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Gesù, al pozzo di Giacobbe, incontra la donna samaritana

“Doveva passare la Samaria”, di per sé non era necessario, poteva seguire la via normale della Transgiordania evitando questa terra considerata infedele. La Samaria si era separata da Israele ai tempi di Geroboamo, nel 930 a.C.. Era un popolo poco considerato dagli israeliti. Gesù invece guarda a questa regione, evidenzia il comportamento virtuoso di alcune persone di quei luoghi: il buon samaritano (Lc 10,29-37), il ringraziamento di uno dei dieci lebbrosi guariti (“era samaritano”) (Lc 17,11-19), questa donna samaritana (Gv 4,5-42)... Ha a cuore la loro evangelizzazione. “Se tu conoscessi il dono di Dio” dice Gesù alla donna samaritana. Le chiede: ”Dammi da bere”; lei stessa ha sete di qualcosa che doni miglior senso alla sua umanità. Si sta parlando di “un’acqua viva”: dell’amore del Padre e del Figlio, che Gesù ha sete di donare a ogni sorella, a ogni fratello. Nel Vangelo di Giovanni, dopo l’incontro e la chiamata dei primi discepoli, dopo l’incontro, di notte, con il dottore della legge, Nicodemo, c’è questo dialogo con la donna della Samaria.È l’indicazione chiara che nel pensiero di Gesù, il Vangelo deve essere annunciato a tutti, a chi diventerà familiare di Gesù; a chi ha sempre accolto nella sua vita i dettami della Torah; agli uomini e alle donne che hanno un preciso percorso di fede; ma anche a chi non conosce il Padre. Se Nicodemo e, parzialmente, gli apostoli, rappresentano l’itinerario tipico del popolo d’Israele, la donna evidenzia quello più universale, che parte dalla “sete” comune di tutti e “acqua” che appaga. Anche chi conosce la legge e la profezia approda a Dio solo se dà concretezza alla sete dei suoi desideri più profondi. Dopo il prologo, dove si tesse la lode della Parola (1,1-18), protagonista di fondo del racconto evangelico è l’acqua. Ci sono però acque diverse; c’è quella stagnante che non disseta e non dà freschezza; c’è quella che zampilla, che è mossa dall’amore, che dona frutti anche per la vita eterna. Nei primi capitoli del 4° Vangelo c’è l’acqua del Battesimo proposto da Giovanni il Battista; c’è l’acqua del Giordano in cui Gesù si immerge per il Battesimo di penitenza; c’è l’acqua per la purificazione nelle sei anfore delle nozze di Cana; c’è la nascita dall’acqua e dallo Spirito nel dialogo con Nicodemo; c’è l’acqua che disseta per tutta la vita nel colloquio con la samaritana. Là dove, nella quotidianità, attingiamo acqua da Gesù, che è la fonte che disseta, rinfresca e purifica dalle nostre incrostazioni, dalle nostre fragilità, là noi viviamo una reale profondità di sequela; non si resta alla superficie della “buona notizia” del Vangelo; si coglie e si vive l’essenziale. Il racconto è un dialogo tra la Parola e l’ascoltatore; quindi, è un confronto da attuare anche da ciascuno di noi. In alcuni momenti della nostra vita possiamo muovere i nostri passi verso dei rivoli periferici; gradatamente ci si allontana dalla sorgente. È l’incontro con Gesù che cambia la vita; è il permettere a Lui di parlare al profondo del nostro cuore e di dissetare la nostra sete di verità e di amore. La Quaresima è “momento favorevole” per dare determinazione a pensieri e scelte che diano qualità alla nostra esperienza spirituale. Don Peppino

Gesù, al pozzo di Giacobbe, incontra la donna samaritana

Credo la Chiesa cattolica ed apostolica

Siamo arrivati all’ultimo passo del nostro cammino di Chiesa. Le caratteristiche che oggi analizziamo sono quelle della cattolicità e apostolicità. L’analisi viene fatta partendo da alcuni brani della Sacra Scrittura e da un’udienza di Papa Francesco. Cattolico = katà + òlos = secondo il tutto, secondo la pienezza Lettera ai Colossesi (Col 2, 9-12) È in Lui (=Gesù) che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi partecipate della pienezza di lui, che è il capo di ogni Principato e di ogni Potenza. In lui voi siete stati anche circoncisi non mediante una circoncisione fatta da mano d'uomo con la spogliazione del corpo di carne, ma con la circoncisione di Cristo: con lui sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti. Vangelo secondo Matteo (Mt 15, 21-28) Partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: "Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio". Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: "Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!". Egli rispose: "Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele". Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: "Signore, aiutami!". Ed egli rispose: "Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini". "È vero, Signore - disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni". Allora Gesù le replicò: "Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri". E da quell'istante sua figlia fu guarita. Apostolico = apostello = inviare, mandare via Vangelo secondo Giovanni (Gv 19, 19-20; Gv 20, 19-23) Pilato compose anche l'iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: "Gesù il Nazareno, il re dei Giudei". Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: "Pace a voi!". Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi". Detto questo, soffiò e disse loro: "Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati". Dal Vangelo secondo Luca ( Lc 10, 1-6) Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: "La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: "Pace a questa casa!". Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Udienza di Papa Francesco: (17 settembre 2014) Che cosa comporta, per le nostre comunità e per ciascuno di noi, far parte di una Chiesa che è cattolica e apostolica? Anzitutto, significa prendersi a cuore la salvezza di tutta l’umanità, non sentirsi indifferenti o estranei di fronte alla sorte di tanti nostri fratelli, ma aperti e solidali verso di loro. Significa inoltre avere il senso della pienezza, della completezza, dell’armonia della vita cristiana, respingendo sempre le posizioni parziali, unilaterali, che ci chiudono in noi stessi.Far parte della Chiesa apostolica vuol dire essere consapevoli che la nostra fede è ancorata all’annuncio e alla testimonianza degli stessi Apostoli di Gesù, è ancorata là, è una lunga catena che viene di là; e perciò sentirsi sempre inviati, sentirsi mandati, in comunione con i successori degli Apostoli, ad annunciare, con il cuore pieno di gioia, Cristo e il suo amore a tutta l’umanità. E qui vorrei ricordare la vita eroica di tanti, tanti missionari e missionarie che hanno lasciato la loro patria per andare ad annunciare il Vangelo in altri Paesi, in altri Continenti. Mi diceva un Cardinale brasiliano che lavora abbastanza in Amazzonia, che quando lui va in un posto, in un paese o in una città dell’Amazzonia, va sempre al cimitero e lì vede le tombe di questi missionari, sacerdoti, fratelli, suore che sono andati a predicare il Vangelo: apostoli. E lui pensa: tutti questi possono essere canonizzati adesso, hanno lasciato tutto per annunciare Gesù Cristo. Rendiamo grazie al Signore perché la nostra Chiesa ha tanti missionari, ha avuto tante missionarie e ne ha bisogno di più ancora! Ringraziamo il Signore di questo. Forse fra tanti giovani, ragazzi e ragazze che sono qui, qualcuno ha voglia di diventare missionario: vada avanti! È bello questo, portare il Vangelo di Gesù. Che sia coraggioso e coraggiosa!

