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Imparò l’obbedienza dalle cose che patì

1. Diventare Che uomo, che donna sto diventando?Diventare grande, diventare vecchio, diventare padre, madre, nonno, nonna, vedovo, solo.Diventare prete, marito, moglie.Diventare niente.Uno è quello che è, sono sempre quello, sempre le stesse cose. 2. Il Verbo di Dio è diventato uomo. Si celebra il Natale, ma diventare uomo non è un istante. Un lungo apprendistato ha insegnato a Gesù a vivere da uomo, in carne e ossa. Negli anni di Nazareth Gesù non ha fatto niente, non ha insegnato niente. Una cosa sola ha fatto: ha imparato a essere un uomo, il figlio del falegname, il figlio di Maria. Ha imparato i giorni e le notti, le feste e i lutti, le preghiere e i canti, le amicizie e le parentele. Il lavoro e il riposo. Ha imparato a diventare uomo.Gesù continua a imparare a diventare uomo nel suo viaggio fino a Gerusalemme, nella popolarità e nel discredito, nelle false accuse e nella dolorosa passione, fino all’incontro con l’ultimo nemico, la morte.Così commenta la lettera agli Ebrei:pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono (Eb 5,8-9). 3. Divenne causa di salvezza eterna per tutti. Gesù è diventato uomo, ha attraversato le stagioni e le situazioni dell’essere uomo e così, essendo Figlio, può insegnare ai fratelli e alle sorelle come si possa diventare figli, cioè essere salvati con una salvezza eterna.Egli indica la via, perché infatti è la via: Gesù percorre la via della croce e diventa salvezza per tutti.Gesù dice: chi vuole diventare figlio, cammini come ho camminato io sulla via degli uomini.Ecco perché siamo convocati per celebrare la via crucis: per guardare Cristo sulla croce e tenendo fisso lo sguardo su di lui, imparare a diventare uomini e donne che si conformano a lui, l’uomo perfetto.Viviamo quindi il trascorrere del tempo non per diventare vecchi, ma per diventare conformi al Figlio, per obbedire a lui ed essere salvati. Diventare, imparare dalle cose che patì: i giorni passano anche se io non lo voglio, ma io divento diverso solo se lo voglio; le notizie invadono la mia mente e i miei occhi con una loro inarrestabile prepotenza, ma io imparo solo se concentro l’attenzione; i rapporti tra marito e moglie, tra fratelli, tra vicini di casa, tra parenti, possono diventare rapporti buoni solo se io mi rendo amabile e coltivo la stima delle persone che incontro, se mi impegno in spirito di servizio e con intenzione di edificare la comunità. Diventare: questo fascino e fatica della libertà, questa sfida rivolta al tempo, questo concentrarsi sul modello, questo azzardo della fiducia, questo docile abbandono al vento dello Spirito che spinge al largo. Diventare, imparare tenendo fisso lo sguardo su Gesù: ecco l’uomo. Diventare come lui: capace di vivere come Gesù ha vissuto i rapporti di Nazareth e i rapporti di Gerusalemme, i rapporti intessuti lungo il mare e i rapporti drammatici vissuti sulla via della croce. Diventare come lui: imparare a pregare da lui, dicendo: “Padre!”. Imparare a soffrire come lui, senza desiderio di vendetta, ma con l’intimo desiderio delperdono.Avere gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù. Gesù ha imparato a essere uomo; chiama anche noi a seguirlo per imparare a essere figli di Dio. Talvolta c’è questa specie di rassegnazione: “Uno è quello che è... sempre così sarà... Le cose sono quelle che sono e si ripetono sempre”.Come stanno diventando le nostre parrocchie, le nostre comunità pastorali? Cosa stiamo diventando come Chiesa? Usciamo da un periodo di sospensione, di lentezze, di assenze, per dire: «stiamo diventando un popolo nuovo, che riconosce la sua vocazione ad essere sale della terra, luce del mondo». Noi non siamo presuntuosi non pensiamo di dover fare lezioni agli altri, sentiamo però la responsabilità di essere testimoni, testimoni perché conformi al Figlio, che ha imparato l’obbedienza dalle cose che ha patito. “Diventare”: mettiamoci dunque in cammino verso al Pasqua. Incoraggio voi, tutte le comunità: siamo in cammino, non fermiamoci, non ci spaventino le difficoltà, non ci paralizzi l’angoscia di questi giorni. Noi non ci possiamo isolare dai problemi del mondo, ma attraverso i problemi del mondo, attraverso la sofferenza che proviamo noi, che vediamo nei nostri fratelli, noi diventiamo conformi a Gesù. In cammino, dunque, verso la Pasqua. Via Crucis a Cairate con l'Arcivescovo, l'omelia di mons. Delpini è disponibile su Youtube: https://youtu.be/nYvCf0Hm3wc

