorrenza del settimo anno sabbatico, “consentiva una tregua alla terra, agli schiavi e agli indebitati". In questo anno, "ci si prendeva cura dei più fragili, offrendo loro una nuova prospettiva di vita”. E infine tra i profeti, ricorda il Papa, Amos e Isaia, in particolare, “alzano continuamente la loro voce a favore della giustizia per i poveri, i quali, per la loro vulnerabilità" sono ascoltati "solo da Dio, che si prende cura di loro”. Seguendo l’esempio del Maestro, prosegue il Papa, i primi cristiani “praticavano la condivisione perché nessuno tra loro fosse bisognoso e si sforzavano di rendere la comunità una casa accogliente", disposta "a farsi carico dei più fragili”. E quando poi “la generosità dei cristiani perse un po’ di slancio, alcuni Padri della Chiesa insistettero sul fatto che la proprietà è intesa da Dio per il bene comune”. Sant’Ambrogio, ricorda Papa Francesco, sosteneva che la natura ha dato “tutte le cose per gli uomini per uso comune”, ma l’avidità ha trasformato questo diritto comune per tutti in “diritto per pochi”. Una volta libera dalla persecuzione, la Chiesa attuò la “charitas christiana”, istituendo o suscitando la nascita di “ospedali, ricoveri per i poveri, orfanotrofi e brefotrofi, ospizi” per l’umanità sofferente. Questi esempi di “carità operosa di tanti testimoni luminosi della fede”, scrive ancora il Papa, si sono riversati nei principi della dottrina sociale della Chiesa, che offrono a tutte le persone di buona volontà la “grammatica” della cura: “la promozione della dignità di ogni persona umana, la solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato”. Quattro principi base che Francesco analizza uno ad uno, a partire dalla difesa “della dignità e dei diritti della persona”, un concetto “nato e maturato nel cristianesimo”, che “aiuta a perseguire uno sviluppo pienamente umano”. Persona, infatti, “dice sempre relazione, non individualismo, afferma l’inclusione e non l’esclusione, la dignità unica e inviolabile e non lo sfruttamento”. Ogni persona umana, sottolinea, “è creata per vivere insieme nella famiglia", "nella società, dove tutti i membri sono uguali in dignità”. Una dignità che porta diritti ma anche i doveri, come “accogliere e soccorrere i poveri, i malati, gli emarginati, ogni nostro prossimo”. Il bene comune da servire e curare, chiarisce poi il Pontefice, è, scrivono i padri conciliari nella Gaudium et spes, l’“insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono" alla collettività a ai singoli, "di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente” e riguarda anche le generazioni future. La pandemia di Covid-19 ci ha mostrato che ci troviamo “sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme”, come Papa Francesco ha detto nella preghiera del 27 marzo, in una piazza San Pietro deserta, perché “nessuno si salva da solo" e nessuno Stato nazionale isolato “può assicurare il bene comune della propria popolazione”. Solidarietà è quindi, ribadisce il Papa, impegnarsi per il bene di tutti e di ciascuno: «La solidarietà ci aiuta a vedere l’altro – sia come persona sia, in senso lato, come popolo o nazione – non come un dato statistico, o un mezzo da sfruttare e poi scartare quando non più utile, ma come nostro prossimo, compagno di strada, chiamato a partecipare, alla pari di noi, al banchetto della vita a cui tutti sono ugualmente invitati da Dio». Dall’ascolto attento del “grido dei bisognosi e quello del creato”, come chiesto da Francesco nella Laudato si’, “può nascere un’efficace cura della terra”, casa comune, “e dei poveri”, tenendo conto che il sentimento di “intima unione con gli altri esseri della natura” non può essere autentico se non si accompagna alla tenerezza “per gli esseri umani”. Francesco invita perciò “i responsabili delle Organizzazioni internazionali e dei Governi, del mondo economico e di quello scientifico, della comunicazione sociale e delle istituzioni educative”, davanti “all’acuirsi delle disuguaglianze all’interno delle Nazioni e fra di esse”, a prendere in mano la “bussola” dei principi della dottrina sociale della Chiesa, per imprimere al processo di globalizzazione, una rotta comune, “veramente umana” come indicato già nella Fratelli tutti. Cosa