Credo la Chiesa cattolica ed apostolica

La Gioia del Vangelo

Dopo solo otto mesi dall’inizio del suo Pontificato, nel novembre del 2013, Papa Francesco scrive l’esortazione apostolica “Evangelii gaudium”. È una pietra miliare, un testo di riferimento fondamentale del Magistero di Papa Bergoglio. Mi viene da affermare, con discrezione, che coloro che non hanno approfondito questo scritto, conoscono solo parzialmente il pensiero teologico e pastorale di Papa Francesco. È un testo molto ricco, ampio nel contenuto, stimolante per la riflessione che propone; merita di essere letto integralmente. Dovendo parlare in un breve articolo, mi fermo su uno snodo fondamentale dell’intera Lettera Apostolica, là dove indica i quattro principi sapienziali.  Il tempo è superiore allo spazio Ogni persona è chiamata a vivere in tensione tra il momento concreto che sta attraversando e la luce che proviene dall’orizzonte più ampio verso cui desidera dirigersi. Il presente non deve deluderci, non deve intristirci. È necessario operare oggi avendo chiare, nella mente e nel cuore, le finalità che sorreggono il percorso quotidiano che cerchiamo di promuovere. Operare a lunga scadenza non ci permette di fermarci di fronte alle concrete difficoltà che incontriamo nel quotidiano. Non è positivo lasciarci fermare dall’ossessione di risultati immediati che vogliamo raggiungere. Occorre dare priorità al tempo. Dare, invece, priorità allo spazio in cui si vive, nella ricerca di risolvere tutto e subito, intristisce i nostri passi. Papa Francesco ci indica una strada importante da percorrere: “Occorre impegnarci a iniziare processi di crescita piuttosto che rincorrere spazi da possedere”. Anche nel cammino di testimonianza ed evangelizzazione è necessario tenere presente l’orizzonte e promuovere concreti cammini possibili. L’unità prevale sul conflitto Ci sono pagine molto belle nel profeta Isaia che parlano di unità, di comunione, di universalismo. Nella promozione del dialogo occorre accogliere la prospettiva di pareri, a volte, molto diversi o comunque differenti dai nostri. Non bisogna ignorarli o procedere come se non ci fossero; d’altra parte non possiamo lascarci imprigionare dalla differenza di opinioni e di vedute. Il Signore ci conferma, in particolare, la bontà di un percorso che si configura nella sua indicazione: “Beati gli operatori di pace”. (Mt 5,9) Mons. Tonino Bello parlava di “convivialità delle differenze”. È necessario andare oltre la ragionevolezza e, a volte, la staticità del proprio parere, per cogliere la verità che ci può essere comunque nel pensiero di ogni nostro interlocutore. La realtà è più importante dell’idea Alla realtà si guarda con chiarezza, per coglierla nella sua verità e nella sua interezza; l’idea è, invece, il tentativo di elaborare passi adeguati per il futuro. Occorre promuovere “un dialogo costante, evitando, in particolare, che l’idea finisca per separarsi dalla realtà”. È necessario uno sguardo puntuale sul futuro, evitando, nello stesso tempo, che le ipotesi sul futuro, siano pensate come una realtà già presente. Il percorso promettente parte sempre da una chiara percezione della realtà in cui si vive; solo allora lo sguardo, pieno di speranza, può diventare un’opportunità e non un’evasione. Il tutto è superiore alla parte Una scelta importante è, senz’altro, quella di pensare alla dimensione globale in cui siamo inseriti; ci permette di non cadere in una vita trascinata avanti, giorno dopo giorno; una esistenza che non riesce ad allontanarsi dalla superficialità e dall’indifferenza. Non è pertanto positivo fantasticare, eludendo la fatica della ricerca quotidiana.Papa Francesco evidenzia che un atteggiamento negativo è proprio quello di chi ammira i “fuochi artificiali del mondo” e non si lascia, invece, interpellare dalla bellezza che ci circonda e che ci chiede di promuovere scelte intrise di grande amore.Diventa urgente apprezzare il bene che incrociamo, la terra fertile che ci hanno regalato coloro che si sono lasciati interpellare costantemente riguardo al bene da compiere e che, consapevolmente o meno, hanno dissodato il terreno su cui noi, oggi, poggiamo i nostri piedi.La gioia del Vangelo ci indica pagine concrete e promettenti. Don Peppino

La Gioia del Vangelo

Che cosa attendo?

