Con Maria è giovane: vive a Nazareth; riceve la visita improvvisa e inaspettata dall’angelo Gabriele. Le dice: “Sii contenta, Maria; il Signore ti vuole bene”.Nove mesi dopo, Maria è ormai vicina al momento in cui partorirà il figlio. Era gioiosa; aveva preparato bene la sua casa a Nazareth; ... ma deve, per il censimento imposto dall’imperatore Cesare Augusto, andare a Betlemme; per circa 100 km, in groppa a un asino... Si affida a Giuseppe; prega il Signore. È comunque serena. Gesù nasce in una grotta, nella più assoluta povertà. Maria pensava: “Com’era bella e accogliente la mia casa a Nazareth”. Ma è felice quando dà alla luce Gesù. Ci sono gli angeli che cantano: “Gloria nel cielo e pace sulla terra agli uomini amati dal Signore”. Ci sono i pastori che guardano Gesù con stupore e con gioia e annunziano la sua nascita a tutte le persone che incontrano.Arrivano i Magi, uomini sapienti, da lontano; portano dei doni importanti e preziosi; tutti gioiscono. Arriva il Santo Natale anche per noi; e Gesù Bambino ci dice: “Siate allegri; io vi sono vicino; cammino accanto a voi e vi indico la strada giusta da percorrere: quella del volerci bene, dello stimarsi a vicenda, dell’evitare ogni atteggiamento di prepotenza e di cattiveria. Siate contenti perché cercate di voler bene a tutti.”. L’importante è comunque muoversi; per incontrare Gesù vale la pena di lasciare consuetudini e sicurezza. Se invece di un Dio forte e rassicurante, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, in una accoglienza segnata dalla miseria, non ci deve venire il dubbio di aver sbagliato il percorso. Da quella notte le fasce della debolezza e la mangiatoia della povertà sono divenuti i simboli nuovi della grandezza del Signore. Da quel Natale il volto spaurito degli oppressi, le membra affaticate dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l’amarezza di tante donne e di tanti uomini sulla terra sono diventati un luogo privilegiato dove Lui continua a donare la sua presenza. A noi il compito di cercare cordialmente il Signore Gesù nella nostra società. E saremo felici se sapremo riconoscere il tempo della sua visita. Riprendiamo il cammino, forse un po' affannato, senza paura. Il Natale di quest’anno vuole farci trovare nuovamente Gesù e, con Lui, la gioia di vivere, il gusto dell’essenziale, il sapore delle cose semplici, il piacere della collaborazione, lo stupore della libertà che permea il nostro vissuto, la tenerezza della preghiera. Allora, finalmente, non solo il cielo dei nostri presepi, ma anche i nostri sguardi verso il futuro saranno liberi dallo smog, privi di segnali di distruzione; saremo, invece, illuminati dalle stelle; dal nostro cuore, non più reso duro dalle delusioni, strariperà la speranza. “Qualcosa di misterioso, in questo universo, è complice di coloro che amano soltanto il bene” S. Weil. Un sereno Natale a tutti, Don Peppino
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«Con gentilezza» e «seminando fiducia» è possibile uscire «da questi tempi travagliati a causa della pandemia e di tutti gli altri drammi». Perché, ha detto l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, nella Basilica di Sant’Ambrogio nel tradizionale “Discorso alla città e alla diocesi” citando il poeta Franco Arminio, «abbiamo bisogno di contadini, di poeti, di gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’inno alla crescita ci vorrebbe l’inno all’attenzione». Attenzione, ha spiegato ancora il presule, «a chi cade, al sole che nasce e che muore, ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza» e appunto «alla gentilezza». «Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti parlando della “rivoluzione della gentilezza” ci ha invitato a recuperarla con molta determinazione», ha detto con forza l’arcivescovo chiedendo poi «l’intercessione di sant’Ambrogio nostro patrono (della città di Milano, ndr) per imparare a praticare le virtù del buon governo e lo stile della gentilezza». Ma in questi tempi di resistenza, di insidie, dove - ha affermato ancora Delpini - «nella nostra società sono presenti persone e organizzazioni che disprezzano la vita umana, cercano in ogni modo il potere e il denaro», come si fa a praticare la virtù del buon governo e lo stile della gentilezza? Diventando, è la risposta del presule, «artigiani del bene comune». Perché «questi resistono nella fatica quotidiana, nelle prove della salute e del lavoro, nelle complicazioni della burocrazia», in una società in cui per Delpini «c’è chi si approfitta dei deboli, che fa soldi sulla rovina degli altri, distruggendo famiglie e aziende con l’usura, che induce alla resa prima della lotta e alla rassegnazione invece che alla reazione onesta». «La nostra società ha bisogno di abitare i territori dell’umano, ha bisogno di presidiare le relazioni interpersonali, a fronte di una deriva delle stesse nelle interminabili connessioni virtuali (relazioni tascabili e liquide), di lasciarsi interpellare dagli ultimi della fila, dai vuoti a perdere, dalle vite da scarto», ha detto ancora il presule. Non bisogna quindi lasciar spazio alla sfiducia ma i milanesi devono riscoprire «fierezza» e «riconoscenza». «Lo scandalo della violenza, in particolare alle donne impone una reazione», così come va promossa nuovamente la «partecipazione» dei cittadini alla vita politica: «La scarsa affluenza al voto nelle elezioni amministrative è un segnale allarmante», ha ammonito ancora Delpini. Anche per questo famiglia, giovani e ambiente devono ritornare ad essere priorità. «La Settimana sociale dei cattolici che si è svolta a Taranto in ottobre, "Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. #tuttoèconnesso", ha messo in evidenza la tensione tra la difesa dei posti di lavoro e delle attività produttive e la salvaguardia dell’ambiente – ha spiegato Delpini –. La nostraterra è in grado di mostrare come i due beni da custodire e promuovere si possano conciliare» ma «i temi sono spesso affrontati con toni aspri e rivendicativi. La gentilezza fa immaginare percorsi più concordi, rispettosi, costruttivi. La gentilezza è il motore delle comunità “Laudato sì” che in modo spontaneo ed efficace nascono nella nostra diocesi». «Il pericolo di una “catastrofe educativa”, come si esprime papa Francesco, in questo tempo tribolato mi fa pensare», ha affermato ancora Delpini. «Nelle scuole – ha aggiunto – è necessario che le famiglie e le istituzioni siano alleate per contrastare le forze che insidiano e rovinano i giovani con le sostanze che creano dipendenza, con la pornografia, con la tolleranza per forme di bullismo, di abusi, di trasgressione del convivere». È quindi essenziale, è stata la sintesi dell’arcivescovo, «quella gentilezza della conversazione che trasmette la persuasione che la vita è una vocazione, non un enigma incomprensibile, che il futuro è promessa e responsabilità, non una minaccia, che ciascuno, così com’è, è adatto alla vita, è all’altezza delle sfide, è degno di essere amato e capace di amare. Bisogna offrire ai giovani buone ragioni per diventare adulti». «Noi, però, celebriamo sant’Ambrogio come patrono e dichiariamo che fa parte della nostra identità ambrosiana il trovarsi a proprio agio nella storia», ha detto ancora l’arcivescovo individuando poi nella famiglia e nella sua promozione quella costante che caratterizza da sempre la vita e la crescita dell’umanità. «La famiglia è principio generativo della società – ha concluso Delpini –. L’alleanza nella famiglia tra l’uomo e la donna, nella stima e nella gentilezza reciproche, è una promessa di bene per i figli. La crisi demografica che minaccia di condannare all’estinzione la nostra popolazione non si risolve solo con l’investimento di risorse materiali in incentivi e forme di assistenza, ma certo se gli investimenti e i provvedimenti, la legislazione e le delibere sono orientati a favorire chi preferisce non farsi una famiglia, non avere figli, chi vorrebbe formarsi una famiglia e avere figli si sentirà più solo. È necessaria però una mentalità nuova, una proposta di ideali di vita che sia offerta con la gentilezza della testimonianza, con l’argomento persuasivo della gioia di famiglie che donino con i figli e le figlie un futuro alla città. Le famiglie chiedono che nelle istituzioni si riconosca il volto gentile dell’alleanza piuttosto che la complicazione e la freddezza della burocrazia». Tratto da Avvenire del 7 dicembre cc: Davide Re
