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Il «nome», l’identità e la vocazione

La quarta domenica dopo Pasqua, che abbiamo celebrato domenica scorsa, è sempre dedicata alla giornata mondiale delle vocazioni. Sempre il vangelo è tratto da Giovanni 10: il discorso di Gesù che svolge la metafora del buon pastore. La magica intesa tra pecore e pastore offre il modello per pensare l’intesa tra Gesù e i discepoli. Le pecore riconoscono la voce del pastore, prima di intendere le parole; tanto basta per seguirlo; trovano così la strada verso il pascolo e mediante il cammino recepiscono il messaggio che il pastore rivolge loro molto più che mediante le parole. Alla voce, prima che alla parola, è assegnato il compito di far risuonare la “vocazione”. Quando nacque la giornata dedicata alla preghiera per le vocazioni, cinquant’anni fa, il riferimento era alle vocazioni sacerdotali e religiose, dette di “speciale consacrazione”. Venne poi il Concilio e precisò che chiamati sono tutti i cristiani; questo è il senso del battesimo, inteso non solo come “battesimo dei bambini”, ma come cammino battesimale della vita intera. Siamo sempre più in un tempo in cui s’impone l’urgenza di una scelta battesimale adulta, che potremmo chiamare scelta per “vocazione”. Ognuno di noi è chiamato ad una “speciale” vocazione e consacrazione! Chiamati sono addirittura tutti gli uomini; soltanto attraverso il «nome» con il quale la «voce» li chiama possono trovare la loro strada, e la loro identità. Il nome infatti è l’espressione concisa dell’identità, e soltanto grazie a tale identità ciascuno giunge alla coscienza di sé. Quest’idea dell’identità si è affacciata sulla scena soltanto in epoca recente. Un tempo non si parlava di identità. Oggi se ne parla molto; soprattutto molto si parla di “crisi d’identità”. I processi di identificazione conoscono grandi difficoltà. Il nostro tempo è segnato da enormi difficoltà nei processi d’identificazione. Diventa urgente, quindi, parlare di identità e anche di vocazione. Soltanto a condizione di conoscere una vocazione, di udire il «nome» con il quale siamo chiamati da sempre, possiamo venire a capo di noi stessi. Il nome con il quale siamo chiamati inizialmente è solo un suono indistinto, ma inconfondibile. L’efficienza di quel nome, la sua attitudine a orientare il nostro cammino, non è legata inizialmente alla comprensione del significato. Basta il suono della voce, e subito il nome diventa familiare e orienta il cammino. Il cammino darà poi un contenuto al nome. Ci aiuta a intendere questa esperienza elementare l’attenzione ai bambini. Il fatto che il piccolo ancora non parli e non capisca le parole di altri, non impedisce alla mamma di parlargli, e anche molto. Perché parla tanto? Il bambino non capisce le parole, certo, ma ode la voce e subito comprende che la voce si rivolge a lui. L’esperienza di quella voce genera la certezza d’essere atteso, amato, oggetto di una cura infallibile che durerà per sempre. La voce sola, senza ancora le parole, genera nel bambino le certezze più fondamentali. Genera addirittura la certezza di una sua identità, ignota, ma garantita dall’attesa di altri per lui. Vale in tal senso per tutti i figli di Adamo quel che Gesù dice ai discepoli: soltanto «se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli, conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi» (Gv.8,31). Per conoscere la verità già iscritta nell’esperienza infantile occorre il cammino effettivo. Per questo motivo può accadere anche che il singolo viva rincorrendo una chiamata innegabile, ma indecifrabile. Chi ci conosce davvero è: «Il buon pastore...conosce le sue pecore e le sue pecore conoscono lui». All’origine della metafora, sta questo tratto sorprendente della relazione tra pecore e pastore: basta che le pecore odano la «voce» del pastore, perché subito sappiano da che parte volgere i loro passi, senza avere bisogno di alzare il capo da terra. Non è necessario vedere il pastore in faccia; basta il suono della sua voce. Qualche cosa di simile accade nella relazione tra il cristiano e il suo Maestro: non abbiamo bisogno di vedere Gesù in faccia. Possiamo riconoscerne la presenza attraverso l’ascolto della voce. La voce è il vangelo innanzi tutto: esso entra subito in noi, risuona come noto e familiare; appare convincente e più sicuro di tutte le altre voci che risuonano intorno a noi. La voce del buon pastore è affidabile perché non fugge, ma «dà la vita per le pecore». La verità della parola del vangelo appare subito persuasiva al suo primo risuonare nei nostri cuori; per un attimo almeno è subito ascoltata; trova però la sua conferma suprema soltanto nel momento del pericolo, quando tutti gli altri fuggono e il buon pastore rimane: «Io offro la mia vita, nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso». Offre la propria vita, nel momento in cui, addensandosi intorno a lui una nube di ostilità e di violenza, sceglie di non fuggire. In quel momento egli attesta che «la grazia vale più della vita» (Sal.63). L’amore del Padre è così affidabile e sicuro, che affidandosi ad esso si possa addirittura perdere la propria vita. Ci conceda il buon Pastore di udire più chiara la sua voce nel momento in cui «viene il lupo» e intorno a noi tutti sembrano fuggire. Ci mostri in quel momento che la sua voce può effettivamente rassicurare il cuore, darci un nome, indicarci il cammino, anche senza che ci soccorra alcuna sua immagine visibile davanti agli occhi! Don Luigi

