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Liturgia delle Ore: la liturgia ambrosiana, Vesperi

 

Anche i Vesperi, come le Lodi, nella Liturgia ambrosiana hanno una struttura diversa rispetto all’Ufficiatura romana. In particolare la nostra preghiera dei Vesperi è ricca di simbolismi, che sono in continuità con l’antica tradizione dell’ufficiatura “cattedrale”. Mentre la liturgia romana ripete sostanzialmente la stessa struttura delle Lodi (con la sostituzione, naturalmente, del “Benedictus” con il “Magnificat”), quella ambrosiana ha uno sviluppo del tutto autonomo rispetto a quello delle Lodi. Lo descriviamo: Parte lucernale: Rito della luce Inno Eventuale responsorio Parte salmodica: Salmi (a doppio schema: festivo o feriale) Prima orazione “Magnificat” Seconda orazione Parte stazionale o processionale: Commemorazione del Battesimo oppure lode in onore del Santo Terza orazione Intercessioni Padre Nostro Benedizione finale Passiamo alla descrizione di tutti questi momenti: IL RITO DELLA LUCE E’ ritenuto il rito più antico dell’ufficiatura dei Vesperi; affonda le radici nel sacrificio vespertino giudaico nel quale si preparavano le lampade e si offriva l’incenso sull’altare. Con tale rito, da subito, la comunità cristiana intendeva rendere grazie al Signore per il dono della luce che aveva riportato tutto all’evidenza; questa era, però, segno della “luce divina” della rivelazione; in questo ambito nacquero testi di lode a Cristo, acclamato come “Luce del mondo”. I nuovi lucernari, di cui la Liturgia ambrosiana si è arricchita nei secoli, sviluppano anche il tema del cristiano e della Chiesa che diventano, a loro volta, luce attraverso una testimonianza coerente del Vangelo. LA SALMODIA E IL “MAGNIFICAT” Due sono gli schemi della salmodia ambrosiana, quello feriale e quello festivo. Il primo prevede la recita di due salmi adatti alla celebrazione vespertina; questa è un’attenzione che ha anche la liturgia romana; frequenti sono anche i temi tipici della conclusione della giornata: l’abbandono fiducioso in Dio, la speranza in Lui, la gratitudine per i doni ricevuti. Lo schema festivo invece prevede un solo salmo (ricordiamo l’esigenza di brevità della Liturgia “cattedrale”), seguito da due brevi salmi di lode: 133 e 116; il primo di questi salmi è, ancor oggi, utilizzato nella liturgia ebraica. Segue la prima orazione che attinge ai temi fondamentali evidenziati dai salmi appena recitati. Vertice della salmodia vespertina è il “Magnificat”, preghiera di grande intensità, che unisce i due sentimenti di lode e di ringraziamento. Segue la seconda orazione, di contenuto vespertino; parallela alla prima orazione delle Lodi, di contenuto mattutino. LA COMMEMORAZIONE DEL BATTESIMO E’ l’ultima parte. Presenta una triplice strutturazione: feriale, festiva, dei santi. Nei primi due casi si parla più propriamente di Commemorazione del Battesimo; anticamente si poteva snodare una processione verso il Battistero; e questo a memoria della rinascita battesimale. E’ un richiamo costante a rivisitare le scelte battesimali e le concretizzazioni che poniamo nel quotidiano. San Paolo ci ricorda che “….. siamo stati sepolti in Cristo, in una morte simile alla sua, per risorgere con Lui in una vita nuova” (Rom 6,5). Dovremmo promuovere, nel nostro cammino spirituale, la consuetudine di sostare a pregare davanti al Battistero. La Lode ai santi. Nelle feste e nelle solennità dei santi la parte stazionale diventa un atto di lode al santo, che si ricorda. Per due volte, a cori alterni, si recita una particolare antifona, chiamata sallenda, inframmezzata dal Gloria. Al termine si prega con la terza orazione. A questo punto ci sono le intercessioni; a differenza delle acclamazioni alle Lodi, queste preghiere riguardano maggiormente le situazioni dell’esistenza concreta che viviamo; l’ultima è sempre dedicata ai defunti.Si termina con il Padre Nostro e la Benedizione finale. Don Peppino

Liturgia delle Ore: la liturgia ambrosiana, Vesperi

Liturgia delle Ore: la liturgia ambrosiana, le Lodi

 

