Si avvicina il tempo in cui tutte le nostre comunità pastorali hanno una particolare attenzione alla figura della Vergine Maria: il mese di maggio è in particolare dedicato a questa figura della Vergine. Bisogna ricordare alcuni momenti storici cruciali a questo riguardo, a partire dalla figura di Pio XII: nel 1942 la consacrazione del mondo al cuore immacolato di Maria; la definizione del dogma dell'Assunzione (1950); la celebrazione dell'anno centenario (1954) della Immacolata; la ripresa dei congressi mariani internazionali con la "pregrinatio Mariae". Ma non possiamo dimenticare l'apporto del Concilio Ecumenico Vaticano II e il documento "marialis cultus". Essi hanno introdotto una nuova attenzione alla figura della Vergine con una sottolineatura più biblica, rileggendo la sua opera nelle pagine del Vangelo, cosa questa che dovremmo fare anche noi. Quante volte, infatti, noi ci limitiamo a recitare il Rosario "a macchinetta", borbottando una Ave Maria dietro l'altra senza avere lo stesso animo della Vergine di fronte alla volontà di Dio e senza pensare ai cosiddetti misteri annunciati prima di ogni decina. Eppure, basterebbe ricordare le parole che hanno caratterizzato la vita della Vergine. FIAT, segno del suo arrendersi ed entrare nel piano di salvezza del Signore. ECCOMI SONO LA SERVA, l'atteggiamento con cui a imitazione di Gesù ha affrontato la sua missione di salvezza per l'umanità. "non sono venuto per esser servito ma per servire". Il MAGNIFICAT che esprime la gioia di essere lo strumento privilegiato per l'ingesso nel mondo del Salvatore. A TE UNA SPADA TRAFIGGERÀ L'ANIMA, la frase che esprime la partecipazione alla passione del Signore. I misteri del Rosario sono davvero la via da percorrere per una vita spirituale più intensa e ci aiutano ad avere una conoscenza più approfondita del Vangelo cosa che manca a molti dei nostri fedeli. Così si realizza il detto tradizionale della Chiesa: "ad Jesum per Mariam", si giunge a Gesù attraverso la figura di Maria. Il fatto di recitare i santi Rosari nei cortili o nelle sale delle nostre case vuole significare che la Vergine è figura essenziale della nostra fede, non perché da essa è venuta la salvezza ma perché a Lei chiediamo che ci conduca alla piena comprensione di quanto Dio ha fatto per tutti noi. Dobbiamo essere destinatari della frase che Gesù ha detto sulla CROCE: "donna ecco tuo figlio". Avere per madre Maria deve essere un onore che noi apprezziamo e che ci impegna a seguire sempre più fedelmente il Signore. Il culto mariano rischia di possedere una specie di ambiguità che trasforma il rapporto con Maria in una specie di adorazione della "regina del cielo". Questo carattere di ambiguità si neutralizza con il continuo riferimento alla Parola di Dio e alla figura di Maria come è rappresentata dalla rivelazione: fedele adoratrice di Dio, discepola del Signore, madre del discepolo giunto alla piena comunione con Cristo, membro di una comunità orante e implorante lo Spirito creatore della novità cristiana. Infine il nostro tempo, come nelle epoche passate, deve imparare ad esprimere il rapporto con Maria in forme sintonizzate con la sua cultura e prodotte da impulso creativo: la preghiera non deve essere evasione dalla vita; ci si riferisca a Maria in un contesto di comunione e nell'intento di cogliere il significato esistenziale della sua vita. In questo la pietà popolare può portare un contributo valido con la sua spontaneità, creatività, sentimento e senso della festa. Don Felice
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Troppe persone pensano a Dio come a un cadavere, troppi cristiani si avvicinano alla fede come si entra in un cimitero, con gran rispetto e in silenzio, lo sguardo compito e meditativo, ma col desiderio di uscirne il più in fretta possibile... No. Gesù non è morto. È vivo. Non «rianimato», non «vivo nel nostro pensiero», no, veramente risuscitato e presente, che ci crediamo o no, che ce ne accorgiamo o no. Da questa consapevolezza nasce la gioia cristiana. Sono diverse le strade che gli Evangelisti a Pasqua ci portano a percorrere per “convertirci alla gioia”. 1. Superare il dolore. Facciamoci coraggio, allora! La conversione più difficile (dopo quella dal Dio che abbiamo nella testa, al Dio di Gesù) è proprio quella da una visione crocefissa della fede a una risorta! Gli apostoli dubitano; solo Pietro va a verificare: guarda, stupito, e torna a casa meravigliato. Il verbo usato nella lingua originale indica insieme stupore e domanda. È già qualcosa, ma non è ancora fede: non bastano un sepolcro vuoto e le bende per suscitare la fede. Occorre un’esperienza personale del Risorto. E Pietro ne sa qualcosa... All’origine della nostra tristezza, vi è l’incapacità di abbandonare il nostro dolore, e finiamo col proiettare addosso a Dio la nostra sofferenza. Se cerchiamo il crocefisso, sbagliamo indirizzo, egli è vivo. 2. Togliere la pietra che ci impedisce di gioire. Facciamoci coraggio, noi tutti cercatori di Dio. Oggi essere discepolo richiede la fatica della ricerca, l’ardire della conoscenza. Non accontentiamoci del “sentito dire”, non andiamo dietro alla massa beota dei pregiudizi: informiamoci, chiediamo, leggiamo, dedichiamo tempo ad approfondire l’aspetto storico e ragionevole della nostra fede; studiamoli, questi vangeli, non con la curiosità del turista, ma con la passione dell’esploratore. Il nostro mondo ha bisogno di cristiani motivati, preparati, uomini di fede e di cultura che vadano al sepolcro di persona, senza dar retta ai soldati di ventura, profeti di sventura. Il dubbio può impedirci di gioire.Il dubbio e l’insicurezza che ci fanno sentire “puzza di bruciato” da ogni parte ci impediscono di convertirci alla gioia. Per essere felici, occorre una conversione alla fiducia, una fiducia ben riposta, una fiducia ragionevole. 3. Superare la paura. Tutto Gesù dobbiamo accogliere, annunciare, amare. Convertirsi alla gioia significa abbandonare le paure, riconoscerle e accettarle, scegliere di superarle. Convertirsi alla gioia significa smettere di pensare che Dio gradisca una devozione esteriore, sapendo che Dio, invece, ama me, con tutti i miei limiti. Convertirsi alla gioia significa sapere che Dio ha sempre fiducia in me, nonostante i miei tradimenti. Noi come Chiesa, allora, siamo i primi a doversi convertire alla gioia del Nazareno, crocefisso e risorto. 4. Correre. È questa l’esperienza delle Chiesa: correre al sepolcro e sapersi aspettare gli uni gli altri. Abbiamo ritmi diversi, siamo splendidamente diversi. La Chiesa, come vedremo, non è né la compagnia dei bravi ragazzi, né il club delle anime devote. La Chiesa è lunga e larga e profonda, fatta di persone diverse, di discepoli diversi. La diversità è suo patrimonio irrinunciabile, come Gesù ci testimonia nell’improbabile scelta degli apostoli. La Chiesa è nata diversa, è nata nell’improbabile sfida di tenere insieme persone tanto diverse. Giovanni e Pietro corrono, il carisma e l’autorità, la creatività e la struttura. Non si contraddicono, non si pestano i piedi, non si contrappongono. E si aspettano per entrare. Grande Chiesa, Chiesa di Cristo, quella che si aspetta, che si accoglie, che tiene in equilibrio creatività e regola, passione e struttura, emotività e ragione. Ho iniziato questi “auguri” con l’appello a convertirsi alla gioia.Li concludo portandovi la mia personale esperienza della gioia pasquale dove sperimento continuamente che la gioia cristiana è accettare i propri limiti, che non sono né una gabbia, né una catena che impedisce di realizzare i nostri sogni, ma il luogo sicuro entro cui diventiamo capaci di amare. Buona Pasqua Don Giampietro