Il «nome», l’identità e la vocazione

La discesa agli inferi del Signore Risorto

Secondo il Credo Apostolico il “Re della Gloria” ha visitato i prigionieri negli inferi e ha proclamato la liberazione di coloro che giacevano nelle ombre (cf Mt 12,38-41). Gesù è entrato nelle fauci della morte e, come Giona nel ventre del pesce, ha soggiornato tra i morti non perché sconfitto, ma per ritrovare la “moneta” perduta e abbracciare la “pecorella” smarrita (cf Lc 15, 4-10), che sono Adamo ed Eva, simbolo dell’umanità di tutti i tempi; in loro ci siamo anche noi. L’icona del XVI secolo. Il mondo religioso ortodosso esprime pittoricamente la sua fede nella “Risurrezione del Signore” con l’icona della “Discesa agli inferi”, che cerco di presentare di seguito attraverso un’icona del XVI secolo (la vedi sotto il titolo!) appartenente alla scuola di Novgorov, che si trova nel Museo Andrei Rublev di Mosca, che ho avuto la fortuna di visitare qualche anno fa. Al centro dell’icona “Discesa agli inferi”, con le vesti dorate, brilla “Il Figlio eterno e ineffabile di Dio, Dio egli stesso, che vinto da tenero amore scese nel mondo per ritrovare la sua creatura smarrita, e in modo sapiente e divino si mise alla ricerca” (Romano il Melode). Il rotolo del riscatto. Il Signore risorto ha nella mano sinistra un rotolo (il chirografo) dove è scritto il peccato dei nostri “progenitori”: Adamo ed Eva. Gesù appare come vincitore, come liberatore di coloro che erano negli inferi. Per questo tende la mano ad Adamo, gli afferra il polso per non perdere la presa; vuole essere sicuro di non perderlo ancora. Per lui era sceso sulla terra e, non avendolo trovato, si è spinto fino agli inferi per cercarlo: “Va a cercare il primo uomo come la pecorella smarrita. Vuole visitare anche tutti quelli che abitano nelle tenebre e nell’ombra della morte. Sì, è verso Adamo prigioniero e verso Eva anche lei prigioniera, che Dio si rivolge per liberali dal loro dolore” (Omelia attribuita a Epifanio di Salamina di Cipro). La porta degli inferi. Calpestate dai piedi di Cristo si vedono le porte scassinate e incrociate degli inferi, che Gesù ha scardinato. Sparsi dappertutto si notano chiodi, chiavistelli e catene. A destra di Gesù troviamo Adamo vestito di verde e a sinistra Eva, vestita di rosso. Il verde simboleggia la speranza che il Cristo porta ad Adamo. Il rosso simboleggia l’umanità di Eva e le sue mani sono coperte per esprimere adorazione e riconoscenza al Liberatore. Il popolo liberato. Alle spalle di Adamo incontriamo Davide con la barba e la corona del re. Il re Davide che disse: “Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia”, ora lo incontra nel Signore Risorto, che lo colma di misericordia infinita. Alla destra di Davide c’è suo figlio Salomone. Il re Salomone che domandò a Dio il dono di un cuore capace di ascoltare, ora potrà uscire dall’ombra dell’Ade grazie al cuore trafitto, ma ricco di amore del Risorto. Entrambi i re sono rivestiti di abiti regali. In seconda fila Giovanni Battista tiene nella mano sinistra il rotolo della parola profetica e con la destra indica nel Signore “l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo”. E poi Daniele con il caratteristico copricapo. Il profeta Daniele che predisse la venuta del Signore sulle nubi del cielo con gloria grande, ora si trova salvato dall’oscurità dal Cristo. Alle spalle di Eva si nota Mosè con le tavole della legge tra le mani. Mosè che si sentiva incapace di parlare al popolo come guida, ora incontra la Parola luminosa e viva dell’uomo Dio che lo chiama a un nuovo e definitivo esodo nella terra promessa del cielo. E poi il profeta Isaia che parlò del Servo di Dio e disse: “Per le sue piaghe siamo stati guariti”, ora vede la Luce del Crocifisso Risorto che splende anche nel suo buio. Dietro Mosè e Isaia ci sono altri profeti che abitavano nell’ombra con tutti i morti. Essi rappresentano tutto il popolo immerso nel buio che viene illuminato dal Sole di giustizia. Il Cristo e Adamo/l’umanità. Cristo è vero Dio e vero uomo. Nella sua aureola segnata dalla croce si legge “O ON”: Io sono colui che sono (cf Es 3,14), che richiama la sua divinità. Poi ai lati si nota la scritta “IC XC”: Gesù Cristo. Essa ci ricorda che Dio si è fatto carne in Gesù ed è la seconda persona della Santissima Trinità. La veste del Signore é giallo oro, che è l’abito del vincitore, il Re della Gloria. Sopra le sue spalle la veste svolazza perché vuole raffigurare la discesa, il suo movimento: dal cielo agli inferi. Anche le montagne che notiamo in alto vogliono dare più risalto alla “discesa” di Gesù. Ai lati del Cristo, quasi invisibili a occhio nudo, si notano alcune stelle, che richiamano i giusti luminosi anche nelle tenebre. Infine negli abiti verdi dei vari personaggi incontriamo un segno di speranza dato dal Signore. Richiamo un suggestivo dialogo tra Cristo e Adamo nell’omelia attribuita a Epifanio di Salamina di Cipro: “Gesù presolo per mano, lo scosse dicendo: Svegliati tu che dormi e risorgi dai morti! Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati tu che dormi! Non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno! Risorgi dai morti! Io sono la vita dei morti! Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine. Risorgi, usciamo da qui”. Nel cuore della terra. Per fede sappiamo che Cristo è risorto dai morti secondo le Scritture e che anche noi saremo chiamati a risorgere con lui in piena comunione con Dio Padre e lo Spirito Santo. E’ bello sapere che il Signore ha già sconfitto la nostra morte, infatti “Cristo è morto per noi”. A noi è chiesto di credere in Gesù, di amare Dio e il prossimo al modo di Gesù e di sperare anche nelle avversità. Il resto del nostro “salvataggio” finale lo lasciamo fare al Signore.Però in attesa di quel giorno finale e glorioso il Cristo Risorto entra nella nostra vita attuale: ci chiama anche qui a risorgere umanamente. Scende nel cuore della nostra terra e ci invita a uscire dalle nostre ombre, dai nostri fastidi, dai nostri problemi, dal buio del nostro cuore, dalle incomprensioni, dalle liti, dall’odio, dalle guerre. Gesù tende la mano anche a noi, ci incoraggia con la sua presenza discreta, ci chiama a rialzarci, a non farci travolgere dal risentimento, ci illumina con la sua luce che entra pure nel nostro buio. Nella sua discesa nel cuore della terra Gesù porti la luce nelle tenebre e porti la sua Pasqua nel nostro cuore umano. Auguri! Don Francesco