I defunti Vi siete mai domandati come si passa il tempo in paradiso? Dovremmo, innanzitutto, dire che in paradiso non c'è più il tempo ma l'eternità, il non-tempo, perché partecipi della vita di Dio. Ma tutto questo che cosa ci rivela? Alla curiosità circa questa verità della fede, a volte rispondono le nostre preghiere; per esempio, nell' "eterno riposo" noi parliamo di una condizione di quiete per i nostri defunti, come se essi stessero in una condizione di assoluta immobilità, a riposarsi su una nuvoletta delle fatiche e delle durezze avute in questa vita. Ma se ascoltiamo il libro della Sapienza ci viene incontro l'immagine di "scintille che scorrono qua e là" nel fuoco delle stoppie ad indicare una vivacità e una effervescenza di vita che contrastano con il riposo eterno. Quale attività, dunque, per i nostri morti? La fede ci dice che essi sono ben vivi in Dio, perché il Signore ha scritto il loro nome nel libro della vita. "Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta ma trasformata". E anche le nostre attenzioni al luogo del loro riposo testimonia la stessa cosa, altrimenti sarebbe inutile la cura che abbiamo delle loro tombe e la visita che facciamo ai cimiteri. Pregando per loro e visitando le loro sepolture noi affermiamo la fede nella loro esistenza che continua dopo la morte. Siamo certi che possiamo raggiungerli ancora con le nostre intercessioni e che anche essi possono fare qualche cosa per noi. Non sono assenti dalla nostra vita e non solo per il ricordo che ne abbiamo, ma perché sappiamo che possono intercedere per noi presso Dio. Non pensiamoli perciò distesi su una nuvoletta loro assegnata dal Signore ad oziare e riposarsi nella inattività, ma in continua connessione con noi, testimoni di una vita che deve essere vissuta nella comunione di fede, sulla scorta dell'esempio che ci hanno lasciato nel perseguire il bene e nella obbedienza alla legge del Signore. E smettiamo di essere inconsolabili per la loro dipartita da noi, come certe vedove che continuamente piangono la loro perdita; forse piangono per se stesse, dimenticando che i nostri cari li abbiamo "depositati" fra le braccia amorevoli di Dio: "Nelle tue mani depongo il mio spirito" diceva il Signore Gesù nel momento della sua morte. I santi Anch'essi sono attivi nella eternità del cielo, non come spesso li immaginiamo: non sono là con la mano a padiglione dietro l'orecchio come se fosse solo per ascoltare le nostre suppliche al fine di ottenere una grazia che ci sta a cuore. Anche questo è loro compito e facciamo bene a chiedere quanto ci sembra utile per la nostra vita; ma dovremmo chiedere la loro intercessione per comprendere la volontà di Dio su di noi. Dovremmo guardare a loro come l'esempio di come si possa incarnare il Vangelo dentro ai nostri giorni e alle nostre scelte. Se conoscessimo un po' delle loro vite ci accorgeremmo che ognuno di essi ha messo in luce una particolare caratteristica di Gesù: chi la mitezza, chi la mansuetudine, la capacità di perdono, la tolleranza, la carità, la devozione al compito che il Padre gli ha affidato, la determinazione nell'annunciare il Regno di Dio anche a costo delle propria vita. Questo dobbiamo chiedere: essere una nuova riproposizione dello splendore di Cristo e della sua umanità. Pregare i Santi non deve essere il lavoro di chi cerca di "scroccare" qualche cosa da loro ma di chi chiede loro di essere un vero discepolo di Cristo. Essi sono come un nuovo Vangelo scritto lungo la storia della Chiesa, lungo i secoli, perché la figura e il messaggio lasciatoci da Cristo sia sempre attuale per noi. Così sono vivi in noi i nostri defunti e i santi che veneriamo! Don Felice
Un atteggiamento da testimoniare, celebrare, condividere e declinare nella vita sociale, sulla scia della «profezia» rappresentata dalla Chiesa dalle genti. di Pino NARDI «Gesù indica nella gioia lo scopo della sua rivelazione». Monsignor Delpini scrive chiaramente quale stile di comunità ecclesiale propone: una Chiesa lieta. La gioia cristiana «La gioia cristiana, per quello che se ne può dire, coinvolge tutta la persona e tutte le esperienze. La sua espressione è la festa che ne fa esperienza comunitaria». Ma precisa anche cosa intende: «È riduttivo, infatti, descrivere la gioia come un sentimento che nasce da una situazione favorevole, come un’esperienza piacevole, come soddisfazione di un desiderio, come realizzazione di un’aspettativa, per quanto tutto possa essere compreso in quella gioia che viene dalla vita di Dio, creatore di ogni cosa buona». Una gioia che va condivisa. «È riduttivo definire la gioia come esperienza individuale. Pertanto la festa è l’espressione comunitaria della gioia condivisa tra le persone. L’arte di fare festa richiede un’esperienza spirituale intensa, un’appartenenza culturale per animare linguaggi, musiche, segni che esprimano la gioia e la rendano evento del villaggio, fecondità nella trasmissione del patrimonio alle giovani generazioni e insieme protagonismo dei bambini nel contagiare adulti e anziani». Anche da questo punto di vista è profetica la prospettiva della Chiesa dalle genti. Scrive infatti l’Arcivescovo: «Nella Chiesa dalle genti le tradizioni culturali diverse sono chiamate a contribuire alla festa di tutti non solo con rappresentazioni folkloristiche, ma con la sinfonia dei linguaggi e la sincerità della reciproca fraterna accoglienza». No a celebrazioni tristi «La festa cristiana – continua monsignor Delpini – ha il suo fondamento nella celebrazione. È quindi necessario che, attraverso la cura delle celebrazioni, si creino le condizioni perché si esprima la gioia frutto dello Spirito. Le celebrazioni tristi, grigie, noiose sono forse il segno di comunità tristi, grigie, noiose: è come se lo Spirito fosse trattenuto, come se il “roveto ardente” fosse solo una fotografia». La gioia e il travaglio Come rapportarsi alla sofferenza degli uomini? C’è contraddizione con la gioia cristiana? «I discepoli di Gesù, destinatari della rivelazione che genera la gioia piena, partecipano delle vicende talora serene, spesso drammatiche e tragiche della storia umana, piangono con chi piange, soffrono con chi soffre. Che sarà della loro gioia? Sarà messa da parte in attesa del paradiso? Il soffrire genera tristezza e smentisce la dichiarazione di Gesù? C’è qualche cosa di misterioso nella paradossale gioia dei martiri e dei santi che sanno sorridere e cantare anche quando sono perseguitati e maltrattati, disprezzati e insultati, provati in mille modi dalle fatiche e dalle ostilità che incontrano nella loro stessa casa e comunità». Declinazione sociale della gioia cristiana Riferendosi ai 50 anni della Caritas, l’Arcivescovo non manca di sottolineare le modalità di una “traduzione” sociale della gioia cristiana. «Essere all’altezza dell’intuizione di san Paolo VI non significa aumentare la quantità delle azioni e delle opere che le nostre Caritas fanno (e di cui siamo riconoscenti, come abbiamo potuto constatare durante la pandemia), quanto piuttosto intensificare il loro compito pedagogico e culturale, perché possano proprio con il loro genuino e specifico tratto cristiano contribuire in modo attivo a quella transizione ecologica che il mondo invoca senza riuscire ad accendere. Si tratta in altre parole di vivere una declinazione sociale della gioia cristiana che permetta a tutti, cristiani e non, di riconoscere come la fede nel Dio di Gesù Cristo è capace di generare forme di trasfigurazione del mondo, dei suoi legami, delle sue attività, dei suoi modi di produzione, dei suoi riti e dei suoi ritmi di lavoro e di festa». «La gioia cristiana – conclude l’Arcivescovo – non è un’emozione ma più profondamente un habitus che dona energie spendibili nella vita di ogni giorno, a livello individuale, familiare e sociale, e che trascina tutti noi nel processo di rigenerazione della storia e del cosmo (vero motore di ecologia integrale) che è la risurrezione di Gesù Cristo. La gioia cristiana è strumento per la trasformazione del mondo e la conversione dei cuori».
