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"Eccomi, manda me" (Is 6,8)

 

“La missione, la “Chiesa in uscita” non sono un programma una intenzione da realizzare per sforzo di volontà. E’ Cristo che fa uscire la Chiesa da se stessa. Nella missione di annunciare il Vangelo, tu ti muovi perché lo Spirito ti spinge e ti porta”. Questo ci ricorda papa Francesco nel messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale 2020, a cui ha dato il titolo “Eccomi, manda me”. Quando ho risposto per la prima volta con parole simili al vescovo di Milano che mi chiamava per l’ordinazione ministeriale in vista della missione pensavo che bastasse lo slancio iniziale e che comunque fossi uno dei pochi volonterosi, pronti a partire per rifare il mondo. Dopo Padre Adelio toccava a me. La voglia di partire subito era cosi forte che neanche chi mi aveva suggerito di laurearmi in medicina e poi partire era riuscito a trattenermi. L’entusiasmo dei primi giorni si è presto scontrato con le difficoltà dell’ inculturazione, della mole di lavoro, dell’ambiente ostile e delle malattie, ma anche del capire davvero che cosa sia la missione. E mano a mano che la provvidenza mi aiutava a superare un ostacolo e me ne faceva capitare un altro ho capito che quella disponibilità che mi era stata chiesta all’inizio doveva poi essere riconfermata di volta in volta.  Così sono partito con l’aria del benefattore e mi sono ritrovato in missione con la netta sensazione di un beneficiario. Ho imparato che mettersi a disposizione vuol dire saper ascoltare Dio che mi parla attraverso gli altri, sapersi mettere in discussione, saper lavorare con gli altri, saper trasmettere lo stesso entusiasmo agli altri. Quando arrivai in Guinea Bissau, la chiesa locale non era ancora Diocesi, quindi non aveva un vescovo e neppure dei sacerdoti locali. Ora le diocesi sono due, con due vescovi locali, 55 sacerdoti e 30 suore locali. Tre sacerdoti sono stati ordinati nel PIME e si trovano già in missione e una decina di seminaristi maggiori si stanno preparando per partire a loro volta come missionari. Forse la cosa giusta o per dirla con papa Francesco, la disponibilità che viene chiesta ad ogni battezzato è quella di accogliere il testimone per poi passarlo a chi darà continuità alla missione ricevuta. E questa é la missione di ciascuno di noi che il Signore affida con una vocazione speciale ad ognuno nel posto e nell’impegno che gli è stato affidato. L’altra cosa importante che ho imparato in missione è che pur facendo tante cose utili ne rimangono molte altre da fare e comunque da soli risolviamo poco. La persona che si trova a operare in missione è come un relè che permette alla corrente dello Spirito di passare da una parte all’altra. Quante persone sono connesse con me per poter realizzare quelle opere che si sentono di dover condividere. Per me il loro sostegno è utilissimo perché mi permettono di fare “miracoli” e per loro io sono utile permettendo che si realizzino come missionari. Una capillarità enorme della Chiesa che le permette di arrivare fino alle estreme periferie.  Ringrazio la comunità di Velate che non mi ha mai lasciato solo e che mi ha fatto capire che lo Spirito che con loro ho imparato ad ascoltare è ancora Lui che mi “spinge e mi porta” in Guinea Bissau. Un cordiale saluto “a distanza” a tutta la comunità pastorale “Maria Madre Immacolata” e al parroco don Giampietro che con i confratelli sacerdoti la sta guidando. Padre Alberto

"Eccomi, manda me" (Is 6,8)

Racconta e testimonia la Parola di Dio

 

Nella prima lettera ai Corinti (9,16), Paolo afferma: “Guai a me se non predicassi il Vangelo!”. E’ il riferimento per la nostra vita di credenti. Diversi Giudei si erano avvicinati alla comunità cristiana di Gerusalemme, subito dopo la Pentecoste. Presto però devono lasciare la Città Santa; la lapidazione di Stefano aveva dato inizio a una persecuzione capillare; i cristiani dovevano essere scovati e condotti in tribunale. Tante persone della comunità cristiana lasciano i loro fratelli di fede, in particolare gli apostoli. Loro stessi li invitano a rifugiarsi lontano dalla Giudea. Diversi di essi arrivano ad Antiochia, città molto conosciuta dell’Anatolia del sud, dedita al commercio; città molto ricca e vivace intellettualmente. Lì si recano dapprima nella sinagoga a raccontare di Gesù ai fratelli ebrei; poi si recano in piazza e dialogano con i greci, abitanti della città; erano tutti pagani. “E la mano del Signore era con loro e così un grande numero credette e si convertì al Signore” (Atti 11,21). Anche a noi il Signore chiede di annunciare e di testimoniare. Si diventa determinati a vivere secondo il Vangelo e a testimoniarlo agli altri quando ci si sente accompagnati quotidianamente dal Signore Gesù e dal suo Spirito. L’amore, gratuito e abbondante, che ci viene offerto chiede di essere messo a disposizione di coloro che incrociamo nella nostra esistenza quotidiana. Occorre oggi ridire il Vangelo con forza e convinzione. Occorre promuoverlo per amore del Signore e per amore di questo mondo in cui il Signore ci ha posto. Il nostro Arcivescovo Tettamanzi ci ricorda: “Una semplice pastorale di conservazione, oltre che ad essere sterile, si dimostra irresponsabile e oggettivamente peccaminosa, perché sorda alla voce di Dio e alla sua chiamata”. La formazione ad una fede adulta esige l’educazione a “pensare” la fede, a rafforzare, pertanto, con una consapevolezza che ci aiuta a “rendere ragione della speranza che è in noi”. Non esiste una fede vera che non sia una fede pensata, che evidenzi l’adesione d’amore al Signore Gesù. La missione ha essenziale e irrinunciabile bisogno di comunione; essa costituisce il fine e, in un certo senso, la sostanza stessa della missione. Ci conferma chi è il Signore Gesù e di quale qualità è la sequela del discepolo. Occorre promuovere e conservare la dolce e confortante gioia dell’evangelizzare, anche quando si semina, nonostante la sofferenza e le lacrime. Tante persone, spesso un po' smarrite, ricercano, a volte nell’angoscia, a volte nella speranza, di dare risposte alle domande che attraversano la loro esistenza. E’ necessario che abbiano a ricevere la Buona Notizia, non da evangelizzatori tristi e ansiosi ma da ministri del Vangelo, la cui vita dona speranza a motivo della gioia che, per primi, hanno ricevuto dal Signore Gesù. Forse diventa realmente necessario convertire il nostro cuore. Don Peppino

