Guarda tutti gli articoli della comunità

Alleluia!

 

D alla lettera per il tempo di Quaresima e Pasqua “Celebriamo una Pasqua nuova” Alleluia! Alleluia! C’è un’esultanza nel canto dell’alleluia pasquale che ha un’intensità unica. Le espressioni “trattenute” del nostro giubilo sembrano quasi una costrizione della gioia nell’angustia di un adempimento. La storia della musica e del canto liturgico propongono tante interpretazioni dell’alleluia e le nostre corali nei giorni di Pasqua sanno far vibrare non solo le vetrate ma anche i cuori dei presenti. È la gioia che viene da Dio: alleluia! La morte è stata vinta, Gesù è risorto! Alleluia! Viviamo di una vita che non finisce, la vita di Dio! Alleluia! La morte in croce di Gesù ha rivelato il compimento dell’amore e la potenza di Dio che ha irradiato la sua gloria per riempire tutta la terra! Alleluia! Con il battesimo siamo introdotti nel popolo santo di Dio! Alleluia! La vita nuova che ci è donata è principio del popolo nuovo, Chiesa dalle genti, che percorre la terra per annunciare la speranza: Alleluia! I nostri peccati sono stati perdonati! Alleluia! L’amore che viene da Dio ci rende fratelli e sorelle con legami d’amore che ci rendono un cuore solo e un’anima sola: Alleluia! La celebrazione della Pasqua si distende per cinquanta giorni e lo Spirito di Dio ci aiuta a entrare nel mistero accompagnati dai riti della liturgia. Invito ogni comunità a curare le celebrazioni. Il gruppo liturgico, le corali, il Consiglio pastorale, le diverse tradizioni culturali e abitudini celebrative presenti nella Chiesa dalle genti, tutti possono essere chiamati a contribuire per interpretare e predisporre i segni del convenire, la festosa cornice dell’ambiente, le luci, i profumi, i canti, tutto quello che precede e segue la celebrazione. Sarebbe bello che tutto l’ambiente circostante si rendesse conto che i cristiani stanno celebrando la Pasqua, la festa che dà origine a tutte le feste, non solo per un solenne concerto di campane, ma soprattutto con un irradiarsi della gioia, della carità, delle parole della speranza. Mario Delpini Arcivescovo di Milano

Alleluia!

Dio ci ha affidato il mistero della riconciliazione (Atti 17,18)

 

Il nostro Arcivescovo, nella lettera inviata all'intera comunità diocesana per la celebrazione della Quaresima e della Pasqua, ha un  passaggio molto importante sul tema dei percorsi penitenziali, sottolineando che "il sacramento della riconciliazione è un dono troppo trascurato". Eppure è il centro di tutta la nostra fede! Che è venuto a fare tra noi il Signore Gesù se non per riconciliare l'umanità peccatrice con il Padre? E perché questo avvenga, bisogna che i credenti facciano penitenza e confessino i loro peccati. Molti sono i modi con cui chiediamo il perdono di Dio. Un atto sincero di contrizione, quando non fosse possibile accedere alla confessione sacramentale, in attesa di poterci accostare al sacramento della Penitenza. Nella celebrazione eucaristica attraverso l'atto penitenziale all'inizio della messa; nella preparazione alla comunione  (O Signore io non sono degno ...),  in varie preghiere e acclamazioni (Kyrie eleison) noi già chiediamo perdono per le mancanze di ogni giorno. Ma la fede che professiamo ci ha indicato due modi fondamentali per chiedere il perdono dei peccati: la confessione individuale e quella comunitaria. La confessione individuale, innanzitutto: "Credo che oggi sia più che mai importante l'incontro con il confessore per dialogare, aprirsi alla Parola di Dio, porre domande, accogliere consigli, invocare quel perdono che lo Spirito Santo ci fa desiderare". È da notare, però, che anche la più segreta delle confessioni individuali è, comunque, un atto ecclesiale perché avviene dentro alla Chiesa (non tanto l'edificio quanto la comunità credente)  perché non è solo questione di "mettere a posto la propria coscienza" ma di comprendere che ogni peccato ferisce l'intera comunità dei fedeli, così come ogni atto virtuoso la rende più bella. C'è sempre dentro ad ogni confessione personale oltre che  il vincolo assoluto di segretezza (pena la scomunica del confessore) una dimensione ecclesiale, perché nel riconoscimento del proprio peccato è insito il riconoscimento che tutte le nostre colpe dimostrano che siamo fratelli anche nella lontananza dalla legge di Dio. Come dicevamo nelle brevi catechesi sulla liturgia, ci viene detto di cogliere il riflesso comunitario di ogni peccato: perciò, nello stesso modo che ogni gesto buono e nobile, secondo i comandamenti del Signore, innalza il livello di santità della Chiesa, ogni peccato macchia il volto della sposa di Cristo, dunque non ci è dato di poterci confessare "direttamente" a Dio.  Il Signore perdona immediatamente (cioè senza mediazione) ogni peccato tutte le volte che, sinceramente pentiti ci rivolgiamo a Lui per ottenerne il perdono; ma è necessario essere riammessi alla comunione con il corpo ecclesiale di Cristo mediante la confessione dei peccati e l'attestazione del pentimento fatte al ministro della Chiesa. Una cosa la nostra comunità pastorale non ha ancora colto: la bellezza della celebrazione comunitaria della penitenza. È conseguenza di quanto appena è stato detto: il penitente che chiede perdono assieme agli altri attesta di essere una persona inserita in una comunità. È la solidarietà che Gesù ha manifestato verso la nostra condizione umana. Come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti. (Romani 5, 12-19). La Parola di Dio ci guida in questo cammino di conversione;  perciò fare insieme l'esame di coscienza ed ascoltare l'insegnamento che ci viene dal Signore ci porta alla consapevolezza che dobbiamo rispondere a Lui che ci chiama e ci aiuta a leggere la nostra vita con lo sguardo della sua misericordia. La celebrazione comunitaria  mette in evidenza la grazia del perdono come gesto ecclesiale  che rinnova il dono battesimale e incoraggia alla perseveranza nel bene e alla coerenza della vita. Al contrario della confessione personale questo non è il luogo della direzione spirituale: questa deve essere lasciata ad un colloquio personale, in altro tempo che sia più confacente a tutti quei chiarimenti e consigli  che vogliamo ricevere dal confessore. Non è nemmeno il luogo della verbosità nell'accusa. bisogna esser semplici nell'ammettere e descrivere i propri peccati. Ci sono tanti penitenti che sembra vogliano svolgere  un trattato di teologia per  descrivere lo stato della loro coscienza.  Brevità, semplicità e consapevolezza di essere fratelli nel peccato oltre che nella grazia sono le caratteristiche della celebrazione comunitaria della penitenza insieme alla solennità del rito con cui riconosciamo davanti al Signore tutta la nostra indegnità. Chissà se la prossima Pasqua ci vedrà più numerosi e interiormente convinti in questa dimensione del sacramento della riconciliazione! Don Felice