Per la terza giornata della Comunità, invitiamo a riflettere sulla partecipazione all’Eucaristia domenicale. Non abbiamo scelto volutamente di offrire una scheda teologica sul significato della Messa, ma ci siamo posti da un diverso angolo prospettico. Considerando il fatto che in questi anni siamo di fronte ad un calo numerico significativo dei partecipanti, soprattutto ragazzi e famiglie giovani, ci siamo domandati cosa non accende più il desiderio per una partecipazione così fondante per noi cristiani. Ecco allora questa scheda; vi troverete due testimonianze: una di una persona che, da non credente e lontana dalla fede, ha vissuto una profonda conversione. E l’altra invece, di una persona che ha vissuto il tragitto esattamente inverso. Troverete questa seconda testimonianza stampata al contrario proprio per evidenziare i due cammini opposti. Il desiderio di un Dio che ho scoperto attraente «Premetto che sono una moglie e mamma che ha abbracciato la fede da adulta. La vita cristiana è diventata parte viva di me solo dopo aver raggiunto la maggior età. Non sono quindi cresciuta “all’ombra di Dio” ... ma è venuto Lui a chiamarmi attraendomi con una bellezza che non avevo scoperto mai prima. È solo da quel momento che ho iniziato a partecipare alla Messa domenicale ... quindi molto tardi rispetto ai “cristiani normali” ...Cosa cercavo? Cercavo qualcosa che mi facesse smettere di sentirmi una pallina da flipper, in balia dei colpi della vita, sbattendo di qui e di lì senza sapere veramente dove sarei andata. Non che adesso sappia dove vado, ma adesso so che Qualcuno lo sa, che quel Qualcuno mi guarda e che fa il tifo perché io sia felice e ho sperimentato che per me essere felice è stare vicino a Lui.Vado a Messa, sì. E innanzitutto compio un atto che mi fa riconoscere che il Dio che ho incontrato è veramente per me così importante che un’ora la settimana mi ci metto di fronte, e sto lì. Per me stare lì è quello che si prova quando si sta seduti vicino a una persona che ti vuol bene, e che ti accoglie, di fianco a cui si fa un bel respirone e ci si abbandona. Vado a Messa come sono, a volte felice, convinta, a volte stanca, annoiata, per dovere, moralismo, o per essere un esempio per la mia famiglia, vado a Messa così come sono quella domenica, così come mi alzo.Scelgo di varcare la soglia della Chiesa. E poi lascio fare a Lui, lascio che mi colpisca con le frasi della Liturgia sentite mille volte ma che magari in quell’istante mi sembrano nuove, improvvisamente parlano alla mia vita. Le prime volte che andavo a Messa mi commuoveva tantissimo quel pezzo del “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”, sentivo che essere lì, a Messa, è quello di cui avevo bisogno. La pace di cui parlo non è l’assenza di lotta, non sono cristiana per essere Zen, la vita è una lotta, ma lui ci ha lasciato la Sua pace e su questo gioco il mio esistere. “O Signore non son degna di partecipare alla tua mensa, ma dì soltanto UNA parola e io sarò salvata”.Non son degna, ma certo, che cosa ho mai meritato per avere tutto quello che tu mi stai donando? Che cosa potrò mai dare in cambio di tutta la Grazia di cui mi sento oggetto? Sono mendicante, sono lì, e ti basta UNA parola, e io sarò salvata. Non mi salvo da sola, per quanto a volte la felicità, la salvezza, mi sembrano essere un esito di quanto mi sforzo di essere perfetta, invece a Te basta UNA parola, ed è quella di cui ho bisogno. Che non mi stanchi mai di chiedere, chiedere la tua Grazia». - Quali di quelle motivazioni descritte in questa testimonianza sento mie così da motivarmi a vivere la Messa domenicale? Cosa accende in me il desiderio di parteciparvi?- Ho mai provato a condividere con qualcuno queste motivazioni così da attrarlo ed invitarlo a parteciparvi insieme? Cosa manca nella mia testimonianza per attrarre. La noia verso un Dio che non mi attrae più «Sì, io sono uno di quelli che fin da piccolo ho ricevuto una buona educazione religiosa dalla mia famiglia. Ma le domande che mi ponevo erano tante, e tanta era la confusione che mi creavano in testa. Poi sono cresciuto, ho conosciuto la realtà, il dolore, la morte, l’ingiustizia, il male e mi sono domandato: ma in mezzo a tutto questo caos Dio che cosa fa? Esiste? E, se esiste, perché permette tutto questo dolore? Mah ... Così, mentre prima ero per così dire obbligato ad andare in chiesa, arrivato a una certa età, smisi di frequentarla. Personalmente credo molto alle cose pratiche, ai problemi concreti, quotidiani, ai fatti ... non alle teorie, ai bei pensieri, alle tante parole, come si ascolta in chiesa. Ci vogliono i fatti per migliorare il mondo, non le chiacchiere. E la Messa settimanale non è certamente il luogo ideale per fare qualcosa di concreto per il bene della gente. In qualunque modo ti comporti, bene o male, la vita non fa sconti a nessuno e così ho fatto la mia scelta: preferisco distrarmi, divertirmi, evadere, giocare, innamorarmi, rischiare, magari anche scommettere la vita correndo in moto. Se vai in chiesa tutto questo lo avverto come una proibizione. Ho deciso di non farmi ammaestrare da nessuno. Non voglio essere né manovrato, né inquadrato. A vivere imparo da solo. Se sbaglio, pagherò.Ormai non credo più in niente. Mi vengono in mente le parole di mio padre quando dice che anche la Chiesa è una bottega, un partito politico, un’invenzione per tenere buona la gente. Non credo neanche nell’Aldilà, o meglio, ci credevo quand’ero bambino ... Nessuna persona umana, uomo o donna, si rassegna a vivere una vita insignificante. Nessuno vorrebbe sentirsi un essere inutile, in balia degli altri o del caso. Nessuno può diventare “padrone” dell’uomo. Sento la tua voglia di cambiare il mondo delle ingiustizie, delle inutili sofferenze, delle stragi, delle disparità, delle false ipocrisie, dello sfruttamento ... e questo bisogno non lo soddisfa certamente la Messa domenicale.Nello schifo di realtà che stiamo vivendo fai poi l’esperienza che tutte queste mete diventano irraggiungibili ... allora preferisco scivolare verso paradisi artificiali con tutte le conseguenze. In molti vedo che esiste il sogno dell’amore, la voglia di fare qualche cosa di bene; in ognuno è ardente il desiderio di amicizia, la speranza di rendere la vita più bella e piacevole, la tensione alla solidarietà verso gli altri e in modo particolare verso i più emarginati. Sento che hanno e vogliono avere una propria coscienza, che in tutti si celano aspirazioni profonde, interrogativi intelligenti sul senso della vita. E la Messa, così come è proposta oggi non mi dà nessuna di queste risposte. Il cuore umano – il tuo, il mio, di tutti – è più ricco di quanto possa apparire; è più sensibile di quanto si possa immaginare; è generatore di energie insperate; è miniera di potenzialità spesso poco conosciute o soffocate dalla poca stima di se stessi, dalla frustrante convinzione che “tanto è impossibile cambiare qualcosa ... tanto io non ce la faccio!”. Ma quante volte ho avvertito nella Messa il calore di cui sento nostalgia? È un rito vuoto, con un linguaggio incomprensibile e fuori da ogni interesse vero. Il sacerdote è una noia immensa, dice cose a cui nemmeno lui crede più per davvero.Rispetto coloro che ancora frequentano la Messa domenicale ... io sento di aver bisogno d’altro che lì non trovo ... Quel Dio che da piccolo mi hanno insegnato a pregare, ora mi dà un senso di noia e non mi attrae più ... preferisco occupare il mio tempo per qualcosa che mi diverte e riempie il mio tempo». - La disaffezione alla Messa oggi è dovuta solamente al linguaggio “d’altri tempi” o a un vuoto di valori e di significato?- Come aiutare a recuperare la bellezza della convocazione comunitaria e la pienezza di significato che può illuminare la fatica delle nostre giornate?