All’interno del discorso ampio e generale sulla storia della Liturgia delle Ore scegliamo di inserire il discorso sull’ufficiatura della Chiesa Milanese, connotata con l’aggettivo di “ambrosiana”. I documenti che sono la fonte della nostra Liturgia delle Ore risalgono all’epoca medioevale; documentano però uno stadio più arcaico dei testi utilizzati; parte dei quali risale ai secoli V-VII. L’impalcatura ufficiale è rimasta pressoché immutata fino all’inizio del Concilio Vaticano II; la fisionomia globale pertanto è rimasta sostanzialmente inalterata attraverso i secoli. In particolare, in questa riflessione, ci soffermiamo sulle Lodi, chiamate anche Lodi mattutine. La struttura di questa preghiera del mattino è notevolmente diversa tra il rito romano e quello ambrosiano. Le mettiamo a confronto: Liturgia romana Inno Salmo mattutino Cantico dell’Antico Testamento (nelle solennità) Salmo laudativo Lettura breve e responsorio Cantico di Zaccaria (Benedictus) Intercessione Padre Nostro Orazione Benedizione Liturgia ambrosiana Cantico di Zaccaria (Benedictus)       Prima orazione Antifona ad crucem con orazione (nelle solennità) Cantico dell’Antico Testamento Salmi laudativi Salmo diretto  Seconda orazione Inno Acclamazione al Signore Padre Nostro Benedizione Descriviamo la struttura della liturgia ambrosiana - Il Cantico di Zaccaria (Benedictus) è un solenne inno biblico di apertura della preghiera del mattino; è l’invito, che si rinnova ogni giorno, ad accogliere la visita del Signore Gesù, che è “il sole” che illumina le tenebre del mondo: “verrà a visitarci un sole che sorge dall’alto”. Si fa memoria del testo di Malachia (3,20): “Per voi, invece, cultori del mio Nome, sorgerà il sole di giustizia…” Questo “sole di giustizia”, preannunciato dai profeti, è il Signore Gesù. - La prima orazione sottolinea gli atteggiamenti da assumere all’inizio di una giornata. - Nelle principali feste e solennità è prevista l’antifona “ad Crucem”. Nasce come antico rito, probabilmente originato nella liturgia bizantina. Durante il canto di questo testo veniva portata all’altare una croce circondata da ceri accesi; davanti alla croce il presbitero celebrante recitava una seconda orazione, che si riferiva alla solennità che si stava celebrando. - La salmodia: è costantemente strutturata in tre parti: cantico dell’Antico Testamento, salmi laudativi, salmo diretto. Nelle solennità è normalmente recitato il primo cantico di Mosè (Esodo 15), il canto pasquale della tradizione ebraica; nelle normali festività viene, invece, ricordata la prima parte del Cantico dei Tre Fanciulli (Deut. 3); è la lode di tutte le creature per il Signore che le ha portate alla luce. Fanno parte del nucleo originario delle Lodi i salmi “in laudate” dove ritorna continuamente il concetto dell’importanza di lodare il Signore per il grande amore che quotidianamente ci dona. A questi si aggiunge poi il salmo 116, che chiama tutti i popoli a lodare il Signore. La salmodia si conclude con il “salmo diretto”; è recitato da tutti. È scelto a partire dal suo riferimento, all’inizio della giornata; normalmente identifica un tema a cui ci si riferisce poi per l’intera giornata. L’orazione che segue riesprime, in riferimento a Cristo e alla Chiesa, il contenuto principale del salmo diretto. - L’inno e le acclamazioni a Cristo Signore. L’inno (alla domenica si utilizza quello di Sant’Ambrogio, Splendor Paternae Gloriae = Splendore della gloria del Padre) esprime, attraverso immagini poetiche, la fede nel Cristo Signore, figlio di Dio. In particolare utilizza il simbolo della luce, per rendere lode a Cristo, sole e aurora per la vita dei cristiani.  Le sei acclamazioni che seguono, a cui si risponde Kyrie eleison, sono nell’Ufficiatura delle Lodi e sono in totale 188; si riferiscono a Gesù, a partire da quello che Lui, nel Vangelo, ha detto di sé stesso; prendono spunto anche da altri testi della Scrittura. Sono una quotidiana catechesi sulla figura di Gesù Cristo. - Padre Nostro e conclusione. Il Padre Nostro è, nell’Ufficiatura ambrosiana, la vera orazione conclusiva; ad essa non si deve aggiungere nulla. Dopo aver proclamato la preghiera che ci ha insegnato Gesù, ogni altra preghiera umana, per quanto intensa e bella, si rivelerebbe superflua. Don Peppino