Dio ci ha affidato il mistero della riconciliazione (Atti 17,18)

Liturgia delle Ore: la liturgia ambrosiana, Vesperi

 

Anche i Vesperi, come le Lodi, nella Liturgia ambrosiana hanno una struttura diversa rispetto all’Ufficiatura romana. In particolare la nostra preghiera dei Vesperi è ricca di simbolismi, che sono in continuità con l’antica tradizione dell’ufficiatura “cattedrale”. Mentre la liturgia romana ripete sostanzialmente la stessa struttura delle Lodi (con la sostituzione, naturalmente, del “Benedictus” con il “Magnificat”), quella ambrosiana ha uno sviluppo del tutto autonomo rispetto a quello delle Lodi. Lo descriviamo: Parte lucernale: Rito della luce Inno Eventuale responsorio Parte salmodica: Salmi (a doppio schema: festivo o feriale) Prima orazione “Magnificat” Seconda orazione Parte stazionale o processionale: Commemorazione del Battesimo oppure lode in onore del Santo Terza orazione Intercessioni Padre Nostro Benedizione finale Passiamo alla descrizione di tutti questi momenti: IL RITO DELLA LUCE E’ ritenuto il rito più antico dell’ufficiatura dei Vesperi; affonda le radici nel sacrificio vespertino giudaico nel quale si preparavano le lampade e si offriva l’incenso sull’altare. Con tale rito, da subito, la comunità cristiana intendeva rendere grazie al Signore per il dono della luce che aveva riportato tutto all’evidenza; questa era, però, segno della “luce divina” della rivelazione; in questo ambito nacquero testi di lode a Cristo, acclamato come “Luce del mondo”. I nuovi lucernari, di cui la Liturgia ambrosiana si è arricchita nei secoli, sviluppano anche il tema del cristiano e della Chiesa che diventano, a loro volta, luce attraverso una testimonianza coerente del Vangelo. LA SALMODIA E IL “MAGNIFICAT” Due sono gli schemi della salmodia ambrosiana, quello feriale e quello festivo. Il primo prevede la recita di due salmi adatti alla celebrazione vespertina; questa è un’attenzione che ha anche la liturgia romana; frequenti sono anche i temi tipici della conclusione della giornata: l’abbandono fiducioso in Dio, la speranza in Lui, la gratitudine per i doni ricevuti. Lo schema festivo invece prevede un solo salmo (ricordiamo l’esigenza di brevità della Liturgia “cattedrale”), seguito da due brevi salmi di lode: 133 e 116; il primo di questi salmi è, ancor oggi, utilizzato nella liturgia ebraica. Segue la prima orazione che attinge ai temi fondamentali evidenziati dai salmi appena recitati. Vertice della salmodia vespertina è il “Magnificat”, preghiera di grande intensità, che unisce i due sentimenti di lode e di ringraziamento. Segue la seconda orazione, di contenuto vespertino; parallela alla prima orazione delle Lodi, di contenuto mattutino. LA COMMEMORAZIONE DEL BATTESIMO E’ l’ultima parte. Presenta una triplice strutturazione: feriale, festiva, dei santi. Nei primi due casi si parla più propriamente di Commemorazione del Battesimo; anticamente si poteva snodare una processione verso il Battistero; e questo a memoria della rinascita battesimale. E’ un richiamo costante a rivisitare le scelte battesimali e le concretizzazioni che poniamo nel quotidiano. San Paolo ci ricorda che “….. siamo stati sepolti in Cristo, in una morte simile alla sua, per risorgere con Lui in una vita nuova” (Rom 6,5). Dovremmo promuovere, nel nostro cammino spirituale, la consuetudine di sostare a pregare davanti al Battistero. La Lode ai santi. Nelle feste e nelle solennità dei santi la parte stazionale diventa un atto di lode al santo, che si ricorda. Per due volte, a cori alterni, si recita una particolare antifona, chiamata sallenda, inframmezzata dal Gloria. Al termine si prega con la terza orazione. A questo punto ci sono le intercessioni; a differenza delle acclamazioni alle Lodi, queste preghiere riguardano maggiormente le situazioni dell’esistenza concreta che viviamo; l’ultima è sempre dedicata ai defunti.Si termina con il Padre Nostro e la Benedizione finale. Don Peppino