La discesa agli inferi del Signore Risorto

Domenica del cieco nato

Al centro della celebrazione eucaristica della quarta domenica di Quaresima c’è il tema della luce; il cieco dalla nascita viene illuminato dall’incontro con il Signore Gesù, dalla sua attenzione agli ammalati desiderosi di guarigione. Il racconto diviene opportunità, per parecchie persone, di conoscere il Signore Gesù e di riflettere sulle sue parole e sulle sue scelte. Il testo, infatti, presenta le differenti reazioni alla guarigione del cieco nato, da parte di coloro che sono presenti. Sorge la domanda: ma tutti coloro che incontrano il cieco dalla nascita, che ha riacquistato la vista, sono mosse dalla ricerca della verità, oppure solamente dalla curiosità o da pregiudizi e astio nei confronti del Signore Gesù? Desiderano realmente vedere meglio e comprendere ciò che è avvenuto? L’evento della guarigione dell’uomo cieco dalla nascita che cosa cambia nel loro modo di vedere la realtà? Il ritrovamento della vista da parte di quell’uomo diventa giudizio sulla capacità di vedere da parte degli altri protagonisti del racconto; ma anche di noi che abbiamo ascoltato questo testo. “Gesù vide un uomo cieco dalla nascita” . Che cosa c’è all’inizio di questo grande miracolo? C’è lo sguardo di Gesù. Il Maestro non vede anzitutto un malato, ma un uomo. I discepoli non solo non vedono un uomo, ma, in un certo senso, non vedono neppure un cieco; identificano invece il problema che quella cecità evidenzia: “Rabbì, chi ha sbagliato, lui o i suoi genitori perché sia nato cieco?”. Non rivolgono neppure un saluto, una parola a quella persona che non vede. Gesù invece inizia la sua relazione con il cieco, parlandogli; per lui è un essere umano con cui confrontarsi. L’incontro, infatti, inizia con uno sguardo che non è inficiato da nessun pregiudizio. Gesù si pone positivamente di fronte all’uomo che soffre; non offre risposte teoriche; si interessa di lui. Di fronte alla sofferenza che intacca il corpo di una persona, Gesù non utilizza risposte teoriche; assume invece la concreta situazione che ha davanti a sè. Al cieco conferma che, anche nella sofferenza, si può assumere e narrare la misericordia e la benevolenza di Dio. Nei versetti dall’8 al 12 Gesù poi scompare. I passi e i sentimenti che accompagnano l’uomo che è stato guarito sono ora nelle sue mani. Deve scontrarsi con la realtà: una folla che non si capacita di quello che è avvenuto, i giudei che non vogliono credere al miracolo e fanno di tutto per screditare il Signore Gesù; i genitori che sono imbarazzati di fronte alle autorità giudaiche; sembra quasi che se ne lavino le mani: “Chiedetelo a lui; ha l’età; parlerà lui di sé”. Non c’è spazio per descrivere loro la sua guarigione; tutto sembra essere diventato decisamente complicato; le persone che conosceva e con cui aveva avuto rapporti, non sembrano gioire per il miracolo. Si evidenzia piuttosto la curiosità per ciò che è successo. Non alimentano lo stupore e la gioia rispetto al fatto che, l’uomo che conoscevano riesce ora a vedere. Quanto volte corriamo il rischio di non gioire del bene che incontriamo, anche inaspettatamente, di fronte a noi. Sappiamo cogliere il mutamento delle persone con cui spendiamo i passi quotidiani della nostra esistenza?Il cieco nato però ribadisce l’evidenza. Sa anche compiere dei passi decisivi verso la fede; verso l’affidamento totale a Gesù. Lo incontra di nuovo. Di per sé non sa di essere di fronte al Figlio di Dio. Ma neppure Gesù gli conferma che è di fronte, concretamente, a Colui che è stato mandato dal Padre sulla terra, subito dichiara la propria fede e lo adora. Ai farisei che si interrogano: “Siamo ciechi anche noi?” Gesù risponde che il problema vero non è la cecità, ma la presunzione di ritenersi nel giusto; questa durezza di cuore porta verso il peccato. Accettare lo sguardo di Gesù su di noi, significa imparare a vedere noi stessi nella verità. Apriamoci ad accogliere l’azione innovatrice del Signore Dio. Don Peppino