Liturgia delle Ore: la liturgia ambrosiana, le Lodi

Liturgia delle Ore II: i vari mutamenti durante i secoli

 

Con il “Medio Evo” si assiste, soprattutto in Occidente, ad un fenomeno “involutivo”: la progressiva clericalizzazione della Liturgia delle Ore. La “tradizione cattedrale”, come abbiamo sottolineato nella prima riflessione, aveva come soggetto celebrante anche l’intero popolo di Dio; progressivamente questa preghiera tende ad essere riservata solamente al clero. E’ un fenomeno che, durante il periodo medioevale, investì tutta la liturgia, in particolare quella eucaristica. Mentre però alla S. Messa i fedeli continuavano ad “assistervi”, per la Liturgia delle Ore si creò gradualmente un’estraneità. A creare questa situazione concorsero diverse cause; la più rilevante fu senz’altro la “questione linguistica”: la lingua latina, veicolo normale della liturgia eucaristica, non era più compresa dal popolo, che di fatto, nel quotidiano, utilizzava la “lingua volgare”. Questa è stata la premessa per la sostituzione della Liturgia delle Ore con altre forme di preghiera popolare; è di questo periodo l’assunzione del “Santo Rosario” per le persone semplici e di fede. Un’altra rivoluzione avvenne soprattutto nei monasteri e nei conventi; la Liturgia delle Ore divenne, anche in questo ambito, un fatto privato; se un monaco fosse oberato dalle tante occupazioni, l’importante era comunque pregare la Liturgia delle Ore, anche privatamente. In particolare per i Benedettini scopo della vita di un monaco è il “vacare Deo”, l’avere, pertanto, tempo per Dio; la recita corale era quindi imprescindibile: eventuali lavori manuali venivano affidati ai “fratelli conversi”. Invece, i membri dei nuovi ordini mendicanti, tipicamente i francescani ed i domenicani, avendo come finalità principale l’evangelizzazione e la predicazione, non vivevano sempre nel convento. L’ufficiatura sacra, pur celebrata in coro quando si risiedeva in comunità, non poteva avere la stessa ampiezza e durata, quando si usciva per predicare nelle varie parrocchie o nei santuari. Nasce, così, il “Breviario”, una ufficiatura abbreviata per coloro che erano continuamente chiamati a predicare in situazioni diverse. E’ di questo periodo l’assunzione del Breviario anche nel clero secolare, nei sacerdoti che risiedevano nelle comunità parrocchiali. Il popolo, comunque, era diventato estraneo a questa forma di preghiera. Si registra un ulteriore mutamento dopo il Concilio Ecumenico di Trento (1545-1563); nascono nuovi ordini religiosi; tra di essi, ad esempio, i Gesuiti ed i Barnabiti. Se gli ordini mendicanti del secolo XIII, pur con notevoli mutamenti apportati all’Ufficiatura, avevano conservato la celebrazione corale in Convento, ora vengono fondate delle nuove Congregazioni religiose; esse avevano necessità, per l’evangelizzazione e le predicazioni che promuovevano, di una libertà e di una mobilità ancora maggiori.  S. Ignazio di Loyola, ad esempio, aveva proibito ai membri della Compagnia la cura stabile e prolungata nelle parrocchie; pertanto non prevede nessuna forma di ufficiatura corale; essa è riservata alla singola persona consacrata. In questa situazione entra in gioco anche una componente di tipo giuridico che porta a considerare la preghiera del Breviario non più come un atto liturgico, ma come un dovere, un obbligo da espletare sotto pena di peccato grave. Si cade nel formalismo; ed addirittura in un dovere da compiere per poter poi donare il proprio tempo a tutte le attività pastorali. Si perde, pertanto anche l’intuizione, molto presente nella vita delle prime comunità cristiane, di ritmare la giornata attraverso preghiere che aiutassero ad accogliere la presenza attenta e fraterna del Signore dentro il nostro personale vissuto quotidiano. Questo percorso ci porta oramai alle porte del Concilio Vaticano II (ottobre 1962 – dicembre 1965).                                                                Don Peppino

