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Per un discernimento di servizio nella comunità

Con i percorsi avviati per diventare una Chiesa sinodale, come Comunità Pastorale siamo chiamati a rilanciare molto l’annuncio evangelico facendo leva sulla responsabilità dei laici.Quelli che una volta erano il servizio di lettore, ministro straordinario dell’Eucaristia, catechista, oggi sono diventati dei veri “ministeri istituiti”, ossia un modo di essere partecipi dell’evangelizzazione della Chiesa in maniera attiva e da protagonisti. Si pone però il problema di “come” scegliere le persone adatte, di “chi” scegliere, secondo quali capacità... A questo proposito la nostra Chiesa diocesana ha appena redatto un nuovo documento intitolato: “I ministeri istituiti nella Chiesa missionaria e sinodale”. Alle porte della nostra estate, con davanti il tempo necessario per riflettere circa le disponibilità da offrire, pubblichiamo oggi l’introduzione che l’Arcivescovo Mario ha scritto per il sopracitato documento... ve la lasciamo con la speranza che possa favorire il discernimento di tanti. Da Gerusalemme o da Corinto? Si potrebbe domandare: da quale Chiesa vengono i ministeri istituiti? Da Gerusalemme o da Corinto? Dal malumore o dall’entusiasmo?Nelle comunità di Gerusalemme, secondo il racconto del libro degli Atti degli Apostoli (At 6,1-7) i Dodici hanno affrontato il malumore e la mormorazione perché alcuni si sentivano trascurati. Nel contesto polemico i Dodici non hanno pensato di contrastare il malumore con un impegno più intenso, con una frenesia di attività, mossi da un’ansia di prestazione. Hanno piuttosto riconosciuto di non essere adeguati alle necessità crescenti della comunità. Hanno sentito il dovere di essere coerenti con il loro compito specifico e la loro missione. Perciò hanno stimolato le comunità a indicare persone adatte per il servizio alle mense: «Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola» (At 6,4). Nella Chiesa del malumore i ministeri sarebbero dunque una risorsa per soddisfare attese che non ricevono adeguata attenzione, un rimedio alla diminuzione, all’invecchiamento, all’inadeguatezza dei preti.Lo Spirito di Dio può rendere promettente anche la decisione che nasce da una radice amara. La comunità di Corinto, secondo la testimonianza di Paolo, vive un’esuberanza carismatica che l’Apostolo recepisce con entusiasmo, almeno secondo il tono dei convenevoli introduttivi alla Prima Lettera ai Corinzi. «La testimonianza di Cristo si è stabilita tra voi così saldamente che non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo» (1Cor 1,6 s). Nella comunità abbondano i doni dello Spirito e ne fanno una comunità vivace, in cui — si direbbe — non manca niente. Paolo sente però il dovere di intervenire orientando le espressioni carismatiche verso un ordine e uno spirito di servizio. Infatti — a quanto si può comprendere — nella comunità c’è confusione e una specie di rivalità tra le persone carismatiche, inclini più a esibire il proprio carisma e a rivendicarne l'importanza che a mettere i propri doni al servizio dell'utilità comune. Nella Chiesa dell'entusiasmo i ministeri sarebbero un dono dello Spirito che orienta l’originalità dei fedeli e l'esuberanza disordinata della comunità al servizio del bene di tutti e della missione della Chiesa. In quale Chiesa viviamo? Quale Chiesa vive secondo lo Spirito di Dio? Forse Efeso Non riusciamo a riconoscerci totalmente né nella Chiesa di Gerusalemme né in quella di Corinto. Si devono riconoscere i tratti dello scontento e del malumore che esprimono il disagio di un cambiamento d'epoca: le consuetudini si rivelano insostenibili. In particolare, le pretese verso i preti che, riducendosi di numero, facciano tutto e bene e subito quello che facevano preti più numerosi, più giovani, più popolari si rivelano lontane da uno spirito evangelico. Essere discepoli del Signore impegna a servire, non a essere serviti. Si devono riconoscere anche i tratti, più rari però, dell'entusiasmo di farsi avanti per chiedere che venga riconosciuto il carisma particolare. Anche la pretesa di riconoscimento porta i segni di uno stile lontano dallo spirito evangelico. Essere discepoli del Signore comporta di rinnegare sé stessi per seguire Gesù, piuttosto che esigere un riconoscimento e un ruolo. Diamo quindi avvio operativo a un percorso di discernimento, di formazione, di accompagnamento per giungere all’Istituzione dei ministeri dell’Accolitato, del Lettorato, del Catechista.Forse partiamo dal malumore, forse partiamo dall’entusiasmo: ma verso dove andiamo? Per continuare a fare riferimento alle immagini offerte dalle chiese degli inizi, invoco ogni dono dello Spirito Perché nella nostra Chiesa si possano riconoscere lo stile e le scelte che Paolo raccomanda alla Chiesa di Efeso. Propongo per tanto di leggere, meditare e assimilare le parole di Paolo che mettono in evidenza il tema della vocazione personale come responsabilità per l’edificazione dell’unico corpo di Cristo e dicono dello stile evangelico di questo cammino di Chiesa: Io dunque, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell'amore, avendo a cuore di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti. A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all'uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo. (Ef 4,1-7.11-13)