Imparò l’obbedienza dalle cose che patì

Rimanete nel mio amore - La Quaresima dei nostri oratori

9Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. (Gv 15, 9-11) La gioia piena! Una grande promessa quella che Gesù consegna ai suoi discepoli nell'ora della cena, in un'ora tragica e difficile. Una promessa anche per noi e per i nostri ragazzi in questi anni complessi e ancor di più in questi giorni, segnati dall'orrore della guerra. La gioia piena come meta di questa Pasqua, come promessa per un mondo migliore, per una vita ritrovata e riscoperta nella sua bellezza! La grande promessa di Gesù però chiede uno sforzo a ciascuno di noi: rimanere nel suo amore, cioè avere Gesù, la sua vita, la sua preghiera, il suo modo di relazionarsi e di vedere le cose come punto di partenza e di arrivo ogni giorno. Dove sei stato oggi Signore in questa giornata? Questa può essere la domanda che accompagna questo tempo di Quaresima. Ed ecco che le proposte che la Pastorale Giovanile e gli oratori della nostra comunità vogliono donare ai ragazzi e giovani sono proposte di sosta per stare proprio davanti a questo amore del Signore Gesù e saperlo riconoscere, giorno dopo giorno. E allora nelle tenebre e nelle complesse difficoltà di questo tempo si staglia la vera luce, la luce della Gioia piena, la luce della Risurrezione! Buona quaresima a TUTTI, fratelli e sorelle! Don Matteo   Di seguito elenchiamo gli appuntamenti significativi per i ragazzi e i giovani INIZIAZIONE CRISTIANA Costruzione di un angolo di preghiera in famiglia per la preghiera quotidiana con i simboli della Quaresima, alla luce del foglietto della preghiera da ritirare ogni domenica in chiesa Via Crucis per i ragazzi il VENERDÌ alle ore 16.15 ad Avigno e alle ore 16.30 a Masnago e a Bobbiate per TUTTE LE CLASSI S. Messe dell'Iniziazione Cristiana nelle messe centrali della domenica con una loro animazione e momenti di ritiro per le classi 4a e 5a elementare in preparazione ai sacramenti Triduo Pasquale insieme PREADOLESCENTI Due giorni il 12 e 13 marzo in Oratorio a Masnago, con tempo di ritiro insieme e S. Messa Raccolta alimentare a Masnago porta a porta sabato 2 aprile dalle ore 16.00 fino alle ore 18.00 Confessioni insieme a tutti i giovani della PG domenica 10 aprile alle 16.30 e poi S. Messa nella Domenica delle Palme Triduo Pasquale insieme ADOLESCENTI La proposta OPENLY i mercoledì e i venerdì dalle ore 15.00 alle 19.00 a Masnago Inizio della formazione come animatori per l'oratorio estivo domenica 13 marzo alle ore 18.00 a Masnago Due giorni il 19 e 20 marzo in oratorio a Masnago con attività, confronto e S. Messa Incontro con i ragazzi della Comunità Kayros e don Claudio Burgio domenica 3 aprile alle ore 18.00 in oratorio a Masnago Confessioni insieme a tutti i giovani della PG domenica 10 aprile alle 16.30 e poi S. Messa nella Domenica delle Palme Triduo Pasquale insieme 18/19ENNI La proposta OPENLY i mercoledì e i venerdì dalle ore 15.00 alle 19.00 a Masnago Proposta del venerdì con i giovani della città alla Brunella alle ore 21.00 Incontro il 13 marzo e il 27 marzo sul tema della libertà e della fede Formazione animatori ed educatori Confessioni insieme a tutti i giovani della PG domenica 10 aprile alle 16.30 e poi S. Messa nella Domenica delle Palme Triduo Pasquale insieme GIOVANI Sul petto di Gesù: proposta nei venerdì di Quaresima per i giovani della città di Varese e tempo di condivisione domenica 20 marzo dalle ore 12.00 e sabato 2 aprile dopo la Messa delle 18.30 a Masnago Spazio per un tempo insieme e gratuito per gli adolescenti, 18/19enni e giovani della comunità sabato 2 aprile a Masnago dalle 21.00 alle 23.30 Triduo Pasquale insieme