Liturgia delle Ore II: i vari mutamenti durante i secoli

Liturgia delle Ore IV: Riflessione spirituale sulla Liturgia

 

Vogliamo rispondere alla domanda: “Qual è il senso profondo di questa preghiera che la Chiesa ci offre per accompagnare il nostro cammino spirituale?” C’è un approccio al Signore, che potremmo definire “culto naturale”; racconta di una umanità che cerca di raggiungere Dio per placare il suo possibile risentimento a motivo dei nostri peccati; per intercedere ed ottenere da Lui qualche favore. La liturgia cristiana, invece, in continuità con la visione del culto propria anche dell’ebraismo biblico, parla di un Dio che discende verso ogni donna ed ogni uomo; a loro chiede innanzitutto l’accoglienza della proposta di salvezza che Lui ci offre; è Lui che ci viene incontro, che butta nel profondo del mare il nostro peccato ed intesse con noi un dialogo. All’origine c’è il mistero di un Dio che si rivela a noi; la sua presenza è Grazia che eccede ogni possibile nostra richiesta. Secondo la scuola benedettina la Liturgia è “opus Dei”; è l’opera che il Signore mette in atto per la nostra salvezza, per dare luce e profondità al nostro percorso interiore. Il centro della nostra preghiera è la scelta del Signore di donarci la sua salvezza. Solo dopo aver accolto, nella fede, un regalo così grande, il credente può rispondere con la sua preghiera di gratitudine e di lode per quanto riceve ogni giorno; può immergersi nella misericordia del Signore; può chiedere di essere sostenuto dentro le sue fragilità. La Liturgia delle Ore è contemporaneamente accoglienza della Parola che salva ed espressione di lode, di ringraziamento, di supplica. Essa è la preghiera “ufficiale” di una Chiesa che riconosce la presenza di un Signore che, ogni giorno, bussa alla sua porta (Ap. 3,20). Non vuole mortificare la libertà di una preghiera personale che deve, invece, fluire di pari passo con la preghiera della comunità. E’ una preghiera che ha sfidato la prova del tempo in ogni Chiesa del mondo cristiano; essa, pur nella varietà delle diverse tradizioni orientali e occidentali, è giunta inalterata fino a noi nelle sue modalità fondamentali e nelle sue finalità. La fonte che ispira la Liturgia delle Ore è la Sacra Scrittura; è la parola di Dio; è l’inesauribile serbatoio da cui attinge testi e da cui è illuminata nelle varie orazioni che rivolge al Signore. Il libro dei Salmi è l’elemento portante dell’intera ufficiatura. Ci aiuta a promuovere il dialogo di salvezza tra il Signore Dio e la sua comunità; non si affievolisce mai. Ci chiediamo: perché la Chiesa di ogni tempo e di ogni tradizione ha scelto i Salmi per strutturare la sua preghiera ufficiale? Essi hanno una straordinaria capacità di leggere, anche con modalità altamente poetiche, i sentimenti, le attese, i timori, la sete di Dio presente nell’umanità di ogni tempo. Da subito poi, nella Chiesa dei primi secoli, si percepisce come i Salmi possano essere concretamente riletti come preghiere capaci di parlare già, tanti secoli prima, della figura di Gesù Cristo e del Vangelo che ha annunciato. Un’antica tradizione, risalente addirittura al II secolo, aveva sintetizzato la sua riflessione, a questo riguardo, affermando: “Il Salmo è la voce di Cristo; il Salmo è preghiera diretta a Cristo”. In definitiva con la salmodia della Liturgia delle Ore, il Signore Gesù indica alla comunità cristiana di ogni momento della storia una Parola di salvezza; la Chiesa, che sceglie di essere fedele a Lui ritrova, in questo incontro quotidiano, il senso della propria missione nel mondo. Lasciarsi educare dalla presenza, nella nostra vita, della Liturgia delle Ore è un rimedio sicuro contro gli eccessi e le esagerazioni del devozionalismo soggettivo. Una sapiente preghiera, formulata dai credenti, non può essere esclusivamente eucaristica o mariana, o penitenziale; occorre sia una sintesi equilibrata delle riflessioni e dei sentimenti che attraversano l’esistenza umana. Santa Gertrude (1256-1302), monaca cistercense, considerata la più grande mistica del secolo XIII, chiedeva al Signore che la sua preghiera fosse sempre in armonia con la liturgia della Chiesa; è la strada sapiente a cui ci educa la Liturgia delle Ore. Don Peppino