Domenica del cieco nato

Gesù, al pozzo di Giacobbe, incontra la donna samaritana

“Doveva passare la Samaria”, di per sé non era necessario, poteva seguire la via normale della Transgiordania evitando questa terra considerata infedele. La Samaria si era separata da Israele ai tempi di Geroboamo, nel 930 a.C.. Era un popolo poco considerato dagli israeliti. Gesù invece guarda a questa regione, evidenzia il comportamento virtuoso di alcune persone di quei luoghi: il buon samaritano (Lc 10,29-37), il ringraziamento di uno dei dieci lebbrosi guariti (“era samaritano”) (Lc 17,11-19), questa donna samaritana (Gv 4,5-42)... Ha a cuore la loro evangelizzazione. “Se tu conoscessi il dono di Dio” dice Gesù alla donna samaritana. Le chiede: ”Dammi da bere”; lei stessa ha sete di qualcosa che doni miglior senso alla sua umanità. Si sta parlando di “un’acqua viva”: dell’amore del Padre e del Figlio, che Gesù ha sete di donare a ogni sorella, a ogni fratello. Nel Vangelo di Giovanni, dopo l’incontro e la chiamata dei primi discepoli, dopo l’incontro, di notte, con il dottore della legge, Nicodemo, c’è questo dialogo con la donna della Samaria.È l’indicazione chiara che nel pensiero di Gesù, il Vangelo deve essere annunciato a tutti, a chi diventerà familiare di Gesù; a chi ha sempre accolto nella sua vita i dettami della Torah; agli uomini e alle donne che hanno un preciso percorso di fede; ma anche a chi non conosce il Padre. Se Nicodemo e, parzialmente, gli apostoli, rappresentano l’itinerario tipico del popolo d’Israele, la donna evidenzia quello più universale, che parte dalla “sete” comune di tutti e “acqua” che appaga. Anche chi conosce la legge e la profezia approda a Dio solo se dà concretezza alla sete dei suoi desideri più profondi. Dopo il prologo, dove si tesse la lode della Parola (1,1-18), protagonista di fondo del racconto evangelico è l’acqua. Ci sono però acque diverse; c’è quella stagnante che non disseta e non dà freschezza; c’è quella che zampilla, che è mossa dall’amore, che dona frutti anche per la vita eterna. Nei primi capitoli del 4° Vangelo c’è l’acqua del Battesimo proposto da Giovanni il Battista; c’è l’acqua del Giordano in cui Gesù si immerge per il Battesimo di penitenza; c’è l’acqua per la purificazione nelle sei anfore delle nozze di Cana; c’è la nascita dall’acqua e dallo Spirito nel dialogo con Nicodemo; c’è l’acqua che disseta per tutta la vita nel colloquio con la samaritana. Là dove, nella quotidianità, attingiamo acqua da Gesù, che è la fonte che disseta, rinfresca e purifica dalle nostre incrostazioni, dalle nostre fragilità, là noi viviamo una reale profondità di sequela; non si resta alla superficie della “buona notizia” del Vangelo; si coglie e si vive l’essenziale. Il racconto è un dialogo tra la Parola e l’ascoltatore; quindi, è un confronto da attuare anche da ciascuno di noi. In alcuni momenti della nostra vita possiamo muovere i nostri passi verso dei rivoli periferici; gradatamente ci si allontana dalla sorgente. È l’incontro con Gesù che cambia la vita; è il permettere a Lui di parlare al profondo del nostro cuore e di dissetare la nostra sete di verità e di amore. La Quaresima è “momento favorevole” per dare determinazione a pensieri e scelte che diano qualità alla nostra esperienza spirituale. Don Peppino

Gesù, al pozzo di Giacobbe, incontra la donna samaritana

La Settima Santa: Cristo nostra Pasqua

Basta studiare la primitiva predicazione apostolica, specialmente quale risulta dai primi discorsi riferiti nel libro degli Atti, per accorgersi di come al centro del messaggio cristiano vi era l'evento pasquale della morte e risurrezione di Cristo.Il motivo è molto semplice: in quel grande evento si era rivelato fino in fondo il disegno salvifico di Dio. Più precisamente, la Pasqua: • manifesta definitivamente chi è Dio: nella risurrezione di Cristo, Dio ha definitivamente rivelato sé stesso come un Dio «amante della vita» (Sap 11,24), che vuole la vita e non la sofferenza, il dolore, la morte. Quel Dio che è all'origine della vita non può essere sconfitto dalla morte: Colui che chiama all’essere le cose che non esistono può far scaturire anche dalla morte la vita (Rm 4,17): Egli non è un Dio dei morti ma dei vivi! • manifesta definitivamente chi è Gesù di Nazareth: è a partire dalla Pasqua che gli apostoli comprendono pienamente chi è quel Gesù col quale hanno condiviso tante peripezie; Egli non va più cercato tra i morti perché è vivo, è stato costituito Messia e Signore. In Lui, morto ed esaltato, converge tutta la storia salvifica precedente e viene detta l’ultima parola sulla storia umana. • manifesta definitivamente chi è l’uomo: la solidarietà di Gesù di Nazareth, Messia e Signore, con gli uomini, mostra che non vi è altro destino per loro all'infuori dell'essere conformi all’immagine del Figlio: essi sono chiamati a con-vivere, a con-morire e a con- risorgere con Lui. Ciò è reso possibile dal fatto che essi hanno lo Spirito del Figlio, mediante il quale si rivolgono a Dio chiamandolo “Papà” (Abbà). Pasqua dunque è il nodo risolutivo, il perno attorno a cui gira tutto il piano di Dio riguardante l’uomo e il cosmo, il centro a cui tutto guarda prima e da cui tutto parte dopo.Chi ha capito l'essenzialità e la centralità del mistero pasquale per la fede cristiana, non potrà stupirsi che esso sia diventato anche il contenuto si può dire unico del culto cristiano, sia che si parli di sacramenti, o di feste e di tempi liturgici. Don Giampietro