che permetterebbe “di agire insieme e in solidarietà per il bene comune, sollevando quanti soffrono dalla povertà, dalla malattia, dalla schiavitù, dalla discriminazione e dai conflitti”. Mediante questa bussola, incoraggio tutti a diventare profeti e testimoni della cultura della cura, per colmare tante disuguaglianze sociali. E ciò sarà possibile soltanto con un forte e diffuso protagonismo delle donne, nella famiglia e in ogni ambito sociale, politico e istituzionale. Una bussola utile anche per le relazioni tra le Nazioni, “che dovrebbero essere ispirate alla fratellanza, al rispetto reciproco, alla solidarietà e all’osservanza del diritto internazionale”. Promuovendo i diritti umani fondamentali, e rispettando il diritto umanitario, “soprattutto in questa fase in cui conflitti e guerre si susseguono senza interruzione”. Papa Francesco lamenta infatti che “molte regioni e comunità hanno smesso di ricordare un tempo in cui vivevano in pace e sicurezza”. Numerose città sono diventate come epicentri dell’insicurezza: i loro abitanti lottano per mantenere i loro ritmi normali, perché vengono attaccati e bombardati indiscriminatamente da esplosivi, artiglieria e armi leggere. I bambini non possono studiare. Uomini e donne non possono lavorare per mantenere le famiglie. La carestia attecchisce dove un tempo era sconosciuta. Le persone sono costrette a fuggire, lasciando dietro di sé non solo le proprie case, ma anche la storia familiare e le radici culturali. “Dobbiamo fermarci – è l’appello del Papa - e chiederci: cosa ha portato alla normalizzazione del conflitto nel mondo? E, soprattutto, come convertire il nostro cuore" per cercare veramente "la pace nella solidarietà e nella fraternità?”. La pandemia e i cambiamenti climatici mettono in luce la grande “dispersione di risorse” per le armi, “in particolare per quelle nucleari”, che potrebbero essere utilizzate per “la promozione della pace e dello sviluppo umano integrale, la lotta alla povertà, la garanzia dei bisogni sanitari”. E Francesco rilancia la proposta fatta nell’ultima Giornata mondiale dell’alimentazione: “Costituire con i soldi che s’impiegano nelle armi e in altre spese militari un ‘Fondo mondiale’ per poter eliminare definitivamente la fame e contribuire allo sviluppo dei Paesi più poveri”. Diventa fondamentale allora “un processo educativo” alla cultura della cura, che nasca nella famiglia, “dove s’impara a vivere in relazione e nel rispetto reciproco”, e si sviluppi nella scuola e l’università, e attraverso la comunicazione sociale. Soggetti che sono chiamati a sostenere “un sistema di valori fondato sul riconoscimento della dignità di ogni persona, di ogni comunità linguistica, etnica e religiosa, di ogni popolo e dei diritti fondamentali che ne derivano”. I leader religiosi in particolare, spiega ancora il Francesco, possono svolgere “un ruolo insostituibile nel trasmettere ai fedeli e alla società i valori della solidarietà, del rispetto delle differenze, dell’accoglienza e della cura dei fratelli più fragili”. Il traguardo per tutti coloro che “operano nel campo dell’educazione e della ricerca”, è un’educazione “più aperta ed inclusiva, capace di ascolto paziente, di dialogo costruttivo e di mutua comprensione”, come indicato da Papa Francesco nella proposta di un “Patto educativo globale”. Il Papa conclude il suo messaggio sottolineando che non può esserci pace “senza la cultura della cura”, un impegno comune a “proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti”, ad interessarsi, “alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca”.