Per un discernimento di servizio nella comunità

Io vado a pescare

È ciò che dice S. Pietro, là sul lago di Galilea, un po' deluso dopo la risurrezione di Cristo; gli Apostoli erano ritornati là e non sapevano cosa fare. Era il desiderio di ritornare alla vita di prima, senza preoccupazioni e la fatica di annunciare il Cristo.Tutto questo mi ha fatto pensare alla situazione attuale, quando vediamo spopolarsi le nostre chiese e raffreddarsi lo spirito cristiano della gente. Qualcuno vorrebbe tornare alla condizione di prima, alle processioni solenni super frequentate, alle manifestazioni di massa dei fedeli, ai momenti in cui la voce della Chiesa era ascoltata e creava opinione comune. Ma non è più così! Dobbiamo fare i conti con i tempi che viviamo e trovare l'entusiasmo dei primi cristiani che hanno saputo cambiare il mondo. La chiatta che trasporterà la statua di S. Pietro pescatore è come una parabola, il Signore non ha bisogno di sfoggio di potenza: ha solo bisogno di uomini che si mettano volonterosamente al suo servizio con umiltà. Quando circa settant'anni fa don Severino Maestri dette origine alla tradizionale benedizione del lago, non si preoccupò di fare qualche cosa che impressionasse la gente di Calcinate ma di dare origine alla consacrazione del lavoro quotidiano dei pescatori del lago di Varese. Il nostro lavoro, oggi, dovrà essere solo quello di rianimare gli spiriti assopiti di tanti cristiani che dormono sulle ceneri di una fede ereditata dai nostri vecchi e non sono più capaci di parlare agli uomini d'oggi e ai giovani cui hanno dato la vita ma non stanno comunicando la fede. Questi sono i "pesci" da catturare oggi con la testimonianza di una fede convinta e l'impegno ad essere annunciatori del Signore, senza lamenti o nostalgie sterili di un passato vissuto solo nel ricordo. Don Felice

Io vado a pescare

La discesa agli inferi del Signore Risorto

Secondo il Credo Apostolico il “Re della Gloria” ha visitato i prigionieri negli inferi e ha proclamato la liberazione di coloro che giacevano nelle ombre (cf Mt 12,38-41). Gesù è entrato nelle fauci della morte e, come Giona nel ventre del pesce, ha soggiornato tra i morti non perché sconfitto, ma per ritrovare la “moneta” perduta e abbracciare la “pecorella” smarrita (cf Lc 15, 4-10), che sono Adamo ed Eva, simbolo dell’umanità di tutti i tempi; in loro ci siamo anche noi. L’icona del XVI secolo. Il mondo religioso ortodosso esprime pittoricamente la sua fede nella “Risurrezione del Signore” con l’icona della “Discesa agli inferi”, che cerco di presentare di seguito attraverso un’icona del XVI secolo (la vedi sotto il titolo!) appartenente alla scuola di Novgorov, che si trova nel Museo Andrei Rublev di Mosca, che ho avuto la fortuna di visitare qualche anno fa. Al centro dell’icona “Discesa agli inferi”, con le vesti dorate, brilla “Il Figlio eterno e ineffabile di Dio, Dio egli stesso, che vinto da tenero amore scese nel mondo per ritrovare la sua creatura smarrita, e in modo sapiente e divino si mise alla ricerca” (Romano il Melode). Il rotolo del riscatto. Il Signore risorto ha nella mano sinistra un rotolo (il chirografo) dove è scritto il peccato dei nostri “progenitori”: Adamo ed Eva. Gesù appare come vincitore, come liberatore di coloro che erano negli inferi. Per questo tende la mano ad Adamo, gli afferra il polso per non perdere la presa; vuole essere sicuro di non perderlo ancora. Per lui era sceso sulla terra e, non avendolo trovato, si è spinto fino agli inferi per cercarlo: “Va a cercare il primo uomo come la pecorella smarrita. Vuole visitare anche tutti quelli che abitano nelle tenebre e nell’ombra della morte. Sì, è verso Adamo prigioniero e verso Eva anche lei prigioniera, che Dio si rivolge per liberali dal loro dolore” (Omelia attribuita a Epifanio di Salamina di Cipro). La porta degli inferi. Calpestate dai piedi di Cristo si vedono le porte scassinate e incrociate degli inferi, che Gesù ha scardinato. Sparsi dappertutto si notano chiodi, chiavistelli e catene. A destra di Gesù troviamo Adamo vestito di verde e a sinistra Eva, vestita di rosso. Il verde simboleggia la speranza che il Cristo porta ad Adamo. Il rosso simboleggia l’umanità di Eva e le sue mani sono coperte per esprimere adorazione e riconoscenza al Liberatore. Il popolo liberato. Alle spalle di Adamo incontriamo Davide con la barba e la corona del re. Il re Davide che disse: “Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia”, ora lo incontra nel Signore Risorto, che lo colma di misericordia infinita. Alla destra di Davide c’è suo figlio Salomone. Il re Salomone che domandò a Dio il dono di un cuore capace di ascoltare, ora potrà uscire dall’ombra dell’Ade grazie al cuore trafitto, ma ricco di amore del Risorto. Entrambi i re sono rivestiti di abiti regali. In seconda fila Giovanni Battista tiene nella mano sinistra il rotolo della parola profetica e con la destra indica nel Signore “l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo”. E poi Daniele con il caratteristico copricapo. Il profeta Daniele che predisse la venuta del Signore sulle nubi del cielo con gloria grande, ora si trova salvato dall’oscurità dal Cristo. Alle spalle di Eva si nota Mosè con le tavole della legge tra le mani. Mosè che si sentiva incapace di parlare al popolo come guida, ora incontra la Parola luminosa e viva dell’uomo Dio che lo chiama a un nuovo e definitivo esodo nella terra promessa del cielo. E poi il profeta Isaia che parlò del Servo di Dio e disse: “Per le sue piaghe siamo stati guariti”, ora vede la Luce del Crocifisso Risorto che splende anche nel suo buio. Dietro Mosè e Isaia ci sono altri profeti che abitavano nell’ombra con tutti i morti. Essi rappresentano tutto il popolo immerso nel buio che viene illuminato dal Sole di giustizia. Il Cristo e Adamo/l’umanità. Cristo è vero Dio e vero uomo. Nella sua aureola segnata dalla croce si legge “O ON”: Io sono colui che sono (cf Es 3,14), che richiama la sua divinità. Poi ai lati si nota la scritta “IC XC”: Gesù Cristo. Essa ci ricorda che Dio si è fatto carne in Gesù ed è la seconda persona della Santissima Trinità. La veste del Signore é giallo oro, che è l’abito del vincitore, il Re della Gloria. Sopra le sue spalle la veste svolazza perché vuole raffigurare la discesa, il suo movimento: dal cielo agli inferi. Anche le montagne che notiamo in alto vogliono dare più risalto alla “discesa” di Gesù. Ai lati del Cristo, quasi invisibili a occhio nudo, si notano alcune stelle, che richiamano i giusti luminosi anche nelle tenebre. Infine negli abiti verdi dei vari personaggi incontriamo un segno di speranza dato dal Signore. Richiamo un suggestivo dialogo tra Cristo e Adamo nell’omelia attribuita a Epifanio di Salamina di Cipro: “Gesù presolo per mano, lo scosse dicendo: Svegliati tu che dormi e risorgi dai morti! Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati tu che dormi! Non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno! Risorgi dai morti! Io sono la vita dei morti! Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine. Risorgi, usciamo da qui”. Nel cuore della terra. Per fede sappiamo che Cristo è risorto dai morti secondo le Scritture e che anche noi saremo chiamati a risorgere con lui in piena comunione con Dio Padre e lo Spirito Santo. E’ bello sapere che il Signore ha già sconfitto la nostra morte, infatti “Cristo è morto per noi”. A noi è chiesto di credere in Gesù, di amare Dio e il prossimo al modo di Gesù e di sperare anche nelle avversità. Il resto del nostro “salvataggio” finale lo lasciamo fare al Signore.Però in attesa di quel giorno finale e glorioso il Cristo Risorto entra nella nostra vita attuale: ci chiama anche qui a risorgere umanamente. Scende nel cuore della nostra terra e ci invita a uscire dalle nostre ombre, dai nostri fastidi, dai nostri problemi, dal buio del nostro cuore, dalle incomprensioni, dalle liti, dall’odio, dalle guerre. Gesù tende la mano anche a noi, ci incoraggia con la sua presenza discreta, ci chiama a rialzarci, a non farci travolgere dal risentimento, ci illumina con la sua luce che entra pure nel nostro buio. Nella sua discesa nel cuore della terra Gesù porti la luce nelle tenebre e porti la sua Pasqua nel nostro cuore umano. Auguri! Don Francesco