Prendo lo spunto per questa riflessione sull’Avvento dai “Discorsi” profondi di un santo, abate e dottore della Chiesa: “Noi conosciamo tre venute del Signore: presso gli uomini, negli uomini, a giudizio degli uomini. Egli viene presso tutti indistintamente, ma non ugualmente in tutti e nel giudizio di tutti. Il primo e il terzo avvento sono noti, in quanto manifesti; il secondo, invece, è spirituale e nascosto” (San Bernardo). Il primo Avvento: “presso gli uomini” Nel Credo diciamo: “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo”. È il mistero del Natale di Gesù, che sceglie con umiltà il luogo della sua nascita e, soprattutto, sceglie, grazie al “sì” della giovane donna Maria, di essere concepito per opera dello Spirito Santo e di nascere da un grembo umano: “Così, colui che aveva creato l’uomo a propria immagine e somiglianza, diventato uomo, si fece riconoscere dagli uomini” (San Bernardo). Il primo Avvento ci invita a entrare con semplicità nel mistero del Natale per celebrare la memoria della sua nascita al mondo. Gesù ci raccomanda l’umiltà, che nella sua vita è diventata realtà viva da Betlemme a Gerusalemme: umile Bambino con i pastori alla Grotta, umile Redentore con il ladrone al Calvario, umile Risorto con le donne al Giardino. La cifra sintetica dell’esistenza di Gesù è l’umiltà: da ricco si è fatto povero, da Dio è diventato anche uomo umiliando se stesso fino alla morte di croce. La scelta di Gesù ci insegna ad essere come l’acqua “umile” cantata da San Francesco: l’acqua è umile perché scende sempre in basso, ma dove passa fa fiorire la valle e il deserto. Per questo non dovrebbe mai mancare l’acqua nei nostri presepi, perché ci ricorda l’umiltà di Gesù e la nostra di discepoli. Il secondo Avvento: “negli uomini” L’originalità del testo del santo abate la troviamo in quella che definisce la seconda venuta del Signore: “Il secondo Avvento è spirituale e nascosto e di esso il Signore medesimo dice: ‘Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo onorerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui’ (Gv 14, 23). Beato, Signore Gesù, colui presso il quale dimorerai” (San Bernardo). La parola di Gesù ci comanda di amarci a vicenda. La dimora di Dio tra gli uomini è quella dell’amore. Chi ama Gesù diventa tempio di Dio, luogo della sua presenza. E anche in noi Padre e Figlio pongono la propria dimora. Per questo è scritto: “Amatevi gli uni gli altri perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio” (1Gv 4, 7). Che bello sapere che Dio vuole mettere su casa in noi e farci diventare tempio di Dio nello Spirito (cfr Gv 14, 26). Se amiamo Gesù e osserviamo la sua parola anche il Padre ci ama: vengono a noi e dimorano in noi. Da Gesù impariamo a entrare con rispetto nella vita delle persone perché Dio abita anche in loro. Il terzo Avvento: “a giudizio degli uomini” Nella Messa diciamo di essere in attesa della venuta del Signore, il quale verrà a giudicare, alla fine, tutta l’umanità. È quello che San Bernardo chiama il terzo Avvento. Non devono spaventarci le immagini bibliche di genere letterario apocalittico, che amano esagerare e quasi intimidirci: “Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze, vi saranno fatti terrificanti nel cielo. E gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere. Le potenze dei cieli saranno sconvolte” (Lc 21, 10-11.26). Il linguaggio violento ci vuole indicare solo il desiderio di Dio di distruggere il male, che opprime gli uomini e la terra per aprirli al bene e alla sua attesa. Infatti noi non aspettiamo la distruzione di tutto, ma la venuta del Signore: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria” (Lc 21, 27). Un teologo ha attualizzato bene le immagini apocalittiche: “L’universo è fragile nella sua grande bellezza, ma “quei giorni” sono questi giorni, questo mondo si oscura con le sue trentacinque guerre in corso, la terra si spegne avvelenata, sterminate carovane umane migrano attraverso mari e deserti ... Ti sembra un mondo che affonda, che va alla deriva? Guarda meglio, guarda più a fondo: è un mondo che va alla rinascita! Gesù ama la speranza non la paura. Da una gemma imparate il futuro di Dio: che sta alla porta e bussa; viene non come un dito puntato, ma come un abbraccio. La fede ci ripete che Dio è alle porte, è vicino e viene come un abbraccio” (Ermes Ronchi). La qualità della nostra attesa del Signore Il tempo di Avvento è un invito a interrogarci sulla qualità della nostra attesa del Signore e sulle qualità della nostra vita spirituale. Allora, domandiamoci: come vanno nella nostra esistenza di battezzati: la fede, la preghiera, l’eucaristia, la riconciliazione, la parola di Dio, la carità, il servizio agli altri? Se qualche aspetto della nostra vita va rivisto affidiamoci al Vangelo perché ci indica la strada giusta, che è la nostra conversione! Dunque accorgiamoci delle tre venute del Signore e perseveriamo nel fare il bene con amore, perché nel terzo Avvento il Signore glorioso giudicherà la qualità del nostro amore: “Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore” (San Giovanni della Croce). Buon Avvento 2021. Don Francesco
Carissimi,vi ricordate lo scorso Natale? Tutti chiusi in casa (o quasi), a difendersi dalla seconda ondata della pandemia, coprifuoco alle ore 22.00... niente benedizione alle famiglie in casa vostra! Quest’anno invece, pur con tutte le dovute precauzioni e in obbedienza alle normative vigenti, in occasione del Natale noi sacerdoti e le due suore della nostra Comunità pastorale veniamo a bussare alla vostra porta per donare a tutti quelli che lo desiderano, nelle vostre case, la benedizione di Dio. Non solo, sarà con noi anche un volto nuovo che verrà a visitarvi: don Feniasse, sacerdote mozambicano che sta aiutando la nostra Comunità Pastorale e che in queste settimane stiamo imparando a conoscere. Per noi Sacerdoti e suore è certamente un momento di grazia per il “bagno di umanità” di cui questo gesto molto semplice ci rende partecipi. Entriamo in tutte le vostre case per condividere quello che abbiamo di più caro: l’amicizia nel nome di Gesù. Siamo consapevoli che parecchi di voi portano nel cuore tante domande, dovute alle ferite che hanno accompagnato la loro vita in questo periodo e siamo altrettanto consapevoli di non avere risposte per tutte le domande. Non sappiamo cosa dire di fronte a tanti drammi e a tante sofferenze, ma proveremo a condividere le vostre gioie e sofferenze, le vostre fatiche e speranze. Veniamo per pregare un po’ con voi. Per pregare con chi è vicino nella fede, così che possa rafforzarsi la fede di entrambi e possiate continuare a servire meglio la Chiesa, senza stancarsi ma con un entusiasmo sempre rinnovato. Per pregare con chi non condivide le ragioni