Chi visita la Chiesa di Velate resta colpito da un quadro collocato di fianco all’altare del Crocifisso: è il ritratto di Carlo e Zita d’Asburgo, ultimi sovrani dell’Impero austro-ungarico. Uno dei nipoti dell’Imperatore, l’Arciduca Martino d’Asburgo Este, nel 2006 ha donato alla Chiesa di S. Stefano in Velate una preziosa reliquia del nonno che è stato l’ultimo Beato proclamato da Giovanni Paolo II il 3 ottobre 2004. Papa Wojtyla era particolarmente legato alla figura dell’Imperatore Carlo perché suo padre, ufficiale dell’esercito polacco, gliene parlava spesso e aveva scelto per lui nel 1920 il nome (Karol) del giovane imperatore in esilio. Questo grande Papa ha voluto che il Beato Carlo venisse ricordato il giorno 21 ottobre (data del suo matrimonio con Zita, Serva di Dio) e la Chiesa ha scelto il 22 ottobre per fare memoria di Papa Wojtyla …. Lo spazio a disposizione per questo numero di “In cammino” è limitato, prossimamente pubblicheremo una traccia biografica del Beato Carlo d’Austria. La sua vita merita di essere conosciuta per il suo grande impegno nel cercare la pace durante la Prima Guerra Mondiale e la sua grande testimonianza di fede. Don Chi visita la Chiesa di Velate resta colpito da un quadro collocato di fianco all’altare del Crocifisso: è il ritratto di Carlo e Zita d’Asburgo (foto a lato), ultimi sovrani dell’Impero austro-ungarico. Uno dei nipoti dell’Imperatore, l’Arciduca Martino d’Asburgo Este, nel 2006 ha donato alla Chiesa di S. Stefano in Velate una preziosa reliquia del nonno che è stato l’ultimo Beato proclamato da Giovanni Paolo II il 3 ottobre 2004. Papa Wojtyla era particolarmente legato alla figura dell’Imperatore Carlo perché suo padre, ufficiale dell’esercito polacco, gliene parlava spesso e aveva scelto per lui nel 1920 il nome (Karol) del giovane imperatore in esilio.Questo grande Papa ha voluto che il Beato Carlo venisse ricordato il giorno 21 ottobre (data del suo matrimonio con Zita, Serva di Dio) e la Chiesa ha scelto il 22 ottobre per fare memoria di Papa Wojtyla …. La sua vita merita di essere conosciuta per il suo grande impegno nel cercare la pace durante la Prima Guerra Mondiale e la sua grande testimonianza di fede. Don Adriano Breve traccia bibliografica Carlo di Asburgo, nacque in Austria nel castello di Persenburg il 17 agosto 1887. Dotato di notevole intelligenza, ricevette una formazione universitaria e militare. Il 21 ottobre 1911 sposò la principessa Zita di Borbone Parma e fu un matrimonio di intenso amore e profonda fede.Il 28 giugno 1914 a Sarajevo venne ucciso l’erede al trono Franz Ferdinand, attentato che innescò il primo conflitto mondiale.Il 21 novembre 1916 morì l’imperatore Francesco Giuseppe I e nel pieno della guerra Carlo divenne imperatore d’Austria e re d’Ungheria. I suoi principi religiosi e morali lo portarono, da imperatore, a credere in una radicale riforma dello stato e a porre l’obiettivo della pace al centro di tutti i suoi sforzi. Dotato di un fortissimo senso di responsabilità sociale, conduceva anche una vita ricca di fede e di spiritualità. Divenuto sovrano, soppresse le manifestazioni sfarzose della vita di corte, introducendo uno stile di vita decisamente sobrio.Promosse tutta una serie di iniziative sociali a favore dei suoi popoli, specie i più poveri. Sollevò subito dall’incarico il feldmaresciallo Conrad, comandante dello stato maggiore, perché insensibile al tema della pace. Carlo, benché fornito di ottima preparazione militare, fu l’unico fra i belligeranti ad accogliere l’accorata richiesta di pace di papa Benedetto XV che dichiarò la guerra una inutile strage. Fin dall’inizio del suo governo, in un famoso discorso, dichiarò esplicitamente che la Pace era il suo principale obiettivo.Intraprese varie iniziative di pacificazione con le altre potenze, senza riuscire a prevalere nella cerchia dei generali e statisti tedeschi; non andarono in porto nemmeno due tentativi di pace separata sostenuti anche dalla diplomazia vaticana.Così da parte degli alleati, da parte tedesca e da parte di austriaci pangermanici, venne sempre più isolato e fu imbastita una enorme propaganda contro il giovane sovrano.Non riuscì, anche se la progettò con lungimiranza, a realizzare una riforma costituzionale dello Stato in forma confederale perché non trovò attorno a sè nessun uomo politico, disposto ad appoggiare i suoi piani di riforma. Il 4 novembre 1918, a seguito del crollo militare sul fronte italiano, firmò l’armistizio con l’Italia e, come conseguenza, la monarchia danubiana decadde e in Austria venne proclamata la Repubblica. Carlo si ritirò, per evitare spargimenti di sangue e una guerra civile, ma senza abdicare come sovrano (sentiva che Dio gli aveva affidato il futuro dei suoi popoli) e per questo fu privato di tutti i suoi beni. Il capodanno del 1919 a guerra perduta Carlo fece cantare il Te