La discesa agli inferi del Signore Risorto

Domenica del cieco nato

Al centro della celebrazione eucaristica della quarta domenica di Quaresima c’è il tema della luce; il cieco dalla nascita viene illuminato dall’incontro con il Signore Gesù, dalla sua attenzione agli ammalati desiderosi di guarigione. Il racconto diviene opportunità, per parecchie persone, di conoscere il Signore Gesù e di riflettere sulle sue parole e sulle sue scelte. Il testo, infatti, presenta le differenti reazioni alla guarigione del cieco nato, da parte di coloro che sono presenti. Sorge la domanda: ma tutti coloro che incontrano il cieco dalla nascita, che ha riacquistato la vista, sono mosse dalla ricerca della verità, oppure solamente dalla curiosità o da pregiudizi e astio nei confronti del Signore Gesù? Desiderano realmente vedere meglio e comprendere ciò che è avvenuto? L’evento della guarigione dell’uomo cieco dalla nascita che cosa cambia nel loro modo di vedere la realtà? Il ritrovamento della vista da parte di quell’uomo diventa giudizio sulla capacità di vedere da parte degli altri protagonisti del racconto; ma anche di noi che abbiamo ascoltato questo testo. “Gesù vide un uomo cieco dalla nascita” . Che cosa c’è all’inizio di questo grande miracolo? C’è lo sguardo di Gesù. Il Maestro non vede anzitutto un malato, ma un uomo. I discepoli non solo non vedono un uomo, ma, in un certo senso, non vedono neppure un cieco; identificano invece il problema che quella cecità evidenzia: “Rabbì, chi ha sbagliato, lui o i suoi genitori perché sia nato cieco?”. Non rivolgono neppure un saluto, una parola a quella persona che non vede. Gesù invece inizia la sua relazione con il cieco, parlandogli; per lui è un essere umano con cui confrontarsi. L’incontro, infatti, inizia con uno sguardo che non è inficiato da nessun pregiudizio. Gesù si pone positivamente di fronte all’uomo che soffre; non offre risposte teoriche; si interessa di lui. Di fronte alla sofferenza che intacca il corpo di una persona, Gesù non utilizza risposte teoriche; assume invece la concreta situazione che ha davanti a sè. Al cieco conferma che, anche nella sofferenza, si può assumere e narrare la misericordia e la benevolenza di Dio. Nei versetti dall’8 al 12 Gesù poi scompare. I passi e i sentimenti che accompagnano l’uomo che è stato guarito sono ora nelle sue mani. Deve scontrarsi con la realtà: una folla che non si capacita di quello che è avvenuto, i giudei che non vogliono credere al miracolo e fanno di tutto per screditare il Signore Gesù; i genitori che sono imbarazzati di fronte alle autorità giudaiche; sembra quasi che se ne lavino le mani: “Chiedetelo a lui; ha l’età; parlerà lui di sé”. Non c’è spazio per descrivere loro la sua guarigione; tutto sembra essere diventato decisamente complicato; le persone che conosceva e con cui aveva avuto rapporti, non sembrano gioire per il miracolo. Si evidenzia piuttosto la curiosità per ciò che è successo. Non alimentano lo stupore e la gioia rispetto al fatto che, l’uomo che conoscevano riesce ora a vedere. Quanto volte corriamo il rischio di non gioire del bene che incontriamo, anche inaspettatamente, di fronte a noi. Sappiamo cogliere il mutamento delle persone con cui spendiamo i passi quotidiani della nostra esistenza?Il cieco nato però ribadisce l’evidenza. Sa anche compiere dei passi decisivi verso la fede; verso l’affidamento totale a Gesù. Lo incontra di nuovo. Di per sé non sa di essere di fronte al Figlio di Dio. Ma neppure Gesù gli conferma che è di fronte, concretamente, a Colui che è stato mandato dal Padre sulla terra, subito dichiara la propria fede e lo adora. Ai farisei che si interrogano: “Siamo ciechi anche noi?” Gesù risponde che il problema vero non è la cecità, ma la presunzione di ritenersi nel giusto; questa durezza di cuore porta verso il peccato. Accettare lo sguardo di Gesù su di noi, significa imparare a vedere noi stessi nella verità. Apriamoci ad accogliere l’azione innovatrice del Signore Dio. Don Peppino

