Guarda tutti gli articoli della comunità

La quaresima che mi manca

 

23 febbraio 2020: inizia ufficialmente il lockdown in Italia, chiuso tutto. Alle ore 16:00 arriva l’ordinanza dall’ufficio avvocatura della Curia: si sospendono tutte le celebrazioni, Messe comprese! Sul foglio “in Cammino” di sabato 22 era già stato pubblicato in grande evidenza il cammino quaresimale della nostra Comunità Pastorale… la mia prima quaresima tra voi!  Panico… come è possibile… sarà solo un blocco temporaneo; appena scopriranno che questo “coronavirus” è poco più di un’influenza ci faranno riaprire tutto…  Tant’è vero che sul foglio “in Cammino” della settimana successiva, 29 febbraio, abbiamo riportato il seguente avviso: “ I seguenti eventi si ritengono confermati solo qualora cessasse l'ordinanza pubblica di sospensione delle diverse attività (pubbliche o private) che comportano l'assembramento di persone”…  mai attesa è stata più … disattesa e snervante! Quest’anno finalmente inizio … la quaresima che mi manca. È vero che non la riprendiamo “a pieno regime”, ma rispetto all’incubo dello scorso anno in cui noi sacerdoti abbiamo celebrato davanti ad una telecamera, quest’anno è veramente tanta ricchezza! Sulle pagine di questo foglio trovate il programma dettagliato dei cammini che con il Consiglio Pastorale si è scelto di intraprendere. Ora mi limito ad indicarvi lo stile, i punti di forza dei nostri 40 giorni quaresimali. Non derive spirituali ma deserto per interiorizzare. Ci sono già tante emergenze che dobbiamo affrontare in questo periodo, non lasciamoci prendere anche dall’emergenza spirituale. La nostra quaresima vuole essere una risposta concreta a questa emergenza. Meditazioni, celebrazioni liturgiche, confessioni, colloqui spirituali… tutti “vaccini” che proponiamo per far fronte a questa emergenza che rischia di intaccare nel profondo la nostra umanità di persone che sente la necessità di non essere lasciata sola. Non croci di cui ribellarsi, ma una Croce da cui lasciarsi portare. Stiamo attenti a non applicare troppo facilmente l’etichetta di “croce” a tutto ciò che ci cade addosso nella vita in questi tempi. Il Signore non cerca in questa quaresima “nuovi crocifissi”, gliene è bastato uno solo, il Figlio! Cerca piuttosto nuovi figli che si lasciano soccorrere da Lui per una nuova risurrezione, per dirci che anche Lui ha voglia di ricominciare con un’umanità resa nuova dalla fede e dalla carità reciproca. Vorremmo vivere il nostro itinerario quaresimale all’insegna del lasciarci correggere da Dio, senza paure di intraprendere cammini penitenziali che ci possano portare ad essere più contenti perché rinnovati. Non celebrazione “di nuovo” della Pasqua ma direzione verso una Pasqua nuova. Questo è la provocazione che ci affida il nostro Arcivescovo. Non vorrei vedere fedeli accorrere in chiesa per assistere ai “soliti riti”, quasi per convincerci che la vita è ripresa normalmente come prima, ma fratelli nella fede che, proprio come me e gli altri sacerdoti e suore della comunità, desiderano risorgere dalla negatività che si portano appresso come scoria del periodo che stiamo attraversando. Io, voi, tutti… desideriamo risorgere dal pessimismo che ci portiamo addosso, desideriamo guardare con gli occhi del Risorto il tratto di vita nuova a cui la quaresima ci indirizza. No, carissimi, nella prossima quaresima non andremo in cerca di uno scoop che ci offra la carica che non abbiamo più, cercheremo invece nella croce il germe d’amore che Gesù vi ha messo perché … si può sigillare un sepolcro con una guardia davanti, si può provare a rendere difficile la partecipazione alle celebrazioni con un coprifuoco serale, si può provare a continuare a mettere paura nella gente… ma non si può impedire che la vita abbia inizio in coloro che l’hanno compresa…  Ecco la quaresima che ci manca. Buon cammino Don Giampietro

La quaresima che mi manca

Quando la sofferenza è "sorella"

 