La Settima Santa: Cristo nostra Pasqua

San Giuseppe, icona di silenzio e docilità

Il salmo 118 descrive, a mio avviso con grande chiarezza, il percorso di vita di S. Giuseppe: “Beato l’uomo di integra condotta, che cammina nella legge del Signore. Beati chi è fedele ai suoi insegnamenti e lo cerca con tutto il cuore..., nella tua volontà è la mia gioia; mai dimenticherò la tua parola”. Per ogni persona la scelta fondamentale è quella di saper fiorire là dove il Signore lo ha piantato; è nell’esercizio del quotidiano che noi diamo qualità alla nostra esistenza. Giuseppe, di fronte a una proposta non facile, ha accolto la Parola del Signore nella sua vita e ha dato concretezza alle sue richieste. In lui la fedeltà si è evidenziata come un dono, come un servizio offerto all’umanità; certo la prova, la fatica, lo smarrimento non sono rimasti estranei alla sua esperienza; del resto non sarebbe significativa una fedeltà che si giocasse in assenza di problemi. Proprio Giuseppe, che si è lasciato affascinare dalla fedeltà assoluta del Signore Dio, può sostenere e confermare il nostro cammino di perseveranza. Lasciamoci guidare dalle Scritture e, in particolare, dal Vangelo di Luca. La presenza di Giuseppe nel terzo vangelo è discreta; è comunque sempre segnalata con particolare attenzione. È con la salita di Giuseppe dalla Galilea a Betlemme, nella città di Davide, insieme a Maria, per il censimento, che inizia il racconto della natività, nel chiaro intento di sottolineare che Gesù discende da Davide, la cui tribù avrebbe dato alla luce il Messia. Il ruolo del falegname di Nazaret appare fondamentale; pertanto, al culmine della manifestazione ai pastori nella notte di Betlemme, egli viene “ritratto” accanto a Maria e al Bambino: “Andarono... e trovarono Maria e Giuseppe e il Bambino, adagiato nella mangiatoia” (Lc 2,16).  Continuando il racconto dell’infanzia di Gesù, Luca presenta sempre Giuseppe insieme a Maria, come genitori (Lc 2, 27-41), “il padre e la madre” di Gesù (Lc 2, 33); “tuo padre e io” dice Maria a Gesù (Lc 2,47). Come tali, essi adempiono le prescrizioni della Legge, conducendo Gesù al Tempio prima per la circoncisione, quindi per la sua presentazione al Tempio quale primogenito maschio (Lc 2, 21- 22); poi, di nuovo per la Pasqua, con il figlio dodicenne (Lc 2,41-42). Ora, da un lato, Giuseppe condivide con Maria lo stupore, anzi l’incomprensione di fronte a un mistero che li supera (Lc 2,48- 50); dall’atro, Giuseppe, insieme a Maria, esercita l’autorità di genitore su quel figlio che, pur avendo Dio per Padre (Lc 2,49), resta loro sottomesso (Lc 2, 51). Questa profonda tensione che attraversa tutto il racconto viene a sciogliersi nella solenne genealogia di Gesù collocata da Luca all’inizio del ministero pubblico (Lc 3, 23-38). È una sintesi profonda, quella offerta da Luca, del ruolo fondamentale di Giuseppe nella vicenda di Gesù, e dunque nell’intera storia di salvezza; e ciò proprio nel porsi a servizio di quella duplice identità del figlio di Dio fatto uomo che è la radice stessa della nostra salvezza. Purché non se ne faccia motivo di scandalo, come avviene agli abitanti di Nazaret (“Non è costui il figlio di Giuseppe?” Lc 4,22); la si accolga invece con la stessa fiducia incondizionata, che Giuseppe incarna sempre. Il silenzio, la docilità, la mitezza di Giuseppe siano luce per le nostre scelte quotidiane. Anche il nostro cuore sarà invaso dalla pace che il Signore ha donato a chi ha fatto luce nella vita di Gesù.

San Giuseppe, icona di silenzio e docilità

Credo la Chiesa cattolica ed apostolica

Siamo arrivati all’ultimo passo del nostro cammino di Chiesa. Le caratteristiche che oggi analizziamo sono quelle della cattolicità e apostolicità. L’analisi viene fatta partendo da alcuni brani della Sacra Scrittura e da un’udienza di Papa Francesco. Cattolico = katà + òlos = secondo il tutto, secondo la pienezza Lettera ai Colossesi (Col 2, 9-12) È in Lui (=Gesù) che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi partecipate della pienezza di lui, che è il capo di ogni Principato e di ogni Potenza. In lui voi siete stati anche circoncisi non mediante una circoncisione fatta da mano d'uomo con la spogliazione del corpo di carne, ma con la circoncisione di Cristo: con lui sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti. Vangelo secondo Matteo (Mt 15, 21-28) Partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: "Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio". Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: "Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!". Egli rispose: "Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele". Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: "Signore, aiutami!". Ed egli rispose: "Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini". "È vero, Signore - disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni". Allora Gesù le replicò: "Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri". E da quell'istante sua figlia fu guarita. Apostolico = apostello = inviare, mandare via Vangelo secondo Giovanni (Gv 19, 19-20; Gv 20, 19-23) Pilato compose anche l'iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: "Gesù il Nazareno, il re dei Giudei". Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: "Pace a voi!". Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi". Detto questo, soffiò e disse loro: "Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati". Dal Vangelo secondo Luca ( Lc 10, 1-6) Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: "La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: "Pace a questa casa!". Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Udienza di Papa Francesco: (17 settembre 2014) Che cosa comporta, per le nostre comunità e per ciascuno di noi, far parte di una Chiesa che è cattolica e apostolica? Anzitutto, significa prendersi a cuore la salvezza di tutta l’umanità, non sentirsi indifferenti o estranei di fronte alla sorte di tanti nostri fratelli, ma aperti e solidali verso di loro. Significa inoltre avere il senso della pienezza, della completezza, dell’armonia della vita cristiana, respingendo sempre le posizioni parziali, unilaterali, che ci chiudono in noi stessi.Far parte della Chiesa apostolica vuol dire essere consapevoli che la nostra fede è ancorata all’annuncio e alla testimonianza degli stessi Apostoli di Gesù, è ancorata là, è una lunga catena che viene di là; e perciò sentirsi sempre inviati, sentirsi mandati, in comunione con i successori degli Apostoli, ad annunciare, con il cuore pieno di gioia, Cristo e il suo amore a tutta l’umanità. E qui vorrei ricordare la vita eroica di tanti, tanti missionari e missionarie che hanno lasciato la loro patria per andare ad annunciare il Vangelo in altri Paesi, in altri Continenti. Mi diceva un Cardinale brasiliano che lavora abbastanza in Amazzonia, che quando lui va in un posto, in un paese o in una città dell’Amazzonia, va sempre al cimitero e lì vede le tombe di questi missionari, sacerdoti, fratelli, suore che sono andati a predicare il Vangelo: apostoli. E lui pensa: tutti questi possono essere canonizzati adesso, hanno lasciato tutto per annunciare Gesù Cristo. Rendiamo grazie al Signore perché la nostra Chiesa ha tanti missionari, ha avuto tante missionarie e ne ha bisogno di più ancora! Ringraziamo il Signore di questo. Forse fra tanti giovani, ragazzi e ragazze che sono qui, qualcuno ha voglia di diventare missionario: vada avanti! È bello questo, portare il Vangelo di Gesù. Che sia coraggioso e coraggiosa!