Domenica del cieco nato

Pace in terra agli uomini che Dio ama (Lc 2,14)

A conclusione del mese in cui tutti noi sacerdoti abbiamo ricordato il nostro anniversario di ordinazione sacerdotale, riportiamo una vasta sintesi dell’omelia che l’Arcivescovo Mario ha tenuto in Duomo in occasione delle ordinazioni dei sacerdoti novelli 2023... per ricordarci tutti cosa significhi essere preti oggi.   Certo sarebbe bello che una moltitudine fosse disponibile a percorrere la terra per lodare Dio e dire: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama. E invece di una moltitudine si fa avanti ora un piccolo gruppo di uomini lieti e disponibili per farsi messaggeri di pace. Ma un gruppo così piccolo! Certo sarebbe bello che i messaggeri di pace fossero parte dell’esercito celeste, cioè – secondo l’immaginazione spontanea – angeli, esseri perfetti, instancabili, creature sottratte alla stanchezza, alle passioni umane, ai peccati e alla fragilità. E invece di angeli del cielo si fanno avanti uomini fragili come tutti i figli degli uomini, uomini animati da buone volontà, ma imperfetti, ma peccatori, uomini che si possono anche stancare, con risorse ed energie limitate. Certo sarebbe bello che i messaggeri di pace cantassero la lode di Dio e la parola della pace a una sola voce, con una armonia perfetta, concordi nella voce, nel pensiero, nel sentire. E invece si presentano candidati che certo si vogliono bene e si stimano, ma ragionano con la loro testa e vengono da storie diverse e hanno diverse sensibilità e non sempre così ovviamente armonizzati. Che farete, dunque, fratelli, così pochi, così umani, così diversi? E come continuerà la missione della Chiesa per portare pace nel mondo, questa Chiesa così segnata dal ridursi delle risorse, dalla fragilità delle persone, dalla complessa varietà di pensieri, sensibilità, posizioni? [...]Quale è dunque il mistero che celebriamo? Quale è la missione che vi affidiamo? Quali metodi, quali risorse, quali vie dovrete percorrere? In primo luogo, il bambino. Il Salvatore che porta la pace e la gioia per tutto il popolo è un bambino, avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia. Egli è la nostra pace: grazie a lui, per mezzo della sua carne crocifissa, i popoli sono stati riconciliati e coloro che erano lontani, divisi tra loro, stranieri, esclusi dalla cittadinanza nel popolo di Dio, sono diventati vicini, familiari, di Dio, hanno ricevuto l’annuncio della pace. Non dimenticatevi mai del bambino. Il Salvatore ha compiuto l’opera che il Padre gli ha affidato nella fragilità di una carne mortale, simile a quella di peccato. Non dimenticate mai che è Gesù la nostra pace. Lui solo è agnello che versa il sangue dell’alleanza. I discepoli di Gesù non devono mai abbandonare la via di Gesù. Non conta l’essere tanti o l’essere pochi: conta essere con Gesù, seguire lui, percorrere la sua via. Non conta l’essere potenti o fragili, non conta l’essere applauditi da tutti o guardati con disprezzo, non conta disporre di molte risorse o essere in miseria, conta solo essere con Gesù, condividere i suoi sentimenti, praticare il suo stile. È Gesù la nostra pace. Senza di lui non possiamo fare niente. Non potete fare niente neppure voi che oggi diventate preti, così bravi, così preparati, così applauditi. Così attesi. Senza Gesù non c’è nessuna pace, senza Gesù non potete fare niente per la pace. In secondo luogo, la costruzione ben ordinata per essere tempio santo del Signore. Il segno della pace che Gesù ha realizzato nel suo sangue è la costruzione ben ordinata, è la comunità edificata per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito. La missione non è affidata a eroi chiamati a imprese solitarie, ma alla comunità edificata sul fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra angolare Cristo Signore. Perciò la missione di pace è missione di Chiesa, è il segno della Chiesa posto in mezzo alla storia degli uomini, fragile e discutibile come ogni storia umana, eppure solo una comunità può diffondere tra gli uomini che Dio ama la vocazione alla fraternità. I preti non sono ordinati per costruire la Chiesa su di sé, per mettersi al fondamento della Chiesa, il fondamento sono gli apostoli e i profeti e la pietra angolare è Cristo Signore. I preti non devono fare tutto, non devono essere il criterio di tutto, non possono pretendere di farsi maestri in tutto di tutti. I preti devono fare una cosa sola: curare che la costruzione cresca ben ordinata, che tutti i battezzati siano animati dallo Spirito, siano discepoli missionari. Il sacerdozio ministeriale è a servizio del sacerdozio battesimale, cioè si prende cura che ciascuno realizzi la sua vocazione. In terzo luogo, parlate del bambino: riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. La parola che la Chiesa ha da dire è la verità di Dio che si è rivelata nel bambino. Questo è il lieto annuncio: è nato per voi un salvatore che è Cristo Signore. Non abbiamo altro da dire. Ma non possiamo tacere quello che ci è stato detto del bambino. Ci portiamo dietro enormi biblioteche e forse non riusciamo a dire l’essenziale. Ci consigliamo con molte discipline e forse ci lasciamo convincere che tutto quello che si deve fare è  ascoltare. O parliamo troppo o siamo muti a proposito dell’essenziale. Questa umanità ferita ha certo bisogno di comprensione, di antidolorifici, ma la salvezza, la speranza viene solo da Gesù, il bambino, nato nella città di Davide.Non so quanti fossero gli angeli della moltitudine dell’esercito celeste, ma forse i pastori erano quindici, o forse anche di meno, forse undici, come quelli convocati da Gesù sul monte di Galilea. E dunque voi, pochi come siete, imperfetti come siete, diversi come siete, andate con tutta la Chiesa a lodare Dio e cantare la gloria di Dio e la pace per l’umanità.