della fede, perché comprenda che la preoccupazione per i figli, per le cose vere della vita, per l'amicizia autentica..., offrono una ragione per vivere, amare e sperare e sono l’inizio per ricominciare a credere veramente, a riprendere o a intraprendere con persuasione il cammino della fede, oppure, più semplicemente, ad accettare la sfida del dialogo. Per pregare con chi soffre o si sente privo di speranza, perché sperimenti la consolazione di un Padre che non abbandona mai e che sulle vostre pene segrete, sulle sventure che visitano le vostre case, fa scendere il suo Spirito, il Consolatore che rinnova e dà vita. Veniamo infine ad invitarvi anche ad un gesto di corresponsabilità. La busta che avete ricevuto o che riceverete ricorda anche i tanti bisogni a cui le nostre 8 Parrocchie devono far fronte. Quello che potrete offrire sarà per il bene di tutti... anche vostro! Ci affidiamo alla vostra generosità, che il Signore saprà ricompensare. Ci fa un immenso piacere essere ospiti nelle vostre case, sederci idealmente alla vostra mensa perché un sacerdote e una religiosa hanno molto da imparare dalle finezze con cui si esprime l’amore e dalla fede con cui vivete le fatiche e le prove che segnano il correre dei giorni.Ma l’ampiezza della missione a noi affidata e le recenti normative per la prevenzione del contagio non ci permettono di compiere una visita così distesa nel tempo e dunque il nostro passaggio sarà un piccolo segno di vicinanza e affetto verso tutti anche se contenuto in un breve lasso di tempo. Nel rispetto della sensibilità e delle paure di ciascuno, nella busta, oltre al calendario allegato nel quale specifichiamo il giorno in cui uno di noi passerà a trovarvi, trovate anche un’immagine da appendere fuori sulle vostre porte o sul cancello di casa, con la quale esprimete il desiderio di ricevere la benedizione. Suoneremo ed entreremo solo dove troviamo tale immagine, questo per rispettare coloro che, per motivi vari - di credo religioso, di disaccordo con la chiesa, o di salute - decidessero di non ricevere la benedizione. Nella sua vita pubblica il Signore Gesù passava di casa in casa portandovi la novità di Dio... quella novità che, nel nostro piccolo, desideriamo portarvi anche noi! Nell’attesa di incontrarci Don Giampietro
L’enciclica «Fratelli tutti» è il punto di partenza dell’Arcivescovo nel delineare il secondo tratto distintivo indicato per la comunità ambrosiana. La Chiesa libera è il secondo aggettivo indicato dall’Arcivescovo nella Proposta pastorale, partendo dal magistero di papa Francesco dell’enciclica Fratelli tutti. La fraternità universale «I discepoli danno testimonianza di questa vocazione alla fraternità universale in modo inadeguato, perché sono divisi tra loro, e tuttavia non possono tacere il Vangelo e sono nel mondo per seminarvi speranza di salvezza, nella concordia e nella pace». I principi che diventano vita quotidiana. «I principi generali e gli appelli universali chiedono di tradursi nello stile quotidiano del buon vicinato e dell’alleanza costruttiva con tutte le confessioni, con tutte le religioni, con tutte le istituzioni. Sono benedetti da Dio i suoi figli e le sue figlie che in ogni parte del globo sono operatori di pace. Molti, originari della nostra terra, di ogni età e condizione, compiono gesti ammirevoli in ogni parte del mondo dove sono in missione come consacrati, come cristiani impegnati, come volontari di ogni credo: beati gli operatori di pace». Guerra e sofferenza sono purtroppo negli occhi di tutti in queste settimane. Ma l’Arcivescovo guarda al futuro con speranza: «I signori della guerra, le persone e le organizzazioni avide di guadagni a prezzo della schiavitù e dello sfruttamento della terra non vinceranno. Certo, però, faranno molti danni. Noi tutti, insieme, uomini e donne di buona volontà, ci ostiniamo a seminare pace, a edificare fraternità, a praticare una prossimità rispettosa e generosa verso tutti, specie coloro che sono considerati insignificanti, gli scarti del sistema». Una Chiesa «antipatica»? «Tutti gli interrogativi, tutte le paure, tutti i sensi di colpa per le zone d’ombra del passato, tragiche e vergognose, non possono però convincerci a tacere la Parola di Dio e a darne testimonianza, con vera libertà», scrive Delpini.«La Chiesa è libera quando accoglie il dono del Figlio di Dio; è lui che ci fa liberi davvero; liberi dalla compiacenza verso il mondo, liberi dalla ricerca di un consenso che ci rende inautentici; liberi di vivere il Vangelo in ogni circostanza della vita, anche avversa o difficile; capaci di parresìa di fronte a tutti; Chiesa libera di proporre il Vangelo della grazia, di promuovere la fraternità universale, Chiesa libera di vivere e annunciare il Vangelo della famiglia; Chiesa libera di vivere la vita come vocazione perché ogni persona non è un caso ma è voluta dal Padre dentro il suo disegno buono per la vita del mondo». La presenza della Chiesa nel dibattito pubblico provoca spesso reazioni contrapposte. «Il messaggio di Gesù e la testimonianza della Chiesa suscitano una reazione che può essere di accoglienza grata, di esultanza per la liberazione attesa e sperata. Ma può esservi anche una reazione di antipatia, di ostilità e indifferenza. Talora i discepoli possono rendersi antipatici e suscitare atteggiamenti ostili per un comportamento che non è conforme allo stile di Gesù. Ma l’indifferenza e l’antipatia molto diffuse verso la Chiesa hanno la loro radice nella profezia che il Vangelo di Gesù ci chiede di testimoniare. Il Vangelo è infatti invito a conversione, è parola di promessa per chi ascolta, è contestazione di quanto tiene uomini e donne in schiavitù. Molti, a quanto pare, chiamano bene il male e male il bene e sono infastiditi dalla contestazione e dall’invito a trasgredire “i decreti del faraone”. Come Mosè fu contestato dai suoi fratelli, così i discepoli di Gesù sono contestati da coloro che chiamano intelligenza il conformismo, libertà il capriccio, benessere la sazietà, tranquillità l’asservimento». Vangelo della famiglia e individualismo esasperato L’Arcivescovo mette in guardia da un individualismo imperante della mentalità comune e nelle scelte politiche e istituzionali. «L’annuncio del Vangelo della famiglia suona antipatico in una cultura che diffida dei legami indissolubili e delle responsabilità verso le persone amate», afferma monsignor Delpini. «L’individualismo rischia di essere il principio indiscutibile dei comportamenti e quindi anche il criterio per organizzare la vita sociale e le sue leggi. Si ha infatti l’impressione che in ambito politico e nell’elaborazione delle leggi non sia determinante la cura per il bene comune della società nel suo presente e nel suo futuro. Piuttosto sembra che prevalga una