Ci stiamo ormai avvicinando al Natale e la liturgia ci accompagna con il brano molto conosciuto dell’Annunciazione a Maria. Questo racconto ha le caratteristiche della bellezza e della profondità. Dio sceglie una ragazza, timorata di Lui, ma assolutamente sconosciuta; anche il paese in cui vive non è conosciuto. Eppure, Dio sceglie lei perché diventi la madre del Figlio di Dio. Le valutazioni del Signore non assomigliano alle nostre. Il modo di pensare e di agire da parte del Signore, a volte, ci stupisce. Lo stupore è essenziale per declinare positivamente la nostra relazione con il Signore. Maria è “piena di grazia”; il testo greco parla di amore donato gratuitamente da parte del Signore. Maria è “amata stabilmente e gratuitamente”; è questo il senso vero del nome di Maria; è un nome che, pertanto, indica la sua missione. Affidandole questo mandato, il Signore assicura la sua presenza, che tuttavia incrocia le difficoltà di ogni esperienza umana. Il Signore accoglie volentieri le nostre domande; ci viene incontro; non ci sottrae però dalla fatica di scegliere noi la strada del bene e di maturare le nostre scelte. Lui attende il nostro impegno; desidera l’assunzione, da parte nostra, di concrete responsabilità. Il “rallegrati” dell’angelo a Maria ci indica l’atteggiamento fondamentale da assumere. Occorre che la sua offerta trovi mani che l’accolgono e cuori che sappiano intraprendere, nella concretezza, quanto il Signore ci propone. Colui che è amore desidera trovare casa dentro di noi; così le dimore degli uomini non saranno mai abitate dall’indifferenza e dall’egoismo. Da queste essenziali sottolineature del Vangelo di questa domenica nascono allora alcune mie considerazioni che vi affido come messaggio per questo Natale 2022.Chi ha portato in grembo un figlio lo sa. Conosce le ansie, le meraviglie, le fatiche, i sudori e lo stupore di quei nove mesi. Sa che la vita non nasce all'improvviso, ma che ha bisogno di un tempo per prepararsi. Un tempo di attesa. Un tempo in cui fuori niente sembra succedere e tutto invece accade, nel buio fitto di un grembo. Chi ha aspettato un figlio lo sa. Sentirsi culla di un mistero che sta prendendo forma e sangue è cosa che sgomenta, che fa battere il cuore all'impazzata. Eppure, quando festeggiamo il Natale dimentichiamo che la nascita che celebriamo, proprio quella nascita, ha avuto bisogno anche lei di prepararsi, ha dato il tempo a chi l'attendeva di stupirsi e sudare, di sentire stanchezze e gonfiori.Non sono dal nulla le nascite. Ma il Natale che dovremmo festeggiare non è la vuota rievocazione di qualcosa ormai lontana nel tempo: il vero Natale è quello che accade dentro di noi, nel grembo della nostra vita o, se volete, della nostra storia. Anche quello succede nel buio. Anche quello si verifica attraverso fatiche e meraviglie. E mai così all'improvviso. Ha bisogno di tempo la nascita e ha bisogno di spazio: occorre un tempo per fare posto, nel pensiero e nella carne, a Dio.Ripensare al Natale significa ripensare al nostro essere "ruvida paglia", la fragile realtà su cui Dio si appoggia e chiede protezione, significa chiederci se questo Dio bambino può sentirsi al sicuro tra le nostre mani, nel nostro cuore. Sarà prezioso questo per chi vuole vivere un Natale che non sia solo una data sul calendario, ma quello scandito al ritmo lento di un'attesa che prepara uno spuntare di fragilità: un Dio bambino non si era mai visto, eppure il Verbo si fece carne. Notizia stupefacente: ciò che gli uomini della religione avevano in gran parte separato, Dio e il corpo, è sorprendentemente accaduto, non la separazione ma il congiungimento: Dio nella carne, nel corpo, nella storia come uno di noi. Fa festa allora la nostra terra di fragilità e debolezza, perché il Natale ci parla di un Dio che non ha paura di sporcarsi. Ha percorso con amore le nostre strade: e perché non dovremmo con amore percorrerle noi? Ha creduto nell'uomo e nella donna, per quanto deboli e peccatori: e perché non dovremmo credere noi nell'uomo e nella donna così come sono? Il Natale ci porta più vicini a questo Dio: lo fa facendoci provare il brivido e il calore di una tenerezza: la tenerezza verso un bambino caldo appena sgusciato dal ventre, lo stupore verso un Dio che si affida alle nostre mani, come se volesse insegnare che la vita è consegnarsi a una promessa. Don Giampietro
La chiesa, dedicata ai Santi Ippolito e Cassiano, è posta alle pendici dell’altura su cui sorge Velate, presso l’antica strada pedemontana del Campo dei Fiori in direzione del Verbano.Tale strada è intervallata con regolarità da luoghi di sosta e San Cassiano corrisponde a uno di questi. La chiesa, che probabilmente sorge sul luogo di un‘antica "mansio", domina quelli che furono i "campi lunghi" e la "vigna" di Velate. La vicinanza della torre può spiegare altrimenti la costruzione della chiesa: era consuetudine edificare presso insediamenti militari di un certo rilievo, chiese per il servizio di culto degli armati, riconsacrando, talvolta, luoghi di culto pagani. La dedicazione ai Santi Ippolito e Cassiano può essere indice di un'origine molto antica; il culto di San Cassiano è presente nel milanese dal sec V.Il campanile databile al secolo X, è uno dei più antichi della zona.La chiesa, citata per la prima volta in un documento del 1.115, in origine era una semplice aula terminante con un’abside semicircolare. Fu