Racconta e testimonia la Parola di Dio

Le scuole: la vita che riprende

 

Cari genitori, abbiamo ripreso la scuola materna con grande gioia nostra e dei vostri figli, la bellezza di sentire le voci nei corridoi, gli abbracci alle maestre , il correre all'armadietto per portare un disegno fatto per mamma e papà. La vita che riprende dentro un piccolo spazio di normalità, così come scendere in giardino e usare finalmente i giochi che da tanto tempo ci stavano aspettando. E non fa nulla se poi si deve sanificare perché la gioia del sorriso di un bambino non ha prezzo. Non c'è nulla di più bello che sentirsi amati ed è quello che si percepisce qui. Amati da Gesù amiamo così come sappiamo con i nostri limiti e i tanti doni ricevuti che a volte ci dimentichiamo di avere. A queste due righe allego con piacere l'articolo del dott.Pala che come psicologo ci segue facendo un percorso formativo per le maestre e se riuscissimo sarebbe bello iniziare un percorso di conoscenza per argomenti anche con voi. Buona lettura e buon inizio anno.                                                                         Suor Gioia RICOMINCIARE AD ANDARE A SCUOLA La scuola riapre: forse si, forse no, chissà come e cosa potrà succedere, speriamo di non dover richiudere di nuovo. Quante volte in queste settimane abbiamo sentito queste frasi! Da un lato l’attesa di una conferma, dall’altro i dubbi, l’incertezza sul quando e come sarebbe avvenuta questa apertura. Anche la nostra Scuola ha riaperto e il come lo ha fatto è il risultato del lavoro preparatorio che ha impegnato durante l’estate tutte le persone che, a vario titolo, ci lavorano. Si è così riusciti non solo a definire e concretizzare tutte le procedure richieste dalle Autorità, ma soprattutto a garantire ai bambini e alle loro famiglie la possibilità di “stare a scuola” non solo in sicurezza ma per un tempo significativo. Questo partendo dalla consapevolezza che la vera sfida era riuscire a garantire ai bambini e alle loro famiglie la sensazione di “sentirsi accolti” nonostante i vincoli imposti dalle procedure di protezione e distanziamento. Del resto la specificità dell’Asilo Nido e della Scuola dell’infanzia, rispetto ad altri ordini di scuola, è quella di essere un luogo fondato sull’incontro quotidiano fra più generazioni (i bambini, le educatrici, i genitori e anche i nonni!). Allora per noi la frase chiave è che se è vero che dobbiamo metterci la mascherina sulla bocca e sul naso e questo copre il nostro sorriso e rende più ovattata la nostra voce non per questo abbiamo la mascherina sugli occhi! E allora si tratterà di trovare nuovi modi per stare in contatto. A volte basta “rispondere a uno sguardo” per far sentire all’altro che ci siamo, siamo lì con lui. E questo avviene quando il rispondere non è qualcosa di formale, un “atto dovuto per buona educazione” ma ha i tratti del cor-rispondere, a partire dal cuore, dalle emozioni che si sentono. E su questo ci hanno commosso gli slanci di gioia dei bambini quando il primo giorno di scuola hanno re-incontrato le loro “maestre”, la loro voglia di correre loro incontro, di abbracciarle. E in questo c’è tutta la differenza rispetto a quanto abbiamo vissuto nel periodo del lockdown. C’è una frase che, nella sua “durezza” che toglie il fiato, sintetizza quel periodo: “Noi che cantavamo dai balconi e contavamo i morti”. E’ indubbio che questa pandemia è stata per molti anche l’esperienza del dolore per la perdita delle persone care e che c’è la paura che tutto questo ritorni. Ma anche allora “cantavamo dai balconi”, ci dicevamo: ce la faremo anche se ci parlavamo da lontano: dai balconi o attraverso una videochiamata con whatsapp. Continuavamo a sperare. E adesso questa speranza si è concretizzata. Possiamo tornare a scuola, ritrovare i nostri ritmi quotidiani. Certo tante cose sono cambiate. Non ci si può abbracciare, stringere la mano. Ci si può salutare toccandosi con i gomiti. Che a questo punto non è certo dare una gomitata, ma un modo per essere in contatto anche fisico che ha la forma, con un gioco di parole, del CONTATTO. Un contatto fatto con tatto, senza violare le regole del distanziamento ma senza, per questo, rinunciare alla prossimità!                                                                                Dott. Luigi Pala, psicologo

Le scuole: la vita che riprende

Perdono d'Assisi

 