logica individualistica che intende assicurare a ciascuno il diritto di fare quello che vuole. Può essere che questo orientamento incida nel costume e nella mentalità e che la tradizione di solidarietà tra le persone, l’impegno delle istituzioni per il bene comune, l’apprezzamento per la famiglia, per i bambini e per tutte le attenzioni educative siano considerati temi lasciati al volontariato e privati di adeguata attenzione e sostegno istituzionale». Necessario perciò continuare a riproporre la visione cristiana. «La visione cristiana della vita, dell’uomo e della donna, della vicenda personale e della storia del popolo considera invece centrale la famiglia, i legami affidabili, la riconoscenza come principio intergenerazionale, la fecondità come bene comune e promessa di futuro, l’educazione delle giovani generazioni come responsabilità ineludibile della famiglia e, in supporto alla famiglia, delle istituzioni e di tutti i “corpi intermedi”». «La visione cristiana della vita, come vocazione, suona antipatica o incomprensibile alla mentalità del nostro tempo. Una vita senza domande non si interroga sulla sua origine e non sa ringraziare. Una vita senza domande non si interroga sulla sua destinazione e non sa sperare. Una vita senza domande non ha criteri per valutare le sue scelte e non sa decidersi per una scelta duratura e irrevocabile, anzi la teme». di Pino Nardi
Nobile romana vissuta tra il II e il III secolo e convertita a Cristianesimo, Santa Cecilia, vergine e martire, viene ricordata il 22 Novembre come patrona del canto e della musica. È quanto mai incerto il motivo per cui Cecilia sarebbe diventata patrona della musica. In realtà, un esplicito collegamento tra Cecilia e la musica è documentato soltanto a partire dal tardo Medioevo. La spiegazione più plausibile sembra quella di un'errata interpretazione dell'antifona di introito della messa nella festa della santa. Il testo di tale canto in latino sarebbe: Cantantibus organis, Cecilia virgo in corde suo soli Domino decantabat dicens: fiat Domine cor meum et corpus meum inmaculatum ut non confundar. Tradotto..."Mentre suonavano gli strumenti musicali, la vergine Cecilia cantava nel suo cuore soltanto per il Signore, dicendo: Signore, il mio cuore e il mio corpo siano immacolati affinché io non sia confusa". Per dare un senso al testo, tradizionalmente lo si riferiva al banchetto di nozze di Cecilia: mentre gli strumenti musicali (profani) suonavano, Cecilia cantava a Dio interiormente. Da qui il passo ad un'interpretazione ancora più travisata era facile: Cecilia cantava a Dio... con l'accompagnamento dell’organo. Si cominciò così, a partire dal XV secolo a raffigurare la santa con un piccolo organo a fianco. Cantare in chiesa è partecipare attivamente alla messa, vuol dire essere in comunione con i propri fratelli che, in canto, innalzano le lodi a Dio. Ma nelle nostre chiese, sentiamo ancora la gente cantare? La risposta è: sempre meno. E la domanda successiva che scaturisce spontanea è: per quale motivo? La mia risposta, se pur personale, è che c’è carenza di educazione al canto, nella società, in famiglia, nella scuola, in chiesa. È sempre più difficile reperire persone che abbiano voglia di mettersi in gioco, di prestare un servizio costante e duraturo se pur nelle possibilità di ciascuno di offrire il proprio tempo. Saper cantare è un dono di Dio, ma farlo sentire agli altri no... ci si vergogna. Ed ecco che nelle celebrazioni, spesso poco curate in questo aspetto, diventa sempre più difficile partecipare sentendosi parte di una comunità che prega ma si resta nella propria individualità senza “spartire nulla con i vicini”. Le voci guida e gli animatori della liturgia, devono aiutare le persone a cantare, ma non devono essere l’unica voce udibile in chiesa. Il canto, è una delle più alte forme di preghiera. Che peccato sarebbe perdere completamente questa splendida espressione di fede. Eppure in tante chiese, questo avviene già. La liturgia è accompagnata da canti registrati che il sacrista o addirittura il sacerdote fa partire al momento giusto...purtroppo mi è capitato di partecipare ad una celebrazione di questo tipo, esperienza che non consiglio. È importante preparare la messa scegliendo canti che favoriscano la partecipazione del popolo. È importante che persone musicalmente competenti, si rendano disponibili ad offrire un servizio di guida per gli altri, insegnando a riconoscere la bellezza in canti adatti alla liturgia e al periodo dell’anno liturgico o alla festività celebrata. È importante l’uso dell’organo, strumento indispensabile e perfetto per l’accompagnamento delle celebrazioni. Nelle liturgie solenni di Natale e Pasqua o in altre occasioni, si possono abbinare all’organo anche altri strumenti come il violino, il flauto, la tromba. La chitarra è uno strumento da utilizzare in assenza dell’organista, privilegiando l’arpeggio delle corde, in modo da ottenere un accompagnamento più raffinato e delicato. L’esperienza di direzione della Corale di Masnago, che porto avanti ormai da vent’anni, mi insegna che per tenere insieme un gruppo di persone coese e appassionate, è necessario essere sempre pronti, preparati, saper proporre sempre nuovi obiettivi ma soprattutto far conoscere la bellezza della musica sacra ricercando brani della tradizione in latino, abbinandoli però a composizioni più moderne in lingua italiana che permettono anche la partecipazione del popolo almeno nei ritornelli. Abbiamo la fortuna di avere alle spalle più di 500 anni di composizioni polifoniche, un patrimonio inestimabile tutto da conoscere e da apprezzare. Abbiamo la fortuna di abitare a Varese, città ricca di cori e maestri molto bravi e competenti dai quali possiamo imparare il gusto per il bello e la tecnica nella direzione corale. Non mancano a Varese anche compositori di musica sacra attenti alla liturgia, che collaborano strettamente con la diocesi di Milano e che propongono costantemente nuove composizioni corali e salmi armonizzati per ogni domenica dell’anno liturgico. Il coro, nelle comunità dove è ancora presente, ha il compito di accompagnare le solennità, proponendo canti di partecipazione popolare e canti polifonici che aiutino nella preghiera con il semplice ascolto dei fedeli. È importante che non si propongano delle “messe concerto”, ma bisogna sempre avere l’attenzione di riservare i giusti spazi alla partecipazione del popolo con il coro che sostiene il canto. A tutti coloro che hanno il desiderio di cantare in coro, rivolgo un invito caloroso a mettersi in contatto con me o con i responsabili dei cori delle parrocchie di appartenenza.Non ci resta che augurarci di poter ritrovare la voglia di mettersi a servizio della Comunità, affidandoci con una preghiera a Santa Cecilia: O Santa Cecilia, che hai cantato con la tua vita e il tuo martirio, le lodi del Signore e sei venerata nella Chiesa, quale patrona della musica e del canto, aiutaci a testimoniare, quella gioia del cuore che viene dal fare sempre la volontà di Dio e dal vivere con coerenza il nostro ideale cristiano. Aiutaci ad animare in modo degno la santa Liturgia, da cui sgorga la vita della Chiesa, consapevoli dell’importanza del nostro servizio. Ti doniamo le fatiche ed anche le gioie del nostro impegno, perché tu le ponga nelle mani di Maria Santissima, come canto armonioso di amore per Suo Figlio Gesù. Amen Marco Muzzoni