per secoli l’edificio religioso più importante del paese. Il prete incaricato della cura delle anime di Velate aveva il titolo di "rettore e cappellano della chiesa dei Santi Ippolito e Cassiano". La chiesa possedeva già nei secoli XII e XIII numerosi beni. I documenti locali del 1.100 e del 1.200 riportano molti riferimenti a terreni di proprietà di San Cassiano. Nella più antica descrizione della Chiesa, redatta dopo la visita pastorale di San Carlo del 1.578, si dice che l’edificio era circondato da un cimitero con sepolture "che si ritengono antichissime". Si riporta anche, che la chiesa era l’antica patronale e che ancora era circondata da "vestigi de quantità di casamenti et di uno monastero". In obbedienza agli ordini lasciati nelle diverse visite pastorali, compiute dagli arcivescovi di Milano tra 1.574 e il 1.634, la chiesa fu oggetto di numerosi interventi. I più importanti furono: la notevole sopraelevazione dell’aula, la collocazione dell’altare ligneo, l’abbattimento dell’abside circolare - circa 1.630 -, la costruzione della sacrestia e la chiusura delle monofore romaniche. Epigrafisti seicenteschi segnalano che durante tali lavori fu scoperta una lapide tombale della cristiana Onorata, risalente al 465; tale lapide risulta peraltro scomparsa. Un’ulteriore notevole trasformazione fu compiuta nel 1.944 con la costruzione di due aule ai lati del presbiterio, che modifico completamente la pianta originale; inoltre questo intervento causò lo spostamento a valle della strada che passava a nord dell’edificio.La chiesa si presenta all’esterno completamente intonacata a calce. Sulla facciata, a sinistra, si scorge appena qualche traccia del grande affresco di San Cristoforo. Il portale reca la data 1.614. A destra è posta una finestrella ovale ed una piccola urna per le elemosine. La descrizione della chiesa del 1.578 ci informa che nella parte alta della facciata esisteva una finestra a croce ed "in cima al frontespicio" un piccolo campanile a vela che sostituiva provvisoriamente il campanile "rovinato dal mezo in suso". Il fianco verso mezzogiorno e decorato da un affresco del secolo XV rappresentante la Vergine in Trono e Sant’Antonio Abate. Notevoli sono le analogie con alcuni dipinti nella cripta del Santuario di Santa Maria del Monte. L’affresco è stato oggetto di un restauro nella primavera del 1.986. Recentemente (estate 1.990), sulla parete estrema a nord, sono stati rimessi in luce degli archetti binati collegati a lesene che scendevano fino a terra. Questi sono elementi architettonici preromanici che testimoniano, assieme alle monofore, l’antichità della chiesa.Il campanile romanico è concluso da una cella più tarda, costruita in seguito alle ordinazioni di Federico Borromeo. Il cedimento del terreno che ne ha causato l’inclinazione potrebbe aver determinato il crollo del coronamento originario. Fino a qualche decennio fa, aveva il tetto a due spioventi e non era intonacato. L’interno della chiesa evidenzia vari interventi. L’aula ha conservato in pianta le dimensioni originali, l’antica copertura a travi e stata sostituita nel ‘600 da una volta a botte in mattoni che ha comportato una considerevole sopraelevazione della chiesa. Sulle pareti della facciata e di mezzogiorno sono state riscoperte nel 1.987 le monofore romaniche citate nel documento del 1.578; la decorazione ad affresco degli sguinci presenta numerose analogie con quelle delle finestre della chiesa romanica di Ligurno. La parete a nord conservava l’affresco di Santo Stefano, strappato nel 1.945 ed ora collocato nella Parrocchiale. Verso l’altare emergono i resti, scoperti nel 1.986, di un affresco del quattrocento di notevole qualità: si scorgono tracce di due personaggi e di un crocifisso, mentre risulta ben conservata la figura di Sant’Antonio Abate. Sulla medesima parete sono visibili frammenti di un affresco molto più antico.Le nicchie nelle pareti che collegano l’aula con il presbiterio contengono il gruppo dell’Annunciazione, opera seicentesca, eseguita in terracotta.Il presbiterio rettangolare, costruito al posto dell’abside originaria, in seguito ai decreti del Cardinal Monti (1.634) è arricchito da un pregevole altare di noce intagliato e lumeggiato d’oro, che presenta quattro colonne scanalate con capitelli corinzi. Nelle basi delle colonne sono intagliati i simboli degli evangelisti; in un angolo si legge la data 1.585. Sopra il timpano Dio Padre benedicente. Nella nicchia centrale è posta una statua lignea policroma della Vergine con il Bambino, anch’essa del tardo Cinquecento.L’altare era arricchito dalle statuette policrome dei Santi Ippolito e Cassiano e da due dipinti su rame, trafugati nel 1.946.La parte inferiore è stata realizzata nel 1.985 in occasione del restauro dell’altare.I due vani laterali del presbiterio sono stati decorati, come il resto della chiesa, nel 1.945. I tondi con Sant’Ippolito e Cassiano sono del pittore Carlo Cocquio, eseguiti nello stesso periodo. Una porticina nel vano di sinistra conduce all’antico campanile, mentre a destra è l’uscio che porta ai due piccoli locali che compongono la sacrestia.L’antica porta sul lato di mezzogiorno, che permetteva l’accesso al cimitero, è attualmente chiusa e il relativo vano e occupato dal confessionale.La Chiesa ed il prato antistante si animano la prima domenica dopo Pasqua, in occasione di un’antica festa locale.