Da mezzogiorno del 1 agosto a tutto il giorno successivo i fedeli possono lucrare l’indulgenza della Porziuncola visitando una Chiesa parrocchiale o una Chiesa francescana e recitando il “Padre Nostro” e il “Credo”.   È richiesta la confessione (anche nei giorni precedenti o successivi), la Comunione e la preghiera secondo le intenzioni del Papa. TURNI E ORARI CONFESSIONI: Avigno 16.30 don Francesco Lissago 17.00 don Felice Bobbiate 16.30 don Giampietro Masnago 16.30 don Matteo Capolago 17.00 don Nicola Velate 16.30 don Adriano STORIA E SIGNIFICATO DEL PERDONO DI ASSISI: Le fonti narrano che una notte dell’anno 1216, san Francesco è immerso nella preghiera presso la Porziuncola, quando improvvisamente dilaga nella chiesina una vivissima luce ed egli vede sopra l’altare il Cristo e la sua Madre Santissima, circondati da una moltitudine di Angeli. Essi gli chiedono allora che cosa desideri per la salvezza delle anime. La risposta di Francesco è immediata: “Ti prego che tutti coloro che, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, ottengano ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”. “Quello che tu chiedi, o frate Francesco, è grande - gli dice il Signore -, ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio vicario in terra, da parte mia, questa indulgenza”. Francesco si presenta subito al pontefice Onorio III che lo ascolta con attenzione e dà la sua approvazione. Alla domanda: “Francesco, per quanti anni vuoi questa indulgenza?”, il santo risponde: “Padre Santo, non domando anni, ma anime”. E felice, il 2 agosto 1216, insieme ai Vescovi dell’Umbria, annuncia al popolo convenuto alla Porziuncola: “Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!”. COS'È L'INDULGENZA: Dal Codice di Diritto Canonico, cann. 992-4: L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della chiesa, la quale, come ministra della redenzione, dispensa ed applica autoritativamente il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei Santi. L’indulgenza è parziale o plenaria secondo che libera in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati. Ogni fedele può lucrare per se stesso o applicare ai defunti a modo di suffragio indulgenze sia parziali sia plenarie. Dal Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1472-3: Per comprendere questa dottrina e questa pratica della Chiesa bisogna tener presente che il peccato ha una duplice conseguenza. Il peccato grave ci priva della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di conseguire la vita eterna, la cui privazione è chiamata la “pena eterna” del peccato. D’altra parte, ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purificazione, sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato Purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta “pena temporale” del peccato. Queste due pene non devono essere concepite come una specie di vendetta, che Dio infligge dall’esterno, bensì come derivanti dalla natura stessa del peccato. Una conversione, che procede da una fervente carità, può arrivare alla totale purificazione del peccatore, così che non sussista più alcuna pena [Cfr. Concilio di Trento: DS 1712-1713; 1820]. Il perdono del peccato e la restaurazione della comunione con Dio comportano la remissione delle pene eterne del peccato. Rimangono, tuttavia, le pene temporali del peccato. Il cristiano deve sforzarsi, sopportando pazientemente le sofferenze e le prove di ogni genere e, venuto il giorno, affrontando serenamente la morte, di accettare come una grazia queste pene temporali del peccato; deve impegnarsi, attraverso le opere di misericordia e di carità, come pure mediante la preghiera e le varie pratiche di penitenza, a spogliarsi completamente dell’“uomo vecchio” e a rivestire “l’uomo nuovo” [Cfr. Ef 4,24]. La distinzione tra pena temporale e colpa preserva e ci permette di tenere insieme: la trascendenza di Dio e l’eccedenza della Sua misericordia; l’autentica libertà dell’uomo (quindi la dignità conferitagli dal Creatore e la conseguente capacità di compiere sempre scelte libere e responsabili); la storicità ed il valore temporale degli atti compiuti, con le relative conseguenze ed il dovere della riparazione; la chiamata a partecipare all’Opera Redentiva di Cristo, per sé e per i fratelli.

Perdono d'Assisi

Un nuovo anno scolastico: la preghiera dell'Arcivescovo

«Noi contiamo su di voi perché siamo convinti che la scuola non sia anzitutto una organizzazione burocratica», «ma una comunità rassicurante per tutti, capace di contrastare le prepotenze del bullismo, lo scoraggiamento delle frustrazioni, la decadenza della pigrizia», perché testimoniate «che vale la pena diventare adulti», «perché siete una pluralità di competenze che rendono credibile che si possa diventare comunità educante e non solo liberi professionisti», perché siamo persuasi che «l’investimento irrinunciabile è sulla cultura, l’educazione, la speranza». Inizia con queste parole il videomessaggio che l’Arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, ha voluto rivolgere agli insegnanti di tutte le scuole di ogni ordine e grado a pochi giorni di una riapertura resa quest’anno più complicata dalle misure di contenimento della pandemia di Covid 19. «Ogni inizio è segnato da promesse e interrogativi, quest’anno poi in modo particolare si affollano inquietudini e incertezze. Tuttavia noi crediamo che i docenti siano capaci di vincere l’ossessione dei protocolli, l’angoscia dell’imprevedibile, la tentazione di scansare le responsabilità – continua monsignor Delpini -. Quello che importa sono i contenuti dell’insegnamento, la qualità dello stare insieme, l’attenzione ai percorsi degli studenti nella singolarità delle loro situazioni e possibilità», sottolinea l’Arcivescovo. «La comunità cristiana è alleata della scuola», dice ancora monsignor Delpini in conclusione: «In questo anno scolastico rinnoviamo il proposito e la dedizione, gli investimenti e la creatività per rendere desiderabile il futuro, accessibile il mondo del lavoro, realizzabile la vocazione di ciascuno»

Un nuovo anno scolastico: la preghiera dell'Arcivescovo

Pt. 2 «La Grazia del Signore Gesù Cristo sia con il vostro Spirito» (Fil 4,23) Lettera per il tempo dopo Pentecoste

 