Celebrare la vita non è solo fare festa e gioire riconoscenti del regalo ricevuto. Celebrare la vita è anche entrare nel mistero di sofferenza, passione e morte che Gesù ha condiviso con noi perché tutto abbia un senso. Celebrare la vita è accorgersi che l’amore del Padre vince ogni dolore e lo rende fecondo d’eternità là dove anche la morte può essere chiamata “sorella” e quello che tutti considerano uno scarto può venire accolto come dono prezioso. Impossibile? No! La lettera di questo nonno della nostra Comunità ce ne dà testimonianza IL MIO NIPOTINO MORTO DOPO MEZZORA e quel prodigio in sala parto con i quattro fratellini Nel momento in cui ho varcato la soglia della chiesa e ho visto la piccola bara bianca, poco più grande di una scatola di scarpe, tutto si è svelato senza finzioni. Non c’è nulla al mondo come la morte di un neonato che tolga ogni illusione a noi esseri umani. Ci chiamiamo mortali perché questa è la definizione più appropriata. Nonostante l’apparente potenza tecnologica del nostro tempo, siamo mortali. Esattamente come l’uomo della caverna o della foresta. Il neonato si chiama Luigi, è mio nipote, figlio di mio figlio Giacomo e di sua moglie Maddalena. Una malformazione congenita svelata al momento di un’ecografia al terzo mese di gravidanza ha messo i genitori del bimbo, noi parenti e gli amici più vicini davanti a questa porta terribilmente stretta. Solo il pensiero di doverci passare attraverso, senza sapere quanto lungo e quanto duro sarebbe stato il cunicolo che essa svelava, mi metteva a disagio, mi creava un sordo fastidio che si ingrandiva col passare del tempo e col progredire della gravidanza. Soprattutto il pensiero per i genitori e i fratellini di Luigi, per quello che li aspettava inevitabilmente, senza sconti, scuoteva ogni mia certezza, eliminava ogni tranquillità… Mi sono sorpreso più volte a pensare che avrei voluto togliere loro questo peso in qualunque modo, magari anche chiedendo, con la mia poca fede, il miracolo della guarigione a Dio. In mezzo a questo mare di nebbia grigia e triste, rassegnato al peggio, qualcosa di inaspettato è accaduto davvero. Capovolgendo la mia vita rispetto al mio miope sguardo: non è stata la guarigione, cercata forse solo come sistemazione delle cose, per evitare il peggio. Ho aperto gli occhi su quello che la malattia di Luigi stava creando: una trasformazione radicale delle persone, in primo luogo di mamma Maddy, di papà Giacomo e dei loro figli, la possibilità di guardare Luigi con apertura di cuore, lo stupore di incontrare continuamente Qualcuno che ci cammina accanto e che noi riconosciamo nel nostro cuore che cambia, che lo avverte. Il signore della vita ci guarda e cammina con noi, ci visita e ci costringe a essere essenziali, a vedere nell’altro il mistero della vita. In queste settimane ho riconosciuto in mio figlio e sua moglie una fede viva e vissuta a cui guardare: la certezza che la vita del loro Luigi, durata mezz’ora, ha un senso e un destino compiuto, è utile per tutti. Imparare dai propri figli è una nobile affermazione, farlo davvero è un’esperienza di pienezza particolare e forse anche di umiltà. Durante le diverse visite ospedaliere durante la gravidanza, quando si è fatta strada purtroppo la certezza di questa malformazione incompatibile con la vita dopo la nascita, Maddy e Giacomo hanno stupito gli operatori sanitari che li incontravano: il loro affetto senza misure, senza condizioni, dettato da un amore ma anche da una ragione che non è offuscata dalle ideologie sui figli non voluti o dai soliti “si deve sempre far così” e che ha vissuto qualcosa che non si fa mai: trattare il proprio figlio come se fosse una persona. Il “come se fosse” è d’obbligo: eliminare tuo figlio perché difettoso, come fan tutti, naturalmente e scontatamente, significa non considerarlo una persona, non valutarlo un figlio. Forse solo un incidente di percorso o un pezzo anatomico malriuscito. Ma è veramente una persona e allora le conseguenze fioriscono spontaneamente. Attenderlo nel raccoglimento di quei dolorosi mesi, sentirlo muovere silenzioso, controllarlo regolarmente, condividere con gli amici e i famigliari la preghiera continua per un bene che ognuno nel suo cuore identificava con un’aspettativa diversa (ma va bene così, ogni domanda ha la sua infinita dignità, nessuna domanda sincera a Dio può essere quella sbagliata), preparare i fratellini all’esistenza di questo nuovo bimbo che ha tanta fretta di tornare da dove era venuto, quasi un visitatore che ci tiene moltissimo a salutarci e a portarci i saluti di chi l’ha inviato come vero angelo, anche solo per mezz’ora ma ci tiene proprio, per poi ripartire per affari molto importanti, tutto questo è stato dolorosamente normale per la sua famiglia. Il loro amore, umile e disponibile, ha semplicemente voluto trattare Luigi come una persona. Niente di più di quello che è. Rispetto assoluto e dovuto. Non esagerazioni o ideologie religiose, non certo fanatismo pro-life. No, semplicemente Luigi, il loro quinto figlio. Il loro amatissimo e desiderato figlio. L’imbarazzo di tanti cui si raccontava di questa dolorosa e amata gravidanza si concludeva quasi sempre così: “ma come, lo porta a termine?”. Come se una persona dovesse giustificare la propria esistenza dimostrando qualcosa o promettendo di compiere un’aspettativa, un futuro di valore. Altrimenti niente. Quando Luigi è nato, poco prima di mezzanotte, Caterina, Stefano, Lucia, Francesco dormivano nel lettone a casa di noi nonni. La videotelefonata di Giacomo con la notizia della nascita di Luigi ha interrotto il loro sonno pieno di attesa. Li abbiamo svegliati per mostrare loro i genitori che abbracciavano Luigi che respirava a fatica nella sua unica mezz’ora di vita terrena e per farlo loro conoscere. Un momento drammatico per tutti, ma anche pieno di una strana letizia. “Che bello mamma, ti assomiglia, che piccolo, come sta? Mettigli il cappellino che ti ho dato io”. Tra le lacrime di tutti. Poi quello che né io né tutto il personale della sala parto in quel momento stranamente affollata e raccolta dimenticherà mai è stata la proposta di mamma Maddy ai suoi figli: “Bambini, cantiamo insieme l’angelo di Dio”. Pochi minuti di estasi (forse bisogna sentirlo per credere, ma anche chi non l’ha sentito può ragionevolmente credere) in cui oltre a piangere ho capito che nessuno è esentato da questo amore che chiede sempre di più per sua natura. Che chiede molto, che apparentemente ti porta via un figlio, ma che ti regala bellezza e intensità che non saresti mai capace di creare da solo, di inventare. Non mi scorderò mai questo canto condiviso tra una sala parto e quattro bimbi. Un prodigio, un paradiso. Ma chi dà il coraggio e la spontaneità di fare questo al culmine di un dramma certamente darà tutto quello di cui abbiamo bisogno: la sua intensa vicinanza. Alberto Reggiori Celebrare la vita è prendersene cura nei fratelli ammalati Come ci suggerisce Papa Francesco in occasione della XXIX giornata mondiale del Malato (11 febbraio): “Cari fratelli e sorelle, il comandamento dell’amore, che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli, trova una concreta realizzazione anche nella relazione con i malati. Una società è tanto più umana quanto più sa prendersi cura dei suoi membri fragili e sofferenti, e sa farlo con efficienza animata da amore fraterno. Tendiamo a questa meta e facciamo in modo che nessuno resti da solo, che nessuno si senta escluso e abbandonato”. Nella situazione attuale di pandemia, in cui tutti ci sentiamo così vulnerabili, occorre che ciascuno si senta chiamato a passare dalle parole ai fatti e a farsi vicino a chi è solo o malato. La vicinanza, infatti, è un balsamo prezioso, che dà sostegno e consolazione a chi soffre nella malattia. È vero che le restrizioni ci impongono un allontanamento sociale e impediscono gesti d’affetto ma niente ci vieta di essere creativi e trovare modi alternativi di vivere questa vicinanza e come sarebbe bello che la vivessimo, oltre che personalmente, in forma comunitaria: infatti l’amore fraterno in Cristo genera una comunità capace di guarigione, che non abbandona nessuno, che include e accoglie soprattutto i più fragili. È vero anche che quest’anno non potremo neanche celebrare la consueta Messa del Malato  e la relativa Unzione degli Infermi (speriamo di poterlo fare nel mese di maggio) ma questo non significa che la comunità non possa esprimere la sua attenzione in altri modi.  Celebrare la vita è prendersene cura nei fratelli ammalati

Quando la sofferenza è "sorella"

Un progetto per vivere!