Rimanete nel mio amore - La Quaresima dei nostri oratori

Giornata della Comunità. Il vissuto relazionale

La situazione pandemica con cui da due anni conviviamo ha costretto tutti a porci seriamente in questione sulla verità e profondità del nostro vissuto relazionale.Come Chiesa cittadina stiamo provando ad entrare nel cuore di questo vissuto per cogliere le insite profondità e la sua originaria bellezza. Lo faremo nella modalità del confronto così come eravamo abituati prima che scoppiasse la pandemia, in quelle che per noi erano le “giornate della Comunità”. Le abbiamo un po’ rivisitate nella loro modalità, snellendole, per facilitarne la presenza e il confronto tra noi. Saranno due i momenti che vi proponiamo in questo mese di febbraio, per ognuno dei quali offriremo la possibilità di una duplice occasione: il venerdì sera alle 20:45 a Bobbiate e la domenica pomeriggio alle 15:30 a Masnago. In questa prima scheda vogliamo porci dal punto di vista di Dio per cogliere in profondità qual è il suo disegno originario circa la relazione tra noi e con Lui. 1. Il sogno originario di Dio Nella creazione abbiamo la consapevolezza che Dio stesso ha nutrito fin dall’inizio: quella che Lui e noi uomini abbiamo bisogno di relazioni. Non sono sufficienti le creature, pur buone e belle... occorre un essere umano da poter guardare negli occhi! Da qui ricaviamo due imperativi: a. Il bisogno di umanizzare la nostra vita, perché nessuno può credere in maniera teorica! Anche Dio per essere Padre, ha bisogno di avere dei figli! b. L’esigenza di rispettare l’alterità e la diversità dell’altro, perché se non permettessimo all’altro di essere se stesso, neppure noi saremmo noi stessi.Da qui la domanda che nel corso dell’esistenza noi uomini ci siamo sempre sentiti rivolgere da Dio: “ci stai a costruire con me la tua umanità? Cosa significa per te uomo crescere a mia immagine?”. Da qui la domanda per il nostro confronto: in quali tratti del nostro modo di vivere in famiglia e di essere presente nella Chiesa, siamo riusciti ad esprimere maggiormente le caratteristiche di Dio? 2. Una “falsa partenza” L’uomo però, nel corso della sua vita di relazione, sperimenta la fatica di sapersi relazionare sia con Dio che con il suo simile, perché noi uomini scopriamo di “avere una fame” di indipendenza, di onnipotenza, di libertà, che non ci aiuta a vivere la diversità dell’altro, perché non è mai come io lo vorrei. E questo vale sia nei confronti di Dio Padre, sia in quelli del coniuge/figli. Ecco allora le due reazioni distorte: a. La riduzione di Dio ad un idolo, così è più facile ricondurlo ad una sorta di soprammobile che non mi crea fastidio perché nella mia vita diventa il “grande assente”. b. L’altro, che minaccia la mia libertà e diventa il confine/limite della mia felicità, lo trasformo in nemico da ignorare o da domare. Soluzioni queste, entrambe fallimentari.Ancora una volta però ci viene indicata la strada da Gesù stesso: nel momento della passione, nel cenacolo durante l’ultima cena, tiene insieme se stesso e i suoi anche davanti alla prospettiva della separazione e del tradimento. Quasi una provocazione da parte sua per domandarci: “Sei capace di trasformare in relazione arricchente anche la diversità di relazioni, quand’anche portassero al tradimento dell’amore che io invece ho investito nei tuoi confronti?”.Da qui la domanda per noi: Come ho sanato i conflitti relazionali nati in questi anni con Dio e con il familiare con cui vivo? Si è rafforzata o attenuata la relazione di fede con Dio? Si è rafforzata o attenuata la relazione con chi mi vive accanto? 3. Alla scuola di Dio nella Trinità Dio però, come sempre, non si limita a rimproverarci o a rinfacciarci i nostri insuccessi, ma si propone come modello ed esempio di relazioni, vivendole in se stesso con le altre persone della Trinità. Questo perché, nonostante i nostri tradimenti, continua a desiderare la nostra compagnia, e continua ad aspettarci. L’unità delle tre persone della Trinità è frutto di un dono reciproco. E questo ci apre alla considerazione che c’è unità nel vissuto relazionale là dove due persone hanno delle ragioni per donarsi l’uno all’altro in maniera incondizionata... come dovrebbe essere anche la nostra relazione genitori-figli! L’amore perfetto è quello che si estende all’altro diventando generativo... ecco la Trinità! Questa relazione che si vive all’interno della Trinità su quali caratteristiche è imperniata? Cosa ha da offrire al nostro modo di relazionarci così che possiamo imparare anche noi? a. Questa relazione conserva una distanza, perché nessuno possiede l’altro, ma tutte le tre persone sono invitate al dono di sé: il Padre si fida del Figlio, aspettando che si doni; il Figlio, nella sua donazione offre qualcosa che va oltre se stesso: lo Spirito santo; il quale, a sua volta, ci offre il dono di una paternità che non sarà più limitata da nessun confine, nemmeno da quello di un cuore che lo rifiuta. b. Questa relazione ha un’attesa: non dà nulla per scontato. In loro c’è sempre lo spazio per lo stupore. c. Questa relazione porta ad innamorarsi della bellezza che è l’altro! Da qui la domanda/provocazione per noi: Distanza, attesa, innamoramento della bellezza che è l’altro... anche le nostre relazioni familiari si appoggiano su queste caratteristiche? Don Giampietro

Giornata della Comunità. Il vissuto relazionale

Verso Pasqua, con Gesù

La Quaresima, anche da parte di noi credenti, non è più vissuta a “caro prezzo”; rischia di essere soprattutto un tempo che fa memoria di alcuni avvenimenti fondamentali della vita di Gesù; è un tempo che si avvale di alcune celebrazioni tipiche di questo periodo, come la Via Crucis, ... ma che fatica ad aiutarci a convertire il nostro cuore. Si rinnova però l’invito di Gesù a ciascuno di noi: “Convertiti e credi al Vangelo”. Siamo pertanto invitati, nel tempo di Quaresima, a promuovere il desiderio di cambiare il nostro cuore, così che ci possa suggerire scelte che armonizzino meglio la nostra vita con l’esperienza di Gesù. Nella sua “Regola” San Benedetto prevede che ogni monaco, all’inizio della Quaresima, riceva un libro e lo legga con profondità. Leggere è una pratica importante per la vita cristiana; è una modalità per dare impulso alla nostra scelta di accogliere il Signore nella nostra vita. Ci si accosta a dei maestri che intercettano le attese di tanti credenti, desiderosi di dare qualità alla propria sequela. È necessario non avere paura di pensare; occorre scegliere di lascar crescere dentro di noi le domande fondamentali che interrogano il nostro cuore e di cercare, se possibile insieme alla nostra comunità, risposte; la comunicazione nella fede è una grande risorsa nell’esperienza della nostra vita di fede. Occorre chiedere al nostro accompagnatore spirituale, al nostro confessore o a qualche amico che, da tempo, è in ricerca, il titolo di qualche testo che ci aiuti a pensare. Scegliamo di saper sostare, donando del tempo al Signore, così che la Sua Parola interpelli costantemente la nostra vita. La capacità di far tacere le nostre parole, di promuovere, in alcuni momenti della giornata, alcuni tempi di ascolto della Parola, ci permette di disciplinare il rapporto tra quanto ci suggerisce il Signore e i nostri abituali comportamenti. Il silenzio diventa occasione e strumento per dare priorità alla Parola, per conferirle una centralità, rispetto all’intera giornata, in modo che sia veramente ascoltata, accolta, meditata, custodita; e poi realizzata con intelligenza: “Non chi dice: Signore, Signore entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre che è nei cieli”. La donna, l’uomo capaci di fare silenzio sono fonte di grazia per coloro che li incrociano; sanno donare agli altri parole di pace e di consolazione. Ricordo sempre l’indicazione di Monsignor Marino Calogero, Vescovo di Savona, ai suoi sacerdoti: “Più che prestazioni, contano le relazioni, che si costruiscono a partire dal Signore”. Purtroppo il silenzio rischia di essere il grande assente della nostra società. Forse anche le nostre SS. Messe sono troppo piene di parole e di canti; si rischia di riservare pochissimo tempo al dialogo familiare e cordiale con il Signore. Il tempo di digiuno dalle parole e dai suoni ha come obiettivo, per noi credenti, quello di custodire il nostro cammino di ricerca profonda della verità, mentre vogliamo dare qualità alla nostra libertà. Ogni cristiano per vivere una esistenza buona, deve esercitarsi ad abitare il silenzio e a lasciare parlare il Signore. San Pietro, nella sua prima lettera, ci ricorda che esiste in noi “un uomo nascosto nel cuore” (Pt 3.4). Se questo non viene riconosciuto, come può farsi sentire il Dio che chiede di essere ospitato nella nostre vicende quotidiane? Le ragioni della nostra appartenenza a Lui non sono invecchiate; diventano sempre più rilevanti mano a mano che cresce la conoscenza della nostra umanità. Non bisogna però solamente ripetere queste riflessioni; occorre avere il coraggio di ripensarle dentro la cultura del nostro tempo. Ci ricorda il nostro Arcivescovo Martini: “Nella persona umana decisivo è il “cuore”, l’interiorità. È il luogo delle decisioni libere, degli affetti profondi, che cambiano la vita, dei grandi orientamenti che danno senso autentico alla nostra storia personale”. Ci auguriamo una buona Quaresima per partecipare insieme alla gioia della Pasqua. Don Peppino