Liturgia delle Ore IV: Riflessione spirituale sulla Liturgia

L'origine e il senso della Liturgia delle Ore

 

In questo periodo che segue le feste natalizie appariranno su “In Cammino” sei riflessioni che ci aiuteranno a conoscere meglio la preghiera liturgica delle Ore, così da viverla comunitariamente, con migliore conoscenza dei suoi contenuti e delle modalità attraverso cui pregare coralmente. All’orizzonte c’è la scelta di introdurre, all’inizio della Quaresima, la recita delle Lodi e dei Vesperi, rispettivamente prima della Santa Messa del mattino e prima di quella della sera.  Quando nel settembre 2002 l’Arcivescovo Tettamanzi fece il suo ingresso nella Diocesi di Milano volle incontrare i presbiteri, i religiosi e le religiose, i membri dei Consigli Pastorali, …  In ogni assemblea scelse di approfondire il tema della Liturgia. Tra l’altro, con franchezza, si chiedeva ad alta voce: “Noi celebriamo l’Eucarestia e la Liturgia delle Ore. Le celebriamo con fede, con devozione, con cura e forse anche con gioia spirituale e talvolta persino con entusiasmo. Ma quanto il loro più profondo contenuto e significato (ossia il Mistero ricordato e celebrato) e quanto la loro espressione nelle parole e segni (come sono i testi biblici, patristici, di vita spirituale e pastorale della Chiesa e i diversi riti che compiamo) entrano ed incidono di fatto nella nostra vita spirituale e costituiscono realmente l’anima, il tracciato, la spinta e la forza della nostra azione pastorale?”. L’Arcivescovo toccava subito il nodo fondamentale: non basta recitare, occorre lasciar parlare il Signore e promuovere con Lui un reale dialogo. L’obiettivo che ci poniamo è pertanto quello di aiutarci a comprendere più a fondo la storia e il senso della preghiera liturgica della Chiesa così da viverla con buona consapevolezza e con la partecipazione del cuore. L’espressione “Liturgia delle Ore”, per indicare la preghiera liturgica della Chiesa, è stata promossa dalla notevole ed intensa riflessione che, su questo ambito, ha promosso il Concilio Vaticano II. Le sue origini traggono fondamento dal testo biblico degli Atti degli Apostoli: esso ci ricorda infatti come la comunità cristiana degli inizi pregasse con frequenza, collocando i momenti comunitari in orari determinati della giornata. Atti 2, 1-15 ci ricorda come i discepoli si radunassero all’ora terza (le 9 del mattino); a quell’ora era disceso su di loro lo Spirito Santo, nel giorno della Pentecoste. Pietro, mentre si trovava a Giaffa, era salito “verso mezzogiorno sulla terrazza a pregare” (10,9). “Pietro e Giovanni stavano salendo, un giorno, al Tempio per la preghiera verso le tre del pomeriggio” (3,1). Anche Paolo e Sila “verso mezzanotte, in preghiera, cantavano inni a Dio” (16,25). Da subito, pertanto, nacque la consuetudine di trovarsi durante la giornata, identificando le preghiere con le antiche ore romane: Prima, Terza, Sesta e Nona. Nel frattempo erano già state identificate le due “ore cardine”, al sorgere e al calare del sole: Lodi e Vesperi. A poco a poco si aggiunsero, soprattutto nei monasteri, la preghiera della Veglia notturna (ufficio delle Letture) e quella che precedeva il riposo notturno (Compieta). Un’ultima parola, in questa prima riflessione, vorremmo spenderla sulle diverse tradizioni che vengono promosse nella Chiesa rispetto alla Liturgia delle Ore; soprattutto si evidenziano due correnti: l’ufficiatura monastica e quella chiamata “ufficiatura cattedrale”. La prima era molto prolungata e sobria; i monaci erano votati alla preghiera per cui recitavano i salmi progressivamente, secondo l’ordine numerico e, almeno nei primi secoli (in Oriente fino al VI in Occidente fino all’VIII), si davano i turni perché qualcuno, in comunità, pregasse sempre.  Era uno sforzo ascetico notevole. La preghiera “cattedrale”, a cui partecipava il Vescovo, i presbiteri, i diaconi, gli accoliti e, più tardi, anche il popolo, aveva invece caratteristiche diverse: era più breve; si curava molto la ritualità e i simboli, così che il popolo potesse comprendere meglio. Le due modalità diventeranno sempre più complementari: l’ufficiatura monastica sottolineerà come la parola debba essere accolta, meditata, assimilata, anche attraverso la “Lectio” personale e comunitaria; quella “cattedrale” porrà in evidenza la lode al Signore, il ringraziamento, le preghiere di intercessione.  Con il passare dei secoli le due tradizioni si arricchiranno vicendevolmente.                                                               Don Peppino