 

A conclusione della settimana dell'educazione... per ripartire! Poche settimane fa nell'editoriale di "In cammino" sulla settimana dell'educazione scrivevo del desiderio che la settimana dell'educazione diventasse l'occasione per le diverse equipe educative della pastorale giovanile dei nostri oratori per sognare. Ora dopo alcune settimane vorrei consegnare alla comunità un primo frutto, che completato anche con qualche vostro suggerimento, possa essere consegnato all'Arcivescovo Mario il prossimo 27 febbraio nell'assemblea diocesana degli oratori.  1. La nostra comunità educante (e non solo) deve imparare a sognare in grande. È un dovere perchè è in questo sognare propositivo che possono sprigionarsi idee e confronti costruttivi e innovativi. La nostra comunità deve imparare ad apprezzare i frutti del passato, ma anche saper andare avanti, a cercare sempre nuove mete in ascolto del tempo presente, affrontando e vivendo anche le limitazioni di questo tempo, che non sono però limitazioni ad essere una comunità viva! E per costruire un sogno il metodo da seguire non è quello dei "programmi scolastici", ma quello del progettare secondo quelle parole che Papa Francesco rimarca come strada delle scelte (discernimento): pregare, pensare, agire. 2. La nostra comunità educante deve credere nella sua testimonianza. Se da una parte abbiamo compreso come il nostro cammino educativo non può prescindere da un accompagnamento dei soggetti coinvolti nella azione pastorale (i ragazzi, ma anche le stesse famiglie), un accompagnamento capace di vicinanza con gesti concreti, dall'altra però non può esistere ciò senza credere nella bellezza della testimonianza evangelica che siamo e che abbiamo, ognuno con il proprio vissuto. Prima di cercare i grandi testimoni, dobbiamo imparare a verificare la nostra testimonianza e a credere che anzitutto da noi passa il Vangelo, dalle nostre vite passa il Signore. E lasciare agire lo Spirito nella nostra vita con la sua carica di creatività non può che aiutarci ad essere veramente una comunità della gioia e della festa, anche nella difficoltà. I momenti formativi e spirituali si pongono questo obiettivo: non "sfiduciare" la testimonianza, ma incoraggiare sempre un processo di crescita educativa e spirituale che continua nella vita e nel cammino di fede. 3. La nostra comunità educante deve coraggiosamente ripensarsi.  Nel suo agire , che deve essere comunitario e unitario, in quanto pur con diverse finalità educative, tutte le realtà educative dell'oratorio puntano alla crescita spirituale e in maturità dei ragazzi e a un crescere insieme tra adulti. E questo camminare insieme deve trovare anche un coinvolgimento non solo nell'accompagnare, ma anche nell'accogliere le diversità di linguaggi e vedute, ricchezza di carismi presenti nella comunità. Il luogo sorgivo di questa sinfonica comunione è l'eucarestia: qui è il punto di partenza del nostro essere comunità qui tutti si devono sentire attratti non solo ovviamente dal Mistero, ma da una comunità che mi accompagna a saperlo incontrare nell'oggi e non con un pensiero che è distante da me. Nelle sue figure . Non può esistere un camminare in avanti senza un ripensarsi anche delle figure educative coinvolte. Da una parte progetti sempre più grandi richiedono nuove figure capaci di sostenere l'azione educativa. Penso ai volontari dei doposcuola, alle pulizie degli ambienti, ai servizi del bar, al catechismo. Dall'altra si rende necessario unrinforzo delle nuove generazioni in alcuni ambiti, penso alla società sportiva, ai comitati delle feste, alla gestione anche amministrativa degli oratori. Anche la figura del prete di pastorale giovanile deve evolversi: non può più essere il coadiutore, colui che coordina la macchina, ma colui che accompagna i processi spirituali dei singoli e quelli pastorali di una comunità educante, affiancandosi all'agire primario della comunità, non sostituendosi.  Nel territorio . L'agire di una comunità educante non si richiude nelle mura dell'oratorio del proprio campanile, ma si affaccia a creare relazioni educative costruttive con le realtà caritative, a partire dall'agire della nostra caritas, con le scuole e con gli ambiti educativi del territorio della comunità pastorale e non solo, interagendo anche con la realtà cittadina e con le parrocchie della città. Nella sostenibilità economica . La raccolta fondi "Insieme Ingioco"avviata attraverso il contributo della fondazione Peppino Vismara oggi si pone come obiettivo quello di sostenere le attività di doposcuola attivi sui due oratori "centrali" della comunità, la pastorale dei ragazzi delle medie, delle superiori e dei giovani, gli oratori estivi, il coordinamento dei cortili e delle attività di animazione e alla costruzione di percorsi di inclusione per ragazzi con disabilità. Il sostegno economico è destinato in particolare alle spese attive degli oratori di acqua, luce e gas, al materiale e al pagamento delle quattro figure professionali volte al coordinamento delle attività sopra indicate. Questa è un onere che la comunità deve saper affrontare insieme, nel credere nella prospettiva delle potenzialità educative dei nostri oratori, sapendo investire su di esse. I frutti emersi in queste settimane possono ora trovare un ulteriore contributo nella comunità. Per questo chi desidera donare un suo contributo a quello che finora è emerso potrà farlo in questa settimana fino a venerdì 12 febbraio scrivendo a  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  o contattando don Matteo (3893143032). Don Matteo

Un progetto per vivere!

Festa della Comunità pastorale: un grappolo d'uva e una candela

 