Proseguiamo la pubblicazione di quella parte della Lettera Pastorale “La situazione è occasione” dell'arcivescovo Mario che introduce il tempo di Pentecoste che vivremo fino alle festa della Decollazione di Giovanni il Battista. La lettera risale a settembre 2019 quando ancora non si prevedeva quanto abbiamo attraversato in questi ultimi mesi. Leggerla ci chiederà di cogliere come declinare i principi della Pentecoste nel contesto storico, così ferito eppure così bisognoso delle medesime attenzioni, che stiamo attraversando. 2. Christus Vivit L’annuncio festoso della risurrezione del Signore è destinato a tutti i popoli e a tutte le età. Ma il sinodo dei Vescovi sulla fede e il discernimento vocazionale dei giovani e la pubblicazione dell’esortazione apostolica di papa Francesco, Christus Vivit, impegnano tutti i giovani e tutti coloro che hanno responsabilità nell’ambito della pastorale giovanile a una lettura attenta, a una verifica delle proposte pastorali tradizionali e attuali, a un rilancio della missione ai giovani. Le problematiche spesso rilevate, la constatazione dei risultati stentati raccolti da una dedizione che pure è generosa e intelligente, non devono indurre allo scoraggiamento oppure a un’impostazione selettiva ed elitaria. Piuttosto siamo chiamati ad essere sempre fiduciosi, a continuare ad annunciare il Vangelo e a chiamare a conversione. Dovremmo domandarci come sia possibile che i giovani siano missionari presso i giovani. Non mancano esperienza né riflessioni. Abbiamo però bisogno di fiducia, di gioia, di stima. Non possiamo immaginare strategie complessive né ricette risolutive. Piuttosto siamo chiamati a vivere il tempo come occasione per seminare. L’impegno per la continuità e il rinnovamento del Servizio per i giovani e l’università della diocesi di Milano è una dichiarazione dell’intenzione che la diocesi vuole continuare a investire nella cura per la fede e il discernimento pastorale dei giovani. Tutte le diocesi lombarde si impegnano per una riflessione condivisa, per individuare percorsi promettenti, per invitare forse a un incontro che celebri la gioia di essere giovani cristiani, con un vivo senso di appartenenza alla Chiesa cattolica e la consapevolezza della responsabilità per la testimonianza della fede pasquale presso i coetanei. Sarà forse possibile realizzare un evento per avviare percorsi promettenti di pastorale giovanile. 3. Oratorio 2020 La proposta di raccogliere valutazioni, promuovere riflessioni e qualificare quella struttura provvidenziale, tipica della nostra tradizione che è l’oratorio ha già compiuto molti passi e coinvolto molte persone e comunità. Le acquisizioni che si consolidano orientano a far sì che in ogni comunità pastorale e in ogni parrocchia si costituisca il consiglio dell’oratorio e si avvii la stesura del progetto educativo dell’oratorio. In ogni comunità deve crescere un senso di responsabilità per il proprio oratorio: consentirà di definire meglio il ruolo del prete e di avviare una proposta educativa e gestionale che conservi l’istituzione oratorio nella sua intenzione profonda e nella sua funzionalità attuale. Il coinvolgimento di laici che insieme con il clero si appassionino all’impresa è necessario, tanto più nella costatazione di alcuni dati evidenti. Il numero dei giovani preti si sta riducendo. Si devono interessare dei giovani non solo i preti giovani. Gli stessi preti giovani non devono dedicarsi con tale impegno agli aspetti organizzativi e gestionali dell’oratorio da non aver più né tempo né energie per curarsi di tutti i giovani, anche di quelli che non “vanno all’oratorio” e per essere coinvolti nella complessiva vita della parrocchia. 4. Sovvenire alle necessità materiali della Chiesa Paolo si commuove per la generosità dei Filippesi: hanno ricevuto l’annuncio del Vangelo e sentono doveroso aiutare economicamente Paolo perché possa dedicarsi totalmente al suo ministero. Le nostre comunità hanno una tradizione di generosità che ha sempre consentito di disporre di strutture per le attività pastorali: chiese, oratori, edifici per le scuole, per la carità, sale della comunità, case per i preti. Il clero ha sempre avuto la possibilità di dedicarsi a tempo pieno al ministero senza doversi preoccupare del proprio sostentamento. L’introduzione del sistema dell’8x1000 ha reso disponibili risorse che sono state amministrate con sapienza e lungimiranza per la carità, il culto e la pastorale e per il sostentamento del clero. Questo sistema si è rivelato provvidenziale. Ha però avuto, in qualche caso, l’effetto collaterale di delegare al sistema il compito di sovvenire alle necessità materiali della Chiesa. Si è così affievolito il senso di responsabilità dei fedeli per il sostentamento del clero e per le necessità materiali della propria comunità. Invito pertanto a far rifiorire la vostra premura nei riguardi dei preti che svolgono il ministero a servizio della comunità, a contribuire con generosità alle collette proposte per le necessità della Chiesa locale e universale. L’auspicato incremento delle offerte deducibili per il sostentamento del clero e le altre forme tradizionali di offerte per le messe e per le diverse occasioni della vita della parrocchia consentiranno di disporre di risorse maggiori per le necessità dell’aiuto ai poveri nel nostro paese e nei progetti di solidarietà con Chiese di altri paesi. Il capitolo dell’amministrazione dei beni della Chiesa, della cura per le strutture e per la loro destinazione, della gestione ordinaria e degli interventi straordinari si presenta sempre più complesso e gravoso. È un ambito in cui laici competenti, attenti alla normativa e alle finalità specifiche dei beni ecclesiastici, disponibili ad assumere responsabilità, possono offrire un aiuto determinante che sollevi il responsabile della comunità pastorale e il parroco dal dovere di investire in esso un tempo eccessivo. Desidero incoraggiare i membri del consiglio degli affari economici delle parrocchie ad affrontare la questione, ad accogliere le proposte di formazione e di aggiornamento fatte dalla diocesi. Desidero trovare un’occasione per esprimere il mio apprezzamento e le mie raccomandazioni per questo servizio alla Chiesa. Carissimi, giunga a tutti il mio saluto e la mia benedizione. Viviamo un tempo di grazia. Che la grazia porti frutto.

Pt. 2 «La Grazia del Signore Gesù Cristo sia con il vostro Spirito» (Fil 4,23) Lettera per il tempo dopo Pentecoste

La prima riunione del Consiglio Pastorale: non ancora un programma, ma un progetto

 