Quando Giovanni Battista, dal carcere, «avendo sentito parlare delle opere del Cristo», mandò i discepoli ad interrogarlo, per cercare conferma. Addirittura espresse un dubbio: «Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?» Il contrasto è forte, è sorprendente ed insieme allarmante. Il profeta severo del deserto, che non si piega da ogni parte secondo come spira il vento delle umane opinioni, che al contrario si oppone come muro di bronzo alle vie percorse dal suo popolo, colui che non chiede autorizzazione ai comuni modi di sentire e di dire, ma proclama con fermezza la nuova via aperta dal cielo, quest’uomo ora sembra dipendere da ciò che sente dire di Gesù. È ridotto ad invocare una parola di rassicurazione. Se l'unica immagine di Giovanni a noi offerta fosse quella della «Voce che grida nel deserto», ne avremmo forse ammirato la straordinaria libertà e sicurezza, ma avremmo insieme concluso che non ci è possibile il confronto tra la sua condizione e la nostra. Noi non ci sentiamo innanzitutto «voce», ci avvertiamo soprattutto “carne e sangue”. La fermezza del nostro essere «voce» è infatti continuamente incrinata, come una canna appunto, dall'opacità e dalla vulnerabilità della “carne e del sangue”. Non occorre neppure una grave malattia, basta un piccolo malumore, basta la ferita arrecata da un’offesa, basta anche un banale malessere, perché quella «voce», quel testimone, che dovrebbe gridare la parola di Dio e aprire una strada pur in mezzo ad una terra deserta, diventi in noi incerta. Ma questo Giovanni che, chiuso in carcere, deve nutrirsi di vaghe voci riportate di seconda mano e deve egli stesso interrogare per ritrovare certezza, ci appare all'improvviso molto vicino, molto umano. Anche in questo assomiglia al suo Maestro: egli insegna non soltanto mediante le parole proclamate, ma anche e non marginalmente attraverso le cose patite. Possiamo immaginare molto facilmente come, alla coscienza di Giovanni, il fatto di dipendere dalle voci ascoltate e di dover chiedere conferma per un dubbio, dovesse apparire quasi una smentita di tutto il suo cammino precedente: “Era vera la mia sicurezza di un tempo?”. Era davvero opera dello Spirito di Dio quell'impeto con cui investivo le folle e scuotevo gli incerti? Non è stata tutta un'illusione? Com’è possibile che, avendo cominciato con tanta forza, ora mi riduca a mendicare conforto da quelli che ho intorno? Tutti però abbiamo conosciuto poi anche momenti (e forse più diffusi) in cui la certezza di un tempo sembrava svanita nel nulla, e tutti intorno a noi ci parevano più attendibili e sicuri di quanto non fossimo noi stessi ai nostri propri occhi. La mutazione dello spirito appare tanto più sorprendente ed allarmante, quando a confinarci in un “carcere” sembra essere proprio l'incauta certezza di pensieri ed atti precedenti. È questa la prova della speranza: la prova cioè attraverso la quale soltanto la speranza può davvero confermarsi quale virtù teologale, virtù che poggia esclusivamente sulla grazia di Dio accolta nella fede, e non invece sulle fortunate circostanze della vita e sul fortunato carattere della nostra persona. La prova, però, è aperta anche all'altro esito: quello cioè di sancire la qualità scadente della speranza, e di convertire dunque allo scetticismo, alla paura, al triste proposito di non esporsi più di tanto. Di fatto, sembra che proprio questa sia la lezione che troppo spesso noi apprendiamo dalle prove a cui è sottoposta la nostra speranza. Un'altra volta (così concludiamo) starò più attento. Più attento, s’intende, a parlare, ad esprimermi, a compromettermi; ma soprattutto più cauto nell’affidarmi a quella «voce», sovrana e insieme sfuggente, che parla in nome della giustizia, della verità, e alla fine di Dio stesso. Giovanni in carcere è certamente insidiato dal dubbio di aver corso invano. Ma non si abbandona però a questo dubbio, non cerca di tacitarlo con solitari propositi circa il suo futuro; non cerca in alcun modo di inventarsi un futuro più modesto, ma insieme più sicuro e più suo. Giovanni accetta la prova, accetta di tornare ad essere discepolo, dopo aver tanto insegnato e manda ad interrogare il Maestro. Gesù loda il profeta, anzi dice che è «più che un profeta». Così accade sempre, anche per chi non è profeta: «Il più piccolo nel regno dei cieli (infatti) è più grande di lui». Dunque anche «il più piccolo», tra quelli che accolgono il regno dei cieli, dovrà ricordare che la stima del Maestro a suo riguardo non sarà fatta conoscere a lui, ma ad altri. Egli dovrà accontentarsi di quest'altra beatitudine: «Beato colui che non si scandalizza di me». Don Luigi

Che cosa attendo?

Santi e Peccatori

Continua la riflessione sul tema della Chiesa. La caratteristica che viene messa in luce questa settimana è il rapporto tra la santità e la condizione di peccato, caratteristiche queste che fanno parte del nostro essere uomini nella Chiesa. La Chiesa è creduta indefettibilmente santa. Infatti, Cristo, Figlio di Dio, il quale col Padre e lo Spirito è proclamato «il solo Santo», amò la Chiesa come sua sposa e diede sé stesso per essa, al fine di santificarla (cfr. Ef 5,25-26), l'ha unita a sé come suo corpo e l'ha riempita col dono dello Spirito Santo, per la gloria di Dio. Perciò tutti nella Chiesa, sia che appartengano alla gerarchia, sia che siano retti da essa, sono chiamati alla santità, secondo le parole dell'Apostolo: «Sì, ciò che Dio vuole è la vostra santificazione» (1 Ts 4,3; cfr. Ef 1,4). Orbene, questa santità della Chiesa costantemente si manifesta e si deve manifestare nei frutti della grazia che lo Spirito produce nei fedeli; si esprime in varie forme in ciascuno di quelli che tendono alla carità perfetta nella linea propria di vita ed edificano gli altri. (Lumen Gentium 39). É in verità la santità del Signore, che diviene presente e sceglie continuamente a contenere nella sua presenza anche e proprio, con amore paradossale, le mani sporche degli uomini. E’ santità, che risplende come santità di Cristo proprio nel peccato della chiesa...Non è forse vero che la chiesa si deve presentare come racchiusa in una comunione indivisibile con il peccato ed i peccatori, per prolungare storicamente questo destino del Signore e il suo aver portato tutti noi? Ed allora, in questa non santa santità della chiesa rispetto alla attesa umana del «puro» si manifesterebbe la nuova e vera santità dell’amore di Dio, la quale non si tiene in una nobile distanza del puro incontaminato, ma si confonde con lo sporco del mondo, per riuscire così a vincerlo. Si esprimerebbe così quella santità che, contrariamente a concezioni di purezza dell’antichità, è essenzialmente amore, e cioè intervento a favore dell’altro, corresponsabilità ed interessamento per l’altro, sostegno dell’altro, un amore quindi di redenzione». (Ratzinger, Il nuovo popolo di Dio, (267-268) A supporto di questa tematica riportiamo ora un passaggio di Papa Francesco annotato nella sua esortazione apostolica: “Gaudete et Exultate”, 49-50. Quelli che rispondono a questa mentalità pelagiana o semipelagiana, benché parlino della grazia di Dio con discorsi edulcorati, «in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico».  Quando alcuni di loro si rivolgono ai deboli dicendo che con la grazia di Dio tutto è possibile, in fondo sono soliti trasmettere l’idea che tutto si può fare con la volontà umana, come se essa fosse qualcosa di puro, perfetto, onnipotente, a cui si aggiunge la grazia. Si pretende di ignorare che «non tutti possono tutto e che in questa vita le fragilità umane non sono guarite completamente e una volta per tutte dalla grazia. In qualsiasi caso, come insegnava sant’Agostino, Dio ti invita a fare quello che puoi e «a chiedere quello che non puoi»; o a dire umilmente al Signore: «Dammi quello che comandi e comandami quello che vuoi». In ultima analisi, la mancanza di un riconoscimento sincero, sofferto e orante dei nostri limiti è ciò che impedisce alla grazia di agire meglio in noi, poiché non le lascia spazio per provocare quel bene possibile che si integra in un cammino sincero e reale di crescita. La grazia, proprio perché suppone la nostra natura, non ci rende di colpo superuomini. Pretenderlo sarebbe confidare troppo in noi stessi. In questo caso, dietro l’ortodossia, i nostri atteggiamenti possono non corrispondere a quello che affermiamo sulla necessità della grazia, e nei fatti finiamo per fidarci poco di essa.  Infatti, se non riconosciamo la nostra realtà concreta e limitata, neppure potremo vedere i passi reali e possibili che il Signore ci chiede in ogni momento, dopo averci attratti e resi idonei col suo dono. La grazia agisce storicamente e, ordinariamente, ci prende e ci trasforma in modo progressivo. Perciò, se rifiutiamo questa modalità storica e progressiva, di fatto possiamo arrivare a negarla e bloccarla, anche se con le nostre parole la esaltiamo. Quando Dio si rivolge ad Abramo gli dice: «Io sono Dio l’Onnipotente: cammina davanti a me e sii integro» (Gen 17,1). Per poter essere perfetti, come a Lui piace, abbiamo bisogno di vivere umilmente alla sua presenza, avvolti nella sua gloria; abbiamo bisogno di camminare in unione con Lui riconoscendo il suo amore costante nella nostra vita. Occorre abbandonare la paura di questa presenza che ci può fare solo bene.  È il Padre che ci ha dato la vita e ci ama tanto. Una volta che lo accettiamo e smettiamo di pensare la nostra esistenza senza di Lui, scompare l’angoscia della solitudine (cfr Sal 139,7). E se non poniamo più distanze tra noi e Dio e viviamo alla sua presenza, potremo permettergli di esaminare i nostri cuori per vedere se vanno per la retta via (cfr Sal 139,23-24) . Così conosceremo la volontà amabile e perfetta del Signore (cfr Rm 12,1-2) e lasceremo che Lui ci plasmi come un vasaio (cfr Is 29,16). Abbiamo detto tante volte che Dio abita in noi, ma è meglio dire che noi abitiamo in Lui, che Egli ci permette di vivere nella sua luce e nel suo amore. Egli è il nostro tempio: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita» (Sal 27,4). «E’ meglio un giorno nei tuoi atri che mille nella mia casa» (Sal 84,11). In Lui veniamo santificati.