Verso Pasqua, con Gesù

Sulle spalle dei giganti

Carissimi fratelli che state soffrendo,in occasione della giornata mondiale del malato (11 febbraio – festa della Madonna di Lourdes) voglio scrivervi questa lettera che esprima a voi tutta la mia gratitudine e la mia riconoscenza, certa di interpretare i sentimenti di tutta la nostra comunità. Da quando gli uomini hanno cominciato a pensare si sono domandati quali fossero i pilastri del mondo, i sostegni che permettessero a questa terra di non cadere nel vuoto e si sono così inventati diverse risposte e tanti miti. Fra questi aveva colpito la mia fantasia di bambina quello in cui si fantasticava di poderosi e incrollabili giganti che tenevano strettamente ancorata, sulle loro ciclopiche spalle, la stabilità del mondo ed eroicamente si sottoponevano a questa immane fatica per il bene di tutti. Certamente oggi noi tutti sappiamo che le cose non stanno proprio così, che ci sono leggi fisiche ben precise che tengono in piedi il mondo e che tutto è regolato dalla provvidenza di un Dio creatore che ama i suoi figli, ma è la qualità della vita che conduciamo su questa terra che continua a preoccuparci. Ci sono così tante cose brutte, cattiverie, inganni, ingiustizie... che spesso ci domandiamo: “Ma dove andremo a finire? Non si può andare avanti così, finiremo tutti male!“.Sì, il nostro cuore è spaventato da tutto quello che ci capita e dal domani ormai ci aspettiamo solo il peggio. Credo però che siamo stolti ad abbandonare così la speranza perché, se guardassimo tutto con gli occhi del Vangelo (quelli di Gesù), ci potremmo accorgere che niente è perduto perché ci siete voi fratelli che soffrite, voi che siete i giganti che portano sulle proprie spalle la salvezza di tutti. Forse vi domanderete: “Ma come, noi... i giganti? Noi che non sappiamo più sollevare neanche un bicchier d’acqua e abbiamo bisogno di tutti per le nostre necessità, noi che siamo inchiodati ad un letto devastati dal cancro o indeboliti da un cuore che fa i capricci, noi che siamo così confusi dalla malattia da non sapere neanche più chi siamo? Noi come possiamo sostenere il mondo?”. Eppure è così perché voi, fratelli carissimi, completate nella vostra carne i patimenti di Cristo diventando così strumento di salvezza per questo mondo che sembra andare alla deriva. Uno solo di voi fa più di centomila politici. Che abbiate accettato il vostro dolore nella fede in Gesù o che ancora non abbiate trovato il senso di quello che vi sta capitando, che sappiate offrire la vostra sofferenza come canto di lode o che vi stiate ancora interrogando sul perché questo sia capitato proprio a voi e non lo sopportate... comunque Cristo vive dentro di voi, con voi patisce, con voi ci salva. Io so che sto parlando come una che sta bene, che rischia di parlare a vanvera perché non immagina neanche quello che voi state soffrendo, che non alza neanche con un dito il carico della vostra fatica, ma so di essere una bambina sulle spalle dei giganti e per questo confido nella vostra preghiera. Mi ritengo fortunata di aver conosciuto così tanti di voi e le vostre famiglie nelle quali ho visto esempi di eroica dedizione; considero un privilegio il dono che mi è stato fatto di esservi in qualche modo vicina. Voi non siete affatto inutili o “scarti“ come la mentalità mondana vorrebbe farvi apparire, voi ci siete necessari così come ci è stato necessario il dolore di Cristo sulla croce, voi ci siete maestri e testimoni della speranza a cui tutti siamo chiamati. Io non so come mi comporterò quando sarò nelle vostre stesse condizioni, non sono certa che saprò abbandonarmi a questo nuovo modo di testimonianza entrando nel mistero della sofferenza di Cristo, non so se saprò rallegrarmi alle sue parole “beati gli afflitti”. Temo di non esserne capace, ma so che posso contare sulla vostra intercessione e sulla vostra forza che è la vostra debolezza unita a quella di Gesù, so che mi terrete sulle spalle e con me i fratelli e il mondo intero. Ai miei giganti un grazie immenso con tanto affetto e riconoscenza. Suor Maura e tutta questa comunità che vi deve tanto

Sulle spalle dei giganti

Giornata della Comunità. Il vissuto relazionale: criteri di discernimento e giudizio