8 dicembre: solennità dell’Immacolata e festa della nostra Comunità Pastorale… No, fermi! So benissimo che anche questa per tanti di voi finirà sotto l’etichetta del “Quest’anno niente… come tutte le altre feste patronali parrocchiali”. Ma questa non è “solo” una festa patronale, è “la” festa di tutte le nostre 8 parrocchie insieme… Possibile che non ci sia un modo per cercare di renderla nostra, nonostante tutto? Mentre provo a raccogliere qualche idea per “incartare bene” il prodotto che la commissione delle 8 parrocchie insieme al Consiglio pastorale ha pensato, mi torna alla mente un vecchio racconto che avevo proposto un’estate di qualche anno fa ai miei ragazzi in campeggio, in uno di quei giorni dove tutto sembrava andare storto e si sperava che arrivasse presto sera per iniziare poi un giorno diverso. Il racconto si intitola “ il cerchio di gioia ”… proviamo a rileggerlo insieme. "Un giorno, non molto tempo fa, un contadino si presentò alla porta di un convento e bussò energicamente. Quando il frate portinaio aprì la pesante porta di quercia, il contadino gli mostrò, sorridendo, un magnifico grappolo d'uva. "Frate portinaio", disse il contadino, "sai a chi voglio regalare questo grappolo d'uva che è il più bello della mia vigna?" "Forse all'abate o a qualche padre del convento". "No. A te!". "A me?". Il frate portinaio arrossì tutto per la gioia. "Lo vuoi dare proprio a me?". "Certo, perché mi hai sempre trattato con amicizia e mi hai aiutato quando te lo chiedevo. Voglio che questo grappolo d'uva ti dia un po' di gioia". La gioia semplice e schietta che vedeva sul volto del frate portinaio illuminava anche lui. Il frate portinaio mise il grappolo d'uva bene in vista e lo rimirò per tutta la mattina. Era veramente un grappolo stupendo.    Ad un certo punto gli venne un'idea: "Perché non porto questo grappolo all'abate per dare un po' di gioia anche a lui?". Prese il grappolo e lo portò all'abate. L'abate ne fu sinceramente felice. Ma si ricordò che c'era nel convento un vecchio frate ammalato e pensò: "Porterò a lui il grappolo, così si solleverà un poco". Così il grappolo d'uva emigrò di nuovo. Ma non rimase a lungo nella cella del frate ammalato. Costui pensò infatti che il grappolo avrebbe fatto la gioia del frate cuoco, che passava le giornate a sudare sui fornelli, e glielo mandò. Ma il frate cuoco lo mandò al frate sacrestano (per dare un po' di gioia anche a lui), questi lo portò al frate più giovane del convento, che lo portò ad un altro, che pensò bene di darlo ad un altro. Finché, di frate in frate, il grappolo d'uva tornò dal frate portinaio (per portargli un po' di gioia). Così fu chiuso il cerchio. Un cerchio di gioia." E se quest’anno la nostra festa dell’8 dicembre assumesse questo stile? Provate a pensarci: l’occasione in cui ogni parrocchia delle nostre “fa a gara” a recare un po’ di gioia a qualche altra parrocchia. È vero, la festa di quest’anno sarà senza bancarelle di Natale, senza spettacolo musicale del sabato sera, senza cena comunitaria… ma chi ci impedisce di riempirla di gioia, magari condividendola con qualche altra “parrocchia sorella” della comunità? Noi ci stiamo preoccupando di fornire “gli ingredienti” necessari alla gioia:  a partire da lunedì 23 in ciascuna delle nostre 8 parrocchie a turno alla sera si pregherà insieme chiedendo alla Madonna Immacolata di arricchirci con uno dei suoi sentimenti ; e poi che ognuno faccia la propria parte nel contagiarci vicendevolmente di aria di festa. Non occorre molto per far festa, è sufficiente che ciascuno metta in circolo un po’ di gioia e si prenda cura di far sì che arrivi a destinazione in casa di qualche amico e almeno nella parrocchia vicino alla nostra.A volte pensiamo che per far festa occorra mettere insieme tante cose e debbano esserci condizioni del tutto favorevoli, ma, se ci pensiamo bene, il segreto è un altro: quando scende l’oscurità della sera come fate a vincerla? Semplicemente accendo la luce! Non servirebbe a nulla cercare di scacciare l’oscurità… o lottare contro di essa. Ma la si vince…  riempiendola di luce. Ecco perché anche quest’anno potremo vivere la nostra festa dell’Immacolata in maniera splendida, perché nessuno ci potrà impedire di riempire di luce con la nostra gioia l’oscurità che ci sta attorno. E se la mia gioia inizio a trasmetterla a qualche altro e lui a sua volta fa lo stesso … che Comunità luminosa diventeremo. … aspetto il vostro grappolo d’uva! Don Giampietro  

Festa della Comunità pastorale: un grappolo d'uva e una candela

Vagabondo o pellegrino? Il mio saluto a don Nicola

 

Non abbiamo avuto l’opportunità di condividere molti anni pastorali insieme, caro don Nicola, ma solo 11 mesi… Eppure il nostro è stato un periodo in cui, per dirla con un motto latino (te lo ricordi ancora il latino?), ciò che abbiamo condiviso del Regno di Dio non è stato “multa, sed multum”, non molte cose, ma “molto” a livello di intensità spirituale, di identità sacerdotale e di confronto spirituale. Passare “da coadiutore a parroco responsabile di comunità” non è un salto leggero, apre orizzonti veramente diversi nella vita spirituale di un sacerdote. Proprio per questo, in nome di una stima che in questi mesi è maturata in me nei tuoi confronti, se non ti offendi, mi permetto allora di condividere con te, a voce alta e cuore aperto, alcune attenzioni che ti potranno essere d’aiuto nella nuova fase del tuo ministero sacerdotale. Proprio perché tu sei chiamato a prenderti cura della Chiesa che è, per dirla con S. Paolo, il Corpo mistico di Cristo, come mio particolare saluto ti vorrei dare qualche “consiglio” sull’importanza “del corpo”.  Innanzitutto i  piedi : quante penitenze devono sopportare per correre sempre a destra e a sinistra, a passo lento o di corsa, in mezzo all'acqua o sotto il sole cocente, con i tuoi comodi sandali che adori o con le rigide scarpe invernali; e ti accorgerai di quante lamentele il prete deve sopportare dai suoi piedi perché reclamano il loro giorno di riposo come tutte le persone di questo mondo, oppure perché non vengono mai lodati pubblicamente come invece capita per tante altre parti del corpo... Insomma, se non possiedi dei piedi ben rodati e pronti a tutto, pronti a raggiungere tutti, anche quelli che ti scappano o lasci scappare perché meno simpatici, piedi che non si curano della stanchezza e non misurano il bene da recare ad un altro ... rischi di fare ben poca strada!  Poi le  mani : quelle dei muratori le riconosci per i calli, quelle dei falegnami per qualche cicatrice di troppo, quelle dei bancari per il tatto sensibile, quelle dei preti ... perché sono bucate (non frainterdermi: non intendo alludere che sei spendaccione!); sì, un prete che si rispetti deve avere qualche buon buco nelle proprie mani. In primo luogo perché così assomigliano di più a quelle del suo Signore in croce, poi perché sentono meno il peso di ciò che devono portare (o sopportare!), in terzo luogo perché solo così non rischiano di trattenere niente di quello che afferrano, ma tutto ricade sui bisogni di coloro che al prete si affidano. Le  corde vocali (e tu, sotto questo punto di vista sei messo decisamente meglio del sottoscritto!): non sono affatto da sottovalutare perché è forse una delle parti più sottoposta a sollecitazioni di diverso tipo. Un prete che sa cantare infatti "trova sempre la tonalità giusta" per il tipo di annuncio che deve compiere: rincuorare o incoraggiare, rimproverare o elogiare, piangere con chi è nel dolore o gioire con chi è nella gioia ... È decisamente importante per un Sacerdote possedere delle corde vocali "elastiche" per saper modulare gli annunci giusti al momento giusto.  Ovviamente le  orecchie e gli  occhi : non per niente si dice che il prete arriva "a rompere" sempre nel momento meno opportuno; possediamo infatti un udito e una vista molto particolari perché Dio, quando deve comunicarci qualcosa, non si serve dei soliti canali di informazione, ma ha un codice tutto suo che nemmeno i più moderni computer riescono a decifrare. Allora o sai "vedere e sentire" alla Sua maniera o continuerai a perdere le occasioni buone per accostare una persona e farle del bene. Lo svantaggio di avere orecchie sensibili è quello che coglierai al volo … le critiche che circoleranno in parrocchia nei tuoi confronti!  Infine il  cuore : deve essere grande, efficiente, capace di pompare molto sangue; tutti devono trovare spazio al suo interno, senza distinzioni o favoritismi di parte. Alcune volte può veramente "sentirsi affaticato" perché non può permettersi di acquistare persone con lo sconto del "tre per due" che tanto ci piace nei centri commerciali, ma addirittura deve mettere in conto di finire il bilancio anche in perdita quando si tratta di accompagnare una persona a Dio.  … Semplicemente “Ciao”, don Nicola, carico di stima e gratitudine per come mi hai accolto e aiutato ad entrare nella nuova Comunità, e per quanto condiviso assieme. Ricordati solamente che, anche nelle tue valli un po’ amene, non ti potrai permettere il rischio di diventare vagabondo, ma sempre il lusso di essere pellegrino. Con affetto (e molto altro)                                                        Don Giampietro 