Pace in terra agli uomini che Dio ama (Lc 2,14)

La Settima Santa: Cristo nostra Pasqua

Basta studiare la primitiva predicazione apostolica, specialmente quale risulta dai primi discorsi riferiti nel libro degli Atti, per accorgersi di come al centro del messaggio cristiano vi era l'evento pasquale della morte e risurrezione di Cristo.Il motivo è molto semplice: in quel grande evento si era rivelato fino in fondo il disegno salvifico di Dio. Più precisamente, la Pasqua: • manifesta definitivamente chi è Dio: nella risurrezione di Cristo, Dio ha definitivamente rivelato sé stesso come un Dio «amante della vita» (Sap 11,24), che vuole la vita e non la sofferenza, il dolore, la morte. Quel Dio che è all'origine della vita non può essere sconfitto dalla morte: Colui che chiama all’essere le cose che non esistono può far scaturire anche dalla morte la vita (Rm 4,17): Egli non è un Dio dei morti ma dei vivi! • manifesta definitivamente chi è Gesù di Nazareth: è a partire dalla Pasqua che gli apostoli comprendono pienamente chi è quel Gesù col quale hanno condiviso tante peripezie; Egli non va più cercato tra i morti perché è vivo, è stato costituito Messia e Signore. In Lui, morto ed esaltato, converge tutta la storia salvifica precedente e viene detta l’ultima parola sulla storia umana. • manifesta definitivamente chi è l’uomo: la solidarietà di Gesù di Nazareth, Messia e Signore, con gli uomini, mostra che non vi è altro destino per loro all'infuori dell'essere conformi all’immagine del Figlio: essi sono chiamati a con-vivere, a con-morire e a con- risorgere con Lui. Ciò è reso possibile dal fatto che essi hanno lo Spirito del Figlio, mediante il quale si rivolgono a Dio chiamandolo “Papà” (Abbà). Pasqua dunque è il nodo risolutivo, il perno attorno a cui gira tutto il piano di Dio riguardante l’uomo e il cosmo, il centro a cui tutto guarda prima e da cui tutto parte dopo.Chi ha capito l'essenzialità e la centralità del mistero pasquale per la fede cristiana, non potrà stupirsi che esso sia diventato anche il contenuto si può dire unico del culto cristiano, sia che si parli di sacramenti, o di feste e di tempi liturgici. Don Giampietro

La Settima Santa: Cristo nostra Pasqua

San Giuseppe, icona di silenzio e docilità

Il salmo 118 descrive, a mio avviso con grande chiarezza, il percorso di vita di S. Giuseppe: “Beato l’uomo di integra condotta, che cammina nella legge del Signore. Beati chi è fedele ai suoi insegnamenti e lo cerca con tutto il cuore..., nella tua volontà è la mia gioia; mai dimenticherò la tua parola”. Per ogni persona la scelta fondamentale è quella di saper fiorire là dove il Signore lo ha piantato; è nell’esercizio del quotidiano che noi diamo qualità alla nostra esistenza. Giuseppe, di fronte a una proposta non facile, ha accolto la Parola del Signore nella sua vita e ha dato concretezza alle sue richieste. In lui la fedeltà si è evidenziata come un dono, come un servizio offerto all’umanità; certo la prova, la fatica, lo smarrimento non sono rimasti estranei alla sua esperienza; del resto non sarebbe significativa una fedeltà che si giocasse in assenza di problemi. Proprio Giuseppe, che si è lasciato affascinare dalla fedeltà assoluta del Signore Dio, può sostenere e confermare il nostro cammino di perseveranza. Lasciamoci guidare dalle Scritture e, in particolare, dal Vangelo di Luca. La presenza di Giuseppe nel terzo vangelo è discreta; è comunque sempre segnalata con particolare attenzione. È con la salita di Giuseppe dalla Galilea a Betlemme, nella città di Davide, insieme a Maria, per il censimento, che inizia il racconto della natività, nel chiaro intento di sottolineare che Gesù discende da Davide, la cui tribù avrebbe dato alla luce il Messia. Il ruolo del falegname di Nazaret appare fondamentale; pertanto, al culmine della manifestazione ai pastori nella notte di Betlemme, egli viene “ritratto” accanto a Maria e al Bambino: “Andarono... e trovarono Maria e Giuseppe e il Bambino, adagiato nella mangiatoia” (Lc 2,16).  Continuando il racconto dell’infanzia di Gesù, Luca presenta sempre Giuseppe insieme a Maria, come genitori (Lc 2, 27-41), “il padre e la madre” di Gesù (Lc 2, 33); “tuo padre e io” dice Maria a Gesù (Lc 2,47). Come tali, essi adempiono le prescrizioni della Legge, conducendo Gesù al Tempio prima per la circoncisione, quindi per la sua presentazione al Tempio quale primogenito maschio (Lc 2, 21- 22); poi, di nuovo per la Pasqua, con il figlio dodicenne (Lc 2,41-42). Ora, da un lato, Giuseppe condivide con Maria lo stupore, anzi l’incomprensione di fronte a un mistero che li supera (Lc 2,48- 50); dall’atro, Giuseppe, insieme a Maria, esercita l’autorità di genitore su quel figlio che, pur avendo Dio per Padre (Lc 2,49), resta loro sottomesso (Lc 2, 51). Questa profonda tensione che attraversa tutto il racconto viene a sciogliersi nella solenne genealogia di Gesù collocata da Luca all’inizio del ministero pubblico (Lc 3, 23-38). È una sintesi profonda, quella offerta da Luca, del ruolo fondamentale di Giuseppe nella vicenda di Gesù, e dunque nell’intera storia di salvezza; e ciò proprio nel porsi a servizio di quella duplice identità del figlio di Dio fatto uomo che è la radice stessa della nostra salvezza. Purché non se ne faccia motivo di scandalo, come avviene agli abitanti di Nazaret (“Non è costui il figlio di Giuseppe?” Lc 4,22); la si accolga invece con la stessa fiducia incondizionata, che Giuseppe incarna sempre. Il silenzio, la docilità, la mitezza di Giuseppe siano luce per le nostre scelte quotidiane. Anche il nostro cuore sarà invaso dalla pace che il Signore ha donato a chi ha fatto luce nella vita di Gesù.