Siamo al secondo momento della nostra riflessione e comunicazione circa le relazioni personali. In questa seconda e ultima tappa vorremmo confrontarci circa i criteri morali su cui discernere per verificare la bontà delle relazioni tra noi. In base a che cosa possiamo concludere di aver sbagliato? Fin dove è giusto spingerci nei rapporti tra noi? Non vogliamo presentare una scheda teologica, ma vi offriamo dei criteri spirituali, morali e pedagogici, partendo come griglia dalla notissima parabola del “Padre misericordioso” descritta in Lc 15. Da quel comportamento di Dio cosa possiamo imparare circa il relazionarci tra noi? 1. UNA PREMESSA: l’amore del Padre è per sempre. Si parte da un DONO: il primato della Sua fedeltà... credo che il primo aspetto da mettere in campo quando ci si relaziona sia sempre quello di domandarci: “con la presenza di questa persona quale dono ha intenzione di farmi il Signore?... cosa mi sta dicendo attraverso questa presenza, attraverso le sue critiche o le sue conferme? ” 2. AMARE LA VITA CHE NASCE PICCOLA. Il Padre: All’inizio non fa ciò che spesso pensiamo sia meglio fare, e cioè, intervenire immediatamente a bloccare e rimediare, ma divide la sua vita. Lo strappo fa parte della sua vocazione alla paternità. Quest’uomo di fronte alla separazione resta fermo nella comunione: contiene, tiene dentro anche tutto ciò che comunione non è! Comunica nel silenzio la parola “figlio” a quell’identità che si è smarrita; non si chiede dove abbia sbagliato e neppure si chiude in un atteggiamento fiero di infallibilità. Questo dialogo, per certi versi, a senso unico, anticipa l’albeggiare del ritorno: quest’uomo resta dentro la frattura e da questa posizione sente che il figlio perde vita, perciò non smette di parlargli. Accoglie la povertà del legame spezzato e animato dal desiderio di rivederlo, innesta nel vuoto dello strappo: pazienza, attesa, fiducia e speranza, i nuovi nomi del suo essere padre. Dentro la separazione il padre resta solo, l’amore di questo padre resta solo, perché in fedele anticipo... incantevole: il tempo di Dio per salvare dalla morte ognuno di noi si ferma e inventa nuovi sentieri di comunione. Dividere la propria vita, restare fermi nella comunione, accogliere la povertà del legame spezzato... non sono forse i criteri che creano le condizioni per valutare la profondità del nostro operato? 3. LA SOGLIA del tempo e del cuore. C’è un tempo in cui non si può fare altro che stare su una soglia e prendere sul serio l’idea che tutto finisca. Prendere sul serio le persone e il loro perdersi; niente rimane come prima: un senso di morte pervade ogni aspetto e sembra avere l’ultima parola. Rinunciare alla tentazione della delusione sterile, della mormorazione, del giudizio o delle colpevolizzazioni schierate. Sulla soglia si sta in silenzio e si prepara il terreno della comunione in anticipo. Nello strappo di questa relazione di famiglia, il padre vive il dolore e tesse un nuovo spazio per ricucire la relazione. Sulla soglia, quindi, si prende sul serio l’idea che un TUTTO NUOVO possa nascere! Ma come? Attraverso un sentiero antico e sempre nuovo “amatevi come io ho amato voi”. L’accompagnare interpella la vocazione alla comunione delle nostre comunità, le sollecita a mostrare l’amore fino in fondo, fedele per sempre e anche a “senso unico”. Il sostare creativo (creare spazi, momenti di ascolto non giudicante, di umanità e prossimità semplici ma sentite, conoscere e coinvolgere competenze specifiche, pregare insieme...) è possibile per quella comunità che ha compassione. È il verbo che smuove le viscere e ha a che fare con l’inizio della vita; l’avere compassione è la tensione del cuore che si fa spazio di attesa, di pazienza e di fiducia. È quel grembo in cui la vita nasce piccola, come un germoglio. È la parola stessa di Dio che lo rivela. Il padre rimasto sulla soglia animato dal desiderio viscerale di rivedere il figlio, lo vede da lontano, non sta più nella pelle e si mette a correre!!! Gli va incontro e compie atti eloquenti di perdono con una gioia incontenibile che contagia il figlio. Dio con me si compromette! Tocca la mia umanità nel fango, si prende ciò che sono e in cambio mi dona la Sua vita a suon di musica, rallegrandosene. Questo è il contatto che risveglia: la scoperta del volto di Dio così com’è, è la sorpresa che ci risuscita come figli. Il contatto umano e spirituale della comunità è un dono di vita che accompagna e sostiene processi di crescita, annunciando il Signore della vita. Solo la compassione fa crescere nell’amore. Un rapporto è fecondo se nasce, qualunque sia lo sviluppo, da un desiderio grande di volere il bene dell’altro... È sempre così nei nostri rapporti? Partono sempre da questo intento positivo? 4. L’INIZIO TRABALLANTE E PROMETTENTE. “Mi alzerò”, “Andrò da mio padre”, “Dirò”: sono le risposte in relazioni che avvertiamo stanno diventando complicate, fonti di rottura, incomprensibili. Questo figlio sta re-imparando a camminare, perché torna a dialogare con sé e con il padre, nel ricordo che ha di lui. Tornare a parlare e a raccontare significa recuperare il linguaggio della relazione con se stessi e con l’altro. L’incipit è l’istinto di sopravvivenza: questo figlio coscientemente rifiuta la morte! E non è poco!!! È l’essenziale! Vivere relazioni ferite vuol dire avere coscienza di quali siano le morti che vive chi si trova in rotta o in disaccordo. Il criterio per individuare se una relazione è “morta” o non rispecchia più la mia indole e personalità è allora quello di individuare se mi lascia dentro amarezza o voglia di ricominciare . 5. LO SCAMBIO DEI DONI. All’alzarsi interessato del figlio corrisponde l’accoglienza “disinteressata” del padre. La storia sino ad allora vissuta non era stata sufficiente per conoscerne pienamente l’amore. Relazionarsi vuol dire convertirsi al dono che il Signore opera nella vita delle persone, ringraziare e rallegrarsi perché se ne diventa partecipi GRATUITAMENTE. Di quali doni stiamo parlando? Il Padre non ridona la fiducia persa, ma ne offre una tutta nuova, segno visibile del perdono offerto; l’evangelista Luca con una descrizione minuziosa ci porta dentro casa per vedere (i sandali, il vestito, l’anello, il vitello grasso, la musica, la festa). Il padre vuole proprio assicurarsi che nessuno si sbagli: chi è tornato è suo figlio! Il figlio minore nel suo tornare ci regala i doni del padre: la confidenza e la sua benedizione, la mitezza (ciò che ha non è dovuto alla sua forza, potenza e al suo orgoglio, MA È DONATO!), la consolazione, un cuore indiviso, una parola vera (capace di riconoscere il peccato, di confessarlo) e affidabile (stipula i contratti e amministra i beni), l’umiltà di lasciarsi rivestire come fosse un bambino piccolo (si abbandona all’abbraccio)... Il tempo del “ritorno” è lo spazio dello scambio... Forse prima di relegare una relazione sotto l’etichetta “fallimento” occorre domandarsi quali doni ha portato in dote nella mia vita. 6. LA SORPRESA CHE NON TI ASPETTI. La parabola si complica proprio sul finale, perché la gioia così contagiosa, così convincente è bloccata dall’insospettabile figlio maggiore che vive da separato in casa, perdendosi la passione instancabile del padre di esserlo fino in fondo. Mentre il figlio minore, nel cammino fatto sin qui, arriva a sentirsi “indegno”, il maggiore “si indigna”: resta fuori. “Tu non hai mai fatto festa per me; questo tuo figlio...”. La rabbia si esprime con parole che lo separano e lo distinguono: non si sente figlio e tantomeno fratello. Il padre non si ferma mai dentro le nostre durezze e incredulità. E io? Sono capace di superare le mie durezze nei rapporti anche fallimentari... o diventano una “tomba” per ripartire? 7. CONCLUSIONE:  Il compimento della parabola si chiama fraternità!  Il plurale parla di Dio, la fede al plurale racconta il cuore di Dio, l’inedito di chi ha attraversato la morte porta luce che attrae e annuncia la Pasqua. Don Giampietro