Santi e Peccatori

Giornata Mondiale della Pace per la Pace: “Abbiamo bisogno gli uni degli Altri”

Rilancio qualche aspetto del messaggio del Papa: “Nessuno può salvarsi da solo. Ripartire dal Covid-19 per tracciare insieme sentieri di pace”, che ha scritto per la Giornata Mondiale della Pace dell’ 1/1/23 e che vi invito a leggere integralmente. UNA BREVE SINTESI DEL MESSAGGIO Una crisi senza precedenti! Papa Francesco ci invita a riflettere su come la pandemia ha toccato la nostra esperienza personale e ci sfida su che cosa possiamo fare concretamente per la pace nel mondo. Il messaggio ci interpella di fronte alle sfide e opportunità che ci presenta il nuovo anno. Il virus della disuguaglianza! La pandemia ha colpito i più deboli dell’assetto sociale ed economico, facendo emergere contraddizioni e disuguaglianze. Ha minacciato la sicurezza lavorativa di tanti e aggravato la solitudine dei più deboli e dei più poveri.L’isolamento, l’altro volto della pandemia! Il Covid-19 ha provocato un malessere nel cuore di tante persone e famiglie, con risvolti alimentati dall’isolamento e dalle pesanti limitazioni della libertà. Un’ opportunità di conversione! Questo è un momento opportuno per mettere in discussione, imparare, crescere e lasciarsi trasformare come individui e come comunità. Occorre però riscoprire la parola “insieme”.La speranza come guida alla pace! Insieme, nella fraternità e nella solidarietà costruiamo la pace, garantiamo la giustizia, superiamo gli eventi più dolorosi. Verso il “noi” come futuro migliore! La lezione più importante è che nessuno può salvarsi da solo. Non possiamo più pensare al nostro “io”, ma dobbiamo pensarci come un “noi” aperto alla fraternità globale. QUALCHE CITAZIONE SIGNIFICATIVA La via per costruire un mondo più giusto! Il testo papale invita a riconoscere che la pace è una grande opera collettiva di rimozione, giorno per giorno, di tutte le cause di conflitto. Ecco alcuni impegni concreti da assumere come singoli e come comunità:“Rivisitare il tema della garanzia della salute pubblica per tutti, promuovere azioni di pace per mettere fine ai conflitti e alle guerre che continuano a generare vittime e povertà, prenderci cura in maniera concertata della nostra casa comune, attuare chiare ed efficaci misure per far fronte al cambiamento climatico, combattere il virus delle disuguaglianze, garantire il cibo e un lavoro dignitoso per tutti”. “La guerra in Ucraina, insieme a tutti gli altri conflitti sparsi per il globo, rappresenta una sconfitta per l’umanità intera e non solo per le parti direttamente coinvolte. Mentre per il Covid- 19 si è trovato un vaccino, per la guerra ancora non ci sono trovate soluzioni adeguate. Certamente il virus della guerra è più difficile da sconfiggere di quelli che colpiscono l’organismo umano, perché esso non proviene dall’esterno, ma dall’interno del cuore umano, corrotto dal peccato”. “Dio trasformi i nostri criteri abituali di interpretazione del mondo e della realtà. Non possiamo più pensare solo a preservare lo spazio dei nostri interessi personali o nazionali, ma dobbiamo pensarci alla luce del bene comune, con un senso comunitario, ovvero come un “noi” aperto alla fraternità universale”. “A tutti gli uomini e le donne di buona volontà auguro di costruire giorno per giorno, come artigiani di pace, un buon anno! Maria Immacolata, Madre di Gesù e Regina della Pace, interceda per noi e per il mondo intero”. Per un felice anno 2023! Don Francesco