Domenica 6 settembre si è svolto il primo Consiglio Pastorale del nuovo anno 2020/21. A motivo della delicata e incerta situazione che tutti stiamo vivendo per la pandemia, non siamo stati in grado di stilare un programma dettagliato delle iniziative annuali, ma sono veramente grato a tutti i Consiglieri partecipanti perché, attraverso le loro considerazioni e riflessioni, hanno formulato alcuni principi base su cui impostare le iniziative che, periodo dopo periodo, decideremo di attivare. Ne è uscita una sorta di “carta comune d’intenti” che evidenzia bene i “binari” su cui indirizzarci come Comunità Pastorale. Questi “binari” possono essere raccolti attorno a 3 parole-chiave 1.        Chiesa. È risuonata forte questa parola. C’è tanta voglia di essere Chiesa così come la vuole Gesù, che deve tornare ad essere sempre nelle nostre decisioni la premessa e il contenuto di quello che facciamo. Una Chiesa che sia quella del “non fare” tanto per fare, del “non fare” a tutti i costi qualcosa tanto per dimostraci che siamo bravi, siamo capaci, siamo attivi, bensì una Chiesa che sa aiutare a ritornare a ciò che è essenziale, che veramente sostiene la vita quotidiana con le sue provocazioni. Si è avvertita una grande passione del cuore perché la Chiesa, la nostra Comunità concreta, torni ad essere tale perché al proprio interno“sente” la presenza di Gesù, superando il concetto che si è chiesa semplicemente perché ci si lavora dentro. 2.        Insieme. Abbiamo condiviso racconti di esperienze vissute in questi mesi di pandemia che hanno aperto la nostalgia in ciascuno diconoscersi, per imparare a stimarsi e aiutarsi a volersi bene. È stato edificante per me parroco prendere atto che i parrocchiani che è chiamato ad accompagnare e condurre verso il Signore hanno una profonda “sete” di comunicare amicizia e fraternità, che desiderano e chiedono di poter diventare responsabili delle nostre relazioni di comunità. Si avvertiva un profondo desiderio di “essere chiesa” non da soli, ma “in compagnia” e che vivere il Vangelo sostenendoci vicendevolmente è più efficace che non provare a viverlo da soli. Dopo tutto quello che abbiamo passato, ho avvertito la ficcante richiesta di non essere lasciati soli… attraversiamola insieme questa fase della vita! 3.        Camminare. L’ultima parola-chiave che è risuonata in tanti interventi. A questo punto non posso far altro che ringraziare il Signore per essere stato chiamato a guidare una Comunità Cristiana che non ha proprio voglia di sedersi, che non si lascia bloccare dalla paura di ciò che abbiamo attraversato, che non si accontenta di gestire l’esistente, ma chiede di essere aiutata nell’apprendere la difficile arte dell’imparare a discernere, eliminando la tentazione di tentare di tornare a come si era prima. Ho avvertito un desiderio grande di accompagnare cammini, compito che prima veniva considerato proprietà esclusiva dei preti; un desiderio grande di ascoltare e di essere ascoltati; un desiderio grande di esperienze che portino a condividere il Vangelo… Cosa aggiungere? Che il nuovo programma pastorale è ancora tutto da scrivere perché ancora dipendiamo dalle decisioni che di volta in volta verranno prese dai singoli decreti ministeriali… ma il progetto pastorale è certamente ben definito: qualunque siano le attività che verranno proposte, dovranno necessariamente 1.       evidenziare un volto ben preciso di Chiesa 2.       “costringere” a lavorare insieme e non più ciascuno per proprio conto 3.       proporre cammini che aiutino a guardare avanti  … perché tutti abbiamo voglia di vita bella (che non è esattamente una … bella vita!).                                                                                  don Giampietro

La prima riunione del Consiglio Pastorale: non ancora un programma, ma un progetto

«La Grazia del Signore Gesù Cristo sia con il vostro Spirito» (Fil 4,23) Lettera per il tempo dopo Pentecoste

 

Diamo inizio oggi alla pubblicazione continua di quella parte della Lettera Pastorale “La situazione è occasione” dell'arcivescovo Mario che introduce il tempo di Pentecoste che vivremo fino alle festa della Decollazione di Giovanni il Battista. La lettera risale a settembre 2019 quando ancora non si prevedeva quanto abbiamo attraversato in questi ultimi mesi. Leggerla ci chiederà di cogliere come declinare i principi della Pentecoste nel contesto storico, così ferito eppure così bisognoso delle medesime attenzioni, che stiamo attraversando. Carissimi, siamo un cuore solo e un’anima sola per grazia di Spirito Santo: le differenze che sono tra noi, le difficoltà di intesa e di collaborazione che talora sperimentiamo, le divergenze nella lettura della situazione del paese e anche della Chiesa non bastano a dividerci, non devono dividerci. Siamo chiamati a costruire la Chiesa dalle genti, a far sì che differenze ben più marcate contribuiscano a una sinfonia che canti le lodi del Signore! Molte difficoltà di relazione sono dovute a meschinità e miopie: avremo la grazia di superarle, se lo chiediamo con fede e consentiamo allo Spirito di Gesù di abitare in noi. Siamo i discepoli inviati come missionari per portare a tutti gli uomini, in tutte le lingue, la buona notizia della risurrezione. Le diffidenze, le timidezze, le complicazioni che incontriamo, che ci mettono in imbarazzo e mortificano il nostro desiderio di condividere la gioia pasquale potranno essere superate se accogliamo lo Spirito Santo. La grazia di Pentecoste porta frutto specialmente nella carità fraterna e nella missione. Tutte le lettere di Paolo possono ispirarci nel vivere il tempo dopo Pentecoste. Per questo ne propongo qualche frammento tratto dalla Lettera ai Filippesi. Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. (Fil 2,1-4) Ho provato grande gioia nel Signore perché finalmente avete fatto rifiorire la vostra premura nei miei riguardi: l’avevate anche prima, ma non ne avete avuto l’occasione. Non dico questo per bisogno, perché ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione. So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza. Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni. Lo sapete anche voi, Filippesi, che all’inizio della predicazione del Vangelo, quando partii dalla Macedonia, nessuna Chiesa mi aprì un conto di dare e avere, se non voi soli; e anche a Tessalònica mi avete inviato per due volte il necessario. Non è però il vostro dono che io cerco, ma il frutto che va in abbondanza sul vostro conto. Ho il necessario e anche il superfluo; sono ricolmo dei vostri doni ricevuti da Epafrodìto, che sono un piacevole profumo, un sacrificio gradito, che piace a Dio. Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù. Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen. Salutate ciascuno dei santi in Cristo Gesù. Vi salutano i fratelli che sono con me. Vi salutano tutti i santi, soprattutto quelli della casa di Cesare. La grazia del Signore Gesù Cristo sia con il vostro spirito. (Fil 4,10-23)   1. «I cieli e la terra sono pieni della sua gloria» Il dono dello Spirito consente di scrivere una “storia dopo Pentecoste”, la storia della Chiesa.È la storia della missione, quell’obbedienza al comando del Signore che il dono dello Spirito rende possibile perché insegna come annunciare e ascoltare l’annuncio pasquale in tutte le lingue, cioè in ogni tradizione culturale. È la storia vissuta nella luce dell’alleanza nuova ed eterna che il dono dello Spirito sigilla: quindi questa tribolata storia presente può diventare storia di salvezza e ogni giorno, ogni luogo può essere pieno della gloria di Dio. Infatti, la gloria di Dio è lo Spirito Santo, quel dono d’amore che rende capaci di amare. La Pentecoste ci ricorda l’effusione dello Spirito sui discepoli che si spalancano così ad una missione senza confini; preghiamo in questo tempo per ricevere i doni dello Spirito Santo. La Pentecoste ci ricorda anche il dono dei diversi carismi che arricchiscono il popolo di Dio e che il Paraclito non fa mai mancare alla Chiesa perché possa sempre rispondere con generosità in ogni tempo al compito di annunciare efficacemente il Vangelo (cfr.Lumen Gentium 12). Ognuno è chiamato a mettere i doni dello Spirito Santo a servizio della Chiesa e della sua missione. Per questo i discepoli non sono autorizzati al lamento, né alla rassegnazione, né alla nostalgia sterile, né a screditare se stessi o il tempo che vivono: i cieli e la terra sono pieni della gloria di Dio. Con quale ardire possiamo disprezzare le persone e screditare il presente come inadatto alla missione? Lo Spirito di Dio con i suoi doni ci aiuta a riconoscere che questa situazione è occasione.

