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Al torrente di Cherit

Elia il Tisbita, uno di quelli che si erano stabiliti in Galaad, disse ad Acab: «Com'è vero che vive il Signore, Dio d'Israele, che io servo, non ci sarà né rugiada né pioggia in questi anni, se non alla mia parola».La parola del Signore gli fu rivolta in questi termini: «Parti di qua, va' verso oriente, e nasconditi presso il torrente Cherit, che è di fronte al Giordano. Tu berrai al torrente, e io ho comandato ai corvi che là ti diano da mangiare». Egli dunque partì, e fece secondo la parola del Signore; andò e si stabilì presso il torrente Cherit, che è di fronte al Giordano. E i corvi gli portavano del pane e della carne la mattina, e del pane e della carne la sera; e beveva al torrente. Ma di lì a qualche tempo il torrente rimase asciutto, perché non pioveva sul paese. (1Re 17) Anche noi siamo in un tempo di "carestia" come il profeta: la pandemia, la guerra, le difficoltà economiche, ci fanno sentire gente che non ha più molte sicurezze. Quale può essere il nostro torrente Cherit, come quello presso il quale Dio invia Elia? Ecco quello che per noi possono significare questi giorni di adorazione eucaristica, quelli che stiamo per vivere nelle nostre comunità. Anche a noi vengono portati cibo e bevanda che salvano la nostra vita: il Corpo e il Sangue di Cristo. Abbiamo, però, bisogno di comprendere qualche cosa in più di quanto solitamente abbiamo capito. Innanzitutto che lo scopo prevalente di questa attività di culto non è quella che nei secoli si è venuta affermando di sottolineare la reale presenza del Signore Gesù ma la sua volontà di incontro di dialogo con noi. Nella adorazione eucaristica devo essere convinto che vado a incontrare una persona viva e non solo un "segno" sacramentale della sua presenza. Se guardo l'Ostia consacrata io non devo vedere un feticcio ma il Cristo vivente che mi vuole incontrare, fare comunione di vita con me. Troppe volte noi vogliamo essere i primi attori della nostra fede: le nostre buone azioni, l'obbedienza ai comandamenti, le opere di carità ci rendono un po' Farisei, pretenziosi verso in Dio che deve riconoscere che siamo suoi bravi figli. Dimentichiamo che è stato Gesù che si è mosso per primo per venirci incontro "quando eravamo ancora peccatori" (S. Paolo): l'iniziativa è sua, è Lui che vuole fare comunione con noi anche se siamo indegni di Lui. Ma allora, perché non parla? Il silenzio dell'Ostia consacrata ci chiede di comprendere che in Gesù tutto è già stato detto dal Padre: egli è l'Amen definitivo per la storia e la vita degli uomini, la parola esaustiva che è stata pronunciata da Dio per la nostra salvezza. È un po' come per la comunione eucaristica nella quale pensiamo di "possedere e catturare" il corpo di Cristo, invece che pensare ad un incontro di persone dove il Cristo non ha solo il compito di ascoltare quello che gli diciamo o chiediamo. Il silenzio dell'Eucaristia ci invita soprattutto ad indagare il mistero più che ascoltarne il messaggio per tradurlo a servizio della fede. Il Cristo eucaristico non è solo uno cui si può parlare ma prima di tutto uno che si può ascoltare. Dopo il Cristo "Amen del Padre" non è più possibile alcun discorso salvifico diverso da quello che è stato detto prima di Lui e in Lui e il suo silenzio è eloquente; Egli infatti è la parola definitiva che è pronunciata per provocare l'uomo ad una risposta di assenso o di rifiuto; ed è l'unico luogo entro il quale si può situare il dialogo con Dio. Se il dialogo silenzioso tra il credente e il Cristo eucaristico sta ad indicare che l'uomo può incontrarsi veramente con il suo Salvatore solo con un atteggiamento di "gratuita" accettazione, (il Cristo deve essere accettato per quello che è, prima ancora che per quello che dice o fa) diventa per ciò stesso anche la norma ultima a cui i credenti devono attenersi nello svolgere la loro missione salvifica nel mondo. È quanto il profeta Elia ha compiuto nel suo vivere sulla sponda del torrente Cherit, in silenzio, prima di andare a salvare la vita della vedova di Sarepta di Sidone e di suo figlio, e facesse tornare la pioggia per dare fine alla carestia. Mettiamoci, dunque, davanti alle Sacre Specie consacrate e diciamo, come Samuele "parla, Signore che il tuo servo ti ascolta" e chiediamo che termini questa carestia di fede che affligge il nostro tempo e i nostri fratelli. Don Felice