Continuiamo la breve rassegna dedicata al tema della Chiesa, vista nelle sue caratteristiche essenziali. Nell’incontro precedente abbiamo puntato i fari sulla nascita del nostro credere la Chiesa così come professiamo nel “Credo”. Riassumendo quanto visto in quella riflessione potremmo ripartire da questi punti: Il credo di Costantinopoli: professare la fede in un cambiamento d’epoca La fede cristiana: una nuova religione che si impone sulle religioni precedenti? Il paradosso della croce: fallimento o compimento? L’umanità che ama cibarsi dei frutti offerti dal serpente è invitata a dissetarsi dei frutti dello Spirito di Gesù. Che la fanno diventare Chiesa. Ora la seconda tappa: l’unità della Chiesa Credo la Chiesa una Il credo di Nicea Costantinopoli è promulgato nel momento in cui la grande chiesa si scopre divisa in più fazioni, ciascuna con un insegnamento diverso sull’identità di Gesù e sull’identità dello Spirito Santo. Nel credo si afferma che le divisioni non sono volontà di Gesù Cristo, che prega incessantemente il Padre che i suoi discepoli siano una sola cosa. L’unità della chiesa, come le altre caratteristiche sono un dono di Dio e un compito umano, esistono già nella Chiesa ma non sono ancora compiute in modo definitivo. Vie per incontrare il desiderio/bisogno dell’umanità di crescere nell’unità Discernere tra unità secondo il Vangelo e secondo il mondo. - Falsa unità: capro espiatorio, cercare un nemico comune, uniformità- Vera unità: sequela di Gesù, comunione delle differenze, riconciliazione Strade per raggiungere la piena unità tra cristiani (e tra cattolici). Pregare insieme Lavorare insieme Camminare insieme Un consiglio autorevole. Udienza di papa Francesco del 27 Agosto 2014. «Tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21). La Chiesa ha cercato fin dall’inizio di realizzare questo proposito che sta tanto a cuore a Gesù. Gli Atti degli Apostoli ci ricordano che i primi cristiani si distinguevano per il fatto di avere «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32); l’apostolo Paolo, poi, esortava le sue comunità a non dimenticare che sono «un solo corpo» (1 Cor 12,13). L’esperienza, però, ci dice che sono tanti i peccati contro l’unità. E non pensiamo solo agli scismi, pensiamo a mancanze molto comuni nelle nostre comunità, a peccati “parrocchiali”, a quei peccati nelle parrocchie. A volte, infatti, le nostre parrocchie, chiamate ad essere luoghi di condivisione e di comunione, sono tristemente segnate da invidie, gelosie, antipatie... E le chiacchiere sono alla portata di tutti. Quanto si chiacchiera nelle parrocchie! Questo non è buono. Ad esempio, quando uno viene eletto presidente di quella associazione, si chiacchiera contro di lui. E se quell’altra viene eletta presidente della catechesi, le altre chiacchierano contro di lei. Ma, questa non è la Chiesa. Questo non si deve fare, non dobbiamo farlo! Bisogna chiedere al Signore la grazia di non farlo. Questo succede quando puntiamo ai primi posti; quando mettiamo al centro noi stessi, con le nostre ambizioni personali e i nostri modi di vedere le cose, e giudichiamo gli altri; quando guardiamo ai difetti dei fratelli, invece che alle loro doti; quando diamo più peso a quello che ci divide, invece che a quello che ci accomuna. Una volta, nell’altra Diocesi che avevo prima, ho sentito un commento interessante e bello. Si parlava di un’anziana che per tutta la vita aveva lavorato in parrocchia, e una persona che la conosceva bene, ha detto: «Questa donna non ha mai sparlato, mai ha chiacchierato, sempre era un sorriso». Una donna così può essere canonizzata domani! Questo è un bell’esempio. E se guardiamo alla storia della Chiesa, quante divisioni fra noi cristiani. Anche adesso siamo divisi. Anche nella storia noi cristiani abbiamo fatto la guerra fra di noi per divisioni teologiche. Pensiamo a quella dei 30 anni. Ma, questo non è cristiano. Dobbiamo lavorare anche per l’unità di tutti i cristiani, andare sulla strada dell’unità che è quella che Gesù vuole e per cui ha pregato. Di fronte a tutto questo, dobbiamo fare seriamente un esame di coscienza. In una comunità cristiana, la divisione è uno dei peccati più gravi, perché la rende segno non dell’opera di Dio, ma dell’opera del diavolo, il quale è per definizione colui che separa, che rovina i rapporti, che insinua pregiudizi... La divisione in una comunità cristiana, sia essa una scuola, una parrocchia, o un’associazione, è un peccato gravissimo, perché è opera del Diavolo. Dio, invece, vuole che cresciamo nella capacità di accoglierci, di perdonarci e di volerci bene, per assomigliare sempre di più a Lui che è comunione e amore. In questo sta la santità della Chiesa: nel riconoscersi ad immagine di Dio, ricolmata della sua misericordia e della sua grazia.
Da lunedì 19 a venerdì 23 i nostri ragazzi vivranno la novena in preparazione al Natale. Con seguenti orari: - Ore 7:10 a Velate in Chiesa: Novena + colazione- Ore 7:15 a Masnago in oratorio: Novena + colazione - Ore 15:30 ad Avigno in Chiesa (lunedì sarà alle 16:30) Ore 16:30 a Bobbiate in Chiesa Venerdì 23 la novena sarà alle 10:30 a Masnago, alle 15:30 ad Avigno e alle 16:30 a Bobbiate. Come sempre chiediamo ai bambini di portare con se nei giorni della novena un alimento da dare ai più bisognosi.In particolare: Lunedì 19: Dolci nataliziMartedì 20: Lenticchie e cotechino Mercoledì 21: Zucchero e marmellata Giovedì 22: Sughi prontiVenerdì 23: Un alimento a vostra scelta
Concludiamo il cammino di quest’anno circa la formazione adulti nella forma della “giornata della Comunità” con una provocazione che dovrebbe rilanciarci verso un nuovo modo di essere chiesa nella società.Siamo partiti dalla necessità della preghiera come “motore di propulsione” del nostro essere chiesa in uscita, per essere testimoni credibili. Il secondo passo è stato quello di riconquistare le motivazioni di fede perché non si può annunciare un Vangelo che non si conosce e che non ha conquistato prima di tutto chi lo annuncia.Ecco il terzo passo: la constatazione della perdita di evidenza dell’Eucaristia domenicale, che invece dovrebbe essere il punto focale originante. Ci siamo chiesti come ritrovare questa freschezza fontale. Da qui l’ultimo passo: chi sono i protagonisti di questa nuova evangelizzazione? A chi tocca principalmente essere “chiesa in uscita”? Anche da questo punto di vista si sta rendendo sempre più evidente che i sacerdoti non sono più in grado di essere gli unici protagonisti dell’annuncio cristiano, non solo per il sempre più preoccupante calo numerico, ma soprattutto perché è arrivato il momento di far chiarezza sui compiti delle specifiche vocazioni all’interno della Chiesa, riscoprendo e portando definitivamente in luce il ruolo dei laici. Papa Francesco e l’Arcivescovo Mario, fra i tanti, stanno spingendo in questa direzione. Riportiamo, come uno dei tanti inviti al riguardo, le parole proprio di quest’ultimo: “Tocca a noi. Tutti insieme. [...] Infatti, tutti sono “pietre vive” chiamate a costruire questo segno che la vocazione alla fraternità universale può trovare casa, non solo discorsi, può scrivere la storia, non solo libri”. (Mario Delpini, Tocca a noi, tutti insieme. Discorso alla Città 2020) Se ognuno deve finalmente tornare a svolgere il proprio compito, ecco allora le provocazioni per il nostro ultimo incontro circa la missionarietà della Chiesa. 