Deum di nella Cattedrale di Vienna per ringraziare il Signore della pace sopraggiunta.Dopo varie vicissitudini fu esiliato insieme alla moglie Zita ed ai figli a Funchal nell’isola portoghese di Madeira. Senza risorse economiche, la famiglia dovette vivere in uno stato precario (ma diceva a Zita “abbiamo perso tutto, ma abbiamo la fede che è il tesoro più grande”) Nella primavera del 1922, per il freddo e l’umidità della casa dove abitava in gravissime ristrettezze economiche, l’imperatore Carlo fu colpito da una forte influenza che si trasformò in broncopolmonite e lo portò alla morte il primo aprile di quell’anno. Ultimo sovrano della duplice monarchia austro-ungarica, ne dovette subire il crollo, pur essendo tanto superiore ai suoi predecessori, per religiosità, dirittura morale, visione sociale e riforma dello Stato in senso confederale. Anatole France, premio Nobel per la Letteratura nel 1921, ateo e dichiaratamente anticlericale, scrisse di lui: “L’imperatore Carlo è l’unico uomo decente, emerso durante la guerra, ad un posto direttivo; ma non lo si ascoltò. Egli ha desiderato sinceramente la pace, e perciò viene disprezzato da tutto il mondo. Si è trascurata una splendida occasione”. Questa brevissima biografia può essere ampiamente integrata andando sul sito www.beatocarloinitalia.it Nella chiesa di Velate nel terzo venerdì di ogni mese viene celebrata alle 18.00 una Santa Messa per la Pace dei Popoli all’altare del Crocifisso dove è collocata l’urna con la reliquia del Beato Carlo.La Parrocchia di Velate con questa iniziativa si è inserita nella Gebetsliga (Lega di Preghiera) con modalità ben descritte nel sito appena citato.Chi volesse aderire può prendere contatto con la Parrocchia.
“IO HO VISTO IL MARE” In questa giornata dei poveri mi viene in mente il racconto di un poeta slavo che, essendo nato in alta montagna, da piccolo aveva il grandissimo desiderio di vedere il mare. I suoi genitori, che non erano ricchi, fecero di tutto per realizzare questo suo grande desiderio e finalmente un giorno si poterono permettere il viaggio per andare al mare. Arrivato alla spiaggia il ragazzo si sedette assorto in contemplazione, stette a lungo a guardare e poi si girò verso i genitori con gli occhi colmi di lacrime e piangendo ripeteva: “Io non vedo il mare!“. I genitori sconfortati lo portarono in una locanda lì vicina per mangiare qualcosa prima di ripartire e mentre aspettavano entrarono marinai e pescatori di rientro da una lunga giornata di fatica. Il ragazzo guardò a lungo i loro occhi stanchi e i solchi del vento e del sale sui loro volti, eccitato esclamò: “Ora ho visto il mare!“. La verità di ogni cosa non la si capisce attraverso ragionamenti astratti ma nella relazione con chi la vive e ne è testimone. Se in questo racconto il mare è parabola di Dio Padre, allora chi sono coloro che lo manifestano e ci mettono in relazione con Lui? Chi dobbiamo guardare negli occhi per conoscerlo, chi ci mostrerà il suo volto? Il Figlio Gesù ce lo ha raccontato, lui che è stato nomade, emigrato, straniero, povero, solo, abbandonato, allontanato, malgiudicato, sofferente... lui che nel supremo fallimento della morte in croce come bestemmiatore ci ha mostrato il volto di Dio. Tendere la mano al povero è entrare in questo mistero, fermarsi a guardare negli occhi il disperato è vedere la sua bellezza, servire in umiltà chi ha bisogno è comprendere che siamo una cosa sola in Lui e che non possiamo amare Dio senza amare il fratello… anche quello che non ci piace. Questo tempo di pandemia e di fatica ci ha reso tutti un po’ più poveri e fragili ma ha fatto fiorire nel cuore di molti tanta generosità e impegno, testimonianza di un Dio che dà senso alla sofferenza, che la abita per starci vicino. Non torniamo indietro fratelli non lasciamoci prendere dalla paura, non lasciamo indietro nessuno e, nella carità reciproca, ripetiamo con il poeta (Leopardi stavolta) ch’è dolce naufragare in questo mare. In questa domenica nella S. Messa prefestiva di Avigno e in quella delle 11 a Bobbiate, i volontari della Caritas della Comunità riceveranno il mandato (privilegio direi!) di servire Dio Padre nei suoi figli più poveri: non sentirti estraneo e sii anche tu vicino al