Al torrente di Cherit

La preghiera... sicuro che possa ancora servire?

Riprendiamo dopo la pausa forzata dovuta alla pandemia, le nostre convocazioni comunitarie per continuare a crescere nella dimensione di fede attraverso la riflessione e il confronto tra noi.L’argomento scelto per questa prima giornata della Comunità segue le indicazioni dell’Arcivescovo che ha espresso il suo desiderio di veder camminare quest’anno la Diocesi confrontandosi sul tema della preghiera. Circa questo momento essenziale della vita di ogni cristiano si potrebbe partire da tantissimi punti di vista; noi come diaconia allargata vi proponiamo un punto prospettico molto mirato: non stiamo dando troppo per scontato che per la vita di noi cristiani del 2022 la preghiera sia ancora quell’elemento così fondamentale per la propria fede? Se dovessimo chiedere a ciascuno di voi: “a cosa serve la preghiera? Perché preghi” ... troveremmo risposte adeguate? Terremo sullo sfondo il brano di Gv 21,1-19 dove ci lasciamo trasportare per ritornare anche noi a proclamare con gioia: “È il Signore!”. Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: "Io vado a pescare". Gli dissero: "Veniamo anche noi con te". Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando già era l'alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: "Figlioli, non avete nulla da mangiare?". Gli risposero: "No". Allora egli disse loro: "Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete". La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: "È il Signore!". Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: "Portate un po' del pesce che avete preso ora". Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: "Venite a mangiare". E nessuno dei discepoli osava domandargli: "Chi sei?", perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti. Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: "Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?". Gli rispose: "Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene". Gli disse: "Pasci i miei agnelli". Gli disse di nuovo, per la seconda volta: "Simone, figlio di Giovanni, mi ami?". Gli rispose: "Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene". Gli disse: "Pascola le mie pecore". Gli disse per la terza volta: "Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?". Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: "Mi vuoi bene?", e gli disse: "Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene". Gli rispose Gesù: "Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi". Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: "Seguimi" . Dio non si merita, si accoglie. La nostra vita odierna, piena di paure e preoccupazioni, ha un cliché che ci accomuna: il ritorno di tutti al lavoro, alle nostre occupazioni quotidiane. E ciascuno lo fa normalmente pensando che è un nostro impegno, un nostro dovere per guadagnarci la vita ... come lo ha pensato anche Pietro quella mattina in cui credeva di riprendere la vita abitudinaria dopo la grande delusione della crocifissione del Maestro. Invece ecco la grande sorpresa: il ritorno alla nostra quotidianità è abitato anch’esso dal Signore! Cosa allora lecitamente ci può portare a pregare? Da cosa può prendere avvio allora la preghiera? Dalla consapevolezza che non esiste soltanto il “già accaduto”, è il vivere che è chiamato a diventare “ordinaria risurrezione” mentre faccio il genitore, il professionista, il laico corresponsabile impegnato. Dall’evidenza che in ogni momento Gesù “ci precede”. Lui di ciascuno di noi sa qual è “l’orario giusto”. Il riconoscimento avviene con un po’ di fatica, perché quelli in cui Gesù mi incontra non sono momenti “straordinari”, ma quelli di sempre. La preghiera ci aiuta ad entrare con fiducia nella quotidianità consapevoli che nelle stesse cose di prima, in cui non si ripone più grande speranza, si possa sempre rivelare del nuovo. Gesù sta esattamente “nelle cose scontate”. 