Giornata della Comunità. Il vissuto relazionale: criteri di discernimento e giudizio

Festa della famiglia 2022: tre “chiavi” per aprire le porte del nostro amore quotidiano

Avete mai sentito parlare di pazienza, benevolenza, invidia, vanto, amabilità, generosità, perdono, gioia, fiducia, speranza, sopportazione, carità, dialogo, bellezza? Non sono parole che ho messo in fila a caso ma quelle che, secondo il pensiero di Papa Francesco espresso nella sua esortazione apostolica “Amoris Laetitia”, al cap. IV, dovrebbero costituire l’ossatura del nostro amore quotidiano di sposi. Quest’anno la festa diocesana della famiglia, che noi celebreremo domenica 30 gennaio, avrà proprio questo angolo di osservazione: la famiglia vista nel suo amore quotidiano. In un tempo come quello che stiamo vivendo in cui non sono possibili manifestazioni di massa, alla famiglia viene chiesto di non rinunciare a volersi bene, facendo leva su ciò che le è propriamente peculiare: la sua capacità di mettere quotidianamente in circolo amore. Come si fa a mettere in pratica nella fatica del quotidiano quel “progetto alto” di amore a cui fa riferimento Papa Francesco?Mi permetto di suggerirvi tre “chiavi” per aprire il vostro amore quotidiano perché diventi un capolavoro dell’amore di Dio. 1. Lo stupore delle relazioni L’amore, come la fede del resto, non può prescindere dalle relazioni. Dio non realizza le sue promesse "a scapito" di qualcuno, ma “grazie” a qualcuno che ha proprio pensato per noi. Quante persone "spuntano" nella nostra vita per farci regali di Dio e non sempre riusciamo a cogliere da dove e perché sono spuntati! E questo vale riscoprirlo soprattutto nel nostro amore quotidiano nei confronti del coniuge e dei figli. Impariamo a stupirci! Nella persona dei nostri familiari siamo chiamati a riconoscere i percorsi misteriosi di Dio nel suo agire, riconoscendo ciò che già c'è di promettente in casa nostra e gioendo del bene che ancora sappiamo esprimere. 2. Il desiderio dell’impossibile Il desiderio rimanda alla verità di una persona perché ci contraddistingue come uomini. In famiglia il desidero deve essere quello dell’amore, che non va però confuso con il capriccio perché significherebbe non essere mai contenti di ciò che si sta vivendo. Si cercherà sempre qualcosa in più... anche nelle relazioni. Impariamo a presentare a Dio i nostri desideri per desiderare ciò che anche Dio desidera per noi, per il nostro bene... e allora in casa nostra, come è avvenuto per Maria, si realizzerà l’impossibile, ossia impareremo a credere che Dio è capace di portare a compimento quanto ha promesso. È la potenza della vita che realizza quanto pare umanamente irrealizzabile. Per noi significa credere che non ci sono situazioni personali e familiari che hanno il potere di indurmi a dire: "non ce la farò mai"! Le grandi sfide che ci sembrano impari si vincono con lo stesso stile di Gesù nel Vangelo: con l'amore sacrificale giorno per giorno nell'andare incontro a coloro che condividono con noi il nostro amore quotidiano. 3. La speranza nella provvidenza La speranza ci permette di guardare al futuro per leggervi la provvidenza di Dio che interviene a sanare una relazione anche se ferita. Interviene in modo da risanare,  riconduce al bene ciò che è stato orientato al male. Nel nostro amore quotidiano la provvidenza di Dio “gioca d’anticipo” sul nostro male offrendoci una risposta d’amore anche là dove noi non sappiamo coglierlo. Questa è la speranza del nostro amore quotidiano! E se queste “3 chiavi” non riuscissero ad aprire sempre e tutte le porte dell’amore in casa nostra?Forse allora dobbiamo “oliare la serratura” e vi suggerirei un “prodotto infallibile”: il sorriso! Il nostro si unirebbe a quello di Dio che, ancora una volta, sarà capace di realizzare ciò che ci sembrava impossibile. Cara famiglia, non arrenderti, hai una vocazione promettente da manifestare alla società e alla Chiesa intera: contiamo su di te! Don Giampietro