Liturgia delle Ore: la liturgia ambrosiana, Vesperi

L'ombra del Padre

 

Mi accompagna da sempre il desiderio di approfondire la conoscenza di San Giuseppe attraverso i testi del Vangelo. È il Santo di cui porto il nome. Negli anni ’80 ho letto un libro di Jan Dobraczynsky, uno scrittore polacco, dal titolo: “L’ombra del Padre”. L’autore ricostruisce, sotto la forma di un romanzo, l’esperienza di Giuseppe; un libro veramente affascinante. Torno frequentemente a leggerne qualche pagina.  Un secondo riferimento: in una delle sue prime omelie, il 19 marzo 2013, sei giorni dopo la sua elezione, Papa Francesco si chiedeva: “Come vive la sua vocazione il custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto non tanto al proprio”.  L’ascolto della Parola, anche quella suggerita nei sogni, è la caratteristica fondamentale che attraversa la vita di Giuseppe; una Parola accolta nel silenzio e nella determinazione ad affidarsi. Non sempre comprende del tutto quanto gli viene chiesto; sceglie comunque di essere docile alle sue indicazioni. Del resto Maria, al termine dell’annuncio dell’Angelo Gabriele, riflette e afferma: “Sia fatta la tua volontà”. Giuseppe, infatti, diventa custode perché stupisce di fronte alla Parola; ritorna su quanto ha ascoltato e dichiara, consapevolmente, la sua disponibilità; si lascia guidare dal Signore. Sa leggere con realismo gli avvenimenti; è attento a ciò che lo circonda; cerca sempre di prendere la decisione più saggia. Ogni tanto penso, ad esempio, alla grandissima fatica che può essere stato per lui il viaggio in Egitto: un cammino lunghissimo, a piedi, con una giovane donna, poco più che adolescente e con un bambino appena nato. Nel silenzio, e con premura, assume questa responsabilità e la vive concretamente; con determinazione; la conduce a compimento. L’importanza di Giuseppe nella storia della salvezza sta senz’altro nel ruolo assunto: quello di essere padre di Gesù e sposo di Maria. Intenso e significativo è il passaggio di Papa Francesco, nella lettera “ Patris Corde ”, là dove sottolinea come la grandezza di Giuseppe sta nella sua scelta vocazionale, quella di essere accanto al Figlio di Dio e a Maria, ponendosi al servizio del disegno di amore che il Padre aveva pensato per la salvezza dell’umanità. Alla sua famiglia ha donato tutto, a partire da quella indicazione che aveva ricevuto dall’Angelo, in sogno. Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». (Mt 1, 18-21) Papa Francesco, a questo proposito, ricorda come, ricorrendo i 150 anni della dichiarazione con cui Pio IX  l’8 dicembre 1870 indicava San Giuseppe come Patrono della Chiesa Cattolica, abbia pensato di collegare la vita silenziosa, docile e sapiente del falegname di Nazareth alla percezione chiara che “le nostre vite, in maniera particolare in questi mesi di pandemia, sono tessute e sostenute da persone comuni, solitamente dimenticate, che non compaiono nei titoli dei giornali ... ma che oggi stanno scrivendo pagine decisive per la nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti ai supermercati, alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose, ... senza dimenticare mamme, papà, educatori ...; hanno compreso che nessuno si salva da solo”. E sono veramente tante le persone che ci circondano e che ogni giorno vivono le relazioni con grande pazienza, infondono speranze e consolazione, allontanano sentimenti di delusione e di amarezza. È necessario che anch’essi facciano memoria di San Giuseppe; lui, pur essendo accanto alle due creature più importanti dell’umanità, è passato praticamente inosservato; ha vissuto un’esistenza quotidiana nascosta e discreta; ha sostenuto i passi e le scelte della sua famiglia, ha testimoniato a tutti l’importanza dell’affidamento al Signore; anche quando non si riesce a comprendere totalmente il suo disegno. Il piccolo Gesù ha potuto vedere la tenerezza di Dio nella figura di Giuseppe; una vera luce per i suoi passi; ha respirato quell’atmosfera che noi tutti vorremmo donare alle persone a cui vogliamo bene. Il Signore vuole scrivere pagine belle anche attraverso le nostre scelte quotidiane; chiede a ciascuno di noi di essere portatori di speranza. Giuseppe è luce per il cammino di ciascuno di noi. Don Peppino