fratello che soffre con quello che puoi e con quello che sei e là dove non riesci ad arrivare incoraggialo a rivolgersi a noi. Nessuno sia lasciato da solo perché tutti siamo fratelli e sulla stessa barca attraversiamo il mare dell’amore infinito di Dio. Suor Maura Come contattare la CARITAS? Secondo le norme stabilite dalla Caritas Diocesana il Centro d’ascolto in questo periodo di pandemia riceve solo su appuntamento quindi occorre telefonare al numero 0332229543 o scrivere una mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. per poi essere richiamati. Se vuoi puoi rivolgerti direttamente a Suor Maura 3490089930 che ti metterà in contatto con chi poi ti potrà dare una mano. Se non hai telefono o mail lascia pure il tuo recapito ai volontari della distribuzione (venerdì in via Bolchini - Masnago) o ai sacerdoti della comunità che riferiranno alla suora o al CDA: troveremo il modo di venirti a trovare!
Il discorso dell’Arcivescovo alla città di Milano e alla diocesi per S. Ambrogio Il «Tocca a noi, tutti insieme», affrontare l’«emergenza spirituale» innescata dalla pandemia ma che ha la sua «radice antica» nella cancellazione del «riferimento a Dio da gran parte della cultura occidentale» Una «censura» che ha «impoverito il pensiero» e rimosso «il fondamento della speranza». Tocca a noi, tutti insieme, «dare volto a percorsi condivisi», assumere la «responsabilità di una visione» i cui «tratti fondamentali» sono «la famiglia, cellula che genera la società e il suo futuro», «la vocazione alla fraternità tra le persone e all’amicizia tra i popoli», la consapevolezza che «possiamo avere fiducia». Tocca a noi, tutti insieme, «scrivere una storia migliore» affrontando «il compito irrinunciabile dell’educazione» e «la costruzione della comunità plurale». […] Tocca a noi, tutti insieme è il titolo che Delpini ha scelto per la riflessione offerta, come tradizione, al cospetto di amministratori pubblici e politici. Un discorso che si apre con una provocatoria citazione biblica: il profeta Geremia che, mentre si profila la caduta di Gerusalemme e la deportazione del popolo, «firma un contratto per acquistare un campo, fa un investimento sul futuro». Ecco il punto. «Milano ha visto momenti assai più drammatici»: ma è una «emergenza spirituale», uno «smarrimento del senso dell’insieme che riduce in frantumi la società e l’identità personale», uno spegnersi della speranza, quel che la pandemia ha portato alla luce. In realtà: se la città «funziona anche sotto la pressione della pandemia» è per i tanti, nelle istituzioni, negli ospedali, nei servizi, nelle famiglie, nelle parrocchie, che sono rimasti al loro posto moltiplicando l’impegno. «Anch’io – riprende Delpini – per quello che posso e secondo le mie responsabilità, rimango al mio posto e, imitando Geremia, ho deciso di comprare un campo, cioè di seminare speranza». Come? Offrendo una lettura – sapiente e sapienziale – di questa drammatica stagione storica. Additando una «visione», chiamando alla «condivisione», invocando una «decisione», un «tocca a noi» che interpella la comunità cristiana e – nell’alveo di una «tessitura di alleanze» – convoca tutte le componenti della società milanese. Il «tocca a noi» è la risposta del cristiano che «intende la vita come vocazione a dare gloria a Dio nel servizio dei fratelli», sottolinea l’arcivescovo. «Tocca a noi, devoti al nostro patrono sant’Ambrogio, farci avanti, come è toccato a lui entrare in una Chiesa segnata da conflitti e confusioni, per dare volto all’umanesimo ambrosiano». Ma nessuno è escluso dall’appello. Perché «siamo tutti sulla stessa barca e ci si può salvare solo insieme», ricorda papa Francesco. E serve una visione – come quella dell’enciclica Fratelli tutti –, serve «sognare insieme» – come insegnava il cardinale Carlo Maria Martini – per dare fondamento alla società, motivazione all’economia, «mantenere l’identità di un popolo anche nella molteplicità delle sue componenti». I tratti irrinunciabili di questa visione? La famiglia (la cui «centralità» è «la condizione per il benessere di tutti», e che le istituzioni sono chiamate a sostenere), la vocazione alla fraternità, la fiducia che «aggiustare il mondo» è possibile. Perché la