Questo è il primo articolo che scrivo sul foglio “In Cammino: tante chiese... una sola comunità”. Quando mi hanno chiesto di scrivere un articolo parlando del mese missionario che finirà con la giornata mondiale delle missioni, mi sono venute in mente tante domande: perché hanno scelto me? Che cosa posso dire di nuovo se tante persone bravissime hanno già parlato dello stesso argomento? Come parlare delle missioni in questo anno atipico in cui dobbiamo stare tutti distanti? Erano tanti perché. Nel fondo del mio cuore si sono accumulati alcuni dubbi, quasi ad arrivare a dire: non voglio scrivere niente.Dopo alcuni giorni, però, ho pensato che la Chiesa in cammino ha bisogno anche di me; ha bisogno della mia testimonianza della fede in Gesù Cristo, che era sempre in cammino e percorreva i villaggi insegnando (Mc 6,6). È impossibile riconoscere il suo volto, cogliere realmente i suoi gesti, lasciarsi raggiungere dalle sue parole senza essere per strada con Lui. Lui sempre ci dà spazio e tempo per essere annunciatori. Quindi, tutti dobbiamo trovare spazio per l’evangelizzazione ovunque ci troviamo. La nostra fede ci spinge a muoverci verso gli altri, verso i fratelli e le sorelle, con tutto il cuore, portando la gioia nel Signore. Con questo il missionario diventa uno che “rompe le scatole”, come diceva S. Francesco d’Assisi nella sua preghiera. Nell’essere missionario ognuno diventa uno strumento di pace; porta l’amore dove c’è odio, porta il perdono dove c’è offesa, porta unione dove c’è discordia, porta fede dove c’è dubbio, porta verità dove c’è errore, porta speranza dove c’è disperazione, porta gioia dove c’è tristezza, porta luce dove c’è tenebre, cerca tanto di consolare quanto di essere consolato. Non è per caso che la nostra fede è frutto di una evangelizzazione degli altri che viene dal comando del Signore Gesù (Mt 28,19a). A questo proposito, vi racconto la storia di come ho ricevuto la fede: i Francescani Minori sono stati i primi che mi hanno avvicinato alla fede, quando ero ancora adolescente; parlavano della bellezza e della gioia di stare con Gesù. Poi sono stato battezzato dai missionari dell’Africa più conosciuti come i Padri Bianchi (il padre era scozzese) e ho vissuto nella parrocchia di origine con i padri di Belem più conosciuti come i padri della Svizzera. Ho studiato nel seminario propedeutico con i padri Belgi, ho studiato filosofia con i padri Comboniani, ho studiato la teologia con i padri diocesani, mi sono laureato con i padri gesuiti e nello stesso tempo ho vissuto con i padri Verbiti. Quindi tante congregazioni, ma una sola fede in Gesù Cristo. Perché raccontare la storia della mia della fede in questo articolo? Tutto questo è per mostrare la universalità della missione e la necessità dell’annuncio di Cristo. Tutti noi siamo chiamati ad annunciare Cristo ovunque siamo. Ognuno a modo suo, usando i doni e i talenti che abbiamo ricevuto da Dio. La Chiesa ci invita in questo mese di ottobre, mese missionario, a vivere in modo più intenso il comando del Signore Gesù: «Andate dunque, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho ordinato» (Mt 28, 19a). Anche Papa Francesco ci propone quest’anno un tempo di riflessione nella giornata mondiale delle missioni: «Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20). Questo comando è universale, nessuno è escluso. Per finire con un “piccolo” pensiero, faccio mie le parole di S. Paolo quando disse: «Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; la necessità mi spinge, e guai a me se non predico il vangelo!» (1Cor 9,16).A partire da questa necessità dell’annuncio del Vangelo da cui nessuno può scappare, concludo con questa canzone*: Quello che abbiamo udito, quello che abbiam veduto, quello che abbiam toccato dell’amore infinito l’annunciamo a voi Grandi cose ha fatto il Signore! Del suo amore vogliamo parlare: Dio Padre suo Figlio ha donato, sulla croce l’abbiamo veduto. ... Viene il regno di Dio nel mondoe l’amore rivela il suo avvento; come un seme germoglia nell’uomoche risponde all’invito divino. Che bello! Una canzone con un messaggio profondo che tocca e spacca il cuore.Allora che cosa abbiamo udito, abbiamo veduto, abbiamo toccato e che cosa dobbiamo annunciare agli altri? La Chiesa in cammino ha bisogno di te, mio fratello o mia sorella che hai letto questo piccolo articolo. Non avere paura. Gesù ha vinto la morte e ci annuncia la pace e il coraggio.Tutti insieme ce la faremo. Mese missionario ottobre 2021 Don Feniasse Maneira * testo di Maurizio Lazzarin dell'A.C. di Annone Veneto
Con riferimento ai tempi nuovi che stiamo attraversando, l’Arcivescovo auspica reciprocità e coralità nei comportamenti e nello stile, che dovranno caratterizzare anche le Assemblee sinodali decanali. di Pino NARDI Nella Proposta pastorale innanzitutto l’Arcivescovo indica una Chiesa unita. La vocazione alla comunione è riproposta durante i tempi dell’anno liturgico. «Coloro che prendono parte alle celebrazioni della comunità cristiana sono chiamati a verificare quali frutti ne vengano per la loro vita personale e comunitaria: possiamo celebrare il mistero che ci dona la grazia di partecipare alla comunione trinitaria ed essere divisi, scontenti gli uni degli altri, invidiosi, risentiti?», chiede monsignor Delpini. Sottolinea anche i tempi nuovi che interrogano la Chiesa indicando il cammino che la Diocesi ha condotto nel recente Sinodo minore, «La Chiesa dalle genti non è solo il mistero nascosto alle precedenti generazioni (cfr. Ef 3,5), ma è la grazia e l’impegno di questo nostro tempo, di questa nostra terra per offrire un aiuto a tutti gli uomini a credere e a sperare. La vocazione dell’umanità alla fraternità universale, come insegna l’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco, chiede la risposta illuminata e lungimirante di tutte le comunità della nostra diocesi». La reciprocità nella comunione «L’amore che si dona gratuitamente senza considerare risultati e risposte è una delle forme più alte di dedizione. Per certe sensibilità questo amore gratuito è la manifestazione dell’amore di Dio stesso, di cui la creatura è resa