L'origine e il senso della Liturgia delle Ore

Messaggio del Papa sulla Pace

 

LA CULTURA DELLA CURA COME PERCORSO DI PACE: una riflessione di Avvenire sul messaggio di Papa Francesco per la 54a giornata mondiale della pace La cultura della cura, come “impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti”, e “disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca”, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace, per “debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro, oggi spesso prevalente”. Lo scrive Papa Francesco nel suo Messaggio, reso noto oggi, per la 54.ma Giornata mondiale della pace, che verrà celebrata il primo gennaio 2021, solennità di Maria Santissima, Madre di Dio. Il Papa “si rivolge ai capi di Stato e di Governo, ai responsabili delle Organizzazioni internazionali, ai leader spirituali e ai fedeli delle varie religioni, agli uomini e alle donne di buona volontà”. A loro ricorda quanto scritto nella sua ultima enciclica, Fratelli tutti: “In molte parti del mondo occorrono percorsi di pace che conducano a rimarginare le ferite, c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia”. Incoraggia tutti a diventare “profeti e testimoni della cultura della cura, per colmare le tante disuguaglianze sociali”. Perché la barca dell’umanità, dove “nessuno si salva da solo”, può “navigare con una rotta sicura e comune” solo col “timone della dignità della persona” e la “bussola dei principi sociali fondamentali”. Francesco guarda agli eventi del 2020, segnato “dalla grande crisi sanitaria del Covid-19”, che ha aggravato crisi molto legate tra loro, “come quelle climatica, alimentare, economica e migratoria, e provocando pesanti sofferenze e disagi”. Pensa anzitutto “a coloro che hanno perso un familiare o una persona cara, ma anche a quanti sono rimasti senza lavoro”. Ricorda in modo speciale medici, infermieri, farmacisti, ricercatori, volontari, cappellani e personale di ospedali e centri sanitari, “che si sono prodigati e continuano a farlo, con grandi fatiche e sacrifici, al punto che alcuni di loro sono morti nel tentativo di essere accanto ai malati, di alleviarne le sofferenze o salvarne la vita”. Pensando a loro, il Pontefice rinnova l’appello ai responsabili politici e al settore privato,“affinché adottino le misure adeguate a garantire l’accesso ai vaccini contro il Covid-19 e alle tecnologie essenziali necessarie per assistere i malati a tutti coloro che sono più poveri e più fragili”. Purtroppo, lamenta Papa Francesco, “accanto a numerose testimonianze di carità e solidarietà”, prendono nuovo slancio “diverse forme di nazionalismo, razzismo, xenofobia e anche guerre e conflitti che seminano morte e distruzione”. La pandemia, e gli altri eventi che hanno segnato il cammino dell’umanità nel 2020, sottolinea il Papa… «Ci insegnano l’importanza di prenderci cura gli uni degli altri e del creato, per costruire una società fondata su rapporti di fratellanza. Perciò ho scelto come tema di questo messaggio: La cultura della cura come percorso di pace». Il Papa fonda poi le basi della “cultura della cura” e della vocazione umana a curarsi di se stesso, dell’altro e del creato, in Dio Creatore, primo modello da seguire, insieme al figlio Gesù e ai suoi seguaci, e infine alla dottrina sociale della Chiesa. Già nel progetto di Dio per l’umanità, scrive Francesco, la cura e il custodire sono fondamentali. Il Libro della Genesi, nel racconto della creazione, descrive Dio che affida il giardino dell’Eden ad Adamo, con l’incarico di “coltivarlo e custodirlo”, quindi “rendere la terra produttiva” ma anche “proteggerla e farle conservare la sua capacità di sostenere la vita”. La Genesi narra poi di Caino, che dopo aver ucciso Abele, rifiuta davanti a Dio di essere “il custode" di suo fratello. E riprendendo un brano dell’enciclica Laudato si’, il Pontefice commenta che già in questi racconti antichi era presente la convinzione “che tutto è in relazione e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri”. Dio stesso, prosegue Papa Francesco, è modello della cura, quando “si prende cura delle sue creature, in particolare di Adamo, di Eva e dei loro figli”. Lo