L'ombra del Padre

Liturgia delle Ore: la liturgia ambrosiana, le Lodi

 

All’interno del discorso ampio e generale sulla storia della Liturgia delle Ore scegliamo di inserire il discorso sull’ufficiatura della Chiesa Milanese, connotata con l’aggettivo di “ambrosiana”. I documenti che sono la fonte della nostra Liturgia delle Ore risalgono all’epoca medioevale; documentano però uno stadio più arcaico dei testi utilizzati; parte dei quali risale ai secoli V-VII. L’impalcatura ufficiale è rimasta pressoché immutata fino all’inizio del Concilio Vaticano II; la fisionomia globale pertanto è rimasta sostanzialmente inalterata attraverso i secoli. In particolare, in questa riflessione, ci soffermiamo sulle Lodi, chiamate anche Lodi mattutine. La struttura di questa preghiera del mattino è notevolmente diversa tra il rito romano e quello ambrosiano. Le mettiamo a confronto: Liturgia romana Inno Salmo mattutino Cantico dell’Antico Testamento (nelle solennità) Salmo laudativo Lettura breve e responsorio Cantico di Zaccaria (Benedictus) Intercessione Padre Nostro Orazione Benedizione Liturgia ambrosiana Cantico di Zaccaria (Benedictus)       Prima orazione Antifona ad crucem con orazione (nelle solennità) Cantico dell’Antico Testamento Salmi laudativi Salmo diretto  Seconda orazione Inno Acclamazione al Signore Padre Nostro Benedizione Descriviamo la struttura della liturgia ambrosiana - Il Cantico di Zaccaria (Benedictus) è un solenne inno biblico di apertura della preghiera del mattino; è l’invito, che si rinnova ogni giorno, ad accogliere la visita del Signore Gesù, che è “il sole” che illumina le tenebre del mondo: “verrà a visitarci un sole che sorge dall’alto”. Si fa memoria del testo di Malachia (3,20): “Per voi, invece, cultori del mio Nome, sorgerà il sole di giustizia…” Questo “sole di giustizia”, preannunciato dai profeti, è il Signore Gesù. - La prima orazione sottolinea gli atteggiamenti da assumere all’inizio di una giornata. - Nelle principali feste e solennità è prevista l’antifona “ad Crucem”. Nasce come antico rito, probabilmente originato nella liturgia bizantina. Durante il canto di questo testo veniva portata all’altare una croce circondata da ceri accesi; davanti alla croce il presbitero celebrante recitava una seconda orazione, che si riferiva alla solennità che si stava celebrando. - La salmodia: è costantemente strutturata in tre parti: cantico dell’Antico Testamento, salmi laudativi, salmo diretto. Nelle solennità è normalmente recitato il primo cantico di Mosè (Esodo 15), il canto pasquale della tradizione ebraica; nelle normali festività viene, invece, ricordata la prima parte del Cantico dei Tre Fanciulli (Deut. 3); è la lode di tutte le creature per il Signore che le ha portate alla luce. Fanno parte del nucleo originario delle Lodi i salmi “in laudate” dove ritorna continuamente il concetto dell’importanza di lodare il Signore per il grande amore che quotidianamente ci dona. A questi si aggiunge poi il salmo 116, che chiama tutti i popoli a lodare il Signore. La salmodia si conclude con il “salmo diretto”; è recitato da tutti. È scelto a partire dal suo riferimento, all’inizio della giornata; normalmente identifica un tema a cui ci si riferisce poi per l’intera giornata. L’orazione che segue riesprime, in riferimento a Cristo e alla Chiesa, il contenuto principale del salmo diretto. - L’inno e le acclamazioni a Cristo Signore. L’inno (alla domenica si utilizza quello di Sant’Ambrogio, Splendor Paternae Gloriae = Splendore della gloria del Padre) esprime, attraverso immagini poetiche, la fede nel Cristo Signore, figlio di Dio. In particolare utilizza il simbolo della luce, per rendere lode a Cristo, sole e aurora per la vita dei cristiani.  Le sei acclamazioni che seguono, a cui si risponde Kyrie eleison, sono nell’Ufficiatura delle Lodi e sono in totale 188; si riferiscono a Gesù, a partire da quello che Lui, nel Vangelo, ha detto di sé stesso; prendono spunto anche da altri testi della Scrittura. Sono una quotidiana catechesi sulla figura di Gesù Cristo. - Padre Nostro e conclusione. Il Padre Nostro è, nell’Ufficiatura ambrosiana, la vera orazione conclusiva; ad essa non si deve aggiungere nulla. Dopo aver proclamato la preghiera che ci ha insegnato Gesù, ogni altra preghiera umana, per quanto intensa e bella, si rivelerebbe superflua. Don Peppino