3. Dall’ammettere che la vita cristiana non posso costruirla su quello che io sono capace di fare per Dio, ma su quello che Lui fa per me. L’essenza della vita di fede non sono le mie opere, ma Dio e la sua opera... La mia storia è salva perché Dio ama! Ritrovo in queste affermazioni un motivo per iniziare a pregare? La forza della debolezza Gesù chiede con disarmante chiarezza una parola di tenerezza, quasi volesse sentirsi dire: “Ti voglio bene”. Pietro si aspettava forse qualche “rimprovero”, invece neppure l’ombra della sfiducia. La delicatezza di Gesù sgretola Pietro.La possibilità quotidiana di rimettersi in piedi sta nella capacità di non perdere mai la possibilità di ricevere amore. Ogni storia, anche quella di Dio, finisce sempre con una richiesta d’amore... questo è sorprendente. Perché non posso fare a meno della preghiera? Perché facendo spazio a Gesù nella preghiera non viene meno l’intensità dell’amore, semplicemente aggiungo anche altri ... Non dovrebbe essere sempre così in ogni esperienza d’amore che vivo? Qui c’è la consapevolezza di essere sempre preceduti da Lui nell’amore e ti senti invitato a rinascere nei luoghi ordinari della vita, anche nei momenti più bui ... Perché accanto allo spazio dello smarrimento, del dolore, della paura, della vergogna, c’è anche lo spazio in cui siamo “faccia a faccia” io e Lui. In quel “seguimi” c’è l’augurio che tutte le circostanze della vita possono quotidianamente far partire i segni di quotidiane resurrezioni ... per rendere bella la storia del mondo anche se nessuno scriverà mai di noi. Perché alla nostra paura di pregare per non sentirci domandare da Gesù: “Pietro, mi posso fidare?”, Lui mi fa capire che gli importa soltanto sapere se lo amo. E alla nostra obiezione: “Ma chi sei, Signore?” Lui risponde donando la gioia d’amare. Perché a Gesù basta il “Mi ami tu?”. Di conseguenza: Quando faccio l’esperienza di essere fragile e incoerente, incapace di mantenere le promesse..., Gesù ci chiede: “Mi ami tu?” Quando siamo a tu per tu con un fallimento, un insuccesso, una cocente delusione..., Gesù continua a chiederci: “Mi ami tu?” Perché a Gesù sembra che non interessi la nostra serie infinita di disastri... ogni volta torna a chiederci: “Mi ami tu?”. È una domanda che ogni volta ci restituisce la dignità e la gioia di poter dire: “ti amo”.Al termine di questo dialogo, Gesù ci conferisce un nuovo mandato: “Pasci le mie pecore”. Qui restiamo disarmati perché le nostre piccolezze diventano una risorsa, una nuova occasione che fa dire a Gesù: “Di te posso fidarmi, perché hai sbandato, ma ti sei ricentrato sull’amore”... Se la preghiera è originata da queste motivazioni... cosa mi fa veramente paura del pregare? Prego perché vivo, vivo perché prego (R. Guardini) Ci è data la grazia di riprendere il tracciato del nostro cammino, dove le fragilità rimangono, così come le lacune, le lentezze, le paure della nostra chiesa. Ma avvertiamo che non può fermarsi qui il viaggio della nostra vita... “È il Signore!” ... quel Gesù lì non voglio farmelo scappare. Quale vantaggio porta la preghiera nella mia vita? La preghiera non è il primo atto dell’uomo; prima di essa c’è un’esperienza, un grido, la pressione del dolore, la passione dell’amore, l’esplosione della gioia, lo sfregio della paura. La preghiera nasce dalla vita come supplica o come canto, come desiderio, perfino come lite con Dio. Quindi... bisogna essere molto vivi, amare molto la vita per pregare bene! La preghiera viene prima delle parole, prima di noi: nasce con il grido di chi entra nella vita, con la fame di vivere di tanti disperati, con la paura di morire di tanti sofferenti, con la richiesta di giustizia di tanti oppressi. Quindi ... bisogna far entrare nella nostra la vita del fratello che ci sta accanto per pregare bene! Con la preghiera accresco la famiglia che amo! Pregando, capisco che cresco anche in umanità? Conclusione: l’opera più difficile... Quale pensate sia l’opera più difficile per un cristiano oggi?Forse la vita comune in famiglia e in parrocchia? ... Prima o poi impareremo a volerci bene!Forse la fedeltà negli affetti? ... Il cuore di ciascuno prima o poi avverte la necessità di “trovare una casa” stabile e definitiva.Forse sapere tutto su Dio per poter parlare di Lui con correttezza? ... Ci sono tanti libri di teologia, tanti dibattiti su Dio, tanti convegni che spiegano il suo agire.Io credo che l’opera più difficile sia invece quella di pregare dando del “tu” a Dio... il “perché” è semplice: è difficile accettare di passare tutta la vita con il Padre in casa!   Don Giampietro