stesso Caino, pur maledetto per il crimine compiuto, riceve dal Creatore “un segno di protezione, affinché la sua vita sia salvaguardata”: come persona, creata ad immagine e somiglianza di Dio, ha una dignità inviolabile, e l’armonia della creazione vuole che “pace e violenza non abitino nella stessa dimora”. Celebrando il riposo di Dio nello Shabbat, il popolo ebraico dell’Antico Testamento ristabiliva “l’ordine sociale e l’attenzione per i poveri”, e con il Giubileo, nella ricorrenza del settimo anno sabbatico, “consentiva una tregua alla terra, agli schiavi e agli indebitati". In questo anno, "ci si prendeva cura dei più fragili, offrendo loro una nuova prospettiva di vita”. E infine tra i profeti, ricorda il Papa, Amos e Isaia, in particolare, “alzano continuamente la loro voce a favore della giustizia per i poveri, i quali, per la loro vulnerabilità" sono ascoltati "solo da Dio, che si prende cura di loro”. Seguendo l’esempio del Maestro, prosegue il Papa, i primi cristiani “praticavano la condivisione perché nessuno tra loro fosse bisognoso e si sforzavano di rendere la comunità una casa accogliente", disposta "a farsi carico dei più fragili”. E quando poi “la generosità dei cristiani perse un po’ di slancio, alcuni Padri della Chiesa insistettero sul fatto che la proprietà è intesa da Dio per il bene comune”. Sant’Ambrogio, ricorda Papa Francesco, sosteneva che la natura ha dato “tutte le cose per gli uomini per uso comune”, ma l’avidità ha trasformato questo diritto comune per tutti in “diritto per pochi”. Una volta libera dalla persecuzione, la Chiesa attuò la “charitas christiana”, istituendo o suscitando la nascita di “ospedali, ricoveri per i poveri, orfanotrofi e brefotrofi, ospizi” per l’umanità sofferente. Questi esempi di “carità operosa di tanti testimoni luminosi della fede”, scrive ancora il Papa, si sono riversati nei principi della dottrina sociale della Chiesa, che offrono a tutte le persone di buona volontà la “grammatica” della cura: “la promozione della dignità di ogni persona umana, la solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato”. Quattro principi base che Francesco analizza uno ad uno, a partire dalla difesa “della dignità e dei diritti della persona”, un concetto “nato e maturato nel cristianesimo”, che “aiuta a perseguire uno sviluppo pienamente umano”. Persona, infatti, “dice sempre relazione, non individualismo, afferma l’inclusione e non l’esclusione, la dignità unica e inviolabile e non lo sfruttamento”. Ogni persona umana, sottolinea, “è creata per vivere insieme nella famiglia", "nella società, dove tutti i membri sono uguali in dignità”. Una dignità che porta diritti ma anche i doveri, come “accogliere e soccorrere i poveri, i malati, gli emarginati, ogni nostro prossimo”. Il bene comune da servire e curare, chiarisce poi il Pontefice, è, scrivono i padri conciliari nella Gaudium et spes, l’“insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono" alla collettività a ai singoli, "di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente” e riguarda anche le generazioni future. La pandemia di Covid-19 ci ha mostrato che ci troviamo “sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme”, come Papa Francesco ha detto nella preghiera del 27 marzo, in una piazza San Pietro deserta, perché “nessuno si salva da solo" e nessuno Stato nazionale isolato “può assicurare il bene comune della propria popolazione”. Solidarietà è quindi, ribadisce il Papa, impegnarsi per il bene di tutti e di ciascuno: «La solidarietà ci aiuta a vedere l’altro – sia come persona sia, in senso lato, come popolo o nazione – non come un dato statistico, o un mezzo da sfruttare e poi scartare quando non più utile, ma come nostro prossimo, compagno di strada, chiamato a partecipare, alla pari di noi, al banchetto della vita a cui tutti sono ugualmente invitati da Dio». Dall’ascolto attento del “grido dei bisognosi e quello del creato”, come chiesto da Francesco nella Laudato si’, “può nascere un’efficace cura della terra”, casa comune, “e dei poveri”, tenendo conto che il sentimento di “intima unione con gli altri esseri della natura” non può essere autentico