Liturgia delle Ore: la liturgia ambrosiana, le Lodi

Liturgia delle Ore II: i vari mutamenti durante i secoli

 

Con il “Medio Evo” si assiste, soprattutto in Occidente, ad un fenomeno “involutivo”: la progressiva clericalizzazione della Liturgia delle Ore. La “tradizione cattedrale”, come abbiamo sottolineato nella prima riflessione, aveva come soggetto celebrante anche l’intero popolo di Dio; progressivamente questa preghiera tende ad essere riservata solamente al clero. E’ un fenomeno che, durante il periodo medioevale, investì tutta la liturgia, in particolare quella eucaristica. Mentre però alla S. Messa i fedeli continuavano ad “assistervi”, per la Liturgia delle Ore si creò gradualmente un’estraneità. A creare questa situazione concorsero diverse cause; la più rilevante fu senz’altro la “questione linguistica”: la lingua latina, veicolo normale della liturgia eucaristica, non era più compresa dal popolo, che di fatto, nel quotidiano, utilizzava la “lingua volgare”. Questa è stata la premessa per la sostituzione della Liturgia delle Ore con altre forme di preghiera popolare; è di questo periodo l’assunzione del “Santo Rosario” per le persone semplici e di fede. Un’altra rivoluzione avvenne soprattutto nei monasteri e nei conventi; la Liturgia delle Ore divenne, anche in questo ambito, un fatto privato; se un monaco fosse oberato dalle tante occupazioni, l’importante era comunque pregare la Liturgia delle Ore, anche privatamente. In particolare per i Benedettini scopo della vita di un monaco è il “vacare Deo”, l’avere, pertanto, tempo per Dio; la recita corale era quindi imprescindibile: eventuali lavori manuali venivano affidati ai “fratelli conversi”. Invece, i membri dei nuovi ordini mendicanti, tipicamente i francescani ed i domenicani, avendo come finalità principale l’evangelizzazione e la predicazione, non vivevano sempre nel convento. L’ufficiatura sacra, pur celebrata in coro quando si risiedeva in comunità, non poteva avere la stessa ampiezza e durata, quando si usciva per predicare nelle varie parrocchie o nei santuari. Nasce, così, il “Breviario”, una ufficiatura abbreviata per coloro che erano continuamente chiamati a predicare in situazioni diverse. E’ di questo periodo l’assunzione del Breviario anche nel clero secolare, nei sacerdoti che risiedevano nelle comunità parrocchiali. Il popolo, comunque, era diventato estraneo a questa forma di preghiera. Si registra un ulteriore mutamento dopo il Concilio Ecumenico di Trento (1545-1563); nascono nuovi ordini religiosi; tra di essi, ad esempio, i Gesuiti ed i Barnabiti. Se gli ordini mendicanti del secolo XIII, pur con notevoli mutamenti apportati all’Ufficiatura, avevano conservato la celebrazione corale in Convento, ora vengono fondate delle nuove Congregazioni religiose; esse avevano necessità, per l’evangelizzazione e le predicazioni che promuovevano, di una libertà e di una mobilità ancora maggiori.  S. Ignazio di Loyola, ad esempio, aveva proibito ai membri della Compagnia la cura stabile e prolungata nelle parrocchie; pertanto non prevede nessuna forma di ufficiatura corale; essa è riservata alla singola persona consacrata. In questa situazione entra in gioco anche una componente di tipo giuridico che porta a considerare la preghiera del Breviario non più come un atto liturgico, ma come un dovere, un obbligo da espletare sotto pena di peccato grave. Si cade nel formalismo; ed addirittura in un dovere da compiere per poter poi donare il proprio tempo a tutte le attività pastorali. Si perde, pertanto anche l’intuizione, molto presente nella vita delle prime comunità cristiane, di ritmare la giornata attraverso preghiere che aiutassero ad accogliere la presenza attenta e fraterna del Signore dentro il nostro personale vissuto quotidiano. Questo percorso ci porta oramai alle porte del Concilio Vaticano II (ottobre 1962 – dicembre 1965).                                                                Don Peppino

Liturgia delle Ore II: i vari mutamenti durante i secoli

Gli Esercizi Spirituali

 