Festa della famiglia 2022: tre “chiavi” per aprire le porte del nostro amore quotidiano

Auguri a tutti di un Santo Natale

In questo Natale, culmine di un anno che si è rivelato carico di tante avversità, difficoltà e sofferenze, vogliamo cogliere l’occasione per augurarvi, come Diaconia, un SANTO NATALE 2021 e per esprimere a tutti il nostro GRAZIE perché in tante occasioni ci avete fatto sentire accolti e amati. Nel Natale Dio si è fatto figlio, la paura si è fatta dolcezza, il lontano si è fatto vicino e Dio si è fatto figlio. È il giorno del coraggio e dell’amore. Il giorno in cui Gesù ci insegna che per non aver paura dell’infinito basta non aver paura di essere uomini. La vostra presenza e passione danno alla nostra Comunità Pastorale i colori della speranza, quella medesima speranza che auguriamo di cuore entri in ogni vostra casa. Questo augurio vuole raggiungere anche chi è ammalato o sta vivendo un periodo difficile della sua vita,chi ha smarrito la luce della fedee non farà posto al Signore in questo Natale,e chi porta nel cuore la gioia della vita,perché la trasmetta a tutti coloro che gli sono vicini ... ... perché nessuno si senta lontano dal nostro cuore ...   La Diaconia

Auguri a tutti di un Santo Natale

Insieme Ingioco: una comunità presente, una comunità che sogna!

E come siete ricchi in ogni cosa, nella fede, nella parola, nella conoscenza, in ogni zelo e nella carità che vi abbiamo insegnato, così siate larghi anche in quest'opera generosa. (2Cor 8,7) Paolo in questo versetto della lettera ai Corinzi invita i cristiani della comunità, attraverso anche il ministero di Tito, a provvedere per l’aiuto dei cristiani di Macedonia. È un invito alla carità che nasce dall’attenzione ai fratelli e alle sorelle in difficoltà. Tante sono le difficoltà di questo tempo e questo “In Cammino” ci aiuta a parlare sia di nuovi progetti per aiutare i fratelli e le sorelle più bisognosi (vedi la seconda pagina), sia dell’emergenza educativa di questo tempo. Cinque anni fa nasceva “Insieme Ingioco”, volto a promuovere una attenzione maggiore della comunità a livello educativo ed economico sulle attività educative dei nostri oratori. I nostri oratori hanno visto il nascere di tante proposte durante l’anno, soprattutto nei giorni feriali; una formazione su tematiche educative per i genitori e le famiglie e una attenzione maggiore nell’oratorio estivo alla proposta educativa e all’inclusione dei ragazzi con disabilità. Poi... 23 febbraio 2020, il giorno che ha cambiato per sempre le nostre abitudini, con l’inizio della emergenza sanitaria e di quella che poi Papa Francesco ha chiamato “emergenza educativa”. In questi anni posso da una parte rendere grazie a tutti coloro che come educatori, catechisti, volontari hanno continuato a vivere la loro vocazione, anzi questo slogan “Insieme Ingioco” è diventato il motivo per cui noi siamo andati avanti. Se a livello sociale (purtroppo!) la nostra azione educativa ha conosciuto e continua a conoscere alcune volte dei rallentamenti “sanitari”, non si è spento però il desiderio di sognare e soprattutto di reagire di fronte a questo tempo. Che cosa si è attivato in questi anni? Nei due oratori centrali della comunità (Bobbiate e Masnago) abbiamo attivato a pieno regime i doposcuola elementari e medie con la possibilità del servizio mensa. I doposcuola sono coordinati da tre educatrici e vedono la presenza di volontari (siamo sempre alla ricerca di volontari in quanto il servizio è complesso, ma affascinante per il legame e le relazioni che si vengono a creare!) e la partecipazione di 91 ragazzi. Abbiamo continuato ad accompagnare i ragazzi preadolescenti, adolescenti, 18/19enni e giovani nei tempi del lockdown o delle varie zone rosse, creando alcune proposte settimanali, con la supervisione di un educatore e poi riattivando percorsi in presenza, coinvolgendo 120 ragazzi. Il coordinamento delle cooperative Intrecci e Pepita sui volontari e sulla loro formazione, con in progetto una formazione specifica per quegli adulti che ci vorranno aiutare nel prossimo oratorio estivo. La formazione educativa e psicologica per le famiglie della nostra comunità, con l’aiuto di esperti sulle diverse problematiche che il Covid ha comportato a livello sociale ed educativo nei nostri ragazzi. L’esperienza dell’oratorio estivo che ha visto nel 2020 l’attivazione di sette sedi e nel 2021 di quattro sedi in concomitanza con le disposizioni di distanziamento anticontagio, permettendo a 312 ragazzi di elementari e medie e di 90 animatori. Che cosa vogliamo ora progettare? Continuare la proposta formativa per volontari, collaboratori ed educatori dei nostri oratori e i percorsi educativi di accompagnamento dei genitori. Attivare una nuova proposta “Openly”, uno spazio per gli adolescenti e i 18/19enni della nostra comunità, come possibilità per vivere lo stare insieme, il fare i compiti, il mangiare, il praticare sport oltre che a vivere con nuovo slancio la proposta di fede. Implementare l’organizzazione degli oratori estivi, implementando i servizi educativi dei nostri oratori, migliorando gli aspetti strutturali degli edifici e i sistemi informatici di gestione delle informazioni e delle diverse attività. La nostra raccolta fondi ha visto da una parte una grande generosità sia da parte della comunità nelle raccolte fondi dello scorso maggio attraverso la vendita di fiori, sia nelle donazioni da parte di alcuni donatori a cui va il sincero riconoscimento per il bene che hanno visto nella nostra progettualità. Abbiamo assistito anche a qualche gesto di offerta spontanea; difficile è stato per le nostre feste patronali sostenerci, a causa del periodo e delle difficoltà ad esso connesso. Le nuove progettualità ci spronano a un nuovo slancio di generosità, senza per questo trascurare il vissuto delle nostre comunità e la storia dei singoli. Potrete di nuovo sostenerci attraverso un'offerta via bonifico (l'Iban lo trovate sul sito - sezione Sostienici - Insieme Ingioco), acquistando in oratorio a Bobbiate e Masnago la felpa degli oratori MaMI, attraverso lo strumento della "busta amica" o della raccolta dei centesimi che trovate nelle segreterie e nei bar degli oratori o in alcuni negozi dei quartieri. Tutte le informazioni dettagliate sull'andamento dei nostri progetti e sulla loro storia con video, foto e numeri li potete trovare nella sezione del sito "Oratori" -"Insieme Ingioco". Grazie per l'aiuto che potrete donare, sia materiale, che di persona: solo Insieme potremo vincere questo tempo, far brillare la testimonianza della carità, che osa e sogna sempre e mai si ferma nelle difficoltà!   Don Matteo