visione divenga «sogno condiviso» e cammino condiviso, ci sono «due compiti irrinunciabili, complicati, drammatici» che «tutti insieme» dobbiamo affrontare: l’educazione – libertà e responsabilità dei genitori, in alleanza con le istituzioni, la società, la Chiesa – e la costruzione della comunità plurale – dove scegliere «se essere vittime di una globalizzazione delle paure e degli scarti o protagonisti nell’edificazione di una comunità plurale che pratichi la cultura dell’incontro». In questo cammino, insiste Delpini, «non esistono però scorciatoie. L’autoritarismo decisionista, la seduzione di personaggi carismatici, le scelte “facili” del populismo non rispettano la dignità delle persone e spesso conducono a disastri. Gli uomini e le donne di buona volontà sono chiamati ai percorsi lunghi della formazione, della riflessione, del dialogo costruttivo, della tessitura di alleanze convincenti». A queste alleanze la Chiesa ambrosiana vuole partecipare, portando in dote l’esperienza rappresentata da cammini di riforma e rigenerazione come l’attuazione degli orientamenti del Sinodo minore «Chiesa dalle genti» e la promozione delle «comunità educanti» L. Rosoli, Avvenire, 4 dicembre 2020
In occasione della festa di S. Cecilia Andrea Motta, organista e direttore del coro “Good Company” ci dona una riflessione sul valore del silenzio nella liturgia. Affrontare il servizio musicale nelle celebrazioni può sembrare quasi un’attività semplice, destinata a creare un susseguirsi di canti o musiche. In realtà una delle necessità del buon liturgista è quella di riuscire a incastonare ogni intervento, scegliendo i tempi giusti, in modo da creare una fluidità che permetta alla celebrazione sacra di essere un “rito ben costruito”. Eppure anche se scegliessimo i tempi “perfetti” non riusciremmo nella nostra impresa se non ci ricordassimo dell’unico elemento veramente necessario: la pausa . I musicisti lo sanno bene: la pausa non è una assenza di suono. La pausa è un suono, anzi l’insieme dei suoni più riusciti e più belli che un musicista possa aver mai scritto. La pausa è l’istante, più o meno lungo, in cui il musicista “parla” finalmente con chi ascolta la sua creazione. É l’attimo che, dopo un susseguirsi di suoni organizzati nell’incontro tra melodie e armonie, permette all’ascoltatore di interiorizzare, quasi di “fare proprio”, il materiale sonoro, in un dialogo con l’autore stesso in cui “anche l’ascoltatore può dire finalmente la sua”. Allora anche i silenzi nella liturgia forse hanno non solo una utilità organizzativa dell’evento, ma sono attimi in cui permettiamo a Dio, che ci ha ascoltato sino a quel momento, di “comporre la Sua musica”, sentendola poi risuonare nella nostra Anima. E il compito di chi anima musicalmente la liturgia non è solo quello di scegliere il brano adatto, quello che più si avvicina alle letture del giorno o alla festività in corso. Il compito del bravo animatore liturgico diventa il saper scegliere i silenzi, per permettere a ciascuno di “entrare in dialogo intimo con Dio”. Perché è in quell’attimo di silenzio che si apre uno spiraglio di Eternità. (“Nel Tuo silenzio accolgo il Mistero, venuto a vivere dentro di me”) Andrea Motta
I nostri amici protestanti non approvano il culto dei Santi. Perché, invece, noi cattolici ci facciamo un principio di celebrarli lungo l'anno liturgico, in occasione delle loro feste? I Santi sono il vangelo vivente lungo la storia dell'umanità. Se guardiamo alla figura del Signore Gesù, ci accorgiamo che Egli è così perfetto in ogni aspetto della sua umanità che subito ci appare impossibile imitarlo totalmente. Ci sono così tante sfumature nella sua personalità e santità che un solo uomo non potrebbe mai sognarsi di riprodurle nella sua vita: la sua mitezza, la sua umiltà, il servizio dato fino alla morte, la sua sapienza, la sua fedeltà, la povertà... Se abbiamo letto la vita di qualcuno dei santi, avremo certamente notato che ognuno di essi ha messo in luce in modo prevalente, come una sua personale caratteristica, una prerogativa della figura di Cristo: chi la carità estrema, chi il servizio al popolo di Dio, chi l'arte di educare, chi la povertà, chi la mansuetudine, chi il profondo legame con Dio nella