se non si accompagna alla tenerezza “per gli esseri umani”. Francesco invita perciò “i responsabili delle Organizzazioni internazionali e dei Governi, del mondo economico e di quello scientifico, della comunicazione sociale e delle istituzioni educative”, davanti “all’acuirsi delle disuguaglianze all’interno delle Nazioni e fra di esse”, a prendere in mano la “bussola” dei principi della dottrina sociale della Chiesa, per imprimere al processo di globalizzazione, una rotta comune, “veramente umana” come indicato già nella Fratelli tutti. Cosa che permetterebbe “di agire insieme e in solidarietà per il bene comune, sollevando quanti soffrono dalla povertà, dalla malattia, dalla schiavitù, dalla discriminazione e dai conflitti”. Mediante questa bussola, incoraggio tutti a diventare profeti e testimoni della cultura della cura, per colmare tante disuguaglianze sociali. E ciò sarà possibile soltanto con un forte e diffuso protagonismo delle donne, nella famiglia e in ogni ambito sociale, politico e istituzionale. Una bussola utile anche per le relazioni tra le Nazioni, “che dovrebbero essere ispirate alla fratellanza, al rispetto reciproco, alla solidarietà e all’osservanza del diritto internazionale”. Promuovendo i diritti umani fondamentali, e rispettando il diritto umanitario, “soprattutto in questa fase in cui conflitti e guerre si susseguono senza interruzione”. Papa Francesco lamenta infatti che “molte regioni e comunità hanno smesso di ricordare un tempo in cui vivevano in pace e sicurezza”. Numerose città sono diventate come epicentri dell’insicurezza: i loro abitanti lottano per mantenere i loro ritmi normali, perché vengono attaccati e bombardati indiscriminatamente da esplosivi, artiglieria e armi leggere. I bambini non possono studiare. Uomini e donne non possono lavorare per mantenere le famiglie. La carestia attecchisce dove un tempo era sconosciuta. Le persone sono costrette a fuggire, lasciando dietro di sé non solo le proprie case, ma anche la storia familiare e le radici culturali. “Dobbiamo fermarci – è l’appello del Papa - e chiederci: cosa ha portato alla normalizzazione del conflitto nel mondo? E, soprattutto, come convertire il nostro cuore" per cercare veramente "la pace nella solidarietà e nella fraternità?”. La pandemia e i cambiamenti climatici mettono in luce la grande “dispersione di risorse” per le armi, “in particolare per quelle nucleari”, che potrebbero essere utilizzate per “la promozione della pace e dello sviluppo umano integrale, la lotta alla povertà, la garanzia dei bisogni sanitari”. E Francesco rilancia la proposta fatta nell’ultima Giornata mondiale dell’alimentazione: “Costituire con i soldi che s’impiegano nelle armi e in altre spese militari un ‘Fondo mondiale’ per poter eliminare definitivamente la fame e contribuire allo sviluppo dei Paesi più poveri”. Diventa fondamentale allora “un processo educativo” alla cultura della cura, che nasca nella famiglia, “dove s’impara a vivere in relazione e nel rispetto reciproco”, e si sviluppi nella scuola e l’università, e attraverso la comunicazione sociale. Soggetti che sono chiamati a sostenere “un sistema di valori fondato sul riconoscimento della dignità di ogni persona, di ogni comunità linguistica, etnica e religiosa, di ogni popolo e dei diritti fondamentali che ne derivano”. I leader religiosi in particolare, spiega ancora il Francesco, possono svolgere “un ruolo insostituibile nel trasmettere ai fedeli e alla società i valori della solidarietà, del rispetto delle differenze, dell’accoglienza e della cura dei fratelli più fragili”. Il traguardo per tutti coloro che “operano nel campo dell’educazione e della ricerca”, è un’educazione “più aperta ed inclusiva, capace di ascolto paziente, di dialogo costruttivo e di mutua comprensione”, come indicato da Papa Francesco nella proposta di un “Patto educativo globale”. Il Papa conclude il suo messaggio sottolineando che non può esserci pace “senza la cultura della cura”, un impegno comune a “proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti”, ad interessarsi, “alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca”.

Messaggio del Papa sulla Pace