La preghiera... sicuro che possa ancora servire?

L'Eterno Riposo

Ho ascoltato, mentre ero al cimitero, per benedire le ceneri di una persona che aveva appena lasciato i suoi familiari e le persone a lei care, questa preghiera: “O Dio, Padre attento e misericordioso, di fronte al mistero della morte, ci chiedi di stare in silenzio, di riflettere; ci inviti anche a rinnovare la fiducia nel tuo Figlio che ha vinto la morte. Alla nostra sorella che ci ha lasciato, con la speranza viva di incontrarti nella pace e nella gioia, concedi di vivere con Te e con tutti i suoi cari una profonda comunione, per sempre. A noi dona la determinazione per spendere positivamente la nostra esistenza e la speranza di ricongiungerci a chi ci ha donato tanto amore”. La nostra visita al cimitero, che vivremo in questi giorni, la partecipazione alla Santa Messa di suffragio per tutti i defunti, abbia questa duplice finalità: accompagnare le persone che ci hanno voluto bene e hanno lasciato questa vita a gustare la pace e la benevolenza del Signore; pace e benevolenza che il Signore riserva a tutte le persone che, pur con i loro limiti, hanno desiderato essere onesti e desiderosi di operare il bene. In secondo luogo uno sguardo attento alla loro vita ci aiuta a fare memoria dell’amore che abbiamo ricevuto; è l’amore che dobbiamo continuare a promuovere nella nostra esistenza. L’amore che c’è stato donato non può essere nascosto. Proprio così ci parla questa riflessione che mi è molto cara: “Quel giorno d’autunno ho chiesto alla foglia se avesse paura di cadere; mi ha risposto: «No. Ho sempre cercato di essere molto viva, (...) ho lavorato tanto, ho contribuito ad alimentare l’albero; in esso c’è molto di me. Ti prego, non credere che io sia soltanto questa forma che vedi; essa è soltanto una minuscola parte di me: io sono nell’albero intero». Ho visto la foglia, ingiallita, lasciare il ramo e volteggiare cadendo al suolo, in una danza gioiosa, perché, mentre cadeva, si vedeva ancora nell’albero. Era felice! La foglia non ha paura: sa che nulla può morire nel cuore di chi ha aiutato e amato”. Don Peppino