 Giornata Mondiale della Pace per la Pace: “Abbiamo bisogno gli uni degli Altri”

Irrompe nel cammino di Avvento la figura di Giovanni il Battista

Quando Gesù in Matteo 11, 7-9 parla di lui dice chiaramente: “È più che un profeta”. È la sua persona, è la sua vita che parla alle folle. C’è in Lui una reale esigenza evangelica di sobrietà, di non attaccare il cuore a realtà che non sono essenziali. Solo nella pratica della sobrietà, afferma, si diventa capaci di testimoniare e di essere credibili. In Matteo, Giovanni il Battista è più predicatore che battezzatore. Matteo 5, 17 sottolinea, mettendo l’accento sulla sua sobrietà, “Il di più viene dal Maligno”.Marco invece sottolinea che Giovanni predicava il Battesimo di conversione.Giovanni il Battista ci indica che nella nostra esistenza c’è un di più da lasciare, diventa importante sostare, pensare e scegliere. Ricordiamo il bicchiere d’acqua di Mt 25. In secondo luogo, diventa sempre più importante estraniarsi e trovare tempo abbondante per lasciare che il Signore ci parli e ci aiuti a comprendere i pensieri e le scelte che abitano regolarmente il nostro cuore; può essere fruttuoso, ad esempio, comprendere come il passare del tempo ha dato forma concreta alle scelte importanti della nostra esistenza. Giovanni ci ricorda come la sobrietà sia nutrice di conversione e di coraggio. Diventa per noi necessario fermarci per accorgerci bene qual è la nostra situazione spirituale e quale determinazione deve suscitare in noi per dare profondità a qualcosa che evidenzi meglio una scelta di essenzialità. Occorre essere più “leggeri”. In particolare è necessario che il Signore custodisca i nostri passi nelle scelte di ogni giorno; tutto deve essere tendenzialmente vissuto con semplicità e amore. Non va sciupata nessuna giornata. Matteo 3, 5 ci ricorda come tante persone accorressero ad ascoltare Giovanni il Battista. Eppure la sua parola franca e decisa lo condurrà al martirio, alla morte (Mt. 14, 3-4). È martire della Parola; c’è infatti chi uccide a motivo della Parola che il Signore pone nel cuore di donne e di uomini di ogni tempo. Di fronte alla chiarezza e alla forza interiore della Parola di Giovanni il Battista, gli scribi e i farisei si autogiustificano: “Abbiamo Abramo per padre”. È importante essere interiormente liberi, non cercando mai di difendersi di fronte a quanto gli altri potrebbero pensare di noi. E non convinciamoci di essere detentori di una verità migliore. Scegliamo di sostare sempre sulla scelta di confrontarci e dialogare.Il Signore Gesù stima molto Giovanni: “Tra i nati da donna nessuno è come Giovanni il Battista”; avverte pertanto come anche nelle scelte di Giovanni Battista, che pur ha modalità e tonalità diverse dalle sue, c’è una sostanziale obbedienza alla volontà di Dio. Il Battista sa di essere un uomo della soglia, che prepara la presenza di Colui che porterà a compimento il progetto di Dio.Ha la capacità di fermarsi, come Mosè prima di entrare nella Terra Promessa; fermarsi ed essere contento del pezzo di strada che ha potuto compiere. Si percepisce in Giovanni il Battista la capacità di fare spazio, dovrebbe essere sempre caratteristica dei celibi per il Regno.Giovanni Battista ha la determinazione di dare spazio a Gesù, alla relazione fraterna, al ministero della consolazione, alla gioia di donare. Questa è la volontà del Signore su di Lui. L’accoglie volentieri. E diventa luce anche per i passi della nostra esistenza. Don Peppino

Irrompe nel cammino di Avvento la figura di Giovanni il Battista

La Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo

Ci è chiesto di sostare ancora sul ruolo di Giovanni il Battista; in questo primo capitolo del Vangelo di Giovanni (Gv 1, 6-8; 15-18), sembra che l’evangelista orienti la riflessione sul confronto tra luce e tenebra. Il ricordo del Precursore ci permette di concretizzare le indicazioni dei primi versetti; quasi a confermare che si sta parlando del Signore Gesù. Il Vangelo di Giovanni non parla della vita e delle scelte del Precursore. L’unica verità, che gli interessa promuovere, è la testimonianza che Giovanni rende a Gesù.Giovanni il Battista è inviato da Dio Padre; lui testimonia ed evidenzia la missione di Gesù. Precisa che non è lui a illuminare la storia: è Gesù di Nazareth. L’identità del Battista è descritta dal suo essere testimone. Di che cosa è segno Giovanni? Gesù è più giovane di lui; appare nel Vangelo dopo di lui. E tuttavia gli passa davanti. Come mai? Perché Gesù è nato storicamente dopo; preesisteva però accanto al Padre e allo Spirito. Il versetto 17 ci conferma che tra la legge, la grazia e la verità c’è differenza, ma anche continuità. La legge non termina di essere dono; non è assolutamente abolita. Gesù, però, porta qualcosa di nuovo. La legge è dono ma la grazia, l’amore abbondante e misericordioso del Signore, la verità sono l’evento introdotto dall’amore e dalla sapienza di Gesù. Egli non solo annuncia la grazia ma incarna i valori del Vangelo; nella sua vita diventano un’evidenza leggibile e percepibile da tutte le persone che sono interessate alla sua presenza nella storia. Giovanni è figura dei sapienti e dei profeti che, ovunque e sempre, hanno risvegliato i fratelli alla luce offerta dal Signore. In nessuna epoca e in nessuna parte del mondo sono mancati e mancheranno uomini liberi e illuminati, che sono come dei fari nella notte. Il fine della loro testimonianza è che “tutti” riconoscano la luce della vita ed entrino nel misterioso dialogo con Dio che li porta a vivere la verità. Diversamente, anche se la tenebra non arresta la luce, si rischia un’esistenza spenta e crepuscolare, che tende alla morte. Viene anche sottolineato che i sapienti e i profeti, di Israele e di tutti i popoli, non sono la luce: sono illuminati dalla Parola e la testimoniano agli altri, affinché tutti accolgano la luce della vita. Una persona, anche se sapiente, se si crede luce, è nella notte più profonda. Don Michele

La Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo

Avvento, uno sguardo sul futuro

L'Avvento apre l'anno liturgico. Ci inoltra nei misteri di salvezza, che si evidenziano lungo tutto l'anno, cosicché l'accompagnare Gesù nelle sue vicende storiche e nelle sue scelte di attenzione ad ogni persona ci aiuta a dare densità al nostro cammino di fede. In particolare, nell'Avvento guardiamo alla prima venuta di Gesù, alla sua scelta di incarnarsi e, mentre ci poniamo nell'atteggiamento di chi riflette sulla venuta definitiva del Signore, rinnoviamo la nostra vigilanza, l'attenzione del cuore alle visite che il Signore fa ogni giorno, in maniera diversificata, dentro la nostra vita. Ci è chiesto non solo di ricordare in questo periodo, ciò che è avvenuto 2000 anni fa, occorre saper fare memoria del progetto di salvezza che Dio ha pensato per ciascuno di noi e per l'umanità intera. È decisivo sostare dentro questo mistero perché conoscere Dio e parlare di Dio non equivale ad avere una esperienza solida e rassicurante di Lui. Diventa importante proporre a sé stessi la capacità di pensare, di concentrarsi, di approfondire, di leggere con gusto, così che rimanga dentro di noi il frutto delle nostre riflessioni. Gli uomini hanno vissuto con generazioni che non hanno fatto fatica a fare silenzio; oggi non è più così e non è facile dare una grammatica, le regole di vita perché ognuno viva intensamente la propria umanità. Non è facile far emergere le domande serie e la densità delle risposte autentiche della propria esistenza. Questo può succedere anche in noi. È necessario continuare a dare ordine alla propria vita, alle proprie giornate. La prima scelta è quella di saper privilegiare dei tempi e degli spazi in cui permettere al Signore di parlare alla nostra esistenza. L'ascolto è all'origine della vita cristiana; ascoltare una persona vuol dire aiutarla ad esistere; significa dare speranza alla sua vita.Siamo chiamati ad annunciare e a testimoniare perché “la gioia sia piena” dentro di noi e in coloro che incontriamo. È necessario che ogni annuncio parta da un’esperienza; è l'incontro con il Signore che dà autorevolezza a quanto si afferma. Certo è un incontro che deve quotidianamente recarci serenità, pur dentro le fatiche quotidiane, pur dentro il dolore causato dalla nostra fragilità o dall'indifferenza delle persone che incrociamo. E la gioia vera si radica nella certezza che Cristo è morto, è risorto e ha saputo vincere ogni infermità e debolezza. L'annuncio viene anche attraverso una testimonianza chiara ed incisiva di misericordia, di vicinanza. L'esperienza cristiana, infatti, si solidifica dentro l'affidamento a Dio, trae la sua consistenza dall'approccio costante a Cristo crocifisso. È comunque esperienza faticosa che non rimuove l'opacità di momenti difficili. Il nostro annuncio infatti non ha ricette per scavalcare il dolore, la sofferenza, e il dubbio; ha però la possibilità di attraversare tutto questo con Dio, con una speranza, con una compagnia, con una consolazione. Nell'Avvento diventa allora fondamentale restare attenti e solerti. Sarà la liturgia stessa ad alimentare in noi la speranza; ci aiuterà a crescere nella fedeltà e nel coraggio, ci chiederà di usare con sobrietà dei beni di questa terra, ci suggerirà di saper vigilare nella certezza della sua presenza continua nella nostra vita. Il cristiano ha come caratteristica sua particolare quella di vivere l'attesa perché la fede sia robusta, la speranza fondata, la carità diventi scelta quotidiana. Accompagniamo questa riflessione con una preghiera un po’ datata, ma che vuole interpretare il nostro cammino di Avvento: “Prenditi tempo per pensare, perché questa è la forza dell’uomo;prenditi tempo per leggere, perché questa è la base della saggezza;prenditi tempo per pregare, perché questa è la forza più grande che c'è sulla terra;prenditi tempo per amare ed essere amato, perché questo è il dono grande dato da Dio; prenditi tempo per donare, perché il giorno è troppo corto per essere egoisti;prenditi tempo per ringraziare, perché il Re dell'universo nasce sulla terra per darti il cielo”. Don Peppino

Avvento, uno sguardo sul futuro

Aperti all'Altro da Credenti: dialogo interreligioso ed ecumenismo

Nel 1864, in appendice all’enciclica di Pio IX “Quanta cura”, si fece l’elenco dei “principali errori della nostra epoca”. In maniera decisa si condannò la tesi: “Il Romano Pontefice può e deve col progresso, col liberalismo e con la moderna città venire a patti e conciliazioni”. Era una scelta che tendeva ad escludere un’eventuale apertura a tutte le forme della modernità; andava sviluppato un discernimento; era opportuno non assumere acriticamente le tesi più fragili e meno in linea con il pensiero della Chiesa. Certo al di là delle intenzioni, spesso questa dichiarazione diventò il riferimento per la bocciatura di tutto ciò che era innovativo. Nel 1965, passati più di cento anni, la Costituzione pastorale “Gaudium et spes” del Concilio Vaticano II mutava chiaramente l’approccio alla modernità. La Chiesa dichiarava la sua scelta di voler partecipare pienamente alla vita e alla storia degli uomini, alle loro gioie, alle loro attese, alle loro intuizioni; e questo senza rinunciare a dichiarare la propria estraneità e la propria diffida rispetto ai movimenti di pensiero e a scelte conseguenti che non mettevano l’uomo e il rispetto di Dio come riferimento alto del proprio agire. L’intenzione, però, era molto chiara: era decisivo cercare di comprendere sempre tutto ciò che innovava usi e costumi, avendo l’intenzione di apprezzare e di valorizzare quanto di buono si proponeva; le eventuali prese di distanza dovevano sempre essere percepite all’interno di un sincero amore per l’umanità e per la storia degli uomini. Eventi drammatici hanno attraversato anche questi ultimi anni: la guerra in Ucraina, ad esempio, ha evidenziato grandissime differenze di pensiero, anche tra Chiese che si riferiscono allo stesso Signore Gesù. Rischiamo di sentirci impotenti rispetto alla complessità dei processi in atto. Tutto questo ci può indurre a un senso di sgomento di fronte alla difficoltà a reggere le sfide poste dalla modernità. La nostra vita sociale però è luogo di una possibile convivenza virtuosa che si costruisce continuamente, anche a partire dal nuovo e dal diverso; la vita sociale, che accompagna i nostri giorni, ci propone il coordinamento di due tensioni che arricchiscono e rallegrano la vita dell’uomo: la fatica all’apertura e la serenità data dal riconoscerci capaci di un identico cammino. S. Ambrogio le caratterizzava così: “è fondamentale cercare sempre il nuovo e custodire sapientemente ciò che si è conseguito” (“De Paradiso” 4, 25). Certo noi percepiamo chiaramente la fatica di costruire positivamente una cultura nuova di fraternità. Ci sono comunque esperienze molto positive e intense a questo riguardo. Personalmente conosco bene e apprezzo l’esperienza di fraternità ecumenica proposta e vissuta nel Monastero di Bose. L’apertura al nuovo, l’apertura all’altro non è solo questione di un buon cuore, di buoni sentimenti; è la promozione di una capacità di integrazione, che rifugge dai soli principi; è imprescindibile per una comunità cristiana. Va coniugato con profonda libertà interiore e la determinazione che non ci rende spettatori passivi di una società che muta e che, a volte, sembra allontanarsi dai principi che sorreggono la nostra vita. Noi scegliamo di promuovere spazi ed esperienze di confronto e di dialogo. Don Peppino