Vagabondo o pellegrino? Il mio saluto a don Nicola

Festa della famiglia... chiusi in casa... spalancati all'Amore

 

Festa della famiglia… in casa! Certo che nessuno può dire che quest’anno non la si vivrà nel suo proprio ambiente naturale! Cosa significa vivere la festa della famiglia … chiusi in casa? Non ho la pretesa di “insegnare al gatto ad arrampicarsi”… però qualche suggerimento che mi arriva dall’ascolto di esperienze e dal tempo trascorso in compagnia di tante famiglie sento di poterlo condividere ad alta voce. 1. prendetevi cura del vostro volervi bene come marito e moglie: tra le tante cose urgenti, tra le tante sollecitazioni che vi assediano, mi sembra che sia necessario custodire qualche tempo, difendere qualche spazio, programmare qualche momento che sia come un rito per celebrare l'amore che vi unisce. L’inerzia del momento presente con le sue frenesie e le sue paure, il logorio della convivenza “forzata”, il fatto che ciascuno sia prima o poi una delusione per l’altro quando emergono e si irrigidiscono difetti e cattiverie, tutto questo finisce per far dimenticare la benedizione del volersi bene, del vivere insieme, del mettere al mondo i figli e introdurli nella vita. L’amore che vi ha persuasi al matrimonio non si riduce all’emozione di una stagione un po’ euforica, non è solo un’attrazione che il tempo consuma. L’amore sponsale è la vostra vocazione: nel vostro volervi bene potete riconoscere la chiamata del Signore. Il matrimonio non è solo la decisione di un uomo e di una donna: è la grazia che attrae due persone mature, consapevoli, contente, a dare un volto definitivo alla propria libertà. Il volto di due persone che si amano rivela qualcosa del mistero di Dio.  2. Custodite la bellezza del vostro amore e a perseverare nella vostra vocazione: ne deriva tutta una concezione della vita che incoraggia la fedeltà, consente di sostenere le prove, le delusioni, aiuta ad attraversare le eventuali crisi senza ritenerle irrimediabili. Chi vive il suo matrimonio come una vocazione professa la sua fede: non si tratta solo di rapporti umani che possono essere motivo di felicità o di tormento, si tratta di attraversare i giorni con la certezza della presenza del Signore, con l’umile pazienza di prendere ogni giorno la propria croce, con la fierezza di poter far fronte, per grazia di Dio, alle responsabilità.  3. Pregate insieme. Il tema della festa della famiglia che quest’anno la nostra diocesi ha voluto proporre è quello del «trovare il tempo per Dio». Già questa sera, poi domani e poi sempre: una preghiera semplice per ringraziare il Signore, per chiedere la sua benedizione per voi, i vostri figli, i vostri amici, la vostra comunità: qualche “Ave Maria”  per quelle attese e quelle pene che forse non riuscite neppure a dire tra di voi.  4. Trovate il tempo per parlare tra voi con semplicità, senza trasformare ogni punto di vista in un puntiglio, ogni divergenza in un litigio: un tempo per parlare, scambiare delle idee, riconoscere gli errori e chiedervi scusa, rallegrarvi del bene compiuto, un tempo per parlare, senza fretta.  5. Abbiate fiducia nell’incidenza della vostra opera educativa: troppi genitori sono scoraggiati dall'impressione di una certa impermeabilità dei loro figli, che sono capaci di pretendere molto, ma risultano refrattari a ogni interferenza nelle loro amicizie, nei loro orari, nel loro mondo.  La vostra vocazione a educare è benedetta da Dio: perciò trasformate le vostre apprensioni in preghiera, meditazione, confronto pacato. Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto. Educare è una grazia che il Signore vi fa: accoglietela con gratitudine e senso di responsabilità. Talora richiederà pazienza e amabile condiscendenza, talora fermezza e determinazione, talora, in una famiglia, capita anche di litigare e di andare a letto senza salutarsi: ma non perdetevi d’animo, non c’è niente di irrimediabile per chi si lascia condurre dallo Spirito di Dio. Quasi quasi, vivere la festa della famiglia “chiusi in casa”, alla fine non è proprio un’esperienza tutta da buttare… Don Giampietro

Festa della famiglia... chiusi in casa... spalancati all'Amore

LOCKDOWN 2.0: TRA CAMBIAMENTO E CREATIVITÀ

 