Credo la Chiesa cattolica ed apostolica

Gesù entra a Gerusalemme

“Il giorno seguente, la grande folla che era venuta alla festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme e uscì incontro a Lui, gridando: - Osanna ... - ”.È il giorno dopo la cena di Betania, dove è presente anche Lazzaro, appena tornato in vita. Gesù sceglie di entrare in Gerusalemme per l’atto finale della sua vita. La città è piena di pellegrini venuti per celebrare la Pasqua, la festa che faceva memoria della liberazione dalla schiavitù nella terra di Egitto. Il giorno prima Gesù aveva vissuto, con la famiglia amica la festa per il ritorno di Lazzaro alla vita. Ora si incammina verso Gerusalemme per la sua Pasqua, il suo passaggio dalla morte alla vita. Torna definitivamente in quella città che aveva visitato all’inizio del suo mandato, subito dopo il primo dei grandi segni, quello delle nozze di Cana (Gv 2,1-12). L’evangelista Giovanni racconta di una folla che gli viene incontro. Con palme, canti e suoni si era celebrata anticamente la vittoria di Simeone (1 Maccabei 13,51); con palme, una folla numerosa celebra la salvezza di Dio e dell’Agnello (Apocalisse 7,9); qui, si celebra anticipatamente la vittoria di Gesù sullo spirito del male: “Ora il figlio dell’uomo è stato glorificato e Dio è stato glorificato in Lui” (Gv 13,31). “Gesù trovato un asinello, vi montò sopra”. La folla acclama Gesù; lo riconosce come suo Messia; ma ha in mente un Messia, che ridoni libertà al popolo d’Israele. Ancora una volta Gesù vuole fare chiarezza su questa ambiguità. Esprime la propria regalità montando su un asinello. È un umile animale di servizio; ricorda così la sua scelta fondamentale, quella di essere un re, mandato dal Padre, che sceglie di essere umile; ci dona la sua libertà; ci indica di essere al servizio gli uni degli altri. La sua sottolineatura è chiara; il suo Regno si fonda sull’amore e sull’attenzione verso le persone fragili e povere. Nel suo itinerare per le strade della Palestina, Gesù ha donato pane, ha guarito, ha fatto tornare alla vita, ha parlato di compassione (il samaritano) e di misericordia (il padre misericordioso). Tutto questo conferma e chiarisce la modalità con cui regna. Giovanni, al versetto 16 di questo brano, ci ricorda appunto che i discepoli comprenderanno il significato autentico di questa scelta di Gesù, di questo ingresso in Gerusalemme, solo dopo che Cristo sarà risorto. Una reale profondità di pensiero, allora ma anche oggi, è frutto del dono dello Spirito, della luce attraverso cui ci rende sapienti nel discernere le vicende della nostra vita. A volte rimandiamo la scelta di un pensiero più profondo; a volte la pigrizia allontana una concreta occasione di offrire amore. Queste ultime settimane di Quaresima sono “tempo favorevole” per convertire il cuore. Don Peppino

Gesù entra a Gerusalemme

Dimorate nella mia parola

“Gesù diceva ai Giudei che gli avevano creduto”. Questi giudei avevano apprezzato le sue parole; erano state convincenti; ma non credevano ancora in Lui; non volevano fidarsi e affidargli la loro esistenza. Si possono infatti accogliere le parole di Gesù su Dio. È una fede che sta iniziando a balenare nella propria vita, ma, se non fiorisce nell’adesione a una persona concreta, al Figlio di Dio, essa può risultare vana. Oltretutto per aderire a Gesù non basta dar credito alle sue parole; occorre “dimorare” nella sua Parola: “se voi dimorate nella mia parola”. La Parola è la casa dove il nostro cammino spirituale abita; “dimorare nella parola” significa ascoltarla, meditarla, viverla. “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Dimorare nella Parola significa avere con essa quella familiarità che ci assimila ai pensieri e ai sentimenti del Signore Gesù; Lui ci aiuta a conoscerlo nella profondità delle sue scelte; ci aiuta a comprendere veramente chi è Lui e chi siamo noi. Si pone sulla strada della nostra vita e ci dona luce per conoscerlo, per amarlo, per volerci più bene. Del resto la verità è conosciuta solo da chi la vive e nella misura in cui la vive. La verità proposta da Gesù, il Figlio di Dio, ha l’obiettivo di aiutarci a rimanere liberi (Gal. 5,1 ss). È costante il pericolo di rimanere nella schiavitù. Come per Israele, uscito dall’Egitto, così anche per noi la libertà è minacciata dalle difficoltà e dalle prove del cammino; l’accoglienza della sua Parola dona luce, conforto e determinazione a coniugarla nella nostra esistenza. “Noi siamo stirpe di Abramo”. Per undici volte risuona il nome del Patriarca. È lui il primo uomo che ha dimorato nella Parola. Per questo si è fidato; si veda in Gn 18,1-10 l’episodio alle Querce di Mamre e quello del sacrificio di Isacco (Gn22,1-14). L’uomo è figlio di colui nella cui parola ripone fiducia. Gli ascoltatori di Gesù presumono di essere liberi perché discendono da Abramo. Non sono però suoi figli se non agiscono con la fiducia nel Padre che lui ha avuto. La vera libertà non è richiamare Abramo e le promesse che il Signore Dio gli ha fatto, ma essere come Gesù, in comunione profonda con il Padre. La parola verità è particolarmente cara all’evangelista Giovanni; viene utilizzata nel suo Vangelo venticinque volte; solo tre volte viene invece scritta da ognuno dei sinottici, Matteo, Marco e Luca. In particolare, per Giovanni la verità non è un’idea; è una persona concreta: Gesù di Nazareth. Egli, con ciò che compie e afferma, è la verità di ogni uomo; rivela sé come Figlio di Dio e conferma noi come suoi fratelli, anche noi figli di Dio. Dalla consapevolezza di questa verità nasce la scelta di plasmare, con libertà profonda, gli atteggiamenti quotidiani della nostra esistenza: liberi di compiere sempre scelte che danno spessore ai nostri giorni; mai asserviti allo spirito del male che ci allontana dal bene che possiamo, invece, gustare e testimoniare. Don Peppino