Aperti all'Altro da Credenti: dialogo interreligioso ed ecumenismo

Anche a Natale è sempre Pasqua

Perché una affermazione che sembra assurda? Noi dobbiamo comprendere che celebriamo sempre l'atto salvifico con cui il Signore Gesù è venuto a riconciliarci con il Padre nella remissione dei peccati: cioè la sua morte e risurrezione. Non per nulla nelle rappresentazioni del Natale delle chiese di Oriente Gesù non è posto in una mangiatoia ma in un piccolo sarcofago, a prefigurare la sua morte redentrice. Anche per questo la liturgia ambrosiana pone nella quarta domenica di Avvento (una volta era nella seconda) l'episodio dell'ingresso di Gesù a Gerusalemme, al termine dei suoi lunghi pellegrinaggi sulla terra della Palestina, quasi ad indicarci il termine della sua missione: siamo infatti, cronologicamente, all'inizio dell'ultima settimana di vita del Signore Gesù. Egli giunge e a Gerusalemme, nel luogo del Tempio, dove offrire la propria vita per la nuova ed eterna alleanza. Vi fa il suo ingresso in modo che si ricordi l'episodio della intronizzazione di Salomone, successore e figlio di Davide, come re di Israele: "Principe di pace" come Isaia aveva voluto chiamare il Germoglio che spunterà dalla radice di Iesse. Anche noi attendiamo il ritorno finale del Signore, quando porrà il punto fermo alla storia della umanità, finalmente redenta in modo pieno della sua schiavitù nel male nel peccato. Noi non siamo in camino verso il nulla ma verso un destino glorioso che passa, sì, attraverso la sofferenza ma arriva alla gloria. Gesù compie questo gesto a dorso di un'asina e del suo puledro, cavalcature dei tempi di pace e dei lavori quotidiani: Gesù fa guerra solo al Maligno, al male e al peccato, ma è pieno di mitezza per i suoi fratelli, quelli che il Padre gli ha dato. Nella vita di ogni giorno si compie il progetto di salvezza che Dio ha per l'uomo. Deve esserci, perciò, assieme alla gioia della gente che accompagna Gesù, anche tutto il nostro entusiasmo per quella venuta tra noi che si è compiuta nella storia passata e si rinnoverà al termine della vicenda umana, il giorno del ritorno finale di Cristo. I rami di palma e di ulivo sono gli stessi che dovevano ombreggiare la "Via Santa" del ritorno degli esiliati in Babilonia. Noi allontanati dal giardino dell'Eden a causa del peccato, ora possiamo camminare su questa via diritta ed ombrosa su cui Gesù ci precede nel nostro ritorno al Padre. Ci sono anche i mantelli della carità da stendere sulla strada del nostro rientro nella casa del Padre, come ci verrà detto dall'episodio di Maria, nella casa di Lazzaro, perché i "poveri li avrete sempre con voi". Il prossimo Natale non ci veda soltanto impegnati nei cenoni e nei doni da fare a coloro che ci sono vicini, quanto piuttosto in gesti di fraternità e solidarietà con i più bisognosi. E il Natale di Gesù ci aiuti a comprendere che Dio non vuole salvare il mondo a prescindere dal nostro contributo. ma vuole che offriamo il nostro dorso e le nostre spalle al Signore Gesù come questa asina e il suo puledro perché "il Maestro ne ha bisogno". Questo è il Natale che diventa Pasqua nel Signore, dove ciascuno di noi si fa, assieme a Cristo, offerta viva al Dio misericordioso che "tanto ha amato il mondo da dare il Suo Figlio a morire per noi". Don Felice