1. È l’ora dei laici? «Sembra che l’orologio si sia fermato!» Non c’è dubbio, dunque, che, a partire dall’ultimo concilio, nella vita della chiesa la presenza dei laici e la loro azione abbiano assunto una precisa fisionomia del credente oltre che della titolarità ecclesiale degli stessi laici. Tuttavia, gli entusiasmi conciliari hanno fatto presto i conti con rapide trasformazioni sul piano sociale che hanno catturato l’attenzione a favore di altre questioni ritenute più urgenti e decisive.Il laico nella chiesa del futuro non potrà evitare di fare i conti con una formazione cristiana che possa renderlo pronto a dare ragione del proprio vissuto credente. Nel tempo attuale, però, e nel futuro ancora meglio, non è e non sarà più pensabile rassegnarsi a una mentalità di fede ferma a un livello di alfabetizzazione, incapace di sostenere con qualità la proposta di una vita cristiana che è fortemente sfidata dai contesti attuali nei quali i laici e le laiche vivono e operano. Ma in questo lasso di tempo abbiamo dei laici pronti a sostenere questa missione? In alcuni casi non si sono formati per assumere responsabilità importanti, in altri casi non hanno trovato spazio nelle loro chiese particolari per poter esprimersi ed agire, a causa di un eccessivo clericalismo che li mantiene al margine delle decisioni. Spesso li abbiamo limitati a compiti intraecclesiali senza un reale impegno per l’applicazione del vangelo alla trasformazione della società. Cosa manca ai laici oggi per essere pronti a compiere la loro parte di annuncio del Vangelo? 2. Chiesa in uscita. Ma chi esce, e come? Incisiva, provocatoria, incoraggiante. L’espressione ormai nota di papa Francesco: la “Chiesa in uscita!” Invita i cristiani a non avvitarsi su sé stessi, a non arroccarsi in un legnoso crogiuolo, tra l’inerzia che nasce dalla paura o dalla pigrizia e il vittimismo generato dalla diffusa indifferenza verso la fede e dalla più o meno velata persecuzione verso la religione cristiana. La Chiesa in uscita. Raccoglie, riproponendolo, nientemeno che il comando dato da Gesù Cristo agli apostoli: andate, andate in tutto il mondo! Quando ha scardinato le porte del cenacolo con il suo Spirito che abilita i mandati e li libera da ogni timore. Ma se vogliamo dare concretezza a questo “uscire” e non lasciarlo nel limbo di una semplice pur se significativa espressione, è necessario mettere sul tavolo due considerazioni speculari. Tanto ovvie da apparire banali. a. La prima: per uscire è necessario che ci sia “dentro” qualcuno. b. La seconda: che uscendo uno abbia qualcosa di significativo da offrire. Tradotto in uno sguardo alla Chiesa: è indispensabile che essa sia ancora abitata e che gli abitanti abbiano la consapevolezza del decisivo incontro con Gesù Cristo in ordine al senso della vita e della vocazione battesimale nell’edificare la comunità. Solo così si potrà uscire, e non a mani vuote o con parole inascoltate, ma per essere “sale e lievito” della storia umana secondo il disegno del Signore. Tradotto in moneta nell’oggi: è tempo di rivisitare in modo radicale i percorsi di accoglienza e di cura, di iniziazione alla fede e alla vita cristiana delle nostre comunità. Per i ragazzi e gli adulti con loro, senza nostalgie e riproposizioni di stile, tempi, metodi e contenuti oggi inefficaci, come la realtà dimostra. È tempo di una formazione forgiata con la Parola, con la contemplazione orante, con esperienze vive di comunità. Aperta a tutti, ma senza attardarsi sui numeri; centrata non tanto su “dottrine”, ma sui due pilastri essenziali: il “volto” di Gesù Cristo e la “porta” della chiesa. Due elementi portanti per una vita cristiana nella sua essenzialità. Sui quali potrà reggersi un più completo edificio di fede, nella misura in cui uno avrà percepito il bello del vivere secondo Cristo e il bello del vivere in comunione con gli altri. Una fede consapevole e matura per una vita “originale”. E se vogliamo stare nel momento presente, a modo esemplificativo, ci sta una Chiesa della consolazione attraverso la vicinanza e la preghiera, come è stato fatto in modo abbondante; ci sta una Chiesa della caritas dai pacchi alimentari e dalle bollette pagate, dell’ascolto attento, preludio di un accompagnamento fraterno, vero nutrimento di speranza. Ma dobbiamo chiederci se la Chiesa non rischi di essere carente proprio nell’offrire la carità del Vangelo della vita, del senso del vivere alla luce della fede, una fede più che mai incarnata e illuminante l’oggi e il domani nei suoi vari passaggi di croce e di risurrezione. Solo allora saremo “in uscita” con mani e cuore colme non tanto del nostro bene, ma di... ogni ben di Dio, per manifestare un volto bello della Chiesa. Quale messaggio di novità di vita il “normale vicino di casa” oggi ha necessità di sentirsi rivolgere da noi che “viviamo di Vangelo”? 3. “Chiesa in uscita” ... “uscita dalla Chiesa”? Siamo arrivati al punto di non ritorno in cui per diventare “Chiesa in uscita” diviene necessario che cresca la voglia di rimettersi in gioco, di abbandonare consuetudini e schemi dati ormai per scontati, programmi e organigrammi inscalfibili, per chiedersi di cosa hanno veramente bisogno oggi le persone, le famiglie, le comunità, cosa è veramente essenziale per la loro vita, per la loro fede. Forse questo risultato non lo si potrà raggiungere finché tutti noi non diventiamo “credenti inquieti”, richiamandosi a quella “santa inquietudine” a cui più volte ci ha richiamato Papa Francesco. Quell’inquietudine che nasce da una fede che non anestetizza la vita ma, al contrario, la assume in tutta la sua bellezza e ricchezza, e anche nella sua complessità e difficoltà. E che per questo sa misurarsi con le domande, i dubbi, le fatiche della vita, scoprendo proprio dentro di esse la profondità del mistero dell’amore del Signore. Una fede che non può lasciare indifferenti, tiepidi, rassegnati, perché chiede a ciascuno di gettare tutto sé stesso nella vita di ogni giorno, nelle relazioni, nel lavoro e nello studio, nella costruzione di una società più umana, nel camminare dentro una Chiesa che vuole bene al proprio tempo. È in questo senso, credo, che don Primo Mazzolari diceva che “le più belle pagine della storia della Chiesa sono state scritte da anime inquiete”. Cosa suggerisco perché la comunità cristiana diventi capace di raggiungere coloro che non si lasciano raggiungere: genitori dei ragazzi dell’iniziazione cristiana, famiglie giovani, fratelli in seconda unione, giovani “pendolari”, adolescenti sulla soglia...? Don Giampietro