Dimorate nella mia parola

Santi e Peccatori

Continua la riflessione sul tema della Chiesa. La caratteristica che viene messa in luce questa settimana è il rapporto tra la santità e la condizione di peccato, caratteristiche queste che fanno parte del nostro essere uomini nella Chiesa. La Chiesa è creduta indefettibilmente santa. Infatti, Cristo, Figlio di Dio, il quale col Padre e lo Spirito è proclamato «il solo Santo», amò la Chiesa come sua sposa e diede sé stesso per essa, al fine di santificarla (cfr. Ef 5,25-26), l'ha unita a sé come suo corpo e l'ha riempita col dono dello Spirito Santo, per la gloria di Dio. Perciò tutti nella Chiesa, sia che appartengano alla gerarchia, sia che siano retti da essa, sono chiamati alla santità, secondo le parole dell'Apostolo: «Sì, ciò che Dio vuole è la vostra santificazione» (1 Ts 4,3; cfr. Ef 1,4). Orbene, questa santità della Chiesa costantemente si manifesta e si deve manifestare nei frutti della grazia che lo Spirito produce nei fedeli; si esprime in varie forme in ciascuno di quelli che tendono alla carità perfetta nella linea propria di vita ed edificano gli altri. (Lumen Gentium 39). É in verità la santità del Signore, che diviene presente e sceglie continuamente a contenere nella sua presenza anche e proprio, con amore paradossale, le mani sporche degli uomini. E’ santità, che risplende come santità di Cristo proprio nel peccato della chiesa...Non è forse vero che la chiesa si deve presentare come racchiusa in una comunione indivisibile con il peccato ed i peccatori, per prolungare storicamente questo destino del Signore e il suo aver portato tutti noi? Ed allora, in questa non santa santità della chiesa rispetto alla attesa umana del «puro» si manifesterebbe la nuova e vera santità dell’amore di Dio, la quale non si tiene in una nobile distanza del puro incontaminato, ma si confonde con lo sporco del mondo, per riuscire così a vincerlo. Si esprimerebbe così quella santità che, contrariamente a concezioni di purezza dell’antichità, è essenzialmente amore, e cioè intervento a favore dell’altro, corresponsabilità ed interessamento per l’altro, sostegno dell’altro, un amore quindi di redenzione». (Ratzinger, Il nuovo popolo di Dio, (267-268) A supporto di questa tematica riportiamo ora un passaggio di Papa Francesco annotato nella sua esortazione apostolica: “Gaudete et Exultate”, 49-50. Quelli che rispondono a questa mentalità pelagiana o semipelagiana, benché parlino della grazia di Dio con discorsi edulcorati, «in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico».  Quando alcuni di loro si rivolgono ai deboli dicendo che con la grazia di Dio tutto è possibile, in fondo sono soliti trasmettere l’idea che tutto si può fare con la volontà umana, come se essa fosse qualcosa di puro, perfetto, onnipotente, a cui si aggiunge la grazia. Si pretende di ignorare che «non tutti possono tutto e che in questa vita le fragilità umane non sono guarite completamente e una volta per tutte dalla grazia. In qualsiasi caso, come insegnava sant’Agostino, Dio ti invita a fare quello che puoi e «a chiedere quello che non puoi»; o a dire umilmente al Signore: «Dammi quello che comandi e comandami quello che vuoi». In ultima analisi, la mancanza di un riconoscimento sincero, sofferto e orante dei nostri limiti è ciò che impedisce alla grazia di agire meglio in noi, poiché non le lascia spazio per provocare quel bene possibile che si integra in un cammino sincero e reale di crescita. La grazia, proprio perché suppone la nostra natura, non ci rende di colpo superuomini. Pretenderlo sarebbe confidare troppo in noi stessi. In questo caso, dietro l’ortodossia, i nostri atteggiamenti possono non corrispondere a quello che affermiamo sulla necessità della grazia, e nei fatti finiamo per fidarci poco di essa.  Infatti, se non riconosciamo la nostra realtà concreta e limitata, neppure potremo vedere i passi reali e possibili che il Signore ci chiede in ogni momento, dopo averci attratti e resi idonei col suo dono. La grazia agisce storicamente e, ordinariamente, ci prende e ci trasforma in modo progressivo. Perciò, se rifiutiamo questa modalità storica e progressiva, di fatto possiamo arrivare a negarla e bloccarla, anche se con le nostre parole la esaltiamo. Quando Dio si rivolge ad Abramo gli dice: «Io sono Dio l’Onnipotente: cammina davanti a me e sii integro» (Gen 17,1). Per poter essere perfetti, come a Lui piace, abbiamo bisogno di vivere umilmente alla sua presenza, avvolti nella sua gloria; abbiamo bisogno di camminare in unione con Lui riconoscendo il suo amore costante nella nostra vita. Occorre abbandonare la paura di questa presenza che ci può fare solo bene.  È il Padre che ci ha dato la vita e ci ama tanto. Una volta che lo accettiamo e smettiamo di pensare la nostra esistenza senza di Lui, scompare l’angoscia della solitudine (cfr Sal 139,7). E se non poniamo più distanze tra noi e Dio e viviamo alla sua presenza, potremo permettergli di esaminare i nostri cuori per vedere se vanno per la retta via (cfr Sal 139,23-24) . Così conosceremo la volontà amabile e perfetta del Signore (cfr Rm 12,1-2) e lasceremo che Lui ci plasmi come un vasaio (cfr Is 29,16). Abbiamo detto tante volte che Dio abita in noi, ma è meglio dire che noi abitiamo in Lui, che Egli ci permette di vivere nella sua luce e nel suo amore. Egli è il nostro tempio: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita» (Sal 27,4). «E’ meglio un giorno nei tuoi atri che mille nella mia casa» (Sal 84,11). In Lui veniamo santificati.