Insieme Ingioco: una comunità presente, una comunità che sogna!

8 dicembre, festa della Comunità Pastorale... per ripartire dalla gratitudine

Volevo aprire questo articolo circa la festa della nostra Comunità Pastorale, nel 10° anniversario di fondazione, riprendendo la parola del nostro Arcivescovo Mario in occasione della festa dell’Immacolata dello scorso anno. Lui osservava come alcuni pensano che in principio c’era il male, il caos, l’odio, la guerra, il peccato. Alcuni pensano che la storia cominci con il peccato di Adamo. Alcuni pensano che all’inizio c’era un Dio arrabbiato che dice: Maledetto! Da questo principio – pensano alcuni – dipende tutto quello che è venuto dopo. Tutta la storia dell’umanità è segnata da questo inizio tragico e tutte le generazioni devono cominciare da capo a porre rimedio al male, a fare qualche cosa per calmare l’ira di Dio, per espiare il loro peccato. Talora le cose migliorano, talora peggiorano, ma quello che era in principio continua ad avvelenare la vita: c’è un destino da subire. E così uomini e donne lottano e si rassegnano, sperano e disperano, chiedono aiuto a Dio e lo maledicono: “Perché ci hai maledetto?” Altri, al contrario, pensano che in principio, prima della creazione del mondo, per esprimerci così, c’è la benedizione. In principio sta il Padre del Signore nostro Gesù Cristo che ha messo mano a compiere il disegno d’amore della sua volontà. Dal principio prende vita quello che è venuto dopo: il Padre chiama uomini e donne a essere figli nel Figlio, eredi, predestinati a essere a lode della sua gloria, secondo il progetto di Colui che tutto opera secondo la sua volontà. Coloro che credono che in principio c’è la benedizione, contemplano il mondo con stupore e riconoscenza e cantano le lodi del Signore; contemplano la storia con compassione e speranza e riconoscono il dramma della libertà che può decidere il bene e anche il male, e sanno che Dio non ritira mai la sua benedizione e offre a ogni peccatore il tempo per convertirsi e a ogni giusto la prova della perseveranza nelle tribolazioni della vita. Ecco, c’è discussione tra chi crede che in principio ci fu il peccato e la maledizione e chi crede che in principio ci fu la benedizione e la grazia della libertà attratta dal bene. Nel festeggiare la nostra Comunità Pastorale, per come l’ho incontrata io, per come me l’hanno consegnata i sacerdoti che vi hanno lavorato prima di me, e soprattutto per come sono stato accolto, oso sottolineare che in principio debba starci la gratitudine.Essa non è una domanda, è una risposta, che rifiuta la logica prevedibile dello scambio e cerca di corrispondere allo stupore dinanzi ad un evento benefico e inatteso. Si ringrazia per un eccesso di bene gratuito che supera le nostre attese. Ecco, io inviterei a festeggiare quest’anno “il nostro 8 dicembre” così, all’insegna della gratitudine. Forse per qualcuno la nascita della Comunità Pastorale è stata una disgrazia, un evento che ha peggiorato il quotidiano sviluppo delle singole parrocchie... Per qualcuno, stando alla provocazione del nostro Arcivescovo, è sempre una questione di bene o male... Indipendentemente da quello che può essere considerato l’inizio per ciascuno di noi, perché non proviamo ora a favorire lo sviluppo della nostra vita comunitaria con la gratitudine? Ma come si fa e rendere esplicita la gratitudine? Se assume il volto di un bene ricevuto, di un dono da scambiarci vicendevolmente, provo ad esplicitare come a me piacerebbe che festeggiassimo nella gratitudine questo 10° anniversario e lo faccio lasciandovi 5 inviti particolari: dona subito: non aspettare domani per darti da fare, o quando inizierà a piacere anche a te, ma intervieni subito con entusiasmo. dona tutto: non tenere nulla di riserva in attesa di tempi migliori, offri tutto ciò che sei e puoi. dona gratis: non pretendere nulla in cambio, ma conserva la speranza di poter essere d’aiuto ai fratelli che sono in difficoltà dona per tutti: non fare distinzione di persona, di parrocchia, perché ... insieme è più bello dona a Gesù: non doni a don Giampietro o a chi per esso, ma a Colui nelle cui mani i doni trovano la destinazione giusta e aumentano la gioia di tutti. Mercoledì vi aspetto tutti, per fare festa insieme, per scrollarci di dosso tante scorie accumulate in questi anni e per dire tutti assieme che noi... abbiamo scelto di ripartire dalla gratitudine. Don Giampietro

8 dicembre, festa della Comunità Pastorale... per ripartire dalla gratitudine