Siamo tornati a vivere nuovamente una situazione di chiusura delle principali attività, di riduzione dei contatti, di allontanamento fisico. A differenza di quanto è accaduto durante i giorni dello scorso Marzo, però, le restrizioni per i luoghi di culto sono minori e attengono principalmente alla capacità di far fronte alla pandemia rispettando le regole di distanziamento imposte sin dall'inizio. La Santa Messa Rimane quindi aperta la possibilità di partecipazione alle Sante Messe feriali e festive portando sempre con sè l'autocertificazione all'interno della quale è prevista la dicitura di spostamento dalla propria abitazione per "situazione di necessità" (l'autocertificazione in formato pdf da stampare, potete trovarla QUI) "Rimane la possibilità di partecipare alla Santa Messa in presenza, così come continua la possibilità di collegarsi online per chi ha l'esigenza di rimanere a casa o semplicemente preferisce non rischiare" spiega don Matteo Moda che aggiunge "le precauzioni per limitare i contagi sono le stesse che abbiamo imparato a rispettare in questi mesi: utilizzo della mascherina, mantenimento della distanza tra le persone, evitare assembramenti prima e dopo le celebrazioni. Siamo felici che sia possibile incontrarsi per momenti di preghiera e confessioni, anche se come Comunità Pastorale abbiamo modificato alcuni appuntamenti in modo che potessero svolgersi on-line." Le confessioni si terranno secondo le solite modalità: il primo sabato del mese  in tutte le parrocchie tranne Cartabbia; ogni sabato nelle parrocchie di Masnago e Bobbiate a partire dalle 16:30; e su richiesta presso tutte le parrocchie contattando i sacerdoti di riferimento.  Gli incontri in Oratorio Cambiano le modalità di incontro per le attività dei gruppi di iniziazione cristiana, preadolescenti, adolescenti, 18-19enni e giovani che verranno svolte interamente online, seguendo orari e giorni già stabiliti in precedenza. "Ora più che mai è importante che i ragazzi partecipino alle celebrazioni domenicali che rimangono l'unico momento di incontro in presenza. Ma si rende necessario organizzare le attività di catechesi online, in modo da andare incontro alle esigenze di vicinanza spirituale che questo distanziamento fisico ci impone" commenta don Matteo.Per i genitori dei ragazzi della scuola primaria sono previsti tre incontri online, nel pomeriggio di domenica 8 Novembre, con Don Matteo e Suor Gioia: alle ore 15:00 per le classi quarte, alle 15:45 per le classi quinte e alle 16:30 per le classi terze. Le attività di Doposcuola Per quanto riguarda le attività di doposcuola per le scuole primarie e medie inferiori, svolte nelle parrocchie di Masnago e Bobbiate ci sono alcuni cambiamenti da sottolineare.Per le scuole medie, infatti, cambia la modalità di fruizione del doposcuola anche in relazione a quello che sta accadendo nel mondo della scuola: le lezioni di recupero e potenziamento continueranno ad essere svolte, cambierà la modalità passando ad essere totalmente online, grazie alla disponibilità dei volontari e al ruolo prezioso degli educatori.Il doposcuola di Masnago per la scuola primaria rimarrà in presenza, cercando di far fronte il più possibile alle necessità di quelle famiglie che per esigenze lavorative devono trovare un luogo sicuro dove lasciare i propri figli nel pomeriggio. A questo proposito, su spinta di alcune richieste provenienti dai fedeli di altre parrocchie della comunità pastorale, si sta pensando di aprire una seconda attività di doposcuola per le primarie presso i locali della parrocchia di Bobbiate a partire dal prossimo 9 Dicembre.Presso le sacrestie delle parrocchie di Capolago e Bobbiate è possibile trovare il modulo per la preiscrizione, oppure schiacciando QUI Avvento, Benedizioni delle famiglie e Catechesi per gli adulti Un importante cambiamento rispetto agli scorsi anni riguarda la benedizione delle famiglie che, tradizionalmente, veniva svolta in questo periodo dell'anno. "In vista della celebrazione del Natale, quest'anno più che mai, si sente forte la necessità di avvicinarsi in un momento di preghiera e attesa. Quest'anno noi, sacerdoti e consacrate, non faremo visita alle famiglie come gli scorsi anni, ma non mancherà un simbolo per i fedeli. Subito dopo le Sante Messe dei giorni  28 e 29 Novembre in tutte le parrocchie della comunità e il giorno 13 Dicembre (inizio della novena di Natale) alle ore 15:30 nelle parrocchie di Calcinate e Capolago e alle ore 16:00 nelle altre parrocchie, verrà distribuito un simbolo per accompagnarci all'incontro col Signore che nasce." spiega don Matteo "l'acqua benedetta sarà affiancata al messaggio che il nostro Arcivescovo ha pensato di scrivere per accompagnarci al Natale di quest'anno."Tutto il programma dell'Avvento è riportato sul foglio InCammino dell'8 Novembre.  Per gli adulti a partire dal 20 Novembre ogni venerdì comincia un percorso sulla lettura del Libro del Siracide. "Sarà interessante  vedere come questo libro possa essere attuale in questo particolare periodo: le prove da affrontare, la paura di non farcela e poi la gioia di riabbracciarci nell'arrivo del Natale" continua don Matteo, "Io credo che mai come in questo tempo siamo chiamati ad una fede creativa: è il tempo per scoprire nuovi modi di essere cristiani e metterlo in pratica. Se ci pensiamo, in questo momento come mai prima la promessa che i genitori hanno fatto ai propri figli nel giorno del Battesimo diventa vera: loro diventano catechisti, strumenti per trasferire la fede ai più piccoli. Ma non sono soli, sacerdoti e consacrati sono accanto ai fedeli e anche l'arcivescovo ha annunciato che sarà in diretta per la preghiera con tutta la Diocesi di Milano ogni sera alle 20.32. É la prova che siamo distanti solo col corpo ma non con l'anima."

LOCKDOWN 2.0: TRA CAMBIAMENTO E CREATIVITÀ

Il nostro “vaccino”: farci in 5 per ripartire!

 