San Giuseppe, icona di silenzio e docilità

Gesù entra a Gerusalemme

“Il giorno seguente, la grande folla che era venuta alla festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme e uscì incontro a Lui, gridando: - Osanna ... - ”.È il giorno dopo la cena di Betania, dove è presente anche Lazzaro, appena tornato in vita. Gesù sceglie di entrare in Gerusalemme per l’atto finale della sua vita. La città è piena di pellegrini venuti per celebrare la Pasqua, la festa che faceva memoria della liberazione dalla schiavitù nella terra di Egitto. Il giorno prima Gesù aveva vissuto, con la famiglia amica la festa per il ritorno di Lazzaro alla vita. Ora si incammina verso Gerusalemme per la sua Pasqua, il suo passaggio dalla morte alla vita. Torna definitivamente in quella città che aveva visitato all’inizio del suo mandato, subito dopo il primo dei grandi segni, quello delle nozze di Cana (Gv 2,1-12). L’evangelista Giovanni racconta di una folla che gli viene incontro. Con palme, canti e suoni si era celebrata anticamente la vittoria di Simeone (1 Maccabei 13,51); con palme, una folla numerosa celebra la salvezza di Dio e dell’Agnello (Apocalisse 7,9); qui, si celebra anticipatamente la vittoria di Gesù sullo spirito del male: “Ora il figlio dell’uomo è stato glorificato e Dio è stato glorificato in Lui” (Gv 13,31). “Gesù trovato un asinello, vi montò sopra”. La folla acclama Gesù; lo riconosce come suo Messia; ma ha in mente un Messia, che ridoni libertà al popolo d’Israele. Ancora una volta Gesù vuole fare chiarezza su questa ambiguità. Esprime la propria regalità montando su un asinello. È un umile animale di servizio; ricorda così la sua scelta fondamentale, quella di essere un re, mandato dal Padre, che sceglie di essere umile; ci dona la sua libertà; ci indica di essere al servizio gli uni degli altri. La sua sottolineatura è chiara; il suo Regno si fonda sull’amore e sull’attenzione verso le persone fragili e povere. Nel suo itinerare per le strade della Palestina, Gesù ha donato pane, ha guarito, ha fatto tornare alla vita, ha parlato di compassione (il samaritano) e di misericordia (il padre misericordioso). Tutto questo conferma e chiarisce la modalità con cui regna. Giovanni, al versetto 16 di questo brano, ci ricorda appunto che i discepoli comprenderanno il significato autentico di questa scelta di Gesù, di questo ingresso in Gerusalemme, solo dopo che Cristo sarà risorto. Una reale profondità di pensiero, allora ma anche oggi, è frutto del dono dello Spirito, della luce attraverso cui ci rende sapienti nel discernere le vicende della nostra vita. A volte rimandiamo la scelta di un pensiero più profondo; a volte la pigrizia allontana una concreta occasione di offrire amore. Queste ultime settimane di Quaresima sono “tempo favorevole” per convertire il cuore. Don Peppino

Gesù entra a Gerusalemme

Dimorate nella mia parola

“Gesù diceva ai Giudei che gli avevano creduto”. Questi giudei avevano apprezzato le sue parole; erano state convincenti; ma non credevano ancora in Lui; non volevano fidarsi e affidargli la loro esistenza. Si possono infatti accogliere le parole di Gesù su Dio. È una fede che sta iniziando a balenare nella propria vita, ma, se non fiorisce nell’adesione a una persona concreta, al Figlio di Dio, essa può risultare vana. Oltretutto per aderire a Gesù non basta dar credito alle sue parole; occorre “dimorare” nella sua Parola: “se voi dimorate nella mia parola”. La Parola è la casa dove il nostro cammino spirituale abita; “dimorare nella parola” significa ascoltarla, meditarla, viverla. “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Dimorare nella Parola significa avere con essa quella familiarità che ci assimila ai pensieri e ai sentimenti del Signore Gesù; Lui ci aiuta a conoscerlo nella profondità delle sue scelte; ci aiuta a comprendere veramente chi è Lui e chi siamo noi. Si pone sulla strada della nostra vita e ci dona luce per conoscerlo, per amarlo, per volerci più bene. Del resto la verità è conosciuta solo da chi la vive e nella misura in cui la vive. La verità proposta da Gesù, il Figlio di Dio, ha l’obiettivo di aiutarci a rimanere liberi (Gal. 5,1 ss). È costante il pericolo di rimanere nella schiavitù. Come per Israele, uscito dall’Egitto, così anche per noi la libertà è minacciata dalle difficoltà e dalle prove del cammino; l’accoglienza della sua Parola dona luce, conforto e determinazione a coniugarla nella nostra esistenza. “Noi siamo stirpe di Abramo”. Per undici volte risuona il nome del Patriarca. È lui il primo uomo che ha dimorato nella Parola. Per questo si è fidato; si veda in Gn 18,1-10 l’episodio alle Querce di Mamre e quello del sacrificio di Isacco (Gn22,1-14). L’uomo è figlio di colui nella cui parola ripone fiducia. Gli ascoltatori di Gesù presumono di essere liberi perché discendono da Abramo. Non sono però suoi figli se non agiscono con la fiducia nel Padre che lui ha avuto. La vera libertà non è richiamare Abramo e le promesse che il Signore Dio gli ha fatto, ma essere come Gesù, in comunione profonda con il Padre. La parola verità è particolarmente cara all’evangelista Giovanni; viene utilizzata nel suo Vangelo venticinque volte; solo tre volte viene invece scritta da ognuno dei sinottici, Matteo, Marco e Luca. In particolare, per Giovanni la verità non è un’idea; è una persona concreta: Gesù di Nazareth. Egli, con ciò che compie e afferma, è la verità di ogni uomo; rivela sé come Figlio di Dio e conferma noi come suoi fratelli, anche noi figli di Dio. Dalla consapevolezza di questa verità nasce la scelta di plasmare, con libertà profonda, gli atteggiamenti quotidiani della nostra esistenza: liberi di compiere sempre scelte che danno spessore ai nostri giorni; mai asserviti allo spirito del male che ci allontana dal bene che possiamo, invece, gustare e testimoniare. Don Peppino