Anche a Natale è sempre Pasqua

Le attese che abbiamo verso Dio e l’attesa che ha Dio di noi

Siamo partiti con una riflessione sull’attualità della preghiera per noi cristiani di oggi. Questa però ha lasciato spazio ad altri interrogativi ed approfondimenti. Non ultimo quello che ci porta a domandarci: “ma io quale Dio sto pregando?”, “quando mi riferisco a Dio, quali attese ho verso di Lui?”.Questa seconda giornata della Comunità apre il nostro Avvento 2022, e non possiamo eludere la domanda “il Dio che sto attendendo è proprio quello che è venuto a farci conoscere Gesù Cristo?”. Qualche dubbio rimane. Da qui allora il tema di questo nostro secondo confronto comunitario che vuole aiutarci a metterci in ricerca della vera presenza di Dio nella nostra vita, per poi scoprire che Lui non ha mai smesso di venirci incontro e di lasciarsi incontrare offrendoci un aiuto prezioso: il pane che alimenta il nostro cammino. In questa seconda giornata della comunità ci faremo aiutare dalla figura di Elia colto in un momento particolare della sua vocazione di profeta. Leggiamo il brano di 1Re 19,1-15a.18 1Acab riferì a Gezabele tutto quello che Elia aveva fatto e che aveva ucciso di spada tutti i profeti. 2Gezabele inviò un messaggero a Elia per dirgli: "Gli dèi mi facciano questo e anche di peggio, se domani a quest'ora non avrò reso la tua vita come la vita di uno di loro". 3Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi. Giunse a Betsabea di Giuda. Lasciò là il suo servo. 4Egli s'inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra. Desideroso di morire, disse: "Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri". 5Si coricò e si addormentò sotto la ginestra. Ma ecco che un angelo lo toccò e gli disse: "Àlzati, mangia!". 6Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d'acqua. Mangiò e bevve, quindi di nuovo si coricò. 7Tornò per la seconda volta l'angelo del Signore, lo toccò e gli disse: "Àlzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino". 8Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb. 9Là entrò in una caverna per passarvi la notte, quand'ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: "Che cosa fai qui, Elia?". 10Egli rispose: "Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita". 11Gli disse: "Esci e férmati sul monte alla presenza del Signore". Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. 12Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. 13Come l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all'ingresso della caverna. Ed ecco, venne a lui una voce che gli diceva: "Che cosa fai qui, Elia?". 14Egli rispose: "Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita". 15Il Signore gli disse: "Su, ritorna sui tuoi passi ... 18Io, poi, riserverò per me in Israele settemila persone, tutti i ginocchi che non si sono piegati a Baal e tutte le bocche che non l'hanno baciato". Il Dio che non riconosco e da cui fuggire Ci sono momenti della vita in cui, come Elia, ci lasciamo prendere dallo spavento e andiamo in confusione anche su quella figura di Dio che riteniamo non coincida con le attese che ci siamo fatti verso di Lui. La reazione è allora quello di allontanarlo un po’ sdegnati perché ... non è stato all’altezza di quello che ci aspettavamo! E, soprattutto sperimentiamo che, quando vorremmo sentire il conforto della sua voce, ... Dio tace! Se da un lato questo tratto di Elia ci sorprende, dall’altro ce lo avvicina, ci permette di accostarlo anche alle nostre delusioni umane.  La bellezza di questo racconto sta nel fatto che Dio interviene nel momento della paura, del cedimento nervoso, del crollo psichico, nel momento della maggior umiliazione, perché sa sempre come riportarci a casa e come ricostruirci con amore. In altre parole: Dio non teme nessuno dei mali del mondo, nessun peccato (ad eccezione di quello “contro lo Spirito Santo, ossia quando ci ostiniamo a non riconoscere la sua azione in noi), non teme nemmeno le nostre paure, soprattutto quando l’angoscia è tanto grande e non riusciamo a condividerla con nessuno... allora si tende a fuggire in preda allo sconforto. Ora basta, Signore! Non ne posso più!  Ecco il “nome” reale della fuga sconfortata: accusare Dio di averci deluso in qualche attesa e di essere forse delusi di noi stessi perché pensavamo di essere riusciti dove altri avevano fallito, oppure perché ci siamo accorti di non aver cambiato quella situazione verso la quale ci siamo impegnati molto... Anche un “gigante della fede” quale il profeta si rivela fragile, perché è di fronte all’assenza di Dio e alla constatazione dell’inutilità personale “Non sono, migliore dei miei padri”. Considerando la mia esperienza di fede, da cosa sono rimasto maggiormente deluso e da quale immagine di Dio vorrei fuggire? Il Dio che si lascia ritrovare... e che forse non è mai sparito! Siamo allora al passo successivo: la nostra fuga trova una risposta, Dio non ci lascia vagare senza meta. Nella caverna per passare la notte: Elia non sa ancora quello che accadrà, ma lo sa Dio perché Lui guida sempre le nostre notti oscure, non ci lascia nell’aridità spirituale. È la lamentela di chi ritiene ormai che non valga più la pena lottare per la fede. Questa non è più una motivazione fondante... Il Signore passa nella vita di Elia, come nella nostra. Il vento, il fuoco, il terremoto, sono simboli della presenza del Signore sul Sinai (nel momento del desiderio di Dio di fare comunione con l’uomo), nel cammino del deserto (nel momento di prova, sofferenza e ribellione da parte dell’uomo) e ripresi nei Salmi (nel momento della confidenza da parte dell’uomo). Il vento leggero richiama la mattina dell’Eden, nuova creazione che Dio intende svolgere con ciascuno di noi. Infine, l’incontro con Dio. Qui Egli offre una parola di fiducia con la quale incoraggia Elia e ciascun uomo da lì in poi a considerare come il suo progetto di bene non è stato messo sotto scacco, ma continua... Il disegno di Dio continua a realizzarsi nella vita di coloro che a Lui si affidano, anche quando noi attraversiamo le nostre notti oscure. Provo a descrivere l’esperienza di qualche “notte oscura” della fede che ho attraversato... Come mi ha risposto il Signore? La mano tesa di Dio: il pane del cammino Rincuora considerare come il Signore non ci lascia mai in preda da soli alle nostre paure e delusioni, ma trova sempre il modo di venirci incontro. Come per Elia, anche per noi è sempre pronto il “pane del cammino” per alimentare le nostre forze e aiutarci così a guardare con maggior positività i passi da compiere. Sono consolazioni che possono arrivarci attraverso un mediatore (Angelo) ... forse non ci rendiamo nemmeno conto di quante persone il Signore si è servito per richiamarci alla sua presenza!Dio cura Elia mediante il sonno e il cibo: è la sua pedagogia che ci cura con amore, senza rimproveri, senza deprimerci con parole severe del tipo: “Non ti vergogni? Perché ti sei comportato così? Perché hai dubitato di me”. Con questi aiuti Dio ci apre nuovamente un futuro. Scopriamo come Elia che il nostro fuggire impazzito aveva una meta nella mente di Dio, le nostre fughe verso la morte, diventano un pellegrinaggio verso Dio! ... per condurci alle origini del nostro cammino di fede (Oreb), là dove eravamo stati conquistati proprio da Dio.È un preludio a riconsiderare con occhi nuovi la fondamentale importanza dell’Eucaristia, dandoci la quale anche a noi Dio, come ad Elia, domanda: “Che cosa fai qui?”, come a ricordarci che ... dovremmo essere altrove, in mezzo ai nostri fratelli, per annunciare la vicinanza e le misericordie di Dio. Quali passi sento dover compiere per ritrovare l’entusiasmo della fede? Conclusione: la crisi, la risposta di Dio, l’Eucaristia... preludi di speranza! Elia si mette in fuga perché, in fondo, si augurava che Dio lo esentasse finalmente dal suo incarico, mettesse fine alle sue fatiche ... speranza molto piccola!Si ritrova invece ricondotto nel mezzo della missione quale speranza nuova per il popolo d’Israele.... e se la nostra disponibilità e l’Eucaristia che ci viene donata ogni domenica (prima ancora di ogni riflessione teologica/pastorale che potremmo fare su questo Sacramento) ... fossero proprio gli strumenti e le risposte che Dio sta dando per il progresso della Chiesa come speranza nuova per il mondo? Don Giampietro  

Le attese che abbiamo verso Dio e l’attesa che ha Dio di noi