«Annunciate con gioia la bellezza dell’essere famiglia!». È l’invito che faremo che tutte le famiglie si sentiranno rivolgere domenica prossima in occasione della festa della Famiglia. Facciamo un piccolo sondaggio: quand’è stata l’ultima volta che in casa nostra ci siamo detti: “com’è bello!”? Se chi sta leggendo in questo momento non se lo ricorda... capirà meglio il tema sul quale la nostra diocesi ci invita a vivere la festa della famiglia. Quest’anno ci chiederemo vicendevolmente di dimostrare «com’è bello» vivere insieme in famiglia, nonostante anche tante difficoltà, tensioni, preoccupazioni. Ma la forza della famiglia sta proprio nella sua capacità di vivere con gioia la sua bellezza, fino in fondo. Dirsi reciprocamente "com'è bello" vivere in famiglia sarà il nostro punto di partenza. Il tema diocesano riprende l’«Invio missionario delle famiglie» che Papa Francesco ha rivolto a tutti a conclusione del X Incontro mondiale delle famiglie (che si è svolto nel giugno scorso). Ci piace comunicarci che le famiglie non dovranno mai camminare da sole, ma trovare il sostegno di una comunità che educa e ama. La bellezza dell’essere famiglia vorrei declinarla meglio proponendovi tre obiettivi che mi paiono non più rimandabili per costruire fondamenta cristiane solide in ogni nostra casa. 1. ricollegare amore / generazione / cura. Ripartiamo dal fondamento del nostro matrimonio: siamo stati voluti insieme da un amore più grande di noi, da una Padre che “regalandoci” un “lui/lei” a cui voler bene, non ha mai smesso di prendersi cura di ciascuno. Questo è il cuore del matrimonio e dell’unione coniugale. Forse il ridircelo, soprattutto quando attraversiamo momenti meno felici... può farci un gran bene. 2. riallacciare legami familiari e generazionali. Riprendiamoci il gusto del dialogo e dello scambio tra generazioni diverse all’interno della medesima famiglia e fra famiglie di diversa generazione. I genitori siamo contenti di essere genitori avendo qualcuno da educare e di cui prendersi cura. I figli ritrovino passione nell’imparare a crescere, ponendosi traguardi da raggiungere senza esigere di bruciare le tappe. E i nonni non abdichino al ruolo che la vita gli ha affidato: distribuire il tesoro della sapienza. 3. affrontare la complessa sfida educativa. Abbiamo affrontato e lo stiamo ancora facendo una pandemia devastante dal punto di vista delle relazioni interpersonali... stiamo affrontando una crisi economica che ci sta mettendo duramente alla prova... stiamo convivendo con una crisi di fede e di valori umani senza precedenti... vogliamo almeno aiutarci a costruire un futuro promettente per i nostri figli! ... perché, come ci ha detto l’Arcivescovo Mario nel suo ultimo discorso alla città, le nuove generazioni ci rivolgono l’invocazione: «Dateci buone ragioni per diventare adulti!». Sentiamoci allora tutti invitati domenica prossima. Lo dobbiamo a noi stessi, in nome dell’amore che continuamente ci promettiamo; lo dobbiamo ai nostri figli per non deluderli nell’esemplarità che ci richiedono; lo dobbiamo alla Chiesa che, seppur con tante carenze e difetti, prova ad accompagnarci in tutte le fasi della nostra unione coniugale; lo dobbiamo al buon Dio che, da inguaribile Padre ottimista, continua a scommettere sulla nostra capacità di volerci bene... Avrei anch’io, in quanto parroco della Comunità, un appello da lanciarvi, un appello che sento profondamente vero e attuale, un appello che vuole tradurre più esplicitamente l’invito del Papa “Annunciate con gioia la bellezza dell’essere famiglia!”, e lo tradurrei così: fidatevi dell’Amore che Dio ha posto in voi Annunciate con la gioia della vostra vita di coppia la bellezza e la grazia del matrimonio cristiano, per dare speranza a coloro che non ne hanno più. Siate segno del Cristo vivente, senza paura di quel che il Signore vi chiede, né di essere generosi con Lui...Sono certo che non mi deluderete! Don Giampietro
P. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. T. Amen. P. Chi segue Gesù ha già vinto le tenebre: per una strada sicura cammina T. Egli avrà la luce della vita, dice il Signore P. Se custodirà la mia Parola, non gusterà la morte T. Egli avrà la luce della vita, dice il Signore Lettura del Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,6-8.15-18) Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce. Breve momento di silenzio - Illumina Kyrie, Signore, i passi di papa Francesco, del nostro Vescovo Mario, dei preti e consacrati che vivono nelle nostre comunità, perché possano essere la Tua luce che indica il cammino verso Te, preghiamo - Illumina Kyrie, Signore, i passi dei governanti, perché vedano e favoriscano percorsi di pace per il bene dei popoli di cui sono riferimento, preghiamo - Illumina Kyrie, Signore, le nostre famiglie, perché ciascuna sia una piccola chiesa dove possiamo incontrarti oltre alla condivisione del quotidiano anche in momenti di preghiera vissuti come tuoi fratelli e sorelle uniti nella medesima fiducia in Dio Padre, preghiamo - Illumina Kyrie, Signore, quanti stanno soffrendo per malattia o per qualche grande dolore che portano nel cuore. Manda il tuo Santo Spirito perché attraverso la testimonianza credente della comunità cristiana possano incontrare persone che siano luce e segno del tuo amore consolante, preghiamo GloriaPadre nostro
Il Vangelo di Matteo ci racconta che Gesù vive l’esperienza del deserto per “quaranta giorni e quaranta notti”. Alla fine “ha fame”. Nella debolezza, nell’esigenza di potersi cibare, lo spirito del male gli si avvicina e gli propone tre percorsi diversi da quelli maturati nella sua relazione con Dio : darsi il nutrimento necessario; obbligare il Padre a liberarlo dall’ultimo limite che è la morte; cercare una vita qualificata dal possedere e dal successo. L’unico potere che sarà invece di Gesù è totalmente di senso opposto: mettersi a servizio dell’umanità, perché sappia spendere bene la sua esistenza, attraverso atteggiamenti e scelte contrassegnate dall’amore (v. nei Vangeli delle ultime domeniche: il perdono dell’adultera e l’abbraccio del padre al figlio minore che, concretamente, gli aveva portato via la “metà dei beni”). Nel brano di Matteo si legge che Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato. La tentazione, che si concretizza nel “faccia a faccia” con la possibilità di accogliere il male nella nostra vita, fa parte del nostro cammino spirituale. Assume le sembianze della pigrizia, della richiesta di dilazionare il bene già da subito possibile, della presunzione dell’autocentrare tutto quello che ci circonda; e si presume di essere sempre in grado di discernere positivamente. Del resto Siracide 2,1 esprime tutto questo in termini molto chiari: “Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione”. Accogliere questa sfida significa, alla fine, riuscire a scoprire bene quali sono i sentimenti e le determinazioni che abitano la nostra esistenza; quali sono i passi da compiere perché l’amore di Dio catturi sempre meglio la nostra vita. “Il tentatore gli si avvicinò”. Matteo, nello scrivere il suo Vangelo, utilizza spesso la parola “avvicinarsi”. Racconta di Gesù che si avvicina alle persone, le guarisce, parla al loro cuore; prova compassione per coloro che vivono situazioni piene di disagio e di difficoltà. Non è questa però la modalità con cui lo spirito del male si avvicina a Lui. Per l’evangelista è importante fare discernimento sulle persone che si avvicinano a noi o a cui noi ci avviciniamo. Non dobbiamo mai cercare di cambiarle, secondo le nostre attese. È necessario invece rispettarle, instaurando rapporti caratterizzati dalla libertà e dall’onestà. Il credente non si rinchiude mai nel suo mondo; sceglie di stare nella società e di creare relazioni diverse dove si possa crescere nella pace interiore e, nello stesso