Nell'A.T. Abramo (Gn 12,1), Mosè (Es 3, 1-6; 19,3-25) ed Elia (1 Re 19,1-8) sono stati chiamati da Dio per un incontro personale in un momento di solitudine e di preghiera. Da sempre Dio è  colui che "attira a sé e conduce nel deserto per parlare al cuore" (Osea 2,16). Proprio il riferimento al deserto ci induce a leggere in questa ottica il tempo degli esercizi spirituali che stiamo per vivere in questa quaresima. Non possiamo dimenticare l'esperienza di Giovanni il Battista  (Luca 3,2) raggiunto dalla Parola di Dio che gli rivela la sua missione di "voce che grida nel deserto" e di Gesù (Luca 4,1-2) che nel superare le tentazioni  accoglie il progetto del Padre sul modo della redenzione. Nella preghiera tutti costoro si incontrano con Dio, ne comprendono la volontà di salvezza e conoscono i mezzi di cui servirsi per ottenerla in dono. Come nel deserto, negli esercizi spirituali dobbiamo cercare, innanzitutto il silenzio e la solitudine. Nel deserto non ci sono voci o folle: siamo soli con noi stessi e con Dio, se ci rivolgiamo a lui. Nell'affrontare questa settimana di interiorità sarà necessario liberarci da tutti gli scalpori della nostra vita quotidiana, saper spegnere tutti gli strumenti che possono distrarci dall'ascoltare l'unica voce che vogliamo udire, quella di Gesù, che parla al nostro cuore seduto al pozzo di Sichar come con la samaritana. Certamente in una famiglia non sarà possibile evitare l'impegno che le incombenze quotidiane danno come necessarie  ai genitori e ai figli; ma un po' di digiuno televisivo, soprattutto dei programmi fondati sul gossip e il pettegolezzo, un po' di meno di musica e di chiacchiere  con amici e conoscenti, potrebbero essere un primo modo di ascoltare seriamente la voce del Signore e la sua Parola, perché "non di solo pane vive l'uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio". Nel deserto ci serve solo ciò che è essenziale: l'acqua e il cibo. È l'esperienza fatta dall'antico Israele nel suo cammino verso al Patria Promessa. C'é un'acqua "che zampilla per la vita eterna" ed è quella che dobbiamo chiedere, come la Samaritana: "Dammi di quest'acqua perché io non abbia più sete" ed è l'acqua dello Spirito  che ci permetterà di adorare in spirito e verità; ed è il cibo delle Eucaristia, la nuova manna, cibo di viaggio verso l'incontro con Dio. La celebrazione della S. Messa domenicale, che molti per pigrizia sostituiscono con l'ascolto domestico, dimenticando la dimensione comunitaria della nostra fede, sarà il luogo sacro della nostra quaresima. Nel deserto è necessario saper camminare con una meta da raggiungere, per non perderci nella solitudine. È ciò che Abramo ha fatto, fidandosi di Dio: "Esci dalla  tua terra  va' dove ti mostrerò". La fede di Abramo è quella di chi non vuole chiedere conto a Dio della strada che ci fa fare nella vita o del perché di certi passi o circostanze: è quella di chi si affida alla sapienza del Signore che vede ogni nostro passo e ci sorregge con amore, anche in ciò che non comprendiamo. Solo così compiremo "le opere del Padre nostro" come ha fatto Gesù. Il libro dell'Esodo ci narra che il popolo di Dio camminava alla luce di un nube luminosa per lui e tenebrosa per gli Egiziani. Senza la luce che viene dal Signore, senza la sua Parola "che illumina i nostri passi" non è possibile raggiungere la meta alla quale il Nostro Dio vuole condurci: la Patria Promessa. Se la nostra cecità ci impedisce di ammirare il volto del Figlio di Dio, venuto in mezzo a noi, è necessario andare alla piscina dell'Inviato, come il cieco nato.  Quaresima è tempo di illuminazione per ciò che è veramente necessario  alla nostra fede e alla nostra vita. Siamo già stati tuffati nel bagno battesimale: è ora di rivivere quotidianamente gli impegni che in quel giorno i nostri genitori hanno preso per noi e che ognuno di noi si è assunto personalmente con gli altri Sacramenti della iniziazione cristiana: "Voi siete la luce di questo mondo" ci ha detto il Signore. e questa luce è quella sapienza il cui dono dobbiamo chiedere: "Dammi la Sapienza che siede in trono accanto a Te". Questo cammino non può che portare alla grande speranza che è racchiusa nel  cuore di ogni vero credente: la vita eterna. Marta, Maria e Lazzaro  ne sono la testimonianza piena: "Se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto". Ma Gesù è qui, in questi giorni santi della quaresima, per rinnovare in noi la consapevolezza che il nostro cammino non termina su questa terra ma è verso quella Patria Promessa che ci attende presso il nostro Padre nei cieli. Questo è il principio della gioia del credente; un cristiano non può esser triste; anche la penitenza quaresimale deve essere accompagnata dalla letizia. Noi dobbiamo avere sempre qualche ramo di palma e di ulivo da agitare perché l'incontro con il nostro  Signore sia prodromo alla gioia eterna del cielo e alla gioia che farà sussultare i nostri cuori all'annuncio  "Christus Dominus resurrexit". Ci siamo accorti che le sei domeniche di quaresima, oltre che ad essere una profonda catechesi battesimale, sono anche una pista  tracciata per non vivere superficialmente un tempo di grazia che il Signore, anche quest'anno, ci sta donando. Don Felice