Inizia il mio secondo anno tra voi, e lo inizio con delle certezze maggiori e una consapevolezza più forte e chiara di ciò che mi aspetta. Questa volta non parto dal Covid 19, sono veramente stanco di darla vinta a quel piccolo invasore di virus che sta condizionando il nostro vivere. Virus o no, tutti noi siamo chiamati a rialzare la testa per costruire un altro pezzo di storia della nostra comunità pastorale e della nostra vita familiare personale. E vogliamo farlo come Chiesa, non in una maniera qualunque. Non c’è tempo per fermarci a rimpiangere ciò che poteva essere e non è stato possibile realizzare. Intendo invitare tutti voi a guardare avanti e per farlo, ci lasciamo condurre dalla sapienza della Chiesa che aveva già tracciato a Firenze, nel convegno circa il ruolo e l’azione dei laici nella Chiesa, il cammino da intraprendere, attraverso 5 verbi. 1.  Uscire  «Voi uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso. Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada. Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo». In queste parole di papa Francesco troviamo l'indicazione del grande compito per il nostro tempo, segnato dalla creatività e dal travaglio tipici di ogni cambiamento d'epoca. Quando si presentano nuove sfide, addirittura difficili da comprendere, la reazione istintiva è di chiudersi, difendersi, alzare muri e stabilire confini invalicabili. È una reazione troppo umana. E qui vorrei che si raccogliesse la prima sfida, in una prospettiva nuova: si può uscire con fiducia; si trova l’audacia di percorrere le strade di tutti; si sprigiona la forza per costruire piazze di incontro e per offrire la compagnia della cura e della misericordia a chi è rimasto ai bordi. Vorrei che il vostro cuore battesse all’unisono con il mio nel prenderci a carico i fratelli che si sentono o si sono esclusi dalla chiesa… andiamo a recuperarli! 2.  Annunciare «Rallegrati», dice l’angelo a Maria. L’annuncio ha da subito il sapore della “gioia”. Come la Vergine, sperimentiamo davvero la gioia del Vangelo. Annunciare è gioire, è aumentare la propria vita, è osare, è condividere, perché non esiste gioia che non senta il bisogno di essere condivisa. Annunciare la gioia, non la paura: la gioia non è allegrezza da esibire, ma profondità, leggerezza e umiltà. Puntiamo all'essenziale. Incamerando la sapienza a cui ci invita il nostro Arcivescovo Mario, vorrei invitare la mia Comunità a ricompattarsi sul messaggio centrale della nostra fede: il Figlio di Dio incarnato (che dà attenzione alla concretezza delle situazioni reali delle persone), Gesù che è morto (e che muore nelle difficoltà, nei fallimenti, nella sofferenza e nell’esperienza della morte che ognuno di noi può aver fatto), Gesù che è risorto (perché la morte offerta per amore non è l’ultima parola, perché si possa sperimentare una vita carica di prospettive e capace di sperare). Come comunità cristiana abbiamo qualcosa da dire all’uomo di oggi; non lasciamo la parola solo a chi urla (spesso a sproposito) e a chi ha sempre da lamentarsi. 3.  Abitare È un verbo che, come viene mostrato anche nella Evangelii Gaudium, non indica semplicemente qualcosa che si realizza in uno spazio. Non si abitano solo luoghi:  si abitano anzitutto relazioni . E in tutto questo non si parte da zero . Il cammino ulteriore che ci attende è un cammino che come comunità stiamo facendo da tempo, andando incontro alle singole esigenze di vita. Lo facciamo, consapevoli che l’abitare, per il cattolico, è anzitutto un “farsi abitare da Cristo”, perché solo a partire da qui può essere fatto spazio all’altro. Mi domando: in cosa consistono, concretamente, queste relazioni buone che dobbiamo rilanciare e praticare nella vita di tutti i giorni? Mi vengono in mente alcuni verbi: ascoltare, lasciare spazio, accogliere e accompagnare. Si deve partire credendo fortemente alla forza delle relazioni. 4.  Educare per educare occorre avere il cuore aperto. L’educazione è una scommessa laboriosa, fatta di rinunce, ascolto e apprendimento, i cui frutti si raccolgono nel tempo, regalandoci una gioia incomparabile. Si realizza quando l’educazione cristiana, rischiando modi e forme sempre nuove, si conforma all’educare di Cristo, sia quanto a  contenuto  (l’unicità e irrepetibilità della persona – impariamo a stimarci!) sia quanto a  metodo  (la centralità della persona, la relazione e l’incontro personale, l’attenzione alle attese, alle domande, alle fragilità e ai bisogni, la pazienza e il rispetto dei ritmi di crescita di ognuno). Tanto stiamo facendo nel campo dell’educare, ma mi permetto di mettere in guardia su alcune attenzioni di fondo: la priorità nell’educare va data agli ideali, non alle ideologie. In secondo luogo, sono convinto che all’educatore siano richiesti “esercizi” di umiltà, per accompagnare e non forzare i percorsi di crescita; “esercizi” di disinteresse e gratuità, per non legare a sé le persone ma orientare e proporre rispettando la libertà. Se la fatica di educare è evidente, tuttavia è sempre un compito bello e appassionante. Le sfide dobbiamo percepirle come risorsa  più che come problema, come opportunità per ripensare e rivedere alcune prassi, come sollecitazione al cambiamento. 5.  Trasfigurare Gesù nei suoi incontri quotidiani, nel suo sguardo sul mondo e l’umanità, non ha mai lasciato cose e persone come le aveva trovate, ma ha trasfigurato tutto e tutti. Ha fatto nuove tutte le cose. È il Signore che trasfigura, non siamo noi! Che bello se la nostra Comunità Pastorale si lasciasse trasfigurare senza ostacolare l’opera di Dio in noi e intorno a noi, ma sapendola piuttosto riconoscere e aderirvi. In sintesi, trasfigurare è far emergere la bellezza che c'è, e che il Signore non si stanca di suscitare nella concretezza dei giorni, delle persone che incontriamo e delle situazioni che viviamo.  Inizio il 2° anno in mezzo a voi… con tanta energia interiore di proporre, invitare, indirizzare… perché avverto che tutti abbiamo voglia di cambiamento… perché Gesù non è venuto a conservare l’esistente, ma a renderlo più bello… Ci state?                                                                           don Giampietro

Il nostro “vaccino”: farci in 5 per ripartire!

"Il ramo di mandorlo", nelle Zone incontri per i laici, consacrati e clero

 