tempo, nella capacità di comunicare insieme nella verità, aiutandosi a illuminare reciprocamente la propria esistenza. Le relazioni poco serene, a volte anche nocive e distruttive, non necessariamente vengono dall’esterno (spirito del male, lacerazioni nella società civile, colleghi di lavoro ...); possono venire anche dall’interno della comunità cristiana; e soprattutto dal nostro cuore quando, non ci lasciamo avvolgere dall’amore e non custodiamo le nostre parole. L’attività frenetica, anche nelle nostre comunità, non favorisce la serenità di rapporti e una buona armonia. A volte si promuove anche inconsapevolmente ciò che crea divisione. Nella preghiera corale del Monastero di Bose, lo spirito del male è sempre chiamato: “Divisore”. Nei Vangeli spesso si parla di coloro che si avvicinano a Gesù “per tentarlo”, “per metterlo alla prova”. Ai suoi discepoli il Signore Gesù chiede di essere “candidi come le colombe”. Nello stesso tempo però suggerisce di non essere ingenui, di essere coscienti che il male esiste. Va chiamato per nome; va combattuto; va allontanato perché chi ci incontra si possa immergere nel bene che il Signore pone quotidianamente nel nostro cuore. Don Peppino
Gesù è nato scartatoper dirci che ogni scartato è figlio di Dio.È venuto al mondo come viene al mondo un bimbo, debole e fragile, perché noi possiamo accogliere con tenerezzale nostre fragilità.E scoprire una cosa importante:come a Betlemme, così anche con noiDio ama fare grandi coseattraverso le nostre povertà. (Papa Francesco) In questo Natale, culmine di un anno che insieme a tante difficoltà ha finalmente aperto anche qualche spiraglio di luce, vogliamo cogliere l’occasione per augurarvi, come Diaconia, un SANTO NATALE 2022.Ciascuno possa riconoscere il bene che sempre sovrabbonda, essere incoraggiato a ringraziare per ogni attenzione, sorridere e consolare gli altri per sperimentare la consolazione di Dio... perché ciascuno di voi... possa sentirti accompagnato da tutti noi. Il parroco don Giampietro con la Diaconia intera
8 dicembre, certamente una data significativa per le nostre otto parrocchie: è la festa della nostra Comunità Pastorale.Dopo due anni in cui è stata un po’ sacrificata dalle restrizioni dovute alla pandemia, quest’anno possiamo finalmente ritornare a viverla nella sua pienezza. Colgo l’occasione allora per rilanciare il senso della nostra comunione di Chiesa e di parrocchiani provenienti da realtà parrocchiali diverse e provo a farlo coniando cinque verbi che possono indirizzarci e aiutarci a ripartire con maggior slancio. 1. Uscire «Voi uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso (cfr Mt 22,9). Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada, “zoppi, storpi, ciechi, sordi” (Mt 15,30). Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo». In queste parole che papa Francesco aveva rivolto in occasione del convegno ecclesiale di Firenze del 2015 troviamo l'indicazione a tutti noi circa lo stile con il quale calarci nella logica delle Comunità Pastorale: quando si presentano nuove sfide, alla reazione istintiva di chiudersi, difendersi, alzare muri e stabilire confini invalicabili, rispondiamo con una prospettiva nuova: si può uscire con fiducia, trovando l’audacia di percorrere le strade di tutti, sprigionando la forza per costruire piazze di incontro e offrendo la compagnia della cura e della misericordia a chi è rimasto ai bordi. Vorrei che il vostro cuore battesse all’unisono con il mio nel prenderci a carico i fratelli che si sentono o si sono esclusi dalla comunità... andiamo a recuperarli! 2. Annunciare «Rallegrati», dice l’angelo a Maria. L’annuncio ha da subito il sapore della “gioia”. Come la Vergine, sperimentiamo davvero la gioia del Vangelo. Annunciare è gioire, è aumentare la propria vita, è osare, è condividere, perché non esiste gioia che non senta il bisogno di essere condivisa.Annunciare la gioia, non la paura: la gioia non è allegrezza da esibire, né superficialità, né senso di superiorità, né sarcasmo, né cinismo, ma profondità, leggerezza e umiltà. Sono veramente convinto che noi, che crediamo nel valore della Comunità, abbiamo qualcosa da dire a tutti; non lasciamo la parola solo a chi urla (spesso a sproposito) e a chi ha sempre da lamentarsi. 3. Abitare È un verbo che, come viene mostrato anche nella Evangelii Gaudium, non indica semplicemente qualcosa che si realizza in uno spazio. Non si abitano solo luoghi: si abitano anzitutto relazioni. Non si tratta di qualcosa di statico, che indica uno “star dentro” fisso e definito, ma l’abitare implica una dinamica.In tutto questo però, non si parte da zero. Un po’ di strada è stata percorsa in questi anni. Il cammino ulteriore che ci attende è un cammino che, come comunità, stiamo facendo da tempo, andando incontro alle singole esigenze di vita. Lo facciamo, consapevoli che l’abitare è anzitutto un “farsi abitare da Cristo”, perché solo a partire da qui può essere fatto spazio all’altro. Riprendiamo credendo fortemente alla forza delle relazioni. 4. Educare Per educare occorre avere il cuore aperto. L’educazione è una scommessa laboriosa, fatta di rinunce, ascolto e apprendimento, i cui frutti si raccolgono nel tempo, regalandoci una gioia incomparabile.Si realizza quando l’educazione cristiana, rischiando modi e forme sempre nuove, si conforma all’educare di Cristo. Tutti noi dobbiamo avvertire l’esigenza di promuovere cammini in cui educare, compiendo “esercizi” di umiltà, per accompagnare e non forzare i percorsi di crescita; “esercizi” di disinteresse e gratuità, per non legare a sé le persone ma orientare e proporre rispettando la libertà; “esercizi” di beatitudine evangelica davanti alla richiesta delle persone di non ricevere formule ma compagnia, senza “accademie della fede” ma con la forza di una testimonianza che trasmette la fede per attrazione.Se la fatica di educare è evidente, tuttavia è sempre un compito bello e appassionante. Le sfide e le difficoltà infatti non mancano, anzi sono molte. Tali sfide dobbiamo percepirle come risorsa più che come problema, come opportunità per ripensare e rivedere alcune prassi, come sollecitazione al cambiamento. 5. Trasfigurare Gesù nei suoi incontri quotidiani, nel suo sguardo sul mondo e l’umanità, non ha mai lasciato cose e persone come le aveva trovate, ma ha trasfigurato tutto e tutti. Ha fatto nuove tutte le cose. È il Signore che trasfigura, non siamo noi! Bisogna allora lasciarsi trasfigurare e non ostacolare l’opera di Dio in noi e intorno a noi, ma saperla piuttosto riconoscere e aderirvi. Percepire lo sguardo trasfigurante del Signore su di noi ci conduce a cogliere il valore dello sguardo sull’altro, come riconoscimento della sua storia di vita.Trasfigurare è allora sguardo che cerca l’uomo, facendo emergere che non c’è umanità là dove si vive senza speranza e senza gratuità. In sintesi, trasfigurare è far emergere la bellezza che c'è, e che il Signore non si stanca di suscitare nella concretezza dei giorni, delle persone che incontriamo e delle situazioni che viviamo. Ho iniziato a settembre il 4° anno in mezzo a voi... e ho dentro tanta voglia di una Chiesa nuova... perché Gesù non è venuto a conservare l’esistente, ma a renderlo più bello... Ci state? Don Giampietro