preghiera... Ognuno dei santi ha una sottolineatura spirituale specifica con la quale ha cercato di dare unità all'intera sua vita. In questo i santi sono come una traduzione attualizzata lungo i secoli di come si debba vivere almeno un aspetto del vangelo, sono un vangelo vissuto e testimoniato per noi. Ognuno di noi dovrebbe indagare quale virtù del Cristo più lo affascina per farne il centro propulsore della propria crescita spirituale, così come hanno fatto i santi. E non sarebbe errato scegliere quel santo che meglio l'ha attuato e farlo diventare nostro modello da imitare. I santi: amici di Dio e degli uomini. Essi ora dimorano presso il Signore, nella gloria del cielo, ma sono consapevoli delle loro radici avute qui sulla terra. Hanno praticato lo sforzo ascetico per emendarsi dai loro difetti, hanno meditato a lungo sulla Parola di Dio, hanno chiesto perdono per le loro colpe, hanno pregato per ottenere la forza di vincere il maligno, hanno sofferto con gli uomini del loro tempo e alcuni di essi sono morti per testimoniare il Signore Gesù e la nostra fede. Sanno bene la fatica del divenire cristiani, giorno dopo giorno. Per questo, ora che sono presso Dio, come suoi amici, intercedono per noi e lo pregano ancora per i fedeli del suo Figlio. Noi sappiamo che possiamo ricorrere a loro e contare sulla loro intercessione, in forza della comunione dei santi che non si estende solo tra i membri della Chiesa terrena, ma si allunga anche fino alle soglie del cielo. Correggendo l'errore di molti che ai santi si rivolgono solo per chiedere grazie materiali, impariamo a domandare il progresso nelle virtù cristiane come essi hanno praticato: non sono dei mediatori del nostro benessere sulla terra (anche se a volte ci ascoltano perfino in questo) ma esempi che possiamo seguire da vicino, proprio perché compagni di vita e di fede. E per questo è cosa bella e giusta saperli pregare. Ma la santità è ristretta solo ai cittadini del cielo? Non dimentichiamo che San Paolo chiamava "santi" i fedeli cui indirizzava le sue lettere perché resi santi dal Battesimo, dalla grazia dello Spirito e dalla Parola di Dio. Tutti noi, dunque, siamo santi e perciò chiamati a manifestare tale condizione con tutta la nostra vita. E questo mi richiama ad un altro pensiero del quale spesso ci dimentichiamo: la santità "feriale" che molto spesso abbiamo visto (e dovremmo imitare) nei nostri "vecchi"; tanti papà e mamme, tanti nonni e nonne che ci hanno insegnato la via della fede, prima ancora che con le parole, con la loro vita di sacrifici e la testimonianza di fiducia nella provvidenza di Dio. C'é una "saggezza teologica" e una profondità di fede da fare invidia anche al più istruito dei dottori della dottrina cristiana: Una "sapienza cristiana" che è entrata nella loro carne anche se molte volte non la sanno esprimere con concetti elaborati come quelli dei teologi. Proprio in questo mese, il 16 ottobre, ricorreva la memoria del Beato Contardo Ferrini il quale ci propone questa sua riflessione: "Ah! quante volte la povera vecchierella della mia montagna che apprese a creder nel Figliuolo del fabbro ed ha conforto e lume in quella fede, potrebbe insegnare a voi e dire meravigliata le parole evangeliche: «Come! tu sei maestro in Israele e ignori queste cose?» (Gv.3,10). Donde tanto lume di Dio nelle anime sante, umili e semplici e senza farina di mondo, senza ingombro di libri? Donde tanto alto sentimento di lui? Quante volte, stanco d'una lunga giornata di cammino sui monti, assiso all'ombra d'un abete che mi difendeva dal sole cadente, ho ragionato col pastore dell'Alpi, colla povera donna, figlia della montagna! E ogni volta fui meravigliato e confuso: tanta era la sapienza della vita, tanto il senso della Provvidenza divina, tanto bassa la stima delle cose terrene, tanta la pace intima e il gaudio d'una vita intemerata! (...) Quanto infinito in quella madre solerte, che educa le generazioni venture e perpetua l'opera di Dio, onoranda per un sacerdozio nobile ed efficace; in quella venerabile canizie che narra ai nipoti le uniformi vicende di una vita lunga e povera, ma degna e intemerata". C'è molta santità anche qui sulla terra. Tocca a noi saperla scoprire. Don Felice