Dimorate nella mia parola

Il «nome», l’identità e la vocazione

La quarta domenica dopo Pasqua, che abbiamo celebrato domenica scorsa, è sempre dedicata alla giornata mondiale delle vocazioni. Sempre il vangelo è tratto da Giovanni 10: il discorso di Gesù che svolge la metafora del buon pastore. La magica intesa tra pecore e pastore offre il modello per pensare l’intesa tra Gesù e i discepoli. Le pecore riconoscono la voce del pastore, prima di intendere le parole; tanto basta per seguirlo; trovano così la strada verso il pascolo e mediante il cammino recepiscono il messaggio che il pastore rivolge loro molto più che mediante le parole. Alla voce, prima che alla parola, è assegnato il compito di far risuonare la “vocazione”. Quando nacque la giornata dedicata alla preghiera per le vocazioni, cinquant’anni fa, il riferimento era alle vocazioni sacerdotali e religiose, dette di “speciale consacrazione”. Venne poi il Concilio e precisò che chiamati sono tutti i cristiani; questo è il senso del battesimo, inteso non solo come “battesimo dei bambini”, ma come cammino battesimale della vita intera. Siamo sempre più in un tempo in cui s’impone l’urgenza di una scelta battesimale adulta, che potremmo chiamare scelta per “vocazione”. Ognuno di noi è chiamato ad una “speciale” vocazione e consacrazione! Chiamati sono addirittura tutti gli uomini; soltanto attraverso il «nome» con il quale la «voce» li chiama possono trovare la loro strada, e la loro identità. Il nome infatti è l’espressione concisa dell’identità, e soltanto grazie a tale identità ciascuno giunge alla coscienza di sé. Quest’idea dell’identità si è affacciata sulla scena soltanto in epoca recente. Un tempo non si parlava di identità. Oggi se ne parla molto; soprattutto molto si parla di “crisi d’identità”. I processi di identificazione conoscono grandi difficoltà. Il nostro tempo è segnato da enormi difficoltà nei processi d’identificazione. Diventa urgente, quindi, parlare di identità e anche di vocazione. Soltanto a condizione di conoscere una vocazione, di udire il «nome» con il quale siamo chiamati da sempre, possiamo venire a capo di noi stessi. Il nome con il quale siamo chiamati inizialmente è solo un suono indistinto, ma inconfondibile. L’efficienza di quel nome, la sua attitudine a orientare il nostro cammino, non è legata inizialmente alla comprensione del significato. Basta il suono della voce, e subito il nome diventa familiare e orienta il cammino. Il cammino darà poi un contenuto al nome. Ci aiuta a intendere questa esperienza elementare l’attenzione ai bambini. Il fatto che il piccolo ancora non parli e non capisca le parole di altri, non impedisce alla mamma di parlargli, e anche molto. Perché parla tanto? Il bambino non capisce le parole, certo, ma ode la voce e subito comprende che la voce si rivolge a lui. L’esperienza di quella voce genera la certezza d’essere atteso, amato, oggetto di una cura infallibile che durerà per sempre. La voce sola, senza ancora le parole, genera nel bambino le certezze più fondamentali. Genera addirittura la certezza di una sua identità, ignota, ma garantita dall’attesa di altri per lui. Vale in tal senso per tutti i figli di Adamo quel che Gesù dice ai discepoli: soltanto «se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli, conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi» (Gv.8,31). Per conoscere la verità già iscritta nell’esperienza infantile occorre il cammino effettivo. Per questo motivo può accadere anche che il singolo viva rincorrendo una chiamata innegabile, ma indecifrabile. Chi ci conosce davvero è: «Il buon pastore...conosce le sue pecore e le sue pecore conoscono lui». All’origine della metafora, sta questo tratto sorprendente della relazione tra pecore e pastore: basta che le pecore odano la «voce» del pastore, perché subito sappiano da che parte volgere i loro passi, senza avere bisogno di alzare il capo da terra. Non è necessario vedere il pastore in faccia; basta il suono della sua voce. Qualche cosa di simile accade nella relazione tra il cristiano e il suo Maestro: non abbiamo bisogno di vedere Gesù in faccia. Possiamo riconoscerne la presenza attraverso l’ascolto della voce. La voce è il vangelo innanzi tutto: esso entra subito in noi, risuona come noto e familiare; appare convincente e più sicuro di tutte le altre voci che risuonano intorno a noi. La voce del buon pastore è affidabile perché non fugge, ma «dà la vita per le pecore». La verità della parola del vangelo appare subito persuasiva al suo primo risuonare nei nostri cuori; per un attimo almeno è subito ascoltata; trova però la sua conferma suprema soltanto nel momento del pericolo, quando tutti gli altri fuggono e il buon pastore rimane: «Io offro la mia vita, nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso». Offre la propria vita, nel momento in cui, addensandosi intorno a lui una nube di ostilità e di violenza, sceglie di non fuggire. In quel momento egli attesta che «la grazia vale più della vita» (Sal.63). L’amore del Padre è così affidabile e sicuro, che affidandosi ad esso si possa addirittura perdere la propria vita. Ci conceda il buon Pastore di udire più chiara la sua voce nel momento in cui «viene il lupo» e intorno a noi tutti sembrano fuggire. Ci mostri in quel momento che la sua voce può effettivamente rassicurare il cuore, darci un nome, indicarci il cammino, anche senza che ci soccorra alcuna sua immagine visibile davanti agli occhi! Don Luigi