Gli Esercizi Spirituali

Liturgia delle Ore IV: Riflessione spirituale sulla Liturgia

 

Vogliamo rispondere alla domanda: “Qual è il senso profondo di questa preghiera che la Chiesa ci offre per accompagnare il nostro cammino spirituale?” C’è un approccio al Signore, che potremmo definire “culto naturale”; racconta di una umanità che cerca di raggiungere Dio per placare il suo possibile risentimento a motivo dei nostri peccati; per intercedere ed ottenere da Lui qualche favore. La liturgia cristiana, invece, in continuità con la visione del culto propria anche dell’ebraismo biblico, parla di un Dio che discende verso ogni donna ed ogni uomo; a loro chiede innanzitutto l’accoglienza della proposta di salvezza che Lui ci offre; è Lui che ci viene incontro, che butta nel profondo del mare il nostro peccato ed intesse con noi un dialogo. All’origine c’è il mistero di un Dio che si rivela a noi; la sua presenza è Grazia che eccede ogni possibile nostra richiesta. Secondo la scuola benedettina la Liturgia è “opus Dei”; è l’opera che il Signore mette in atto per la nostra salvezza, per dare luce e profondità al nostro percorso interiore. Il centro della nostra preghiera è la scelta del Signore di donarci la sua salvezza. Solo dopo aver accolto, nella fede, un regalo così grande, il credente può rispondere con la sua preghiera di gratitudine e di lode per quanto riceve ogni giorno; può immergersi nella misericordia del Signore; può chiedere di essere sostenuto dentro le sue fragilità. La Liturgia delle Ore è contemporaneamente accoglienza della Parola che salva ed espressione di lode, di ringraziamento, di supplica. Essa è la preghiera “ufficiale” di una Chiesa che riconosce la presenza di un Signore che, ogni giorno, bussa alla sua porta (Ap. 3,20). Non vuole mortificare la libertà di una preghiera personale che deve, invece, fluire di pari passo con la preghiera della comunità. E’ una preghiera che ha sfidato la prova del tempo in ogni Chiesa del mondo cristiano; essa, pur nella varietà delle diverse tradizioni orientali e occidentali, è giunta inalterata fino a noi nelle sue modalità fondamentali e nelle sue finalità. La fonte che ispira la Liturgia delle Ore è la Sacra Scrittura; è la parola di Dio; è l’inesauribile serbatoio da cui attinge testi e da cui è illuminata nelle varie orazioni che rivolge al Signore. Il libro dei Salmi è l’elemento portante dell’intera ufficiatura. Ci aiuta a promuovere il dialogo di salvezza tra il Signore Dio e la sua comunità; non si affievolisce mai. Ci chiediamo: perché la Chiesa di ogni tempo e di ogni tradizione ha scelto i Salmi per strutturare la sua preghiera ufficiale? Essi hanno una straordinaria capacità di leggere, anche con modalità altamente poetiche, i sentimenti, le attese, i timori, la sete di Dio presente nell’umanità di ogni tempo. Da subito poi, nella Chiesa dei primi secoli, si percepisce come i Salmi possano essere concretamente riletti come preghiere capaci di parlare già, tanti secoli prima, della figura di Gesù Cristo e del Vangelo che ha annunciato. Un’antica tradizione, risalente addirittura al II secolo, aveva sintetizzato la sua riflessione, a questo riguardo, affermando: “Il Salmo è la voce di Cristo; il Salmo è preghiera diretta a Cristo”. In definitiva con la salmodia della Liturgia delle Ore, il Signore Gesù indica alla comunità cristiana di ogni momento della storia una Parola di salvezza; la Chiesa, che sceglie di essere fedele a Lui ritrova, in questo incontro quotidiano, il senso della propria missione nel mondo. Lasciarsi educare dalla presenza, nella nostra vita, della Liturgia delle Ore è un rimedio sicuro contro gli eccessi e le esagerazioni del devozionalismo soggettivo. Una sapiente preghiera, formulata dai credenti, non può essere esclusivamente eucaristica o mariana, o penitenziale; occorre sia una sintesi equilibrata delle riflessioni e dei sentimenti che attraversano l’esistenza umana. Santa Gertrude (1256-1302), monaca cistercense, considerata la più grande mistica del secolo XIII, chiedeva al Signore che la sua preghiera fosse sempre in armonia con la liturgia della Chiesa; è la strada sapiente a cui ci educa la Liturgia delle Ore. Don Peppino