Santi e Peccatori

Domenica di Lazzaro

Marta, Maria e Lazzaro sono di Betania; il significato del nome dato a questo villaggio è particolare: “casa del povero”, “casa dell’afflitto”; c’è un’altra Betania, quella oltre il Giordano, dove Giovanni il Battista riconosce in Gesù il Figlio di Dio (Gv 1, 34). Qui invece viene riconosciuto da Marta (Gv 11, 27) “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”. Lazzaro è in grosse difficoltà; è “infermo”. Rappresenta l’umanità che a volte vacilla; a volte cade; infine muore. Ma Gesù può rialzare. Lazzaro, nel Vangelo di Giovanni, è l’unica persona che “miracolata” da Gesù, ha un nome proprio; oltretutto è la prima persona che esce dal sepolcro per seguire il pastore buono, che chiama ciascuna pecora per nome. Anche il suo nome ha un significato interessante: “Dio aiuta”; nella morte, come nella nascita; nessuno se la cava da solo. Nessuno nasce senza madre; nessuno muore senza che ci sia un Padre che lo vuole accogliere. “Io sono la risurrezione e la vita: chi crede in me, anche se muore, vivrà” dice Gesù a Maria. Egli è oggettivamente vita e luce; luce che splende nelle tenebre, vita che risveglia dalla morte. L’ultima scelta di Gesù, prima della risurrezione di Lazzaro, è stata quella di donare luce agli occhi del cieco nato e di donare sapienza alla sua mente e al suo cuore; così mostra la verità su Dio e sull’uomo. Davanti all’esito finale della nostra esistenza ci dona una profonda libertà: la risurrezione di Lazzaro ci apre gli occhi sulla morte; è ipoteca buona per ognuna delle nostre vite. È necessario guardare negli occhi la morte e scrutare il mistero, per riuscire a spendere bene la nostra esistenza. Altrimenti rischiamo sempre di fuggire da tutto ciò che sappiamo essere comunque ineludibile. È vero che, poi, Lazzaro morirà ancora. Ma il suo ritorno alla vita indica che la morte non è padrona definitiva dell’uomo; essa è invece passaggio ad una vita nuova, perenne, caratterizzata dall’amore; una vita in comunione con Gesù, con il Padre, con i fratelli; così il Signore ci giudicherà come “servi buoni e fedeli”. C’è vita e vita. Ci sono esistenze morte, proprie di chi, schiavo della paura di perdere la vita, si chiude nell’egoismo per trattenerla; e c’è una morte che ridona la vita, perché abbiamo amato. Giovanni stesso, nella sua prima lettera (1Gv 3,14) ci conferma che “chi non ama rimane nella morte”. Mi ritorna in mente una riflessione sulla foglia, che spesso utilizzo come pensiero finale nelle omelie dei funerali. La foglia, ingiallita, nell’autunno si stacca dall’albero. Mentre cade, sembra danzare con serenità. Ha la consapevolezza di aver donato molto all’albero; ha la certezza che l’amore donato non può morire nel cuore di chi ha amato. Don Peppino

Domenica di Lazzaro

L'acqua unita al vino

"Sia segno della nostra partecipazione alla vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana". Sono le parole che, nel rito romano, il sacerdote dice all'offertorio nel momento in cui versa le poche gocce d'acqua nel calice del vino. Questo è il primo atteggiamento spirituale che dobbiamo avere quando ci rechiamo alla Messa domenicale: non siamo noi che andiamo a fare comunione con Gesù, ma è Lui che viene a fare comunione con noi. Tutto questo per ristabilire le priorità dell'azione di Dio nella vita della fede. Ne consegue lo stupore che deve animare l'animo cristiano che riconosce la precedenza dell'azione di Dio: noi, "povera argilla plasmata dalle sue mani", fatti come contenitori del suo spirito, aperti alla sua presenza e alla sua grazia. Ne consegue un secondo atteggiamento: la gioia. Quando usciamo di casa per andare a Messa come posso esprimere questo sentimento "Vado a incontrare il mio Dio"? E se sulla mia strada potessi incontrare altri credenti come me? Perché non accordarmi con loro sul fare insieme il tragitto, esprimendo anche sul volto la contentezza che porto dentro di me? Perché non fermarmi sul piazzale della chiesa, prima e dopo la celebrazione, con i fratelli nella fede e testimoniare ciò che cambia la nostra vita di uomini? Perché non cantare "pleno corde" durante la celebrazione la felicità che deriva dall'amore che Dio mi mostra? Siccome Dio è sempre rispettoso ed educato e non parla se parliamo noi, i silenzi che ci sono durante la celebrazione sono vissuti come da uno che si mette in ascolto della Parola di Dio o come un tempo che non so come riempire? "Non di solo pane vive l'uomo ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio". Atteggiamento essenziale è questo avere l'orecchio attento ad un Dio che speso sussurra al credente. "Parla, Signore, che il tuo servo ti ascolta!". Dio, poi, è uno che capisce le cose più di quanto siamo capaci noi. La sobrietà deve essere una caratteristica della nostra preghiera. Lo raccomandava già il Signore Gesù, dicendo che non dobbiamo essere come gli Scribi e i Farisei che pensano di essere esauditi a forza di parole: Dio sa già di cosa hai bisogno; certe preghiere che sembrano sintesi di trattati di teologia o paiono volere suggerire a Dio le motivazioni del suo esaudirci non devono avere spazio nelle nostre liturgie. Un cuore da bambino, un cuore semplice che dice soltanto ciò di cui ha un bisogno essenziale, non rende la preghiera una invocazione infantile ma soltanto sincera. Tutto questo ci rende una vera comunità che ha compreso che la fede non è un fatto solo personale, come spesso pensiamo; non riguarda soltanto me, ma un intero popolo di cui sono parte viva e attiva, con cui faccio comunione perché Gesù mi ha fatto capire che soltanto così "se due o tre sono riuniti nel mio nome, là sì sono io". E questo rende "missionaria" ogni celebrazione perché mi obbliga a "portare fuori" quel Signore che mi ha incontrato. Dobbiamo smettere di pensare soltanto al "mio" Signore e iniziare a pensare al "nostro". Se viviamo la celebrazione domenicale con questi atteggiamenti allora dal popolo di Dio sale il vero ringraziamento, la vera Eucaristia che non potrà non rendere più gioioso il nostro volto e dare ai non credenti o non praticanti il desiderio di far parte di una comunità così serena e felice. Celebrazioni, dunque, piene di umiltà, di gioia, di silenzio attento e ascolto devoto, di fraternità e desiderio di comunicare ad altri la fede saranno la vera lode che sale a Dio dal popolo che gli appartiene. Don Felice

L'acqua unita al vino