Il «nome», l’identità e la vocazione

Domenica di Lazzaro

Marta, Maria e Lazzaro sono di Betania; il significato del nome dato a questo villaggio è particolare: “casa del povero”, “casa dell’afflitto”; c’è un’altra Betania, quella oltre il Giordano, dove Giovanni il Battista riconosce in Gesù il Figlio di Dio (Gv 1, 34). Qui invece viene riconosciuto da Marta (Gv 11, 27) “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”. Lazzaro è in grosse difficoltà; è “infermo”. Rappresenta l’umanità che a volte vacilla; a volte cade; infine muore. Ma Gesù può rialzare. Lazzaro, nel Vangelo di Giovanni, è l’unica persona che “miracolata” da Gesù, ha un nome proprio; oltretutto è la prima persona che esce dal sepolcro per seguire il pastore buono, che chiama ciascuna pecora per nome. Anche il suo nome ha un significato interessante: “Dio aiuta”; nella morte, come nella nascita; nessuno se la cava da solo. Nessuno nasce senza madre; nessuno muore senza che ci sia un Padre che lo vuole accogliere. “Io sono la risurrezione e la vita: chi crede in me, anche se muore, vivrà” dice Gesù a Maria. Egli è oggettivamente vita e luce; luce che splende nelle tenebre, vita che risveglia dalla morte. L’ultima scelta di Gesù, prima della risurrezione di Lazzaro, è stata quella di donare luce agli occhi del cieco nato e di donare sapienza alla sua mente e al suo cuore; così mostra la verità su Dio e sull’uomo. Davanti all’esito finale della nostra esistenza ci dona una profonda libertà: la risurrezione di Lazzaro ci apre gli occhi sulla morte; è ipoteca buona per ognuna delle nostre vite. È necessario guardare negli occhi la morte e scrutare il mistero, per riuscire a spendere bene la nostra esistenza. Altrimenti rischiamo sempre di fuggire da tutto ciò che sappiamo essere comunque ineludibile. È vero che, poi, Lazzaro morirà ancora. Ma il suo ritorno alla vita indica che la morte non è padrona definitiva dell’uomo; essa è invece passaggio ad una vita nuova, perenne, caratterizzata dall’amore; una vita in comunione con Gesù, con il Padre, con i fratelli; così il Signore ci giudicherà come “servi buoni e fedeli”. C’è vita e vita. Ci sono esistenze morte, proprie di chi, schiavo della paura di perdere la vita, si chiude nell’egoismo per trattenerla; e c’è una morte che ridona la vita, perché abbiamo amato. Giovanni stesso, nella sua prima lettera (1Gv 3,14) ci conferma che “chi non ama rimane nella morte”. Mi ritorna in mente una riflessione sulla foglia, che spesso utilizzo come pensiero finale nelle omelie dei funerali. La foglia, ingiallita, nell’autunno si stacca dall’albero. Mentre cade, sembra danzare con serenità. Ha la consapevolezza di aver donato molto all’albero; ha la certezza che l’amore donato non può morire nel cuore di chi ha amato. Don Peppino

Domenica di Lazzaro

L'acqua unita al vino

"Sia segno della nostra partecipazione alla vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana". Sono le parole che, nel rito romano, il sacerdote dice all'offertorio nel momento in cui versa le poche gocce d'acqua nel calice del vino. Questo è il primo atteggiamento spirituale che dobbiamo avere quando ci rechiamo alla Messa domenicale: non siamo noi che andiamo a fare comunione con Gesù, ma è Lui che viene a fare comunione con noi. Tutto questo per ristabilire le priorità dell'azione di Dio nella vita della fede. Ne consegue lo stupore che deve animare l'animo cristiano che riconosce la precedenza dell'azione di Dio: noi, "povera argilla plasmata dalle sue mani", fatti come contenitori del suo spirito, aperti alla sua presenza e alla sua grazia. Ne consegue un secondo atteggiamento: la gioia. Quando usciamo di casa per andare a Messa come posso esprimere questo sentimento "Vado a incontrare il mio Dio"? E se sulla mia strada potessi incontrare altri credenti come me? Perché non accordarmi con loro sul fare insieme il tragitto, esprimendo anche sul volto la contentezza che porto dentro di me? Perché non fermarmi sul piazzale della chiesa, prima e dopo la celebrazione, con i fratelli nella fede e testimoniare ciò che cambia la nostra vita di uomini? Perché non cantare "pleno corde" durante la celebrazione la felicità che deriva dall'amore che Dio mi mostra? Siccome Dio è sempre rispettoso ed educato e non parla se parliamo noi, i silenzi che ci sono durante la celebrazione sono vissuti come da uno che si mette in ascolto della Parola di Dio o come un tempo che non so come riempire? "Non di solo pane vive l'uomo ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio". Atteggiamento essenziale è questo avere l'orecchio attento ad un Dio che speso sussurra al credente. "Parla, Signore, che il tuo servo ti ascolta!". Dio, poi, è uno che capisce le cose più di quanto siamo capaci noi. La sobrietà deve essere una caratteristica della nostra preghiera. Lo raccomandava già il Signore Gesù, dicendo che non dobbiamo essere come gli Scribi e i Farisei che pensano di essere esauditi a forza di parole: Dio sa già di cosa hai bisogno; certe preghiere che sembrano sintesi di trattati di teologia o paiono volere suggerire a Dio le motivazioni del suo esaudirci non devono avere spazio nelle nostre liturgie. Un cuore da bambino, un cuore semplice che dice soltanto ciò di cui ha un bisogno essenziale, non rende la preghiera una invocazione infantile ma soltanto sincera. Tutto questo ci rende una vera comunità che ha compreso che la fede non è un fatto solo personale, come spesso pensiamo; non riguarda soltanto me, ma un intero popolo di cui sono parte viva e attiva, con cui faccio comunione perché Gesù mi ha fatto capire che soltanto così "se due o tre sono riuniti nel mio nome, là sì sono io". E questo rende "missionaria" ogni celebrazione perché mi obbliga a "portare fuori" quel Signore che mi ha incontrato. Dobbiamo smettere di pensare soltanto al "mio" Signore e iniziare a pensare al "nostro". Se viviamo la celebrazione domenicale con questi atteggiamenti allora dal popolo di Dio sale il vero ringraziamento, la vera Eucaristia che non potrà non rendere più gioioso il nostro volto e dare ai non credenti o non praticanti il desiderio di far parte di una comunità così serena e felice. Celebrazioni, dunque, piene di umiltà, di gioia, di silenzio attento e ascolto devoto, di fraternità e desiderio di comunicare ad altri la fede saranno la vera lode che sale a Dio dal popolo che gli appartiene. Don Felice

L'acqua unita al vino