Liturgia delle Ore IV: Riflessione spirituale sulla Liturgia

L'origine e il senso della Liturgia delle Ore

 

In questo periodo che segue le feste natalizie appariranno su “In Cammino” sei riflessioni che ci aiuteranno a conoscere meglio la preghiera liturgica delle Ore, così da viverla comunitariamente, con migliore conoscenza dei suoi contenuti e delle modalità attraverso cui pregare coralmente. All’orizzonte c’è la scelta di introdurre, all’inizio della Quaresima, la recita delle Lodi e dei Vesperi, rispettivamente prima della Santa Messa del mattino e prima di quella della sera.  Quando nel settembre 2002 l’Arcivescovo Tettamanzi fece il suo ingresso nella Diocesi di Milano volle incontrare i presbiteri, i religiosi e le religiose, i membri dei Consigli Pastorali, …  In ogni assemblea scelse di approfondire il tema della Liturgia. Tra l’altro, con franchezza, si chiedeva ad alta voce: “Noi celebriamo l’Eucarestia e la Liturgia delle Ore. Le celebriamo con fede, con devozione, con cura e forse anche con gioia spirituale e talvolta persino con entusiasmo. Ma quanto il loro più profondo contenuto e significato (ossia il Mistero ricordato e celebrato) e quanto la loro espressione nelle parole e segni (come sono i testi biblici, patristici, di vita spirituale e pastorale della Chiesa e i diversi riti che compiamo) entrano ed incidono di fatto nella nostra vita spirituale e costituiscono realmente l’anima, il tracciato, la spinta e la forza della nostra azione pastorale?”. L’Arcivescovo toccava subito il nodo fondamentale: non basta recitare, occorre lasciar parlare il Signore e promuovere con Lui un reale dialogo. L’obiettivo che ci poniamo è pertanto quello di aiutarci a comprendere più a fondo la storia e il senso della preghiera liturgica della Chiesa così da viverla con buona consapevolezza e con la partecipazione del cuore. L’espressione “Liturgia delle Ore”, per indicare la preghiera liturgica della Chiesa, è stata promossa dalla notevole ed intensa riflessione che, su questo ambito, ha promosso il Concilio Vaticano II. Le sue origini traggono fondamento dal testo biblico degli Atti degli Apostoli: esso ci ricorda infatti come la comunità cristiana degli inizi pregasse con frequenza, collocando i momenti comunitari in orari determinati della giornata. Atti 2, 1-15 ci ricorda come i discepoli si radunassero all’ora terza (le 9 del mattino); a quell’ora era disceso su di loro lo Spirito Santo, nel giorno della Pentecoste. Pietro, mentre si trovava a Giaffa, era salito “verso mezzogiorno sulla terrazza a pregare” (10,9). “Pietro e Giovanni stavano salendo, un giorno, al Tempio per la preghiera verso le tre del pomeriggio” (3,1). Anche Paolo e Sila “verso mezzanotte, in preghiera, cantavano inni a Dio” (16,25). Da subito, pertanto, nacque la consuetudine di trovarsi durante la giornata, identificando le preghiere con le antiche ore romane: Prima, Terza, Sesta e Nona. Nel frattempo erano già state identificate le due “ore cardine”, al sorgere e al calare del sole: Lodi e Vesperi. A poco a poco si aggiunsero, soprattutto nei monasteri, la preghiera della Veglia notturna (ufficio delle Letture) e quella che precedeva il riposo notturno (Compieta). Un’ultima parola, in questa prima riflessione, vorremmo spenderla sulle diverse tradizioni che vengono promosse nella Chiesa rispetto alla Liturgia delle Ore; soprattutto si evidenziano due correnti: l’ufficiatura monastica e quella chiamata “ufficiatura cattedrale”. La prima era molto prolungata e sobria; i monaci erano votati alla preghiera per cui recitavano i salmi progressivamente, secondo l’ordine numerico e, almeno nei primi secoli (in Oriente fino al VI in Occidente fino all’VIII), si davano i turni perché qualcuno, in comunità, pregasse sempre.  Era uno sforzo ascetico notevole. La preghiera “cattedrale”, a cui partecipava il Vescovo, i presbiteri, i diaconi, gli accoliti e, più tardi, anche il popolo, aveva invece caratteristiche diverse: era più breve; si curava molto la ritualità e i simboli, così che il popolo potesse comprendere meglio. Le due modalità diventeranno sempre più complementari: l’ufficiatura monastica sottolineerà come la parola debba essere accolta, meditata, assimilata, anche attraverso la “Lectio” personale e comunitaria; quella “cattedrale” porrà in evidenza la lode al Signore, il ringraziamento, le preghiere di intercessione.  Con il passare dei secoli le due tradizioni si arricchiranno vicendevolmente.                                                               Don Peppino

L'origine e il senso della Liturgia delle Ore