L'Eterno Riposo

Sull'acqua la vita di S. Pietro

Festa dei Ss. Pietro e Paolo, appena celebrata, e la ricorrenza della benedizione del lago a Calcinate, in ricordo di S. Pietro pescatore, mi hanno suggerito questi pensieri.La sequela di Cristo da parte di S. Pietro ha avuto origine sul lago di Tiberiade, quando il Signore gli ha detto: "Vieni dietro a me e ti farò pescatore di uomini". La cosa è nata da una pesca miracoloso a seguito della quale Pietro dichiara la propria indegnità: "Allontanati da me che sono un peccatore". Ogni vera vita di fede nasce dalla consapevolezza che non siamo degni delle attenzioni che il nostro Dio ha per noi: "Che cos'è l'uomo perché Tu te ne curi e ti ricordi di lui?" Questo é il primo atteggiamento spirituale da curare ogni volta che ci accostiamo a Dio: "Noi siamo solo povera argilla plasmata dalle sue mani". Ricordo anche l'episodio di Pietro che vuole camminare sul lago: Cristo lo invita a venire incontro a lui ma Pietro ha un momento di dubbio e comincia ad affondare: "Signore salvami!".Quante volte l'umanità si è trovata in mezzo a tempeste catastrofiche! Pensiamo non solo alla attuale guerra in Ucraina ma anche alle stragi del secolo scorso: l'epurazione degli Armeni, le due guerre mondiali, la Shoah, le purghe staliniane, la guerra civile in Jugoslavia... Flagelli che si sono abbattuti sulla povera gente incolpevole, guidata da politici incapaci di amare la pace e trovare vie di fratellanza tra i popoli. Se noi fossimo capaci di rivolgerci al Signore con maggiore umiltà e confidenza in lui, con una preghiera assidua ... Alla fine della vita di Cristo, prima della sua Ascensione al cielo, ritroviamo ancora l'acqua del lago di Tiberiade, in quel momento che è ricordato da S. Giovanni come la pesca dei 153 grossi pesci, e dove il Signore Gesù invita i suoi ad unirsi a quella cena che ancora oggi in Palestina è ricordato nel luogo chiamato "mensa Christi" dove, nell'acqua ci sono parecchie pietre a forma di cuore, per indicare la promessa di Pietro di amare il Signore. È interessante il dialogo tra i due, testimoniato dalle parole greche che usa S. Giovanni; Gesù chiede due volte a Pietro. "Pietro sei mio amico?" e Pietro risponde: "Signore tu sai che ti amo". Alla terza volta S. Pietro capisce e risponde : "Signore, io ti sono amico" ad indicare che non è sufficiente l'amore per il Signore ma è necessaria una vera familiarità con lui. Bisogna diventare "amici" di Cristo! Solo così potremo accogliere, come S. Pietro il suo invito: "Seguimi!". La speranza è che la festa di S. Pietro non sia solo una ricorrenza che ci ricorda il passato e le nostre tradizioni, ma diventi un rinnovato inizio ed impegno di vita cristiana. LE DATE Venerdì 8 luglio ore 20.15 partenza da casa Bombaglio dalla chiatta su cui è posta la reliquia di S. Pietro. Arrivo a casa Giorgetti e da lì processione fino all'Oratorio. Segue in Oratorio la S. Messa. Sabato 9 e domenica 10 luglio festa in oratorio con cena (sabato e domenica), pranzo (domenica) e intrattenimenti. BUONA FESTA A TUTTI Don Felice