«La Grazia del Signore Gesù Cristo sia con il vostro Spirito» (Fil 4,23) Lettera per il tempo dopo Pentecoste

Sempre dalla parte della vittima amando le umane diversità

 

Luigino Bruni - "Avvenire", martedì 6 Ottobre La fraternità non è una parola semplice. Perché le fraternità sono molte, e non sono tutte né buone né cristiane. Ci sono sempre state persone e comunità che in nome delle loro fraternità hanno scartato e umiliato donne e uomini che non rientravano in quella loro fraternità, che per chiamare alcuni fratelli hanno offeso e ucciso i nonfratelli. Il grande racconto di Caino ci dice che la fraternità del sangue non garantisce nessuna amicizia, e che il fratello può essere il primo assassino. Altre fraternità non hanno visto né voluto le donne, e le hanno eliminate in nome di una fraternità parziale e sbagliata. Molto raramente i fratelli hanno incluso  tutti  i fratelli, ancora più raramente le sorelle tutte. Era perciò importante che papa Francesco in  Fratelli tutti  ci dicesse subito quale fosse la  sua  fraternità. E ce lo ha detto scegliendo la parabola del Buon Samaritano come principale e in certo senso unico impianto teologico ed etico del suo discorso. E scegliendo questa parabola ha fatto una scelta di campo forte, partigiana e parziale. Ci ha voluto dire che la sua è  fraternità universale centrata sulla vittima. Ce lo ha detto fin dal suo primo viaggio, quando scendendo dalla sua Gerusalemme (Roma) scelse Lampedusa come sua Gerico. Una scelta partigiana e parziale, perché l’etica del Samaritano è certamente una base solida e inequivocabile per una civiltà della prossimità e della misericordia, ma è meno ovvia come fondamento di un’etica della fraternità, perché le manca la dimensione decisiva della reciprocità. È meno ovvio perché la fraternità non è solo contenuto dell’azione dell’individuo, non è soltanto un comando rivolto a ciascuno di noi preso isolatamente; la fraternità è anche, e forse soprattutto, un comando che ci viene rivolto in quanto comunità, chiesa, società, umanità, un verbo coniugato alla forma plurale: 'amatevi gli uni gli altri...'. La parabola del samaritano non parla di fratelli di sangue (né prodighi né maggiori), né è direttamente interessata a qualche forma di azione reciproca: c’è una vittima, ci sono due individui separati che passano oltre, e c’è un terzo, il samaritano, che si china e si prende cura di quella vittima. Tra i vari protagonisti non scatta una qualche forma di interazione reciproca – se si eccettua, paradossalmente, quella finale tra il samaritano e l’albergatore. Perché allora il Papa la sceglie come pietra angolare del suo discorso sulla fraternità, dandole una centralità tale da trascurare altri fondamentali passi biblici sulla fraternità nell’Antico e Nuovo Testamento? Dove si trova la 'perla' di quel racconto di Luca, così preziosa da vendere ogni altro tesoro pur di comprare il campo che la contiene? Fratelli tutti  ce lo dice molto chiaramente: la scelta della parabola del Buon Samaritano è essenziale per annunciare oggi una fraternità incentrata sul  contrasto tra prossimità e vicinanza,  che da chiave di lettura della parabola di Luca diventa la chiave di lettura dell’intera terza Lettera enciclica di papa Francesco. A chinarsi e a soccorrere l’uomo mezzo morto imbattutosi nei briganti non furono i due passanti che erano quelli oggettivamente  più vicini  alla vittima – il levita ed il sacerdote erano, come la vittima, giudei, e per di più addetti alla cura in quella società, essendo funzionari del tempio. Erano i più vicini, ma non diventano prossimi. Chi si chinò sulla vittima fu invece il più lontano, da ogni punto di vista (religioso, etnico, geografico, e forse, solo lui, passava anche sul lato opposto della strada). Divenne prossimo colui che aveva  meno ragioni di vicinanza, e per di più appartenente a un popolo 'scomunicato'. Diventa prossimo perché decide di diventarlo, perché, durante un suo viaggio, si imbatte in un evento inatteso, vi riconosce una vittima e sceglie la prossimità. Fratelli di sangue si nasce, prossimi e fratelli nello spirito si diventa scegliendo di diventarlo, oltre ogni ragionamento sui legami di vicinanza. Scrive Francesco: «Questa parabola è un’icona illuminante, capace di mettere in evidenza l’opzione di fondo che abbiamo bisogno di compiere per ricostruire questo mondo che ci dà pena. Davanti a tanto dolore, a tante ferite, l’unica via di uscita è essere come il buon samaritano. Ogni altra scelta conduce o dalla parte dei briganti oppure da quella di coloro che passano accanto senza avere compassione del dolore dell’uomo ferito lungo la strada. ... Non c’è più distinzione tra abitante della Giudea e abitante della Samaria, non c’è sacerdote né commerciante; semplicemente ci sono due tipi di persone: quelle che si fanno carico del dolore e quelle che passano a distanza; quelle che si chinano riconoscendo l’uomo caduto e quelle che distolgono lo sguardo e affrettano il passo » (Ft 67 e 70). Ecco il suo grande messaggio, la perla preziosa, la pietra angolare della sua fraternità: Il prossimo, il fratello e la sorella del Vangelo non sono il vicino. La fraternità di Francesco, che nasce dalla prossimità del Vangelo, si differenzia e si allontana così da tutte le altre fraternità che la storia ha conosciuto e conosce. Allora questi fratelli (e sorelle) non sono i connazionali, non sono quelli che fanno parte della mia stessa comunità, non sono i simili. Non è la fraternità dei tanti 'comunitarismi' e dei tanti 'noi' che oggi stanno fortemente occupando la scena dei popoli e della Chiesa. Non è la fraternità dei vicini, è la fraternità dei lontani. Non è la fraternità degli uguali, è la fraternità dei diversi, non è la fraternità semplice, è la fraternità improbabile: «I gruppi chiusi e le coppie autoreferenziali, che si costituiscono come un 'noi' contrapposto al mondo intero, di solito sono forme idealizzate di egoismo» (89). Questa, invece, è la fraternità di Francesco: finora ce lo aveva detto con mille gesti e tante parole, ora le parole le ha riunite in una lettera al mondo intero. 