Dal 22 Gennaio al 19 Febbraio Alla presenza dell’Arcivescovo, sette serate promosse dalla Formazione permanente del clero: diretta web dalle 20.30, possibilità di inviare domande, video poi disponibili on line. Al centro la dimensione fraterna e missionaria delle nostre comunità, anche alla luce dell’esperienza della pandemia.  «Il ramo di mandorlo» è il titolo di una serie di sette incontri che la Formazione permanente del clero della diocesi di Milano, dal 22 gennaio al 19 febbraio  (in allegato il programma ) offre a tutti – laici, consacrati e clero – e in particolare ai membri dei Consigli delle Comunità pastorali e delle parrocchie, alle persone consacrate impegnate nei servizi delle comunità, agli operatori pastorali, alle Associazioni, Movimenti e Gruppi ecclesiali presenti in Diocesi. Il titolo è tratto dal primo capitolo del libro del profeta Geremia. «Cosa vedi, Geremia?», chiede il Signore. «Un ramo di mandorlo», risponde il giovane profeta. «Hai visto bene, perché io vigilo sulla mia parola per realizzarla», replica il Signore. Il ramo di mandorlo è, quindi, il segno che il Signore vigila sulla sua parola, Lui stesso la realizzerà nel suo popolo. L’immagine infonde fiducia (il profeta non sarà solo) e speranza (il Signore compirà la sua parola). Con questa stessa fiducia e speranza, l’itinerario degli incontri intende aiutarci a riflettere sul volto della Chiesa di Milano in modo da cogliere come il Signore ancora oggi “veglia” sulla sua parola, realizzandola in mezzo a noi. Il primo incontro sarà dedicato a una rilettura del percorso pastorale della nostra Diocesi caratterizzato dall’esperienza delle Comunità pastorali, da un lato, e dal Sinodo dalle genti, dall’altro. Gli incontri che seguono si soffermeranno, invece, su alcuni degli aspetti principali della vita cristiana: l’Eucarestia, la preghiera, l’annuncio, le relazioni, la carità e la testimonianza. Sullo sfondo di questa proposta ci sono tre grandi istanze e un singolare kairos. 1.La prima istanza è quella neotestamentaria: l’esperienza degli apostoli – che si dispiega a partire dal «perché stessero con lui» (Mc 3,14) fino a quel «mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra» (At 1,8) – ci dice che la Chiesa, fin dalle origini, presenta una forma fraterna e missionaria. 2.La seconda è quella magisteriale: il recente magistero della Chiesa – dal Concilio Vaticano II al magistero di Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco – chiede una riforma della Chiesa in senso fraterno e missionario. 3.Infine, la terza istanza è quella pastorale: la scelta della nostra Diocesi di strutturare le parrocchie all’interno di comunità pastorali, pur con tutti i limiti e le difficoltà che sperimentiamo, valorizza la dimensione fraterna e missionaria della Chiesa. Queste tre istanze convergono nell’invito a trasformare sempre più le nostre parrocchie in comunità fraterne e missionarie. Il kairos è, invece, l’attuale contesto di pandemia nel quale l’isolamento e le distanze, da un lato, e la sofferenza e il bisogno della gente, dall’altro, ci hanno fatto sentire l’importanza di condividere la fede nella comunità e quella di annunciare la speranza che viene dal Vangelo. Sulla scia di queste istanze e di questo singolare kairos nasce dunque l’itinerario proposto, che si presenta come una rivisitazione della vita concreta delle nostre comunità alla luce dell’esperienza che abbiamo vissuto durante i mesi della pandemia. In concreto, gli incontri – che si svolgeranno nelle sette Zone pastorali e vedranno la presenza del nostro Arcivescovo Mario Delpini – inizieranno alle 20.30, avranno la durata di un’ora, saranno trasmessi in diretta sul portale della Diocesi (www.chiesadimilano.it) e sarà possibile partecipare anche attraverso domande da inviare su WhatsApp (347.5869065) perché alcune di esse siano rivolte al relatore. L’occasione di un tempo di formazione insieme come popolo di Dio diventa un invito a scegliere personalmente la partecipazione a queste serate, sia nella forma della diretta, sia in quella di una ripresa di queste serate. Sul portale della Diocesi rimarranno disponibili i video e prossimamente sarà pubblicato un libretto che raccoglierà i contenuti delle relazioni e pensati appositamente per la pubblicazione. Anche a livello di Consigli pastorali o di gruppi ecclesiali saranno preziosi alcuni appuntamenti di ripresa insieme e di discernimento spirituale e pastorale su questi temi con il materiale offerto da queste serate formative. Invitiamo tutta la comunità pastorale, in particolare i consiglieri del consiglio pastorale e degli affari economici a partecipare on line a questi momenti formativi. Il primo appuntamento, destinato proprio alla nostra zona pastorale sarà venerdì 22 gennaio alle ore 20.30. La diaconia   di monsignor Ivano VALAGUSSA ed Equipe della Formazione permanente del clero Scarica il PROGRAMMA degli INCONTRI SCARICA la LOCANDINA

"Il ramo di mandorlo", nelle Zone incontri per i laici, consacrati e clero

Affinché la Parola di Dio corra

 

Due sono i poli di riferimento delle prossime Giornate Eucaristiche: la scelta di sostare davanti a Lui e di riflettere sul dono dell’Eucarestia il confronto con gli Atti degli Apostoli e l’indicazione di Gesù di annunciare e testimoniare il Vangelo Ci guida il testo di Marco 3,13-15: “Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Né costituì Dodici – che chiamò apostoli - , perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demoni”. Da una parte sappiamo per certo che: “La fede se non è seguita dalle opere, in sé stessa è morta”. (Gc 2,17); dall’altra l’indicazione di Marco ci ricorda che il primo obiettivo fissato da Gesù per i suoi apostoli è quello di sostare da lui. Quando si percepisce di essere amati di un amore gratuito (quali sono i nostri meriti per essere così amati dal Signore?), impareremo a contemplare il suo amore su di noi; avremo la capacità di vivere un amore gratuito. L’Eucarestia è la dimostrazione chiara della predilezione che il Signore ha su di noi. Insieme riflettiamo anche sulla richiesta di Gesù di annunciare e testimoniare il Vangelo. “La fede si irrobustisce e si realizza donandola”. Così Giovanni Paolo II indicava la strada a tutti i cristiani. Del resto S. Paolo afferma: “Non è per me un vanto predicare il Vangelo; è un dovere per me. Guai a me se non predicassi il Vangelo”. L’annuncio è la nostra identità più profonda. Ci incontreremo per aiutarci a camminare su questa strada. don Peppino

Affinché la Parola di Dio corra

Volentieri: don Peppino si presenta

 

Un saluto cordiale, fraterno, a tutte le persone della Comunità Pastorale “Maria, Madre Immacolata”. Ringrazio il Signore per questa opportunità che mi viene donata, quella di vivere il mio ministero in mezzo alla gente. Il sentimento più grande che vivo in questi giorni è la serenità, la pace del cuore.  Intanto mi presento: sono don Peppino Maffi; a novembre compio 75 anni. Sono di origine bergamasca; considero comunque come mio paese d’origine Robecco sul Naviglio (Mi); mi sono trasferito lì quando avevo tre anni. Sono il primo di tre fratelli. Considero positiva e intensa l’esperienza vissuta in famiglia. Mio papà è mancato nel 2014; porto con me a Bobbiate mia mamma (97 a.). Ho vissuto l’esperienza del Seminario tra il 1956 e il 1969; dalla prima media all’Ordinazione sacerdotale.  Le tappe del mio servizio presbiterale: vicario di Pastorale giovanile a Solbiate Arno (1969-1982) parroco a Valle Olona (1982-1992) responsabile Ufficio missionario diocesano (1992-1998) prevosto a Varese (1998-2006) rettore del Seminario di Venegono Inferiore (2006-2014) e Vicario Episcopale del Clero (2006-2012) accompagnatore dei presbiteri giovani (2014-2020) … e adesso in mezzo a voi Un breve pensiero; utilizzo il testo di Mc 3,13-15: “Gesù salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni.” Gesù chiama mentre è sul monte, il luogo che Lui prediligeva per la preghiera. Non chiama i più meritevoli; ha tanta misericordia per le scelte e le parole meno corrette dei suoi discepoli. E li chiama “perché stessero con Lui”. Vorrei, accompagnandomi a voi, testimoniare l’importanza e la bellezza della preghiera, della relazione con il Signore; in particolare nell’ascolto della Parola, nella celebrazione dell’Eucarestia, nella sistematicità ad accostarsi al Sacramento della Riconciliazione.  Li chiama perché annuncino il Vangelo; occorre continuare a conoscere meglio il Signore, lasciandoci affascinare dalla sua presenza, dalla sua vita. Li chiama perché abbiano cura delle persone fragili, deboli; è il nostro compito quotidiano. La parabola del samaritano indicherà ai discepoli e a noi i passi da compiere. E tutto con umiltà e con una profonda scelta di comunione all’interno delle nostre otto comunità.  Grazie per l’accoglienza di cui, in questi giorni, ho già goduto.                                                                        Don Peppino

Volentieri: don Peppino si presenta