Sull'acqua la vita di S. Pietro

Nostre le mani, Tua la forza

Con il 20 giugno inizia la prima parte dei festeggiamenti del Palio delle contrade di Masnago, legato alla festa patronale dei SS. Pietro e Paolo.Visto che la parrocchia di Masnago costruisce la propria festa dandole anche un contenuto spirituale, mi sembrava interessante e significativo estenderne la riflessione a tutta la Comunità Pastorale. Il tema scelto dalla commissione quest’anno ha a che fare con le mani!A botta calda forse ci viene in mente il testo della canzone “Ciao, Ciao” della Rappresentante di lista, presentato nell’ultimo festival della canzone a S. Remo... lo ricordiamo certamente tutti: “Con le mani, con le mani, con le mani...Ciao ciao”.Per coloro che invece hanno i capelli un po’ più grigi come me, forse viene più naturale ricordare la canzone di Zucchero Fornaciari intitolata anch’essa “Con le mani”, dove alcuni passaggi del testo recitano così: “Con le mani tu puoi dire di sì... È un incontro di mani questo amore... Con le mani preghi il Signore”. Ma forse, per usare immagini più consoni al nostro mondo ecclesiale, ci viene più spontaneo pensare ad altre mani “più nobili”: quelle di Dio Padre quando plasma il mondo e l’uomo per dare inizio alla creazione, oppure quelle di Gesù che guariscono gli ammalati, che sollevano gli infermi, che abbracciano chi ritorna dopo essere fuggito, che lavano i piedi degli apostoli... O ancora, quelle del cireneo che aiutano Gesù a portare la Croce, o quelle di Giuseppe d’Arimatea che lo depongono dalla medesima croce per posizionarlo nel sepolcro... insomma, abbiamo davanti una bella e ricca carrellata di mani, davanti alle quali non abbiamo che l’imbarazzo della scelta verso quali indirizzare il nostro sguardo per prenderne esempio. Ma forse in questi tempi ci viene in mente un uso meno positivo delle nostre mani: quelle che inquinano il pianeta, quelle che atterrano il prossimo per fare violenza o per umiliare, quelle che abbracciano un kalashnikov per uccidere fratelli, quelle che gettano soldi semplicemente perché ne hanno in eccedenza... anche in questo caso, una bella panoramica di mani di cui vergognarci! Ma quest’anno, con il Palio delle contrade 2022, vorremmo nobilitare questa parte del nostro corpo perché ritorni ad essere un dono speciale per tutti.Come parroco della comunità desidererei suggerirvi qualche modo per valorizzarle. 1. Trasformarci in artigiani di pace, artigiani di comunione. Nella società dei grandi Centri Commerciali e della globalizzazione stiamo perdendo in maniera irreversibile la figura dell’artigiano. Questo palio vuole diventare anche una provocazione al gusto di far prendere forma a ciò che ci sta a cuore e che la nostra creatività genera. Già la mostra che verrà proposta ce ne offrirà un magnifico saggio, ma questo vuole essere solo l’inizio. E di cosa dovremmo diventare artigiani? Ho la presunzione di suggerirvi 2 sviluppi: artigiani di pace e di comunione! Della prima ne abbiamo bisogno come l’aria che respiriamo, la seconda diventa una necessità irrinunciabile se vogliamo offrire un volto nuovo di umanità, di comunità cristiana e sociale, di Chiesa... 2. Riappropriarci della capacità di abbracciare. Non è un invito a trasgredire le normative anti- contagio, quanto piuttosto a dar corda alle emozioni più vere che per troppo tempo ci è stato chiesto di trattenere e censurare. Ritorniamo ad essere uomini e donne che provano sentimenti senza preoccuparsi di venire fraintesi, che hanno voglia di piangere senza vergognarsi, di ridere senza paura di offendere e di intenerirsi senza temere di venire derisi... riappropriamoci della nostra umanità! 3. Reinventarci costruttori di ponti piuttosto che scavatori di fossati. San Serafino Saros scriveva: “Facile scagliare pietre dall’alto in basso, difficile portarle dal basso in alto per costruire”. Sì, credo proprio che sia arrivato il momento di iniziare a ricostruire. Dovranno farlo i nostri fratelli ucraini, dovrà farlo l’Europa civile, dovrà farlo la Chiesa universale per cucire le  tante (troppe) spaccature sorte al proprio interno, dovrà farlo la nostra società se vuole iniziare a respirare aria nuova... e dovremo imparare a farlo anche noi nel nostro piccolo se vogliamo diventare una Chiesa attraente. Ma ne saremo capaci?Anche a questa preoccupazione proveremo ad offrire una risposta con il palio 2022. Non vi sembri troppo semplicistica quella che abbiamo trovato e che tenteremo di condividere con tutti voi: a ciascuno viene chiesto di mettere a disposizione le proprie mani, senza preoccuparsi troppo dei pesi che dovranno sostenere perché la forza per farlo la metterà il buon Dio, come ha sempre fatto, sperando che questa volta accetteremo di accogliere l’aiuto che sempre, da Padre, desidera regalarci... le mani sono nostre... la forza sarà Sua! Ce la faremo! Concludo con un sano dubbio che mi sorge dentro: e se la primavera dell’umanità e della nostra Comunità Pastorale passasse proprio dalle nostre mani? Don Giampietro

Nostre le mani, Tua la forza