capace per grazia», scrive l’Arcivescovo. Parlando anche di reciprocità nel rapporto uomo-donna. «La reciprocità come forma matura dell’amore è la vocazione di ogni uomo e di ogni donna. La differenza di genere è la differenza originaria che permette di praticare nella forma più alta e promettente la relazione comandata dal comandamento nuovo: gli uni gli altri. Il tema della relazione tra uomo e donna, tra uomini e donne nella Chiesa, tra uomini e donne nella società è un tema di inesauribile profondità e di drammatica attualità. È doveroso che con il contributo di tutti, con la saggezza dell’esperienza, con la molteplicità delle competenze sia affrontato nelle nostre comunità, come proposta educativa, come dinamica familiare, come aiuto all’interpretazione dei ruoli degli uomini e delle donne nella Chiesa e nella società». La coralità della comunione «La reciprocità come forma matura dell’amore è l’esperienza di ogni vera amicizia – continua l’Arcivescovo -. I discepoli di Gesù, che hanno sperimentato l’amicizia con lui, sono chiamati a vivere e a testimoniare la grazia, la responsabilità, la coltivazione di rapporti come contesti propizi per portare a compimento la vocazione alla santità. Molti testi della Scrittura descrivono le virtù necessarie, lo stile che deve essere abituale tra le persone nella comunità cristiana. Il rimando all’“inno alla carità” di Paolo (cfr 1Cor 13,4-7) può essere molto significativo». Uno stile che va sempre più curato e affinato anche nella vita della Chiesa. «Tutti i talenti, tutte le qualità delle persone, tutte le esperienze di aggregazione di laici e di consacrati si possono chiamare carismi o vocazioni nella misura in cui edificano la comunione con il tratto della coralità, che comporta la stima vicendevole, la disponibilità a collaborare nel costruire percorsi e a dare vita a iniziative per il bene di tutti. In questa coralità di vocazioni il riferimento alla Diocesi, in comunione con tutta la Chiesa, è un criterio di autenticità». Tuttavia l’Arcivescovo è consapevole dei problemi ancora aperti. «Non siamo ingenui: le tentazioni di protagonismo, di rivalità, di invidia, di scarsa stima vicendevole sono sempre presenti e seducenti. Ci sono stati tempi di confronti aspri, di polemiche e divisioni anche nella nostra Chiesa. La preghiera di Gesù che chiede al Padre la grazia dell’unità sia la nostra preghiera e decida la disponibilità di tutti. In questo esercizio, per certi versi inedito di comunione, di “pluriformità nell’unità” possiamo essere aiutati da quella singolare forma di scuola cristiana che è l’ecumenismo di popolo a cui siamo chiamati in questi anni». L’Assemblea Sinodale Decanale Amicizia, carità, stima reciproca, comunione si traducono anche attraverso una articolazione della comunità cristiana. «L’organizzazione parrocchiale è provvidenziale e insuperabile (...) Non è però tutta la Chiesa, non è una struttura che rinchiude lo Spirito nei calendari, nell’esercizio del potere della comunità parrocchiale. La Diocesi non è un insieme di parrocchie, piuttosto l’unica Chiesa che si rende presente nel territorio nelle comunità pastorali e nelle parrocchie. Il presbiterio diocesano non è l’insieme dei parroci, ma la comunione con il Vescovo che la grazia del ministero ordinato raduna, insieme con i diaconi, per collaborare alla missione nel territorio e in ogni ambiente di vita». In questo contesto un’attenzione particolare viene destinata al ruolo nuovo che dovrà assumere il decanato, che «rappresenta uno strumento per la sussidiarietà dell’attività pastorale, secondo quelle intenzioni che sono state codificate nel Sinodo 47°». «Il decanato ha bisogno di uno strumento proporzionato alla sua finalità. Il percorso che ha portato agli orientamenti contenuti nel documento Chiesa dalle genti ha aperto una prospettiva per un nuovo volto della nostra Chiesa diocesana, che è chiamata a una forma di comunione più intensa e più diversificata per una missione più coraggiosa. Questa prospettiva si è rivelata affascinante e insieme incerta, fragile, attribuendo al Consiglio pastorale decanale un compito che non può essere eseguito da un organismo dalla vita stentata e dai frutti poco convincenti. La proposta di immaginare l’Assemblea Sinodale Decanale esprime l’intenzione di configurare un organismo più proporzionato al compito di interpretare il territorio e di descrivere e motivare forme di presenza dei cristiani nella vita quotidiana, familiare, professionale, sanitaria, culturale, amministrativa». Non si tratta di un organismo in più, quanto un cambio di mentalità. «C’è qualche cosa di inedito in questo processo, perché non intende sovraccaricare i ministri ordinati di ulteriori compiti, ma provocare tutte le vocazioni (laici, consacrati, diaconi e preti) ad assumere la responsabilità di dare volto a un organismo che non deve “guardare dentro” la comunità cristiana e la sua attività ordinaria; piuttosto deve guardare al mondo del vivere quotidiano dove i laici e i consacrati hanno la missione di vivere il Vangelo, di essere testimoni di speranza, di farsi prossimi di fratelli e sorelle con cui condividono la vita, con le sue fatiche, le sue prove e le sue sfide». La sinodalità sarà al centro del cammino ecclesiale di questi anni a livello mondiale, nazionale e diocesano. Per questo l’Arcivescovo precisa che «si deve intendere per Assemblea Sinodale Decanale lo strumento che la Diocesi di Milano si darà per lo stile di presenza della Chiesa nel nostro territorio. La composizione, le competenze e le procedure di questa assemblea prenderanno la forma adatta al territorio del decanato secondo il discernimento che il Gruppo Barnaba compirà con la collaborazione del vicario episcopale di zona e degli organismi diocesani». Amore fraterno e lamento «L’amore fraterno comporta una specie di gara nello stimarsi a vicenda, il riconoscimento del bene che l’altro rappresenta per me, la riconoscenza per essere un cuore solo e un’anima sola nella comunione dei santi. Come posso essere amareggiato e risentito verso il fratello?». L’amarezza dell’Arcivescovo per in grande dono ricevuto e per la difficoltà di viverlo. «Nella comunità cristiana gli argomenti per essere scontenti gli uni degli altri hanno una radice ambigua e invito tutti a decifrare questa sorgente inquinata delle parole, dei pensieri, dei giudizi. Per me è incomprensibile che il risentimento, l’amarezza, le ferite siano, per così dire, una buona ragione per lamentarsi dei fratelli e delle sorelle della propria comunità, dei preti, del Vescovo e del Papa. Piuttosto si dovrebbe riconoscere un desiderio ardente di correggere e di correggersi, di dedicarsi a un’intensa preghiera di intercessione, di praticare la correzione fraterna e il perdono benevolo».
9Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. 10E subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. 11E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento». 12E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto 13e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. (Mc 1,9-13) Venerdì 22 ottobre con i giovani della nostra comunità e della città abbiamo sostato su questa pagina di Vangelo. In questo tempo che ci siamo donati mi ha colpito una cosa: quanto lo Spirito continua ad agire nelle nostre vite, nei nostri cammini e noi non ce ne accorgiamo, perché presi a cercare di sopravvivere dalla nostra vita frenetica. Interessante è invece l’agire di Gesù: si lascia spingere, Lui, il Figlio di Dio, si lascia accompagnare dallo Spirito, si fida e affida ai passi di crescita che prepara per lui! Affidarsi allo Spirito per cogliere la bellezza della nostra vita, ciò che ci rende vivi e su cui molte volte non sostiamo: questa è stata la scintilla che mi ha riscaldato nella fredda cripta della Brunella. E da qui mi ha pervaso un sentimento di gratitudine. Gratitudine per tutto quello che stiamo vivendo in questo tempo. Ci accorgiamo sempre delle cose che non vanno, delle fatiche,... e invece il primo atteggiamento che lo Spirito ci invita a vivere è il rendere grazie, eucarestein, per quello che di bello viviamo nella nostra comunità. I tanti incontri delle feste, i momenti di preparazione della cresima, l’avvio dei doposcuola con i momenti di mensa e di gioco dove si spezza la gioia del vangelo tra un sorriso e un capriccio, una correzione e un gioco inventato, l’avvio di un nuovo cammino per tanti ragazzi come educatori e quindi l’accompagnarli in questa avventura, l’inizio dei cammini di Pastorale Giovanile, la ripartenza del consiglio dell’oratorio come un organo di scelte pastorali riflettute e condivise, il sognare nuovi progetti per la nostra comunità... quanti rendimenti di grazie! E poi rendere grazie per i giovani che continuano con il loro vissuto a provocarmi, anche con scelte autentiche: il matrimonio di qualche nostro educatore, l’essere genitori e sposi delle giovani coppie, la regola di vita consegnata da Giulia sabato scorso nelle mani dell’Arcivescovo, il ripensare i propri passi da parte di altri con il desiderio di nuove mete nella conoscenza teologica e nel percorso di fede. Lo Spirito sospinge una comunità se una comunità si affida al suo soffio e alle direzioni che lui indica: questo è l’augurio che faccio a ciascuno dei nostri ragazzi della cresima, ma soprattutto alle loro famiglie e a chi sta leggendo queste righe. Non chiudiamo le nostre orecchie al messaggio di amore che il Padre continua a donarci ogni giorno "Tu sei il Figlio mio l'amato, in te ho posto il mio compiacimento", ma continuiamo insieme ad ascoltarlo e a saper condividere le gioie e le fatiche dei nostri cammini, a saper condividere la bellezza di accompagnare verso nuove mete. Sì questa è la grazia bella che ho ricevuto, anzi che abbiamo ricevuto, ognuno nella sua vocazione, il mandato che abbiamo rinnovato domenica scorsa di fronte alla domanda dell'Eunuco a Filippo: Come posso capire se nessuno mi aiuta? Una domanda che è nostra, che è dei nostri ragazzi, che è di tutti... una domanda a cui lo Spirito non rimane sordo, e la cui risposta sta proprio nella gioia del camminare con stima sincera e attenzione reciproca insieme! Don Matteo
Cosa c’entriamo noi con il percorso sinodale che la Chiesa universale intraprende oggi? Domanda paradossale: perché sarebbe come dire cos’ha a che fare con noi credenti la Chiesa. Possiamo chiamarla in cento modi affettuosi, tutti belli e giusti: madre, casa, famiglia, maestra... Ma è anche e soprattutto «il popolo santo di Dio», come ama dire il Papa: siamo noi. Noi cattolici della domenica, noi impegnati nelle sue molteplici attività, noi che stiamo più fuori che dentro, noi che stiamo così dentro da far parte del consiglio pastorale, noi catechisti o educatori, noi distratti partecipanti a qualche liturgia ogni tanto, laici e consacrati, dediti o scettici, mistici o gente di poca preghiera, iper-responsabili o perennemente "sulla soglia". Noi così come siamo, imperfetti e sgualciti, senza pagelle né lista dei buoni e dei "rivedibili". E allora, tanto per cominciare il Sinodo aperto questa mattina dal Papa in San Pietro consiste nel tornare a vederci per quello che siamo semplicemente perché battezzati: popolo di Dio, Chiesa. Con tutto ciò che comporta in termini di partecipazione, corresponsabilità, impegno di condivisione, diritto di parola e dovere di ascolto. La Messa domenicale (o più frequente), la cattolicità poco più che anagrafica o lo stesso coinvolgimento in un’attività pastorale non esauriscono l’appartenenza al corpo vivo della Chiesa. Per quella è più che sufficiente essere ciò che siamo, sentendoci chiamati proprio per questo a esser parte di chi si alza in piedi. E se la Chiesa cui apparteniamo viene messa in cammino dal Papa per un viaggio alla riscoperta di se stessa dentro questa società così multiforme e disorientante la cosa ci riguarda direttamente. Non occorre essere specialisti, o affrontare chissà quale tirocinio, per contribuire a scrivere questa pagina nuova, ciascuno con la sua calligrafia. Si tratta di informarsi, capire e cercare il proprio posto in un viaggio che ha per orizzonte e obiettivo «collaborare meglio all’opera di Dio nella storia», secondo le parole del Papa, e come stile l’ascolto della voce dello Spirito: non poco, certo, ma è quello che dovremmo fare sempre. Non c’è tempo per restarsene in attesa di sviluppi e istruzioni, non sono previste le gradinate per gli spettatori, non c’è margine per lo scetticismo, che negli ambienti ecclesiali è tossico come erba infestante. Il "percorso sinodale" al quale papa Francesco chiama da oggi la Chiesa ci mette in moto tutti, dagli animatori di parrocchia a chi se la cava con quattro pratiche rituali. Perché la Chiesa – cioè tutti noi – è sinodale per natura, e nessuno può sentirsi escluso quando essa avvia un «processo in divenire» e si apre a una «partecipazione vera» per «prendere sul serio il tempo che abitiamo». È il passaggio dalla condizione adolescenziale del non sentirsi mai davvero chiamati in causa perché "non tocca a me" alla consapevolezza adulta di essere dentro una famiglia nella quale ognuno è insostituibile. Le forme di questo "percorso" verranno, un passo dopo l’altro: non facciamoci divorare dalla fretta di vedere, capire, giudicare. La Chiesa italiana si accinge a farci partecipi di una scansione di tempi e modi da qui al 2025. Ma l’essenziale oggi non è neppure questa mappa generale, pur decisiva per orientarci nel tempo lungo che ci attende. Oggi conta saperci Chiesa, sentircene sanamente orgogliosi e lieti, per il semplice fatto che siamo stati chiamati a farne parte attiva portandoci dentro tutto di noi stessi, limiti e incoerenze compresi. A mettersi in cammino oggi non è la "nazionale dei già santi", o un manipolo di professionisti della pastorale, ma tutto il popolo, uno per uno. Diversamente si rischia di mettere in scena una sacra rappresentazione poco credibile e ancor meno attrattiva, che deraglia dalla strada tracciata da «comunione, partecipazione e missione» – sono sempre le parole del Papa,meditando ieri sulla strada per la quale si inoltra lui davanti a tutti –, cedendo alle perenni lusinghe del «formalismo», dell’«intellettualismo» e dell’«immobilismo». Qui c’è ben più di un «evento», di un «gruppo di studio», del «si è sempre fatto così». Fermiamoci un attimo a considerare l’occasione, e a meditare la scena che si apre davanti ai nostri occhi. Perché torna a passare accanto alle nostre reti vuote il Signore che mi chiama per nome, come in un nuovo mattino sulla riva del mondo. Francesco Ognibene, da "Avvenire" del 9 ottobre 2021