Sempre dalla parte della vittima amando le umane diversità

La mancanza: il saluto di Don Nicola

 

Appena arrivato a Varese, Nicolò e Luca (inviati speciali per conto della redazione del fù-Agorà) intervistandomi mi chiesero cosa mi aspettassi da questa nuova esperienza pastorale. Risposi che non avevo delle particolari aspettative, mi sarei messo in ascolto di Dio e avrei fatto il possibile per non intralciare il lavoro che Lui stava già facendo, accompagnando e favorendo un incontro con Lui. È andata così? L'opera di Dio la si riconoscerà come in trasparenza guardando, con una sempre maggior distanza, alcuni iniziali segni che posso avere il sapore dei frutti. Quindi sarà il tempo a dirlo. Intanto io porto a casa una significativa esperienza di comunione (che ho già descritta su queste pagine lo scorso giugno), diverse relazioni di stima e amicizia e un'accresciuta maturità umana e pastorale offertami dal complesso contesto delle nostre otto parrocchie e delle sue molteplici iniziative. E anche molto altro di diversa rilevanza. Mi porto via un ulteriore dono, che vorrei accoglieste anche voi come uno dei più preziosi che ci fa il Signore. La mancanza.Ma non tanto la mancanza di qualcuno o qualcosa: un prete, delle amicizie, delle abitudini o altre particolari responsabilità che nuovi contesti non ripropongono. No. La mancanza in quanto tale. Quella che non devo colmare con la nostalgia, il rimpianto o le corse compulsive a visitare qualcuno o a cercare una relazione ?perduta?. Perchè ogni mancanza, in fondo, è mancanza di Dio. E solo se la si accetta come incolmabile e si è man mano capaci di non riempirla con qualsiasi cosa che sia umana o terrena (anche la più significativa relazione), allora sarà colmata da Dio. L'unico che ne ha vera capacità. E' come un posto vuoto, dentro di noi, che possiamo scegliere di tenere appositamente libero; perchè aspettiamo Qualcuno.Non ci è subito chiaro chi sia. E i molteplici desideri della nostra vita lo contengono sempre, anche se in maniera talora molto spuria. Ma solo la capacità di non soddisfare ogni desiderio (a maggior ragione se scade in una banale ?voglia?) permette di farne emergere la più profonda aspirazione. Allora sarà più chiaro chi è questo Qualcuno, che avete lungamente e meritatamente atteso. Rimanere ?vuoti? perchè l'attesa sia colmata da qualcun'Altro ha quindi una prima forma per entrambi: per me e per voi. Quale vostro dono mi accompagnerà lasciando Varese? Che non riempia ma permetta ad entrambi di rimanere un po' ?vuoti??Necessità materiali non ne ho; qualche futilità sì...ma le futilità ritengo sia bene le misuri da me col mio portafoglio. Converrete che non è tempo di spese futili. Ecco allora che se qualcuno ha piacere di lasciarmi un segno di comunione e riconoscenza ne offro due modalità: 1. la prima: un album di foto; di ciascuna parrocchia, di ciascun gruppo di lavoro...raccolte come preferite. Le custodirò ricordandomi di voi nel pensiero e nella preghiera.2. La seconda: un aiuto economico nel redistribuire ricchezze da Varese verso altre destinazioni dove vivono persone più bisognose. Per questo indico tre iban: i primi due con reali necessità materiali e il terzo giusto per conoscenza e per il valore educativo che ha e che mi pare importante si possa pian piano cogliere sempre più. Eccoli:Caritas della Parrocchia San Giovanni Crisostomo, via Cambini 10 Milano: IBAN: IT19F0311101637000000010285 ? causale: "donazione liberale per famiglie povere"Caritas Ambrosiana Onlus - Donazione detraibile/deducibile. IBAN: IT17Y0521601631000000000578 ? causale: "fondo San Giuseppe" Entrambe queste destinazioni andranno per situazioni di famiglie che stanno vivendo gravi disagi a causa della pandemia ancora in corso.   ? Con la terza si gioca in casa. Le nostre ci paiono sempre necessità, ma rispetto ad altre sono irrisorie. Pertanto mi preme solo ricordare ancora l'alto valore educativo che ha per una comunità investire nelle risorse educative per le giovani generazioni. Il sostegno che è importante continuare a dare (in termini economici, ma soprattutto di tempo e risorse umane) è per le iniziative educative della nostra comunità pastorale tramite la raccolta fondi Insieme Ingioco. L'iban non sto ad indicarlo, lo si trova comodamente sul sito della CP. Qualcuno di voi mi ha già fatto avere un presente: se era denaro, dopo avervi ricordato in una messa, è stato destinato ad una delle necessità di cui sopra. Se era un dono concreto vi suggerirei (per onestà nei confronti dei poveri) di poter devolvere, almeno la stessa cifra della spesa per il mio regalo, per loro. Non sia mai che vi assumiate la responsabilità di aver donato ad un ricco avendo dimenticato i poveri! E vi aspetto poi domenica 20 settembre a Bobbiate per un ultimo saluto! Vi chiedo anche di pregare con me e la mia nuova comunità domenica 27 settembre, giorno in cui farò l'ingresso formale. Purtroppo non potrò ospitarvi per via dell'esiguo numero di posti in chiesa che attualmente non permette nemmeno a tutti i parrocchiani di partecipare. Troveremo certamente un'occasione successiva per ricevere la vostra visita in quel di Dumenza.Grazie ancora e buon cammino!                                                                                     Don Nicola

La mancanza: il saluto di Don Nicola

Il ritorno alla Messa con i fedeli … una ripresa per "cuori forti"

 L’abbiamo attesa per tanto tempo… finalmente è arrivata la notizia sperata: con lunedì 18 maggio potremo tornare a celebrare la S. Messa con la presenza dei fedeli. Al riguardo sono già state dette tante cose, scritte tante parole… che ora non ho nessuna intenzione di ripetere. Lasciatemi solo aggiungere: vi stiamo aspettando perché siamo molto felici di potervi incontrare di nuovo! Noi sacerdoti e suore della Comunità Pastorale avvertiamo una sorta di liberazione: ciò che abbiamo di più caro, la Comunione con il nostro Signore Gesù Cristo, possiamo finalmente tornare a condividerla con tutti voi. Lo sappiamo bene: ci saranno limitazioni di spazi, di procedure, accorgimenti particolari da attivare… tutto vero! Ma lasciateci gioire per il traguardo raggiunto e la possibilità che ci viene nuovamente offerta: nessuna limitazione – pur doverosa – riuscirà a toglierci la gioia di poter ripartire. Inizieremo con le messe feriali secondo il calendario e gli orari che già conoscete e che finalmente potete ritrovare nuovamente sull’ultima pagina del foglio “In cammino”… e queste messe feriali ci permetteranno di fare “le prove generali” per riaprire le porte in maniera ufficiale sabato 23 e domenica 24 maggio. Le avvertenze le conosciamo bene, e comunque le troveremo all’ingresso di ogni chiesa accompagnate anche dai volontari che ogni comunità parrocchiale farà trovare in loco. Ritorneremo anche ad offrire, con sabato 23, la disponibilità per le confessioni individuali; non nei confessionali perché non idonei a garantire la necessaria distanza di sicurezza, ma nei luoghi più ampi che in ogni chiesa vedrete segnalati… Al riguardo, ognuno … “inizi a preparare la lista dei peccati arretrati che in tutti questi mesi si sono accumulati”… permettiamoci anche una piccola battuta... Sguardo in avanti Sarebbe molto deprimente se il nostro nuovo inizio fosse all’insegna del: “però non possiamo abbracciarci, non possiamo fermarci sul sagrato a chiacchierare, dobbiamo stare attenti alle distanze…” Sguardo in avanti: non si piange su “come era prima” ma si guarda al modo di ritornare ad essere Chiesa fraterna oggi. Sappiamo bene che dovremo convivere parecchio tempo con questa situazione, che la paura sarà sempre all’erta, che il “rischio zero” non sarà mai garantito… ritorniamo a vivere! Abbiamo messo a fuoco nuovi obiettivi e verso quelli profonderemo i nostri sforzi e i nostri entusiasmi. Sabato 23 e domenica 24 vorrei vedere entusiasmo negli occhi di tutti e quasi anche un pizzico di emozione. Le nostre bocche saranno nascoste dalla mascherina (obbligatoria mi raccomando!), ma i nostri occhi saranno liberi di sprigionare vita nuova… usiamoli per guardare avanti, non per piangere su ciò che non potrà tornare ad essere come prima. Linguaggio comune Finora abbiamo lasciato parlare gli altri: governati, virologi, medici, sociologi… ora ritorniamo a parlare noi con il linguaggio che ci è stato sequestrato in questi mesi, quello della preghiera comunitaria! Lo faremo senza più avere lo schermo di un pc o di un cellulare come interposta persona, lo faremo con la nostra voce, ma soprattutto con il nostro cuore che si sprigionerà nella preghiera. Sarà bellissimo sentirci recitare insieme il “Padre Nostro”, il “Gloria”, “l’Ascoltaci Signore”. Abbiamo un linguaggio che ci accomuna, quello della preghiera e finalmente potremo ritornare ad usarlo insieme per esprimere il nostro essere famiglia. Cuore grande È quello che ci occorre per essere ottimisti, semplicemente perché non si vede l’ora di poter ritornare. Un cuore grande per stimarci e apprezzarci oltre gli impedimenti che dovremo comunque osservare, anzi, forse proprio a motivo degli impedimenti che ci limiteranno. Un cuore grande per amare la nostra Chiesa e contribuire a renderla sempre più “casa nostra”, con la personalizzazione di ricchezza umana e spirituale che ciascuno potrà fornire. Non vi ho detto niente di particolarmente nuovo, ma vi ho comunicato ciò che più sentivo caro nel cuore… sì perché sono convinto che la ripartenza della vita liturgica, sacramentale, spirituale, affettiva… insieme a tutti le attenzioni che siamo chiamati ad osservare, sia prima di tutto … una questione di cuore! In attesa di incontrarci don Giampietro

Il ritorno alla Messa con i fedeli … una ripresa per "cuori forti"